Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I.--Ferculo / Parte II.--Esami testimoniali


Ventimiglia Francesco
(Fog. 41, vol. 2° -- 3 febbraio 1891).

  D. R. Nello scorso ottobre la sig.ª Concetta Grimaldi trovavasi in urgente bisogno di denaro, sia perchè doveva pagare all'Esattore sig. Catinella circa quattrocento lire per tassa fondiaria, sia perchè doveva pagare una cambiale di L. 163 posseduta dal signor Giulio Baurittel, al quale era stata girata da me.
  Siccome la detta signora Grimaldi è una cliente del signor Avvocato Finocchiaro, perchè il marito di lei Vicari Salvatore trovasi sottoposto a procedimento per falsità in cambiale, così io che sono stato, e sono tuttavia, scritturale nello studio del Signor Avvocato Finocchiaro sopra menzionato, mi adoprai di assistere negli affari la detta Signora.
  Ora per avere il denaro occorrente si pensò di poter vendere taluni oggetti di antichità che la detta signora possedeva, e siccome io avevo personalmente impegnato la mia parola con l'Esattore signor Catinella per il pronto pagamento del debito, ed ero altresì girante della detta cambiale, per togliermi ogni responsabilità mi offersi di recarmi in Napoli a vendere i detti oggetti che erano: un quadro della Madonna delle Grazie, un altro della Sibilla, un altro di S. Ignazio, una tazza chinese con piatto, un boccale di cristallo ed altri oggetti.
  Stabilito il giorno della mia partenza, venne in casa mia un zio di mia moglie, e mostrando di conoscere che io dovevo recarmi in Napoli, mi pregò di fargli il piacere di prendere in mia compagnia un suo amico che mi avrebbe presentato la stessa sera.
  Io aderii al suo desiderio avendomi egli assicurato che trattavasi di un ottimo giovane commerciante o commesso viaggiatore che doveva recarsi a Napoli per affari di commercio.
  Difatti quella sera stessa in piazza del Duomo il D'Aquino mi presentò l'annunciato suo amico, raccomandandomelo come una persona distintissima e degna di ogni riguardo.
  Io strinsi la mano a quel giovane, ed insieme stabilimmo di trovarci la dimani alla stazione, d'onde saremmo partiti insieme per Messina.
  Così avvenne e ricordo che nel vagone, durante il viaggio da Catania a Messina, egli mi disse che si chiamava Francesco Nicotra.
  Giunti a Messina comprammo dei commestibili per consumarli in viaggio, e quindi ci mettemmo sul piroscafo che partiva per Napoli, dove giunti prendemmo alloggio nell'albergo New York in via Piliero N. 21 di proprietà di Raffaele Bracale.
  Il giorno istesso del nostro arrivo scesi dallo albergo, andammo insieme a desinare in una trattoria in Piazza S. Ferdinando -- Poscia ciascuno di noi due attese ai fatti suoi e ci riunivamo soltanto la notte nell'albergo, in cui dormivamo nella stessa stanza.
  La prima notte egli nel ritirarsi domandò a me ed al cameriere dell'albergo, se fosse venuta qualche persona a cercare di lui ed il cameriere gli rispose che era venuto un individuo, il quale aveva detto che sarebbe ritornato il giorno appresso.
  Il giorno appresso il Nicotra, verso mezzogiorno, pria di uscire dall'albergo (essendo egli del resto stato in quel giorno più volte fuori) mi disse che se fosse venuto a cercar di lui qualche persona gli avrei fatto un favore di farlo aspettare in istanza.
  La medesima raccomandazione fece egli al cameriere.
  Dopo qualche tempo io dovetti uscire dallo albergo per miei affari, ed al mio ritorno un po' prima dell'Avemaria, entrando in istanza sorpresi il Nicotra, il quale stava dinanzi al tavolino e su cui stava aperta la sua valigia, e guardando in essa, vidi in un lato delle verghe di metallo che io giudicai fossero o di piombo, o di argento, oppure di stagno.
  Il Nicotra nel vedermi si confuse ed arrossì.
  Io che mi occorsi di ciò ricordando la persona che me lo aveva raccomandato (individui di cattivi precedenti) e vedendo quel metallo sospettai che si trattasse di qualche cosa di cattivo, e quindi feci un'ammonizione al Nicotra dicendogli che faceva male ai suoi affari, e che avrebbe fatto meglio a tenersi fermo nella via dell'onestà.
  Egli non seppe che rispondere, limitandosi soltanto ad affermare che trattavasi di cose da nulla.
  Però quel discorso non gli dovette piacere, sicchè il giorno appresso senza manifestare ragione alcuna, prima di mezzogiorno, abbandonò l'albergo New York per andarsene in un altro.
  Io restai in Napoli nello stesso albergo, come parmi sino al giorno cinque del mese di novembre, o sino al giorno quattro, io ebbi occasione d'incontrare più volte in Napoli il detto Nicotra, il quale non menava di certo una buona vita perchè lo solevo incontrare in compagnia di donne da strapazzo.
  Non avendo potuto vendere gli oggetti di antichità, io dopo avermi fatto spedire del denaro dalla mia famiglia, lasciando gli stessi nell'albergo, partii per Catania.
  D. R. Da Catania partimmo, a quanto ricordo, il giorno ventotto dello scorso ottobre.
  Aggiungo anzi in proposito, che a Messina nello stesso giorno, sul Piroscafo che partiva per Napoli, incontrai diversi condannati, fra cui il Giuntini condannato per fabbricazione di monete false.
  D. R. A Napoli quando stavamo per scendere dal piroscafo io presi, insieme alla mia, la valigia del Nicotra, e potei notare che pesava più di venti chilogrammi.
  Ricordo eziandio che lo albergatore signor Bracale avendo preso anch'egli la detta valigia del Nicotra esclamò: Perdio quanto pesa !....
  D. R. Ritengo che il Nicotra era stato diretto a qualche persona in Napoli, perchè il giorno del nostro arrivo, appena uscimmo dalla trattoria -- egli si mise in una carrozzella ed andò via licenziandosi da me, perchè quel giorno che io lo sorpresi con la valigia aperta gli vidi sullo stesso tavolo un indirizzo per via Toledo N. 71 o 171.
  Io gli domandai che significasse quell'indirizzo, ed egli mi rispose che era d'una persona che fabbricava medaglie, ciondoli e simili.
  D. R. Non conosco affatto quale sia lo albergo nel quale andò ad albergare il Nicotra quando si separò da me.
  Potrebbe però saperlo quel vecchietto con la barba rasa vestito di panno oscuro con cappello a cencio, e precisamente quel tale, che fa il cicerone e che suole sedere per abitudine nel caffè in Piazza del Municipio all'angolo della via Piliero rimpetto l'arsenale.
  D. R. Ignoro da chi il D'Aquino avesse saputo che io doveva andare in Napoli; ma lo avrà appreso dalla mia famiglia o da Salvatore Vicari, marito della Sig. Grimaldi o dal costui sensale Giovanni Cuppari.
  D. R. Pochi giorni dopo il mio arrivo in Catania, un giorno verso le ore otto antimeridiane, incontrai il sopramenzionato Nicotra in carrozzella che veniva già dal borgo.
  Quando lo incontrai egli era giunto in piazza Stesicoro-Etnea, ed aveva nella carrozzella, e sotto i piedi del cocchiere, quella stessa valigia che aveva portato in Napoli quando fummo insieme.
  Io supposi che egli partisse per Palermo, perchè a Napoli egli mi aveva detto che si doveva colà recare.
  Da quel giorno in poi non ho più veduto il detto Nicotra.
  D. R. Quando partii da Napoli presi la via terrestre e da Reggio poi passai a Messina, e di là mi condussi in Catania.
  D. R. In seguito a quanto ho inteso dire questi giorni sul furto della bara di S. Agata e su certo Nicotra, io mi sono subito ricordato dei fatti di Napoli e dei sospetti che avevo fatto su quel tale Francesco Nicotra, ed ardevo proprio dal desiderio di manifestare alla giustizia quanto era a mia conoscenza.
  D. R. Quando tornai da Napoli rimproverai acerbamente il detto D'Aquino perchè non era stata una buona azione il darmi a compagno quel tale individuo, e gli dissi quello che avevo veduto e notato in Napoli e la vita che il Nicotra colà menato aveva.
  Il D'Aquino insistette nell'affermarmi che il Nicotra era una buona persona, conchiudendo col dirmi: Non vi curate di queste cose.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.