Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte I.--Interrogatori


Interrogatorio di Torrisi Concetto.
(Fog. 399, vol. 1.--1 maggio 1891).

  D. R. Il rimorso della coscienza, specialmente perchè due notti non ho potuto chiudere un occhio, mi ha spinto a dire la verità alla Giustizia, anche per i consigli che ho avuto da un uomo mio compagno di carcere--Anzi in proposito non tralascio di dichiarare che in sogno, in una delle scorse notti, mi è apparsa la Madonna, che si mostrava adirata verso di me.
  Mi apparse pure S. Antonino, il quale mi faceva col capo un segno come di minaccia. Ho deciso perciò di mettere in pace la mia coscienza confessando la verità alla Giustizia e ponendomi poscia in grazia di Dio col confessarmi e comunicarmi--Imperocchè il giorno di S. Agata fece due anni che più non mi comunicava.
  Potrei anche dire che fece pur due anni che non mi confessavo; poichè se nei detti due anni mi confessai qualche volta, si fu per semplice apparenza e per non dare scandalo.
  Sui fatti per cui la Giustizia mi tiene in carcere ecco quanto posso rivelare alla S. V.
  Dopo la morte di mio padre io avevo la vocazione di farmi monaco. Il Sacerdote Domenico Di Maggio soleva venire in S. Gregorio in tutte le feste per celebrare la messa nella cappella che trovasi nel fondo di un certo Barbagallo. Un giorno di festa io colsi l'occasione di parlare col Di Maggio per consigliarmi con lui circa il mio desiderio di farmi monaco.
  Il Di Maggio mi dissuase dal mio proponimento e mi consigliò invece di entrare nella Cattedrale come sacristano, di passare poscia nel seminario e di divenire in seguito sacerdote. Io feci delle obbiezioni, specialmente per la mia mancanza di mezzi, ma il Di Maggio risolutamente mi incoraggiò dicendomi che avrebbe pensato egli stesso a farmi superare tutte le difficoltà.
  Fu così che io divenni sacristano della Cattedrale. Dopo circa due anni, un giorno padre Di Maggio mi chiamò in una delle sue stanze e precisamente in quella che tiene dietro all'altra dove egli soleva dormire. Colà trovai Francesco Nicotra, che io avevo conosciuto due giorni prima nella occasione della venuta del Cardinale da Roma -- Il Di Maggio dopo avermi parlato della sua affezione per me, venne a propormi di prendere parte ad un furto di alquanti oggetti di argento appartenenti alla Cattedrale. Si doveano, mi diceva egli, raccogliere tutti gli oggetti d'argento che erano quotidianamente in uso alla Cattedrale e anche quegli altri oggetti che solevano conservarsi alla Cattedrale, ma che appartenevano alla Chiesa di San Cristoforo Minore; si doveano ravvolgere in certi portali vecchi, si doveano collocare in due sacchi e quindi si doveano consegnare alle persone che sarebbero venute di notte in compagnia del Nicotra, dalla porta della sagrestia in via Vittorio Emmanuele-- Padre Di Maggio cercò insistentemente persuardermi delle indicate operazioni.
  Io però mi negai recisamente.
  Il discorso che ebbi col Di Maggio, e che ora ho riferito ebbe luogo precisamente il giorno di San Giuseppe dell'anno 1889.
  Il giorno prima di settembre dello stesso anno cominciarono alla Cattedrale le così dette feste delle Quarantore; ed il Di Maggio quel giorno stesso, verso le 3 pom. mi chiamò nuovamente nella solita stanza dove mi ripetè il discorso del giorno di San Giuseppe: Anzi ricordo che per decidermi a seguire la sua proposta mi dicea che io, sia per mancanza di mezzi, sia per mancanza d'intelligenza, sia per mancanza di studii, non avrei mai potuto raggiungere lo stato sacerdotale, e che seguendo invece i suoi consigli, egli avrebbe fatto sì che non mi avrebbe fatto ritornare a lavorare la terra.
  Non ostante per le sue insistenti incitazioni io continuai, a persistere nel rifiuto. Il giorno quattro settembre, verso la stessa ora, mi chiamò nuovamente nella solita stanza e tornò alla carica con la solita proposta.
  Stavolta però io mi lasciai sedurre e dissi che avrei fatto come egli voleva. Lo stesso giorno verso le quattro e mezzo p. m., mentre mi trovavo nella sacristia fui fatto chiamare da padre Di Maggio. Mi recai da lui e nella solita stanza lo trovai in compagnia di Francesco Nicotra e di un altro sui cinquant'anni di statura piuttosto alta e con la barba grigia. Il Di Maggio in mia presenza annunziò a quei due che io mi ero persuaso di prendere parte al proposto furto, ed allora si stabilì che tutto si sarebbe fatto l'ultima notte delle feste delle Quarantore, cioè la notte del sei al sette settembre.
  Ricordo in proposito che quell'uomo colla barba grigia mi battè colla mano nella spalla dandomi coraggio e che lo stesso Di Maggio avvertì quei due che io non volevo nulla per il servizio che avrei prestato e che desideravo soltanto mi si facesse svingolare dai lacci della Giustizia ove mai vi fossi caduto per quel furto.
  Il Nicotra allora fece osservare che io avrei dovuto prendermi per mia parte le onze 30 che mi avrebbero date, perchè altrimenti ci sarebbe stato il pericolo che io avessi rivelato il fatto alla Giustizia e che avessi rovinati tanti poveri padri di famiglia.
  Il giorno 6 settembre, non ricordo precisamente per quale ragione, si uscì per le funzioni ecclesiastiche l'ostensorio grande, mentre sino allora le dette funzioni si erano celebrate con l'ostensore piccolo.
  Fu perciò che il Di Maggio verso le 6 p. m. mi disse che invece di sottrare tutti quegli oggetti di argento, era senza dubbio meglio prendere i due ostensori, poichè così l'operazione sarebbe riunita [sic] più facile e più sicura, mentre del resto l'ostensorio grande da se solo valeva più che tutto l'argento della Cattedrale.
  Imperocchè dovendosi portar via soltanto gli ostensori, non era più necessario che venissero dietro la porta della sacrestia molte persone per il trasporto delle cose rubate--Egli di fatti fece come disse, e si ritirò alla Cattedrale verso le undici meno un quarto.
  Dopo il suo ritorno io e gli altri sacristani consegnammo a lui le chiavi della chiesa e della sacristia, e ce ne andammo a dormire, mentre egli entravasene nelle sue stanze.
  Io me ne andai a coricare nello stanzone che ha due balconi che guardano nella villetta adiacente alla Cattedrale, e si coricarono con me quei due sacristani che io già indicai alla S. V. nei due precedenti miei interrogatorii.
  Verso la mezzanotte padre Di Maggio, si recò pian piano da me, mi svegliò e mi disse di tenermi sveglio perchè avvicinavasi l'ora del furto.
  Padre Di Maggio, mi consigliava di mettermi a leggere, ma io gli feci osservare che la lettura mi avrebbe aumentato il sonno. Egli allora mi suggerì l'idea di mettermi a fare dei quadrettini di cartone come solevo.
  Io mi misi all'uopo a tagliare delle striscie di carta.
  Poscia essendomi terminata la carta e non potendo fare altro perchè mi mancava la colla per la costruzione dei quadrettini, presi un cerino e mi misi a bruciare delle cimici che io vedevo qua e là nelle pareti.
  Mentre ero intento nell'indicata operazione intesi un fischio che compresi essere il segnale stabilito per metterci subito all'opera, essendo i compagni già pronti dietro la porta della sacristia. -- Io non mi mossi finchè non venne da me padre Di Maggio, il quale non tardò a presentarmisi e a condurmi seco nelle sue stanze, dove mi consegnò quattro chiavi, cioè: quella della sacristia comune, quella della sacristia dei canonici, quella della porta che dalla sacristia da in via Vittorio Emanuele e quella della Giunta, cioè dello stanzino ove si riponevano arredi sacri, e in quel tempo anche gli ostensori.
  Però ad un tratto, padre Di Maggio, come pentitosi, si riprese quelle chiavi, e, dopo di avere indossato l'abito talare, dette a me 3 di quelle chiavi, tenendosi quella della porta di via Vittorio Emanuele.
  Io, scalzo com'ero, e come mi avea fatto venire il Di Maggio, scesi innanzi ed egli mi tenne dietro, e mentre io aprivo le porte di via Vittorio Emanuele, dalla quale vidi tosto entrare, il Nicotra, quell'uomo dai 50 anni, ed un altro giovane snello, piuttosto alto e con piccoli baffi neri.
  Io in quel momento mi recai ad aprire la porta della Giunta. Siccome però la serratura della stessa era chiusa nel così detto segreto, io mi volsi per chiamare il padre Di Maggio, dicendo che egli solo poteva aprire perchè conosceva il detto segreto.
  Padre Di Maggio in quel momento stava dinanzi la porta di via Vittorio Emanuele e parlava con altre persone che stavano sulla detta via. Però il Nicotra accorso subito verso di me profferando qualche parola di meraviglia che suonavano, come io ricordo, così: sacristani vecchi che non conoscono neppure il segreto delle porte, e così dicendo mise mano egli stesso alla chiave ed aperse speditamente la porta della Giunta.
  Aperta quella porta quei tre entrarono nello stanzino della Giunta e l'uomo dai cinquant'anni vedendo il solo ostensorio grande che stava sopra il tavolo che trovasi in mezzo a quello stanzino, disse: Ma qui non c'è che una sola sfera.
  Il Nicotra allora rispose subito con queste precise parole «L'altra è nella tana» e sollecitamente egli stesso si recò a prenderla nel ripostiglio che trovasi nello indicato stanzino.
  Prese i due ostensorii, quel giovane dai baffi neri, vedendo in quel luogo tanti oggetti di argento disse: E questi dobbiamo lasciarli qui? Ma quegli dai cinquant'anni rispose: «appresso potremo venire a prenderli».
  I due ostensorii furono posti e ravvolti in due sacchi e portati via da quei tre individui, poichè io non vidi affatto le altre persone che stavano in via Vittorio Emanuele -- Ricordo che l'uomo dai cinquant'anni ed il giovane, pria di andarsene, baciarono la mano a Padre Di Maggio, ciò che non feci il Nicotra.
  Dopo che coloro se ne furono andati io stavo per chiudere le porte della sacristia; ma Padre Di Maggio mi disse di lasciarle aperte come trovavansi, e dopo che egli ebbe ben chiusa la porta che dà sulla via, mi fece salire con lui nelle sue stanze a prendere tutte le chiavi e gettarle qui e colà in terra per far credere che i ladri nella confusione le avessero colà abbandonati.
  In seguito egli aperse il suo cassuolo della sagristia e sconvolse tutti gli oggetti che vi si trovavano e lo lasciò quindi per metà aperto.
  Quindi mi disse di andarmene a letto, come io feci.
  La dimane verso le sei e un quarto antimeridiane, egli mi chiamò alquanto inquietato, annunziando che dal cassuolo della sua stanza gli erano state rubate lire venticinque.
  Mi feci chiamare, e perquesire tutti i sacristanelli, e quindi guardando dal balcone che dà nella sacristia comune finse di accorgersi che trovavasi aperto il suo cassuolo e disse «il mio cassuolo e aperto, ci deve esser stato danno in Chiesa» e si mosse subito per discendere.
  Giunto nella sacristia, dopo aver osservato il suo cassuolo, disse che gli mancavano lire 30.
  Io intanto avevo finto di osservare se mancasse cosa nella chiesa, e ritornando verso il Di Maggio, intesi che gli diceva mancargli pure le chiavi della Giunta.
  Allora io risposi: «La porta della Giunta è aperta».
  Imperocchè quella mattina egli, pria di chiamarmi avea avuto cura di aprire la porta di via Vittorio Emanuele e quella della Giunta e di lasciarli aperte.
  Appena il Di Maggio intese da me che la porta della Giunta era aperta entrò nello stanzino della Giunta e, fingendo dolorosa sorpresa, annunziò che erano state rubati gli ostensori.
  Dopo ciò, egli, si recò tosto ad annunziare il fatto a Monsignor Caff, il quale dette ordine di informare la questura.
  Fu perciò che il Di Maggio, in compagnia del sacristano Nicotra, andò ad avvertire la Questura.
  Più tardi vennero poscia alla Cattedrale tutte le Autorità, e fu cominciato il processo--Secondo gli accordi presi, io avrei dovuto dire che la notte stanco dai lavori del giorno, e un po' preso dal vino, avevo dormito tutta la notte e non avevo nulla inteso, ed il Di Maggio, a volta, avrebbe dovuto dire che non sospettava punto dei sagristani e che dubitava che i ladri si fossero introdotti dai balconi dello stanzone in cui io dormivo. Anzi ricordo che si era stabilito di doversi collocare sotto uno dei detti balconi, una scala a pioli per far credere appunto a quanto il Di Maggio avrebbe detto a deviare così le tracce della Giustizia--Forse però coloro che vi dovevano pensare, dimenticarono di far mettere la scala.
  Se non che il Di Maggio fece la sua dichiarazione secondo gli accordi presi, ma io che ero già avvinto dalla paura di essere arrestato, dissi invece che ero stato sveglio quasi tutta la notte perchè assalito dagli insetti e tormentato dal caldo.
  Il Di Maggio, che intese la mia dichiarazione, appena potè, con un pretesto mi avvicinò lamentandosi di quello che io avevo detto, e si raccomandò a me dicendomi che io solo potevo salvarlo.
  Simile raccomandazione mi fece poco dopo quando già era stato dichiarato in arresto.
  Circa dieci giorni dopo l'esposto fatto, verso le nove e mezzo a. m. intesi picchiare alla porta della sacristia--Apersi e vidi un giovinetto di circa tredici anni che mi consegnò un involto dicendomi che lo mandava Don Ciccio. Io domandai chi fosse il Don Ciccio, e quel giovinotto mi mostrò Francesco Nicotra, che stava a circa sette od otto passi di distanza.
  Il Nicotra, vedendomi, mi salutò e quindi mi fece un segno con le due mani, come se mi volesse dire: Sfogliate il libro.
  Ricevetti quell'involto e con esso anche un cappello coperto di carta velina, come se fosse nuovo, mentre come poi scopersi, era abbastanza usato.
  Nell'involto trovai sei fazzoletti di cotone, un vocabolario italiano, quattro libri vecchi, un cartoccio di confetti ripieni di rosolio e qualche rotolo di dolci oltre il fazzoletto grande in cui erano ravvolti tutti gli indicati oggetti--Dopo circa altri dieci giorni, un giorno di venerdì, mentre mi trovavo nella villetta adiacente alla Cattedrale, vidi venirmi incontro Francesco Nicotra, il quale mi rimproverava acerbamente di quanto avevo deposto a carico del prete Di Maggio, infrangendo gli accordi che si erano presi quando si trattò della consumazione del furto, e conchiuse quindi minacciandomi con queste parole:
  Allora mi quieterò quando ti avrò fatto squagliare le ossa nel carcere; guai a te ed alla tua famiglia se dirai qualche parola.
  Da quel giorno in poi non vidi più Francesco Nicotra.
  Quindi un giorno dopo quell'incontro sfogliando il vocabolario, di cui ho parlato, vi trovai un biglietto da lire cinque.
  D. R. Per mia opinione posso dire che nel furto degli ostensorii deve avervi avuto parte Vincenzo Motta, il quale era in intime relazioni col prete Di Maggio ed era sempre alla Cattedrale in tutte le volte in cui vi si teneva discorso del furto da commettersi, sebbene però egli non fosse presente ai discorsi stessi.
  Egli fu alla Cattedrale e presso il Di Maggio fino al quarto giorno della festa del quarantore e poi disparve.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.