Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I.--Ferculo / Parte II.--Esami testimoniali


Domenico Cardile
(Fog. 117, Vol. 2.--27 maggio 1891)

  D. R. Nello scorso inverno mi si presentò un giorno nella mia bottega, in via Primo Settembre, un giovane piuttosto nello, [sic] corto e ben vestito, il quale mi disse che aveva una certa quantità di argento da vendere, ed avendogli io detto che ove ci fossimo accordati col prezzo, avrei potuto comprarlo, egli andò a prenderlo, e poco dopo ritornò mostrandomi alquante verghe di argento, di cui non ricordo il numero.
  Cominciammo a trattare del prezzo, ma siccome egli domandava, a quanto parmi, L. 3, 80 l'oncia, mentre io non poteva pagarglielo che L. 3, 45, si ruppe ogni trattativa.
  Ricordo che egli andò via dicendo che sarebbe andato a Napoli, dove ha un suo compare, per mezzo del quale venduto avrebbe quell'argento ad un prezzo conveniente e superiore a quello da me offertogli.
  Ricordo altresì, che egli mi si dichiarò negoziante in argento e in oro, e mi manifestava di essere stato già in Napoli, dove aveva fatto parecchie vendite di argento.
  Ricordo pure, che l'argento che egli mi fece vedere era saggiato regolarmente dall'officina governativa, come rilevasi dal marchio che le verghe portavano impresso.
  Dopo circa un mese mi si presentò di nuovo offrendomi in vendita un'altra quantità di argento che io mi dichiarai pronto a comprarlo, se egli me lo avrebbe rilasciato a giusto prezzo inferiore però all'offerta da me fattagli la prima volta, perchè il detto metallo era andato diminuendo di valore commerciale.
  Quel giorno dicendomi che ci saremmo facilmente accordati andò a prendere l'argento e lo portò nella mia bottega.
  Notai che le verghe di argento non erano state ancora saggiate.
  Trattammo il proposto negozio, ma non si riuscì a conchiudere nulla, perchè quel tale pretendeva che io glielo pagassi al prezzo da me offertogli la prima volta. E fu notevole il modo con cui rompemmo le nostre trattative.
  Egli per indurmi a comprare secondo la sua pretesa, prometteva che mi avrebbe fatto fare altri affari di maggiore importanza, ed al fine, come per darmi il colpo decisivo mi disse così: Questo argento, signor Cardile, me lo deve pagare al prezzo che voglio io. Poi, io gli [sic] farò guadagnare molto in altro affare di brillanti.
  Dicendo queste parole egli mise la mano in tasca trasse fuori un involto di carta della grassezza di circa un pugno di bambino, ed apertolo, mi fece vedere una quantità di brillanti di diverse dimensioni.
  Io nel vedere quelle pietre preziose, che potevano bene avere un valore da sei a sette mila lire, entrai subito in sospetto, specialmente per la persona che li possedeva e per il modo con cui li portava avvolti in un pezzo di carta, ed allora alzatomi dalla sedia, su cui ero seduto, rivolsi a quel giovine queste precise parole: non sono io quegli della tela. Da queste parole egli comprese subito che io credevo che si trattasse di oggetti di provenienza furtiva, e mostrandosi offeso, cominciò a farmi delle assicurazioni sul suo conto, invitandomi a prendere informazioni su di lui, essendo egli, come affermava, un negoziante con bottega in Catania sulla via Stesicoro Etnea.
  Però, nonostante le sue ripetute assicurazioni, io non volli più trattar la compra dell'argento, e mi rifiutai recisamente di venire a trattative sui brillanti.
  D. R. I brillanti che io vidi erano di taglio antico, e perciò di maggior valore.
  D. R. I brillanti erano, come ho detto, di diverse dimensioni.
  I più grossi erano della grandezza circa di un pisello.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse quel giovane, di cui ho parlato, credo di poterlo riconoscere.
  D. R. Ricordo che la prima volta, quel tale, per invogliarmi a comprare l'argento, mi diceva che mi avrebbe fatto comprare un rotolo di oro, sul quale mi avrebbe fatto guadagnare ben di più.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.