Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II.--Ostensori / Parte II.--Esami testimoniali


Torrisi Concetto
(Fog. 7, vol. 2.--14 Sett. 1889)

  D. R. In appendice alla mia deposizione di stamane, le manifesto, che era consueto di alzarmi io la mattina verso le cinque per il servizio della chiesa e per isvegliare gli altri sagristani, però il mattino del 7 fu il primo ad alzarsi il Di Maggio ed entrò nella mia stanza a svegliarmi, poichè quella notte io avevo dormito poco o niente per essere stato molestato dagli insetti, e mi annunziò che aveva visto il tiratoio del suo tavolo aperto e da un cassettino sottratte L. 25, cioè, due biglietti di lire dieci ed un pezzo di lire 5.
  Allora io dissi di chiamare i sagristani, e farli venire su nella sua stanza, cosa che si fece, e, venuti, li abbiamo frugati addosso, ma non vi si rinvenne niente.
  Poi io ed il sagristanello Nicotra siamo scesi nella sagristia, e ci sorpresimo che vedemmo la porta che dà nella via Vittorio Emanuele aperta, come del pari quella che della detta porta comunica colla sagrestia.
  Allora io corsi verso l'altare del Sacramento, ove vi erano sei lampieri di argento e nulla trovai mancante.
  Andai all'altare maggiore ch'era parato a festa con candelabri d'argento ed altri arredi di valore e tutto trovai al suo posto.
  Ritornai nella sagrestia e vidi il detto Di Maggio che frugava nel suo tiratoio per vedere se gli avevano involato cosa, e mi disse, che gli mancavano lire 30.
  A questa sua manifestazione di furto sofferto, mi portai nella stanza della giunta e vidi le due porte aperte e mancante l'ostensorio grande.
  Egli corse dietro a me, ed io gli partecipai la mancanza del detto ostensorio, e freddamente rispose: ora siamo consumati, vediamo se ci manca altra cosa; aprii lo scatolo dove si metteva la sfera d'oro e si vide che mancava il solo raggio.
  Dal contegno del suddetto Di Maggio ed il complesso di tutti i fatti, cioè che le chiavi erano in suo potere e che le porte erano state aperte con le stesse chiavi, come constatai coi miei occhi per essere attaccate alle rispettive toppe, che il furto non poteva essere consumato da estranei; in tale rincontro la condotta del detto Di Maggio al riguardo, mi è sembrata equivoca, non sapendo giustificare il modo come si trovarono le chiavi nelle indicate toppe.
  D. R. Ho visto nel tiratoio del suo tavolo, nella stanza da ricevere, talune posate d'argento, che non furono rubate, ed io a tale constatazione gli feci l'osservazione: come! i ladri vi hanno preso le lire 25 e vi hanno lasciato le posate?
  Egli nulla rispose.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.