Un aneddoto istruttivo

Poche settimane fa alla facoltà di Informatica dell'Università di Catania è successo che uno studente di secondo anno va dal professore a concordare il lavoro da portare all'esame. Si tratta di un database e il docente chiede che l'esercitazione venga svolta con Access, programma incluso nel pacchetto Office della Microsoft, in grado di funzionare solo sui sistemi operativi Windows della stessa Microsoft. Allora lo studente fa presente al professore che non ha Windows sul computer e, soprattutto, che non ha alcuna intenzione di installarlo. Dice anche che sul suo computer c'è Linux (il sistema operativo "free" e a "sorgente aperto"), che su questo funziona MySql (un gestore di database, anch'esso "free" e a "sorgente aperto") e che è dispostissimo a fare il tutto con questi strumenti.
Il professore tergiversa, non è convinto e insiste: "È roba da terzo o forse quarto anno... Meglio che lo fai con Access". Ma lo studente è fermo sulla propria posizione di sviluppare il compito solo con il Free Software. Alla fine a cedere è il docente.


L'Università e il software

Spesso nei corsi di laurea di Informatica, Scienze dell'informazione, Ingegneria elettronica e Ingegneria informatica si costringono gli studenti a usare software commerciali e chiusi.

Ciò ha almeno quattro effetti:

  1. Ogni studente deve acquistare le licenze d'uso del software prescelto dal professore. Ciò significa, nel caso preso in esempio (che è anche un caso molto comune), 100 euro per il sistema operativo più economico della serie Windows (il 98) e circa 650 per il pacchetto Office nella versione che include anche il gestore di database (cioè Access). Se lo studente intende fare a meno delle licenze d'uso viene automaticamente ricacciato nell'area grigia della pirateria del software e minacciato di arresto dalle campagne dai toni terroristici della BSA (Business Software Alliance, il braccio lobbistico della Microsoft). In paesi come l'Italia, dove la BSA è riuscita a imporre una legislazione estremamente repressiva, i guai con la giustizia penale sono un rischio effettivo.

  2. Gli studenti che usano sistemi operativi la cui costruzione è coperta dal segreto industriale non hanno modo di sapere esattamente come il sistema operativo stesso funzioni. La Microsoft, per esempio, non ha mai fatto vedere il codice con cui ha realizzato Windows né il codice scritto per gli applicativi. In più la licenza d'uso vieta espressamente il "reverse engineering", cioè la tecnica con la quale è possibile analizzare un programma a partire dalla sua versione già compilata (l'eseguibile che viene distribuito). Paradossalmente uno studente che abbia avuto esperienza solo su questo tipo di ambiente operativo può laurearsi in informatica senza conoscere quali compiti debba assolvere un computer per funzionare correttamente. L'università, incoraggiando l'uso di prodotti con queste caratteristiche, abdica dal suo ruolo formativo e di ricerca.

  3. Denaro pubblico e tasse degli studenti sono sperperati nell'acquisto delle licenze d'uso di software commerciale. Le risorse (spesso già scarse negli atenei dell'Europa meridionale) vengono così impiegate per fare arricchire sempre di più i soliti noti.

  4. Quando un laureato (non) formato sull'utilizzo di software Microsoft (o di qualche altro solito noto) andrà a lavorare, proporrà l'impiego dello stesso tipo di sistema operativo e di applicativi. Cioè l'acquisto di nuove licenze dalle maggiori software house, contribuendo così alla sempre maggiore potenza economica e influenza politica di queste.


L'importanza di esser aperti

Non tutte le grandi case di software operano con la stessa politica. Per esempio la Sun mette a disposizione per uso personale o didattico i sorgenti del sistema operativo Solaris (formalmente gratis, ma chiedendo di fatto 75 dollari). Quindi uno studente che opera su questo sistema, seppure soggetto ad alcune limitazioni imposte dalla casa madre, ha la possibilità di capire effettivamente "come stanno le cose" (ed eventualmente di modificarle per il proprio studio). Aziende come la Microsoft tengono invece il più stretto riserbo sul codice sorgente. È innegabile che i prodotti Microsoft abbiano un'ampia diffusione anche nel mondo della produzione e dei servizi (industrie, aziende varie, enti pubblici, ecc.) per cui è giusto che gli studenti e i laureati li conoscano. È sbagliato però considerarli come gli unici strumenti da utilizzare.

Non si può non tenere conto che dalla metà degli anni novanta, grazie alla facilità dell'accesso a Internet, la comunità dei programmatori ha rivitalizzato l'idea del Free Software e ha sviluppato migliaia di progetti secondo la licenza GNU/GPL. Per capire l'importanza che oggi ha assunto il software così concepito basta pensare all'enorme diffusione di Linux, progetto GNU/GPL per eccellenza.

Solitamente questi progetti sono portati avanti da gruppi di programmatori che possono anche risiedere in aree geografiche lontanissime tra loro. Chi partecipa si scambia i sorgenti (cioè il codice con cui si realizza il programma) con il resto del team attraverso la rete. Alla fine del lavoro questi sorgenti non rimangono chiusi, ma vengono distribuiti assieme al programma stesso. Talvolta sono solo i sorgenti a essere distribuiti, permettendo così all'utilizzatore di controllare per bene cosa sta per essere compilato e fatto funzionare sul proprio computer.

In questo modo si è venuta a creare una vasta rete di solidarietà e di conoscenza. Ogni giovane programmatore ha la possibilità di poter esaminare le tecniche utilizzate dai più esperti. Questo da un lato costituisce l'opportunità di una crescita professionale per migliaia di giovani e dall'altro ricrea lo spirito originario della comunità dei programmatori, un po' come una enorme Berkeley degli anni settanta, un luogo dove ogni tipo di conoscenza scientifica veniva condivisa e utilizzata da tutti.

Al di là dei discorsi dal sapore idealistico, oggi giganti del calibro della Ibm, della HP, della Compaq, solo per citarne alcuni, stanno investendo ingenti risorse economiche nello sviluppo di software di questa concezione.


Il ritardo europeo

In effetti la nuova politica delle grandi case di software (Microsoft esclusa) sembra profondamente diversa da quella cominciata alla fine degli anni settanta. A quel tempo le software house iniziarono negli Stati Uniti a porre sotto brevetto le tecniche di programmazione, talvolta anche tecniche non "proprietarie" ma ampiamente conosciute e utilizzate dai comuni programmatori. Il brevetto americano tutela l'"invenzione" per diciassette anni: un periodo spropositato di fronte alla rapida evoluzione dell'informatica.

L'effetto dei brevetti nella programmazione è stato deleterio perché ha sia impedito il libero sviluppo della programmazione indipendente, sia messo in difficoltà i "piccoli" programmatori che spesso si sono visti citare in tribunale dai titolari dei brevetti sulle tecniche che avevano utilizzato (spesso perché semplicemente "riscoperte").

Proprio mentre la pratica di brevettare ogni semplice algoritmo cominciava a entrare in crisi negli USA, l'Unione ha approvato una legge che istituisce il brevetto europeo sul software. Di fatto un'operazione considerabile ormai in controtendenza storica, seppure ancora dannosa, perché pone un limite grave allo sviluppo della tecnica e quindi alla qualità della vita.


Il diritto all'obiezione

Sosteniamo, quindi, che ogni studente dei corsi di laurea che hanno direttamente a che fare con la Computer Science, cioè Informatica, Scienze dell'informazione, Ingegneria elettronica e Ingegneria informatica, possa obiettare davanti all'obbligo di sprecare tempo e denaro (soldi che come abbiamo visto servono ad alimentare un apparato repressivo e liberticida) su sistemi operativi e applicazioni che non contribuiscono di fatto all'arricchimento della conoscenza nel campo dell'informatica "seria". Chi decide di seguire un corso universitario ha il diritto di ricevere un'istruzione adeguata al livello scientifico e chi insegna ha il dovere di fornirla. Se questi non ne è in grado, non deve penalizzare lo studente portandolo dopo quattro o cinque anni di lezioni universitarie a un livello concettuale non dissimile da quello di una moderna segretaria d'azienda.

Per queste ragioni lanciamo una campagna di disobbedienza civile con la forma dell'obiezione di coscienza all'uso del software "proprietario" a sorgente chiuso.


Catania, 18 marzo 2000

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