Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte I.--Interrogatori


Interrogatorio di Maccarrone Francesco.
(Fog. 465, vol. 1°--16 giugno 1891).

  D. R. Su quanto la S. V. mi domanda, ecco ciò che posso dirle:
  Tra me e Vincenzo Motta, non vi furono mai motivi d'inimicizia, nè quistioni di sorta.
  Io però avvertivo sempre il sacerdote Di Maggio di allontanarsi dall'amicizia del detto Motta e della costui famiglia, od almeno di non ammetterli tanto di frequente nella Cattedrale, specialmente perchè tanto il Motta, quanto qualche figlio di costui avevano cattiva reputazione.
  Dopo il furto degli ostensori generalmente si sospettava del detto Vincenzo Motta e l'opinione pubblica si sorprese quando intese la condanna del Di Maggio e l'assoluzione del Motta--Quando il Motta uscì dal carcere, la prossima domenica immediatamente alla sua liberazione, verso le dieci del mattino si presentò nella Cattedrale, entrò nella Cappella del Crocifisso e dal custode che là trovavasi, si fece accendere sei lampade e s'inginocchiò in atto di preghiera ascoltandosi anche la messa che cominciò allora a celebrarsi allo altare del Sacramento.
  Il detto Custode si sorprese del fatto, anche per il modo imperioso con cui il Motta si era fatto accendere le lampade, sicchè venne subito da me ad informarmi.
  Non minore fu la mia sorpresa che mi produsse come una scossa nervosa per il grande sdegno che io concepii, sicchè mi mossi diffilato come per inveire contro il detto Motta.
  Se non talune persone che si accorsero del mio movimento mi presero e mi allontanarono. -- Per quanto possano interessare la Giustizia, a quello che io sin'ora ho dichiarato devo aggiungere i seguenti fatti:
  La famiglia Motta come la Giustizia non ignora frequentava con grandissima assiduità l'amicizia del sacerdote Di Maggio.
  Nei primi quattro giorni della festa del Quarantore del 1889, nel tempo delle funzioni ecclesiastiche io potei con dispiacere notare che il Di Maggio dava il caffè al Vincenzo Motta, mentre costui se ne stava nella cosidetta stanza della Giunta, dove trovavansi conservati molti oggetti di valore.
  Non tralasciai di fare al Di Maggio le debite avvertenze, ma egli mi rispose sempre «Fatevi i fatti vostri trattandosi di amici miei che io conosco da molto tempo».
  Appena si seppe del furto degli ostensori, io accorsi nella sagristia e mi sentii mancare le gambe come se mi si rompessero, sicchè mi sedetti sopra uno dei banchi che colà trovavansi--Girai attorno lo sguardo, guardai dapertutto [sic] e notai che non vi era nessuno della famiglia Motta.
  Comunicai allora la mia osservazione a D. Giuseppe il cameriere di monsignor Caff e lo invitai a recarsi dal detto Monsignore a dirgli che l'opinione pubblica accusava la famiglia Motta e che io era dello stesso avviso.
  Il detto cameriere venne di poi a riferirmi che Monsignor Caff gli aveva risposto queste parole: «Adesso c'è la Giustizia, spetta ad essa il fare quel che si deve».
  D. R. Non ricordo le persone che mi presero per le spalle quando io nella Cattedrale cercavo di andar contro il Motta, tanto più che esse non erano persone di mia conoscenza e si trovavano in Chiesa casualmente, e meglio per ragion di culto--Potrebbe però ricordarsi in proposito qualche cosa il custode della Cappella del Crocifisso.
  L'imputato spontaneamente ha soggiunto:
  Una sorella di Vincenzo Motta personalmente ogni mattina recavasi dal sacerdote Di Maggio.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.