Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I.--Ferculo / Parte II.--Esami testimoniali


Nicotra Antonino
(Fog. 33, vol. 2.--30 gennaio 1891).

  D. R. Vivo in famiglia con mia moglie ed i miei figli Giuseppe Francesco e Salvatore.
  Pria vivevamo tutti uniti nella stessa casa, ma da quando mio figlio Salvatore fu imputato del tentativo di furto in danno della Ditta Savoja e Carbone, mio figlio Giuseppe ha voluto dimorare in casa separata da quella degli altri, la quale trovasi però nello stesso vico Guglielmo.
  Sicchè, da quell'epoca, sogliamo pranzare tutti insieme, ma poscia andiamo tutti a dormire nella altra casa a poca distanza, mentre egli rimane solo in quella stessa dove si pranza.
  Io guadagno qualche cosa col mio mestiere di costruttore di pettini, ma chi contribuisce più di ogni altro al mantenimento della famiglia è il detto mio figlio Giuseppe, il quale come contabile dello Stabilimento S. Lucia, ha lo stipendio di L. 120 al mese.
  Altre L. 50 o 60 mi manda al mese per la famiglia l'altro mio figlio Santo che è impiegato in Paternò.
  I miei figli Francesco e Salvatore da alquanti mesi sono disoccupati, poichè il primo pria era commesso al Bazar di Francesco Scuto, mentre l'altro era commesso presso l'agenzia di certo Platania.
  Però lo Scuto durante lo scorso anno fallì ed il Platania, dopo il tentativo di furto di cui ho parlato, non volle ricevere più mio figlio Salvatore.
  Mio figlio Giuseppe inoltre ha cercato, e cerca tuttavia, di fare affari di commercio in vini. Pria aveva molte bettole, ma la speculazione andò a male. Da qualche tempo quindi si è limitato alla vendita del vino in casa; ed ultimamente infatti, ad uso di tale vendita, ha comprato sedici salme di vino nella cantina vicino alla chiesa di S. Euplio per il prezzo di L. 400 circa.
  Per dare occupazione ai miei figli Francesco e Salvatore, si era pure stabilito di aprire un altro negozio di vino, ed il vino occorrente avrebbe dovuto comprarlo lo stesso mio figlio Giuseppe; però ancora non si è conchiuso nulla, e non conosco il perchè.
  D. R. Mio figlio Francesco qualche volta si è allontanato per qualche giorno da Catania, dicendo di dover andare ad Aci Reale per affari di vino, ma io non son solito di chiedere conto ai miei figli di quello che essi van facendo.
  D. R. Ricordo che nello stesso anno mio figlio Francesco, una volta si recò in Napoli in questo inverno per affari di vino portando seco una valigia. Lo appresi però da un telegramma, che egli mandò di là a mio figlio Giuseppe.
  D. R. Quando seppi dello invio del telegramma ne domandai il motivo a mio figlio Giuseppe, il quale mi rispose che Francesco aveva telegrafato per far dare delle informazioni sul suo conto. Credetti che si trattasse di affari di vino, secondo quello che mi diceva lo stesso Giuseppe, e quindi non mi curai di altro.
  D. R. Quando ritornò mio figlio Francesco gli domandai se fosse stato in Napoli, e perchè avesse spedito quel telegramma.
  Egli mi rispose, che era andato a Napoli per affari di vino, e che aveva fatto quel telegramma per fare dare informazioni sul suo conto, non avendo egli indosso il congedo militare, che era stato smarrito.
  D. R. Quando mio figlio Francesco si allontanava da Catania si faceva dare il denaro pel viaggio da suo fratello Giuseppe: denaro che era, secondo i casi, 15, 20 o 30 lire.
  D. R. Quando partì per Napoli mio figlio Francesco non disse punto dove sarebbe andato, ma il denaro pel viaggio se lo fece dare, come le altre volte, da suo fratello Giuseppe.
  Anzi, quando ritornò da Napoli il detto mio figlio Francesco, portò a suo fratello Giuseppe un soprabito.
  D. R. Ricordo che il prezzo del soprabito fu di L. 25, le quali, come credo, furono comprese in quella somma che, pria di partire Francesco, si fece dare da Giuseppe.
  D. R. Non posso dire se mio figlio Giuseppe avesse dato incarico a suo fratello Francesco di comprargli un soprabito.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.