Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte II.--Esami testimoniali


Paolo Sciacca
(Fog. 66, vol. 2°--5 aprile 1891)

  D. R. Nello scorso mese di marzo un giorno mi si presentò il fallegname Vito, figliastro dell'orefice Antonino Nicolosi, e mi pregò di vendergli un piccolo diamante.
  Tenuto conto della piccolezza della pietra, io non potei dubitare che fosse cosa di illegittima provenienza e perciò mi dichiarai pronto a contentarlo.
  Difatti vendetti quel diamante pel prezzo di lire tre a quell'incisore napoletano che abita in via Politi.
  Io però al fallegname Vito diedi lire due tenendo lira una per mio compenso.
  Circa tre giorni dopo, lo stesso individuo figliastro dello stesso Antonino Nicolosi, venne a trovarmi, e mi propose di vendergli una pietra rossa che io credetti fosse una bella granatina. Io del resto non m'intendo tanto bene di pietre preziose.
  Non avendo compreso, nè sospettato che fosse pietra di molto valore, mi dichiarai, come la prima volta, pronto a servire quel tale.
  Perciò mi recai dal gioielliere Antonino Puglisi, il quale trovavasi in piazza S. Francesco nella sua bottega in compagnia di suo figlio Carmelo e di un suo nipote.
  Appena presentai quella pietra al Puglisi, egli in atto di gran sorpresa mi dichiarò, che essa era un rubino di molto valore e che doveva essere uno di quelli appartenenti all'ostensorio rubato alla Cattedrale.
  Ciò udendo io mi atterii e scappai subito per consegnare quella pietra a colui che me l'aveva data; e di fatti tutto tremante per lo spavento la consegnai al detto Vito in Piazza Stesicoro-Etnea, dove avevamo stabilito che egli mi avrebbe aspettato.
  Il figlio del Puglisi quello da me indicato che era presente nella bottega del padre, e che aveva tutto veduto, vedendomi scappare mi tenne dietro e mi raggiunse nella stessa Piazza Stesicoro-Etnea, momenti dopo che io aveva restituita quella pietra al detto Vito.
  Ricordo meglio anzi, che colui che mi tenne dietro e mi raggiunse, non fu il figlio, ma il nipote del Puglisi.
  Egli raggiunto che mi ebbe voleva sapere cosa fatto io avessi di quella pietra, ed io mostrai a lui la persona a cui restituita la aveva.
  Non tralascio di far notare alla S. V. che quando restituii la pietra al detto Vito lo rimproverai acerbamente per il brutto tiro che fatto mi aveva dandomi a vendere una pietra rubata; ed egli mi raccomandò di far silenzio su quanto accaduto era.
  D. R. Dopo il furto del rubino di cui ho parlato, io non tralasciai d'informare l'incisore Napoletano a cui avevo venduto quel diamante.
  Costui anche egli impauritosi, mi diede subito quel diamante, perchè lo restituissi al detto Vito.
  Io difatti lo portai in casa di detto Vito e non avendolo trovato consegnai il diamante alla madre di lui, la quale mi restituì il prezzo della vendita.
  La madre del nominato Vito, alla quale feci le mie doglianze per l'operato di suo figlio cercando di giustificare costui mi disse che il diamante era stato comperato da lui stesso presso l'orefice Giuseppe Nicosia, e che il rubino era stato trovato in terra dal medesimo suo figlio.

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Ultima revisione: 28 dicembre 2005.