Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I.--Ferculo / Parte I.--Interrogatori


Interrogatorio Pasquale Cacciola
(Fog. 359. Vol. 1°--23 Marzo 1891).

  D. R. Avendo fatto migliori riflessioni, mi son determinato di rivelare alla Giustizia tutto quanto è a mia conoscenza su ciò che la S. V. mi richiedeva nel precedente mio interrogatorio.
  Nel mese di settembre u. s., non ricordo se verso la fine, una sera circa le otto e mezzo, mentre ritornava dalla casa del Dott. Cannizzaro, incontrai nella via Stesicoro Etnea, in vicinanza della Villa Bellini, Paolo Parisi.
  Io cercai di evitarlo anche perchè avevo fretta di giungere a casa mia, avendo in quel tempo mia moglie gravemente malata.--Il Parisi però attraversandomi il passo mi fece fermare e si pose a domandarmi che cosa facessi, dove andassi, dove abitassi, e quindi con insolita insistenza, volle accompagnarmi sino a casa col pretesto di fare una visita a mia moglie--Venne difatti in casa mia, stette alcuni minuti presso il letto di mia moglie, e quindi si mosse per andarsene.--Se non che, pria d'incamminarci verso l'uscio, cominciò a farmi molte domande e ad osservare la situazione, la capacità e le commodità della mia casa.
  Ricordo precisamente anzi, che volle vedere dove fosse situata la mia cucina e volle sapere chi abitasse accanto alla mia casa.
  Poscia quando era giunto alla scala e stava licenziandomi per andare via, ad un tratto mi rivolse le seguenti parole: «Se domani vieni alla marina, verso l'una p. m. ti dovrei dire una parola».
  Io insistei perchè mi parlasse subito, ma egli si ostinò a non dirmi nulla subito, ripetendomi lo invito di recarmi la dimani alla marina.
  Il giorno seguente fui alla marina e precisamente sotto gli alberi dinanzi a Villa Pacini e dopo aver passeggiato alquanto, verso l'una e un quarto p. m. vidi arrivare il detto Paolo Parisi, il quale, dopo aver premesso che io in quel tempo dovevo essere ben misero, sì per la mancanza di lavoro, come per la malattia di mia moglie, mi domandò se io fossi buono a fondere una certa quantità di argento.
  Io risposi che sapevo fondere dei metalli, e che sarei stato pronto a fondere dello argento, purchè si fosse trattato di affari onesti.
  Il Parisi sulle prime rispondeva in maniera evasiva; ma avendo io insistito per sapere di che si trattasse, ed avendo elevati molti dubbii sulla provenienza dello argento, egli mi rassicurò che taluni suoi amici che dovevano dividere una eredità avevano dello argento vecchio che volevano fosse fuso pria di farne divisione.
  Mi soggiungeva che i detti amici sarebbero venuti con lui in casa mia a portare lo argento e che poi essi stessi, dopo la liquefazione, se lo sarebbero ripreso.
  Mi domandò quindi se io la mattina mi volessi alzare presto da letto, ed in seguito alla mia risposta affermativa, mi disse che egli e i suoi amici sarebbero venuti da me la dimane di buon mattino.
  La dimane io mi alzai per tempissimo e dopo appena che erano stati spenti i fanali della strada. Scorsi alcuni momenti udii il rumore di una carrozza che fermavasi dinanzi la casa mia, e udii pure al portone della stessa, o meglio, poichè il portone era già aperto, alla porta d'ingresso che sta in piedi alla scala che conduce alla mia abitazione bussare.
  Scesi subito allora la scala ed aperta la porta vidi subito Paolo Parisi, che, tutto frettoloso mi porgeva una coffa ripiena e coperta di paglia sulla sommità. Mi sorprese subito la sua aria di mistero, poichè parlava sommesso, mi raccomandava silenzio, m'incitava a nascondere quella coffa, mi domandava se le mie figlie dormissero: Fu perciò che io subito fui preso dallo spavento sospettando che si trattasse di cose di non legittima provenienza, tanto più che non vedevo comparire gli amici di cui il Parisi mi aveva parlato, e che io non mi sarei mai aspettato che il Parisi fosse potuto venire in casa mia a quell'ora così importuna. Cercai di manifestare i miei dubbii al Parisi e di fargli delle domande su quel modo di procedere, ma egli emettendo qualche bestemmia e raccomandandomi silenzio, se ne andò dicendomi che sarebbe più tardi ritornato.
  Io rimasi tutto confuso non sapendo che cosa fare, e m'aggiravo per la casa pensando, quando intesi di nuovo picchiare alla stessa porta d'ingresso. Scesi la scala, apersi e vidi presentarmisi Francesco D'Aquino il quale in nome del detto Parisi mi presentava un fazzoletto grande ripieno.
  Io collocai quell'involto sulla coffa statami portata dal Parisi, e da quel momento, i miei dubbii e i miei timori si aumentarono, tanto più quando affacciatomi dal balcone mi accorsi, che i detti Parisi e D'Aquino passeggiavano innanti la mia casa in modo guardigno [sic] e sospettoso.
  Risoluto di farla finita con quella faccenda per non destar sospetti in famiglia, pensai subito di mandar via con una scusa le mie due figlie, tantopiù che Paolo Parisi quando venne a portarmi la coffa, mi aveva pure raccomandato di fare allontanare le dette mie figlie.
  Difatti ricordandomi che esse avevano manifestato il proponimento di cucire talune vestine presso una mia nipote, le feci vestire ed andare pel detto scopo dalla detta mia nipote. Quando esse si furono allontanate, io scesi in istrada, andai incontro al D'Aquino e risolutamente gli dichiarai che non volevo più sapere d'argento, e che volevo addirittura che egli e il suo compagno Parisi, si fossero preso subito e portato via quello che poco pria avevano deposto in casa mia.
  Il D'Aquino ascoltando i miei detti s'inquietò, e si diede a profferire verso di me parole ingiuriose e siccome io non desistei dal mio proposito, egli allontanandosi da me raggiunse il Parisi, che stava in vicinanza di Villa Bellini a parlare con un'individuo che mi pare un giovinotto snello e piuttosto corto.
  Dopo che il Parisi e il D'Aquino parlarono insieme qualche minuto, vennero entrambi verso di me, e riuniti che fummo tutti e tre, cominciò tra noi un vivissimo alterco.
  Da un lato io persistevo nel rifiuto, e li pregavo di lasciarmi in pace, mentre dell'altro lato essi irritatissimi profferivano ingiurie e minacce verso di me tanto, che finalmente io dovetti cedere alle loro minacce e sobbarcarmi a fare la fusione dello argento in casa mia.
  Non tralasciai però di mettere in campo dei pretesti per evitare quell'operazione. Dissi che mi mancavano gli arnesi necessari, dissi che mi mancava il carbone, ma nulla valse. Lo stesso D'Aquino mi dette i denari per comprare il carbone, ed egli stesso mi assistette nella fusione.
  L'argento che io dovetti fondere non era punto riconoscibile perchè era stato in precedenza bene ammaccato e tagliuzzato, sicchè io non potei punto comprendere d'onde fosse stato tolto.
  Eseguita la fusione si ricavò circa undici verghe del peso complessivo di circa otto rotoli e mezzo.
  Io volevo che il D'Aquino se lo portasse via subito, ma egli me lo fece conservare in una cassa. Il D'Aquino andò via.
  Verso le 5 e 30 p. m., incontrai Paolo Parisi, il quale avendo appreso da me che l'argento era rimasto conservato in casa mia, mi promise che la sera sarebbe venuto a prenderlo e portarlo via. Venne difatti verso mezz'ora di notte e volle che io stesso lo accompagnassi portando però io stesso le verghe d'argento. Io nell'intento di finirla presto accondiscesi al suo desiderio, e ravvolte quelle verghe nello stesso fazzoletto che la mattina mi aveva portato il D'Aquino, mi avviai dietro il Parisi sino alla salita dei Cappuccini. Colà siccome mi pareva mille anni di sbarazzarmi di quell'argento, invitai il Parisi a pigliarselo, pregandolo di lasciarmi andare in pace, tanto più che io avevo la chiave della porta d'ingresso della casa mia e le mie figlie erano fuori casa. Il Parisi, sebbene a malincuore, si arrese alle mie insistenze, e presosi con mal garbo l'involto dello argento, mi disse: Bada di non parlare perchè altrimenti ci andrà di mezzo la tua vita.
  Non posso precisare se quando il Parisi mi parlò la prima volta dinanzi la Villa, fosse già scorsa la prima metà del mese di settembre.
  Ricordo però indubbiamente che eravamo nel mese di settembre e che quando ebbe luogo il discorso dinanzi la Villa, nella stessa suonava la banda musicale.
  Per il servizio da me prestato al Parisi ed al D'Aquino, io posso affermare di non aver avuto alcun compenso. Non tralascio però di avvertire la S. V. che nei primi di novembre essendo morta mia moglie ed avendo io bisogno del denaro, richiesi qualche cosa ad imprestito al Parisi che si trovava per ragione di visita in casa mia, e che mi rispose ne avrebbe parlato al D'Aquino. Il giorno appresso infatti, incontrato il D'Aquino in piazza S. Filippo, egli mi condusse in Piazza del Duomo, dove mi dette L. 10.
  Aggiungo che il Parisi, quando io gli feci la detta richiesta, mi diede subito due lire. Nei primi di dicembre poi, dovendo io partire per Ramacca, e non avendo denari per il viaggio, domandai altro prestito al Parisi, il quale, dopo qualche giorno, mi dette lire venti.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.