Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte II.--Esami testimoniali


Giuseppe Maugeri
(Fol. 1, Vol. 2.--14 settembre 1889)

  D. R. Finite le funzioni religiose, il sagrista maggiore Sacerdote Di Maggio chiuse con chiave tutte le porte della chiesa, che dànno sulla strada, e quindi si passò alla consueta rivista da lui e tutti i sagristanelli e i sediarii, in tutta la navata della chiesa, e non essendosi niente rimarcato, entrammo tutti in sagristia, ove esso Di Maggio chiuse la porta, che dalla chiesa immette nella detta sagristia, con ferro interno.
  Indi i sediarii se ne uscirono dalla porta della sagristia che immette nella via Vittorio Emmanuele.
  Il Di Maggio salì sopra nel suo appartamento e poi, io, e gli altri sagristanelli, siamo rimasti giù nel portone ad attenderlo.
  Si ritirò poi verso le ore dieci.
  D. R. Le funzioni alla Cattedrale finirono verso le ore 8.
  D. R. Quando rincasò il detto sagrestano maggiore, noi altri sagristani lo aspettavamo giù nel portone, Egli chiuse la porta con chiave e ferro dalla parte interna.
  D. R. Egli ritornò, come dissi, nella indicata ora insieme a Don Salvatore suo amico, fabbricante di carrozze in piazza Nuovaluce, ma costui non salì sopra, ma si licenziò appena arrivato innanzi al portone.
  D. R. Come appena si ritirò il Di Maggio tutti noi sagristani salimmo in di lui compagnia nel suo alloggio, ove ci siamo fermati per cinque minuti, e poi ci siamo ritirati nella nostra stanza.
  D. R. Io mi sono coricato nella detta nostra stanza insieme ad altri tre sagristani, cioè: Pietro Nicotra, Vincenzo Sedici e Giuseppe Zappalà.
  E altri quattro sacristani si coricarono accanto la porta dell'ingresso del sagrista maggiore e del finestrone che dà nella via Vittorio Emanuele.
  Questi tali erano: Bonaventura Maugeri, Andrea Distefano, Giuffrida Giuseppe e Giuseppe Corsaro.
  D. R. Io non ho visto il suddetto Di Maggio che avesse posto la chiave della sagristia dietro una porta che dà comunicazione all'allogio del Torrisi.
  Egli come entrò, difilato andò nel suo alloggio chiudendo la porta d'ingresso.
  D. R. Quando il Di Maggio uscì di casa quella sera i lembi del ferraiuolo li aveva rivolti sulla pancia e petto.
  D. R. L'ostensorio che quella sera servì alla funzione, esso stesso Di Maggio, appena finito, lo portò nella sacrista del capitolo e lo conservò nel suo luogo; dove soleva sempre conservarsi.
  Posso affermare che dopo la visita io ho visto il Di Maggio chiudere le porte della sagrestia dei preti e quella del capitolo, la prima col ferro in terno, come dissi, e la seconda con chiave.
  D. R. Nell'alloggio del sudetto prete soleva frequentare Vincenzo Motta e la sua figlia, come ancora questo Don Vincenzo dormì in casa del suddetto prete per più sere.
  D. R. Un giorno o due giorni innanzi al furto, ho visto il detto Don Vincenzo nella sagrista insieme al Di Maggio.
  D. R. Quella sera delle funzioni era in chiesa il custode Francesco Maccarone, ma quando si procedette alla rivista nella chiesa, egli se ne era andato.
  D. R. Oltre alla famiglia del Motta solevano frequentare la casa del prete Di Maggio il suddetto carrozziere Don Salvatore, e la sua famiglia, di sera e di giorno.
  D. R. Non è vero che il suddetto Di Maggio abbia lasciato a me ed ai miei colleghi la chiave del tesoro, lasciò solo le altre chiavi riguardanti la sagrestia.
  D. R. Non mi costa che io quella sera abbia visto il Di Maggio deporre o conservare nel cassettone della sagristia la chiave del tesoro.
  D. R. Quando ritornò il Di Maggio quella sera subito gli abbiamo consegnate le chiavi della sagristia e quella della porta che dà nella strada Vittorio Emanuele.
  D. R. La porta d'ingresso al suo alloggio quando il Di Maggio usciva, di giorno la chiudeva a chiave la sera col solo chiavistello che apre dall'interno e dall'esterno.
  Pria di licenziarlo a domanda risponde:
  Io non so persuadermi come i ladri si potevano introdurre nel suo alloggio per rubargli le chiavi, quando dietro la porta vi dormivano quattro sagristani.
  A Domanda risponde:
  Io sono nativo di S. Giovanni La Punta, conosco certo Lo Porto Salvatore genero a Vincenzo Motta, per avere sposato la di costui figlia che frequentava la casa del prete Di Maggio, ciò pochi mesi addietro.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.