Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte I.--Interrogatori


Interrogatorio Spampinato Salvatore
(Fog. 314, vol. 1°--5 marzo 1891).

  D. R. Mi sono deciso di dire alla giustizia tutta la verità intorno ai fatti sui quali la S. V. in uno dei passati giorni mi interrogò.
  Circa tre mesi prima che fosse commesso il furto delle sfere, si era proposto e discusso fra coloro che vi dovevano pigliar parte, io ricordo all'uopo si tennero delle riunioni al Piano del Borgo e al Piano di S. Agata.
  Le persone che intervenivano alle riunioni erano: Vincenzo Motta, Antonino Consoli, Francesco Nicotra, Francesco D'Aquino, inteso il mammano, Alfio Spampinato ed io.
  Quando tutto era stabilito, una notte venne a chiamarmi in casa Francesco Nicotra, dicendomi che il Consoli ed il D'Aquino col cocchiere erano già pronti, e trovavansi a mangiare in una bettola verso il Tonno.
  Io andai con lui e nel piano del borgo ci riunimmo con mio nipote Alfio Spampinato.
  Là aspettammo alquanto, finchè scesero in carrozza il Consoli ed il D'Aquino, coi quali salì anche in carrozza il Nicotra.
  Mentre la carrozza avviavasi verso la via Vittorio Emanuele, io e mio nipote Alfio, muovemmo parimenti, però a piedi, per recarci in via Vittorio Emanuele dove era il convegno.
  Là separatamente ed in punti diversi aspettammo l'ora stabilita per il furto, cioè l'una antemeridiana.
  Giunta la detta ora, due dei miei compagni si avvicinarono alla porta della sagrestia in via Vittorio Emmanuele, la porta si aperse e quei due, avute le sfere, le portarono nella carrozza dove si collocarono insieme a me e mio nipote Alfio Spampinato.
  Sicchè nella carrozza oltre di noi due, zio e nipote, si trovavano Francesco Nicotra, che stava accanto al cocchiere, nonchè il Consoli ed il D'Aquino.
  La carrozza partì immediatamente per S. Giovanni La Punta e si fermò al Trappeto dinanzi alla porta di Vincenzo Motta, il quale, secondo i presi accordi, si fece trovare là pronto in compagnia di un altro che sentivo indicare come suo genero.
  Consegnati ad essi due gli ostensorii rubati, ce ne ritornammo tutti in Catania, dopo alquanti giorni, per timore delle continue ricerche della Giustizia, le stesse persone ci recammo nuovamente al Trappeto per riprendere le sfere e portarle altrove.
  Giunti colà alla stessa casa del Motta, io non vidi costui perchè era in carcere, nè vidi bene le altre persone che in quella casa ricevettero i miei compagni, perchè io rimasi fuori.
  Riprese le sfere dal giardino dove trovavansi nascoste, ritornammo alla Grotta della Colomba sotto Misterbianco, nella quale nascondemmo le dette sfere, in seguito, ritengo, che i miei compagni fossero andati a prendere parte delle dette sfere, perchè io ricevetti due volte delle somme per mia parte; però io non ebbi avviso di quello che i miei compagni avessero deciso di fare.
  Fui invece invitato di recarmi alla Grotta con tutti gli altri circa 40 giorni dal furto.
  Andai di fatto con gli altri più volte indicati, prendemmo le sfere dalla Grotta e le portammo a San Francesco nella mia abitazione, dove rimasero circa otto giorni.
  Durante questo tempo furono fatte delle trattative per mezzo di Neddu Sciacca coll'intento di preparare il conio e tutto l'occorrente per la falsa fabbricazione di monete d'oro.
  Imperocchè tutti ritenevamo che il metallo delle sfere rubate fosse tutto oro.
  Senonchè quando lo Sciacca si mise all'opera per la fusione del metallo, si accorse che invece trattavasi di argento dorato.
  Dimodochè si dovette smettere l'idea della fabbricazione delle false monete.
  Ricordo anzi in proposito, che durante quegli otto giorni erano rimasti in mio potere in deposito L. 500, che dovevano giovare per la spesa d'impianto della detta fabbricazione, e lo stesso Sciacca avea portato da me, e fatto vedere ai compagni, un conio, che credo fosse per marenghi con l'effegie di Napoleone terzo.
  Smessa l'idea della fabbricazione, si dette opera alla fusione dello argento e si ricavò circa sei rotoli del detto metallo in verghe, che fu portato a vendere in Catania, tranne circa due rotoli che rimase nascosto vicino la mia abitazione all'Arena.
  Nello stesso punto rimasero nascoste le pietre che erano state staccate dalla sfera grande e chiuse in una scatola di latta.
  Coloro che presero parte alla fusione del metallo presso di me, furono Neddu Sciacca, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino, e Francesco Nicotra.
  Dopo circa venti giorni il d'Aquino ed il Nicotra vennero a prendersi le pietre, in mezzo alle quali vi erano delle perle.
  Dico meglio, vennero D'Aquino Francesco e Consoli, a prendere le dette pietre.
  Però quando si era fatta la liquefazione dell'argento, il Nicotra e Neddu Sciacca si erano prese per campione cinque pietre ed una perla per cercare di farne vendita in Palermo, dove, come mi fu riferito, si recarono. Colà però non conchiusero nulla e fu dopo il detto fallito tentativo, che vennero da me i detti Consoli e D'Aquino a pigliarsi la scatola con le pietre e perle.
  Prima però che costoro si fossero prese quelle pietre, era venuto presso di me all'Arena mio nipote Alfio Spampinato e si era preso quei due rotoli d'argento, che erano rimasti nascosti presso la mia abitazione.
  D. R. Conosco Gaetano Mazzola, ma io non lo vidi mai nelle riunioni e nelle operazioni relative al furto degli ostensorii.
  D. R. Non mi accorsi se la notte che fu commesso il furto degli ostensorii oltre le persone da me indicate si trovassero ad attendere in vicinanza della porta della Sagrestia Gaetano Mazzola e Salvatore Nicotra.
  Nelle riunioni a cui ho accennato, che ebbero luogo per il furto delle sfere, e in tutte le operazioni che ebbero luogo in seguito, io non vidi mai il genero del Motta, cioè quel tale che al Trappeto intesi indicare come il genero del Motta.
  Del resto devo far notare alla S. V. che io essendo uomo di campegna [sic] e dovendo attendere alle mie occupazioni campestri non intervenni in tutte le riunioni, che all'uopo si tennero fra coloro che dovevano pigliar parte al furto.
  Quindi ci potevano essere ben altre persone che io non avevo veduto.
  D. R. Durante il tempo che si trattava il progetto dell'indicato furto, io conchiusi l'affitto del fondo che adesso possiedo all'Arena.
  Ricordo che durante lo stesso tempo il D'Aquino a mia richiesta mi diede L. 25, ma tale somma mi fu data perchè io gli dissi che aveva bisogno di denaro o non perchè dovevo stipulare il contratto d'affitto di detto fondo.
  D. R. Durante il tempo che fui in relazione con le indicate persone per il furto degli ostensorii udivo che essi dicevano che il Sac. Domenico Di Maggio era affatto innocente del detto reato.
  Ricordo anzi, che essi indicavano come colui che avea preso gli ostensorii e li avea portato sino alla porta della sagrestia, un tale che si era scusato col dire che la notte del furto era rimasto in veglia uccidendo cimici.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse quel tale che io mi sentivo indicare come genero del Motta, non potrei conoscerlo, perchè lo vidi appena una sola volta.
  D. R. Come parte mia sul ricavato del furto degli ostensorii, non ebbi che L. 300 in tutto.
  D. R. Rettificando quello che ho detto circa le persone che presero parte alla fusione dello argento presso di me all'Arena, devo dire che oltre lo Sciacca, il D'Aquino ed il Consoli, vi era pure mio nipote Alfio Spampinato, e che Francesco Nicotra giunse quando già la fusione aveva avuto luogo.
  D. R. Secondo sentivo dire ai miei compagni, quel tale delle cimici era il Sagristano Torrisi.
  D. R. Non so che cosa fosse avvenuto delle pietre e delle perle, di cui ho parlato.
  D. R. Il crogiuolo occorrente per la fusione dello argento ed il carbone all'uopo necessario, furono portati da Neddu Sciacca.
  Avendo confessato il commesso delitto, non ho da indicare testimoni a mia discolpa.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.