Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I.--Ferculo / Parte I.--Interrogatori


Interrogatorio Nicotra Francesco.
(Fog. 373. vol. 1 -- 1. Aprile 1891).

  D. R. Io non ho menomamente sedotto Alfio Spampinato e non ho fatto nulla per indurlo a pigliar parte ai furti dello argento della bara di S. Agata.
  La S. V. ormai conosce che Alfio Spampinato avea già preso parte al furto degli ostensori della Cattedrale, e quindi egli non era più quell'innocentino che egli si vuol dipingere.
  Il fatto invece andò così:
  Siccome egli era in relazione con suo zio Salvatore Spampinato e con la costui famiglia, la quale abita appunto sotto la casa della famiglia dello stesso Alfio, così questi si accorse che le condizioni finanziarie di suo zio erano alquanto migliorate e sospettò che fosse stato commesso qualche altro furto senza la sua partecipazione--Insistendo presso il detto suo zio egli conobbe la verità, e quindi un giorno mi rimproverò acerbamente che io non avessi invitato anche lui a pigliar parte al furto dello argento. Fu perciò che nelle successive sottrazioni di argento, io feci intervenire, come già dichiarai, alla S. V., il detto Alfio Spampinato.
  E non è pur vero che io avessi detto allo Spampinato di essermi associato a grandi malfattori nell'intendimento di formarmi un ottimo stato.
  Dappoichè i ladri che io nei miei interrogatori nominai alla S. V., li venni a conoscere ed entrai in relazione con loro in una maniera semplicissima.
  Quando la mia famiglia aveva lo stabilimento per la fabbrica della pasta a Picanello, io era preposto alla vendita della pasta nella bottega che allora tenevasi in Piazza Scammacca.
  Un giorno da un avventore che ora più non ricordo, mi fu presentato Paolo Parisi, il quale da allora cominciò a venire di tanto in tanto, già in relazione con me. Un giorno mi propose di spacciare, per mezzo della vendita della pasta, dei biglietti falsi da cinque e da dieci lire. Io però respinsi quella proposta non solo perchè ancora mi ripugnava a prendere parte a reati, ma anche perchè quei biglietti erano di pessima qualità.
  Per mezzo del Parisi poi, feci la conoscenza del D'Aquino, del Consoli e degli altri che la S. V. ormai conosce.
  D. R. Quanto la S. V. mi dice di avere riferito Alfio Spampinato, relativamente al modo con cui mi introdussi nel locale della bara di Sant'Agata, non è che una pura invenzione, e non comprendo perchè lo Spampinato si piacque dire una vera favola, tanto più che io ritengo essere egli a conoscenza del modo vero con cui io, e gli altri miei compagni, entravamo nel detto locale.
  E sul proposito è d'uopo ch'io manifestassi alla giustizia i precisi fatti e circostanze; perchè, a quanto ricordo, quello che ho riferito non è tutto nè perfettamente esatto.
  Per il furto degli ostensori, come la S. V. conosce, furono tolti dal Torrisi dalla stanza del sacerdote Di Maggio. Quando si pensò di rubare al tesoro di S. Agata per garentirsi da ogni sorpresa e per potere all'occorrenza avere un mezzo di fuga pronto, per consiglio di coloro stessi che dovevano restar dentro la Cattedrale e scassinare la porta del Tesoro, furono fatte costruire le chiavi delle serrature della porta laterale della Cattedrale; di quella precisamente che guarda nella Villetta in via Vittorio Emanuele. Le chiavi delle indicate serrature furono costruite sulle impronte fornite dal Torrisi.
  Non posso però dire se le dette impronte fossero state prese dai buchi delle serrature o dalle chiavi vere che potevano bene essere in potere del Torrisi.
  Quando poi si pensò al furto dello argento della bara, dapprima si pensò di costruire delle false chiavi sopra impronte, ma non si riuscì allo scopo. Fu allora che per mezzo del Maccarone si ottennero da Alfio Isaia, figlio del Capo mastro Nicolò, le chiavi vere, vi fecero sulle stesse costruire delle chiavi false, le quali giovarono alla consumazione del secondo furto che rimasero poscia in potere di Concetto e Torrisi [sic] servirono alla consumazione di tutte le successive sottrazioni di argento e furono quindi, come ebbi a dichiarare alla S. V., gettate in mare.
  D. R. Se nei precedenti miei interrogatori dissi alla S. V., che tutti gli strumenti che giovarono per torre l'argento dalla bara appartenevano a Concetto Turrisi, dovette essere in un momento di confusione, in cui non ricordavo bene il fatto di cui si parlava. Avrà potuto forse pur essere che io mi fossi male spiegato.
  Adesso che la S. V. mi richiama l'attenzione, sul proposito posso affermare che taluni dei detti strumenti appartenevano al detto Turrisi, talun'altri al D'Aquino, e qualche altro forse anche al Parisi.
  Del resto, se ne furono trovati nel magazzino della bara, e la S. V. me le fa vedere, io potrò ben essere in grado di riconoscerli e di dare su essi migliori indicazioni.
  D. R. Quando si dovea commettere il furto dello argento della bara vi furono, come già ho detto alla S. V. diversi riunioni fra le persone che doveano pigliar parte allo stesso, riunioni che io non posso precisamente e tutte ricordare.
  Ricordo però che talune di esse ebbero luogo in Villa Bellini, una delle quali fu in vicinanza del viale delle Statue, ed in essa ricordo che intervennero il Parisi, il D'Aquino, il Riela, Salvatore Spampinato e qualche altro che ora più non ricordo.
  D. R. Se mal non ricordo, la seconda volta che si andò a S. Francesco all'Arena per portare e fondere l'argento presso Salvatore Spampinato, la sera si mangiò nella bettola che trovasi sulla strada principale in quella stessa contrada, e si mangiarono precisamente dei merluzzi che aveva portato da Catania Francesco D'Aquino che era venuto in carrozza condotta da un cocchiere piuttosto alto, rosso in faccia di cui non conosco il nome. Mangiammo nella bettola.
  Mangiammo nella bettola io il D'Aquino, il Parisi e Salvatore Spampinato, i quali poscia, con la stessa carrozza ce ne tornammo in Catania.
  Ricordo che una porzione di quei merluzzi fu conservata per uno dei nostri compagni che non era potuto venire con noi, non ricordo per quale ragione-- Ricordo altresì che questo tale pria che noi partissimo per Catania sopraggiunse nella bettola. Ripeto però che non ricordo chi fosse.
  D. R. È vero che a Palermo quando vendetti lo argento per mezzo di Girolamo Barresi, ad un orefice in Via Macqueda assunsi il nome e cognome di Francesco La Rosa, di quel tale cioè cui io avevo venduto l'argento a Messina, come ho dichiarato alla S. V. Anzi ricordo di aver rilasciato al detto orefice una quittanza a mia firma sotto il nome cioè di Francesco La Rosa.
  D. R. Quello argento che fu fuso in casa di Alfio Spampinato, dopo che fu ridotto in verghe, rimase, non ricordo se tutto o in parte, presso lui stesso, ed io domandavo spesso allo Spampinato per sapere che cosa avesse fatto e a chi si fosse rivolto per la vendita -- Finalmente Alfio Spampinato mi assicurò di aver venduto quell'argento per mezzo del sensale Salvatore Pappalardo.
  L'Alfio Spampinato dice che io fui presente alla vendita, vuol dire che non ricorda bene i fatti.
  D. R. Ripeto alla S. V., che con coloro che presero parte alla consumazione dei furti alla Cattedrale io mi trovava, come è naturale supporre, in molte riunioni, le quali spesse volte erano pure accidentali.
  C'incontrammo tre o quattro o più volte e si confabulava dei fatti che erano ancora in progetto. Ricordo che alcuni mesi fa, mentre mi trovavo in Villa Bellini a confabulare con Carmelo Riela e Paolo Parisi in vicinanza del monumento di Mazzini fui veduto da mio fratello Salvatore Nicotra.
  Nell'inverno del 1889, forse qualche mese dopo il furto degli Ostensori, ricordo bene che una sera trovandomi in compagnia di Alfio Spampinato in vicinanza del palazzo dei Tribunali, incontrai Carmelo Riela. Feci aspettare Alfio Spampinato e mi avvicinai al Riela col quale parlai.
  Poscia riunitomi di nuovo allo Spampinato, gli mostrai il Riela facendogli comprendere che costui tra i miei compagni era uno dei pezzi più grossi.
  D. R. All'orefice Paolo Auteri vendetti una sola volta dello argento, e ricavai come ben ricordo, il prezzo di L. 250.
  L'argento venduto allo Auteri era di quello che io presi alla bara di accordo con Alfio Spampinato e con mio fratello Salvatore.
  Se dai miei interrogatorii pare che allo Auteri avessi venduto argento due volte, dev'essere stato certamente effetto di un mio equivoco.
  D. R. Qualche mese dopo i primi due furti dello argento della bara m'incontrai in piazza del Duomo con Alfio Isaja, ci avvicinammo e parlammo del commesso furto, omettendo ciascuno di noi la parte avuta nel medesimo. Fu in questa occasione che entrambi ci impegnammo formalmente a mantenere il segreto l'uno rispetto all'altro -- Sicchè egli promise che in ogni evenienza non avrebbe mai profferito il mio nome, ed io a mia volta feci l'istessa promessa rispetto a lui.
  È stato appunto per questo che io sinora non aveva voluto nominare alla Giustizia lo Isaja come uno dei rei.
  Mostrata all'imputato la quittanza rilasciata all'orefice Vito Brancato in Palermo ed analogamente richieste,
  R. È appunto questa la quittanza, di cui ho parlato, e la firma e le altre parole che sieguono [sic] la stessa, sono di mio carattere. Mostratogli il telegramma spedito da Napoli ai fratelli Cutore in data del 1° novembre 1890, nel quale il Fusco dichiarava non occorrere le informazioni precedentemente richieste sul Nicotra.
  R. Riconosco il telegramma che la S. V. mi presenta: esso è scritto di mio carattere.
  Mostratigli i telegrammi originali spediti da Napoli ad Antonino Nicotra in data del 31 ottobre e del 1° novembre 1890, ed analogamente domandato,
  R. Riconosco i telegrammi che mi si mostrano: Essi furono spediti da me da Napoli ed è di mio proprio carattere.
  Mostratagli la forbice stata sequestrata nella bara,
  R. Riconosco la forbice che la S. V. mi presenta, essa appartiene a Concetto Torrisi.
  Mostratogli lo scalpello sequestrato nella bara,
  R. Riconosco benissimo lo scalpello che mi si mostra: esso fu portato dal D'Aquino, al quale appartiene.
  Mostratagli la tanaglia grande sequestrata nella bara, dopo di aver costatato la identità ed integrità dei suggelli apposti al reperto.
  R. Riconosco la tanaglia che mi si mostra. Essa fu portata da Francesco D'Aquino, al quale di conseguenza appartiene.
  Mostratagli le [sic] tronchessa piccola sequestrata nella bara,
  R. Riconosco benissimo la tronchessa che mi si presenta; essa, se mal non ricordo, venne portata da Paolo Parisi.
  Mostratagli la tronchessa grande sequestrata nella bara,
  R. Riconosco anche quest'altra tronchessa, essa fu portate [sic] da Francesco D'Aquino.
  Mostratagli le due chiavi quasi perfettamente uguali legate con spago, che furono trovate nel locale della bara,
  R. Riconosco le chiavi che mi si mostrano; esse furono costruite per mezzo del D'Aquino, da quel fabbro ferraio che io già indicai alla S. V. e dovevano servire per aprire la serratura della porta di un locale della Cattedrale, non so se armadio o stanzino, nel quale si volea rubare altro argento. Non posso dire però se le dette chiavi fossero riunite, e perchè fossero state lasciate nel magazzino della bara. Ricordo però che esse trovavansi in potere del D'Aquino.
  Mostratagli la chiave che trovasi legata con spago insieme ad un grimaldello e ad una piccola lima senza manico,
  R. Riconosco benissimo la chiave che mi si mostra, essa era destinata ad aprire una delle serrature di una delle porte principali della Cattedrale.
  Riconosco altresì il grimaldello il quale era destinato allo stesso scopo da me indicato per cui le due predette chiavi quasi affatto uguali.
  Riconosco pure la lima, la quale fu portata per tagliare i catenaccetti che chiudevano la cassa di legno che ricopriva la bara.
  Non ricordo però se della detta lima si fosse realmente fatto uso. Le dette chiavi, lima e grimaldello erano in potere dello stesso Francesco D'Aquino -- Ritengo che il D'Aquino, dopo il secondo furto avesse abbandonato, nel locale della bara, gl'indicati grimaldelli e chiave.
  Mostratagli la ferula sequestrata, sopra un estremità della quale trovasi una impronta di chiave,
  R. Riconosco il pezzo di ferula che mi si mostra. L'ho veduto nella bara, ma non ricordo chi dei miei compagni ve lo avessi portato.
  Mostratogli il manico stato sequestrato,
  R. Non posso riconoscere il manico che mi si mostra, non potendo argomentare a quale strumento si appartenesse.
  D. R. A quanto precedentemente dissi relativamente al prete Ragonesi, posso aggiungere che nel tempo in cui si trattava il progetto del furto al tesoro di S. Agata, un giorno Paolo Parisi mi dette una imbasciata in termini convenzionali per il nominato prete.
  Io feci realmente quella imbasciato, [sic] il cui tenore però ora non ricordo -- Ricordo bene però che il Ragonesi mi rispose dando un appuntamento al detto Parisi.
  Portai la risposta al Parisi, ma non so se lo appuntamento avesse avuto effetto.
  D. R. A quanto dissi precedentemente sul conto del Viola posso aggiungere, che egli era in intima relazione con i fratelli Angelo ed Antonino Consoli e specialmente con quest'ultimo, in casa del quale un giorno lo incontrai e fu appunto durante il tempo in cui si trattava del progetto del furto alla bara di S. Agata.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.