Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte I.--Interrogatori


Ordinanza della Camera di Consiglio del Tribunale a carico Di Maggio.
(Fol. 207, Vol. 1°--27 agosto 1890).

  Ritenuto in fatto:
  Che la notte del 7 all'8 settembre 1889 un furto di due preziosi ostensorii del valore superiore alle lire 5500 fu perpetrato in questa Cattedrale, desso furto fu studiato da abile persona e che il suo autore agì scientemente.
  Tutti gli oggetti preziosi di spettanza della Chiesa erano affidati al sagrista maggiore Di Maggio Domenico, che si aveva le chiavi e che conservava presso di sè nel suo alloggio che soprastà alla Sagrestia, ov'è un balcone prospiciente in essa; la cui porta di notte restava aperta e quella notte, dietro la porta d'ingresso dell'alloggio del predetto Di Maggio, dormirono i piccoli sagrestani, ed il sagrista Torrisi nel camerone contiguo alla sua stanza, notte che egli passò in veglia perchè molestato da insetti.
  La sera del 7, finite le funzioni, le porte esterne ed interne, furono chiuse a chiave e si passò la rivista in essa Chiesa e non si costatò la presenza di alcuno estraneo; indi il Di Maggio se ne uscì a spasso per la città per la porta che immette nella via Vittorio Emanuele conservando le chiavi del suo alloggio, e verso le ore 11 di sera, rincasò.
  Il mattino dell'8, cosa insolita, si alzò di buon ora e vide le porte interne, cioè quelle della sagrestia del capitolo e quelle del tesoro, aperte, colle stesse chiavi infisse nella toppa, anco quella che dà nella via Vittorio Emanuele, la serratura che assicurava la porta del tesoro si avea un segreto che solo conosceva il Di Maggio, per averlo appreso dal suo predecessore, già defunto, e dal capo maestro, soggetto degno di stima e di grande fiducia.
  Accesso l'ufficio nella Chiesa ed ispezionato l'alloggio del Di Maggio, lo domandò dove egli aveva conservato la chiave, precisamente quella del tesoro, e ci additò un tiratoio di un tavolo fermato a chiave e le altre sul sottospecchio; dimandato se eravi stato con lui quella notte qualche estraneo, rispose negativamente; perocchè in una arcova riparata da un paravento fu osservato un letto scomposto e dimandato su cotesto estremo, rispose: che giorni nanti, per più sere, avea prestato alloggio al suo compare Motta Vincenzo, persona sospetta. Da siffatte contradizioni si sollevarono sospetti contro di lui, che più tardi divennero certezze, perocchè progredita la istruzione si venne a conoscere che esso Di Maggio, anzichè unto del Signore, era rotto alla lussuria, si aveva abito di piaceri carnali, egli per molti anni era stato in illecita tresca colla figlia del Motta a nome Agatina, donna di belle fattezze e che poscia esso Di Maggio la cesse in matrimonio a tal Lo Porto Salvatore ed in comprova di ciò si son trovati, tanto presso di lui, quanto appo la Agatina, lettere lascive e fuvvi a liquidarsi la circostanza d'una seconda chiave che apriva l'uscio dell'alloggio fatta costruire per comodità della Agatina, chiave che fu sequestrata a domicilio del Motta che sperimentato lo dischiudeva.
  Il Di Maggio nelle sue ammissioni à tentato di riversare la responsabilità a certi Leone Giovanni, genero del custode della Chiesa, Maccarrone, già fidanzato a certa Licciardello Carmela, e lo dipingeva a foschi colori dicendolo ladro, ozioso e capace di commettere il furto, e ciò per confidenze avute dalla famiglia Licciardello, però egli è stato smentito dalla Licciardello e da un fatto eloquentissimo che esso Leone all'epoca del furto si trovava a Messina ricoverato all'ospedale Militare.
  Esso Di Maggio rumina nella sua mente come scagionarsi ed accusa i sediarii, altri preti, ma indarno; inoltre accusa il compare Motta come colui che perpetrò il furto e lo scongiura alla restituzione degli ostensorii.
  Il Di Maggio nei primordii della Istruttoria tentava di trovare una tavola di salvezza e faceva assegnamento sui sagrestani Torrisi e Nicotra, istigando il primo a che dichiarasse che quella notte avea dormito profondamente e di non avere inteso rumore con [sic] negare che i piccoli sagrestani quella notte aveano dormito vicino il finestrino accanto la porta d'ingresso del suo alloggio, lo stesso insinuò al ragazzo Nicotra, però cotestoro respinsero coteste suggestioni e gliele sostennero in confronto.
  In fine esso Di Maggio ha asserito che dal tiratoio del tavolo che era nella stanza da ricevere erano state involate L. 25 in carta moneta ed una piastra d'argento, mentre in esso tiratoio, c'erano tre posate d'argento che non gli furono involate.
  Attesochè dalle prove raccolte nettamente resta dimostrato che il sistema di difesa tenuto dal prevenuto Di Maggio d'essergli state sottratte le chiavi è cerebrino oltremodo, gli stanno di contro le deposizioni dei sagrestani e precisamente dei due testi Nicotra e Torrisi, testi degni di fede, a cui puossi apprestare piena fiducia ed acquietarsi l'animo del magistrato non essendosi per altri estremi infirmata la loro sincerità.
  Se egli, il Di Maggio, finite le funzioni la sera del 7 si ritirò, le chiavi conservò nel suo alloggio che chiuse a chiave andandosene a spasso per la Città; se quella notte egli era in possesso delle chiavi; se quella notte tutte le porte interne ed esterne erano chiuse; se quella notte dormirono dinanti la porta del suo alloggio i piccoli sagristani; se quella notte il Torrisi adagiossi non nel suo stanzino d'alloggio, ma nel camerone prospiciente sulla villetta, e fu sempre desto per il corso di detta notte; se suggestioni di esso incolpato furono fatte al Torrisi ed al Nicotra onde occultare all'autorità simili circostanze, se le sue infondate accuse contro il Leone ed il Maccarrone; il non avuto furto delle posate d'argento nel tiratoio, ove conservava la chiave del tesoro; se egli solo conservava il segreto della toppa che garentiva la porta del tesoro, i fatti indicati sono così strettamente congiunti che conglobati nel loro insieme rivelano una serie d'indizii necessarii e gravi da stabilire con certezza la impossibilità che alcuno sia penetrato quella notte nel suo alloggio; anzi essi escludono qualsiasi possibilità inversa e riconducono a quella prova di ragione che altro non sia stato, l'autore del furto in esame, che esso prevenuto Di Maggio di conserva al detto suo compare Motta.
  Attesochè l'ammissione di questi estremi non hanno alcuna apparenza di fondamento, perocchè risulta stabilito negli atti che la indicata notte innanti al portone del suo genero Lo Porto fu visto fermato un legno, ciò che addimostra che egli ritornava da Catania, fatto che associato ai precedenti ha le intime relazioni tra lui ed il Di Maggio.
  L'avere dormito più notti nel di costui alloggio difilati manoducono alla prova apodittica che esso Motta sia stato il compagno del Di Maggio nella consumazione del furto, e vieppiù siffatta prova si rafforza, quando si riflette che la di lui accampata coartata non rispose allo scopo per cui era stata indetta, sicchè per siffatti rilievi la giustizia ottenne un completo d'indizii necessari e gravi da costituire quel grado di certezze giudiziarie che autori del detto furto sono stati il ripetuto Di Maggio e Motta.
  Attesochè sul conto dei due coinvolti Agatina Motta e Fazio Giuseppa [sic] la istruttoria contro i medesimi non ha rivelato indizii sufficienti, di conseguenza ragion vuole che i medesimi siano prosciolti.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.