Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I. -- Ferculo
Parte I. -- Interrogatori


VOL. I.--FERCULO / PARTE I.--INTERROGATORI

  in viso ed avea cominciato a piangere, si è dato a gridare, a schiamazzare, a piangere e ad inveire contro il Nicotra, sicchè dopo aver cercato invano di farlo calmare e sedere, si è dovuto chiamare la guardia carceraria e farlo ricondurre nella sua cella.

Interrogatorio di Nicolosi Antonino
(Fogl. 344, vol. 1.--16 Marzo 1891).

  D. R.--Non posso indicare alla S. V. il cocchiere che condusse me ed il D'Aquino a S. Francesco all'Arena quando vi andammo per la fusione dello argento.
  Io non vi posi alcuna attenzione, nè curai di domandare chi egli si fosse.
  D. R. Oltre le persone da me indicate nel mio precedente interrogatorio, a S. Francesco all'Arena, io non vidi altre persone.
  Posso soltanto soggiungere che la notte del primo giorno, mentre ancora si lavorava per la fusione dello argento, uno di coloro che mi aiutavano e che di tanto in tanto entravano ed uscivano dal luogo dove io era, annunziò una volta la venuta di Riela, dicendo così: Venne Riela.
  Io però non vidi punto la sua persona, a cui con quelle parole s'intese accennare, perchè del resto, io attendevo assiduamente alla fusione dello argento e non mi curavo di quel che potesse altrove avvenire.

Interrogatorio di Alfio Spampinato
(Fog. 345, Vol. 1°.--16 Marzo 1891).

  D. R. Trovandomi in corso di dire tutta la verità alla Giustizia, devo alla S. V. rivelare un altro dei ladri della bara. Egli è Neddu Pappalardo l'amico di Francesco Nicotra.
  Il Pappalardo fu in compagnia di me, di Salvatore Nicotra, e di Salvatore Ferlito quando si commise il furto dello argento che io già confessai alla S. V.
  Sicchè il Pappalardo venne con noi a prendere lo argento dinanzi al magazzino della bara, ed a portarlo quindi al luogo destinato, che era, come questa volta voglio pur confessare, la grotta esistente nel fondo di mio padre a Cibali.

Interrogatorio di Alfio Spampinato
(Fog. 346, vol. 1.--17 Marzo 1891)

  D. R. Volendo dire tutta la verità alla Giustizia confesso pure, che le volte in cui presi parte al furto dello argento della bara di Sant'Agata, furono tre e non una, come precedentemente dichiarai.
  I fatti andarono così:
  La prima volta, in seguito ai presi accordi con Francesco Nicotra, ci riunimmo io e Salvatore Nicotra, ed andammo a prendere l'argento innanzi il portone del magazzino della bara.
  Presolo infatti, uscimmo da porta Uzeda e trovata una carrozzella che passava in quel momento per caso, ci ponemmo su di essa e ci facemmo condurre direttamente a Cibali dove portammo l'argento nella grotta che trovasi nel fondo di mio padre.
  La seconda volta credemmo bene di procurarci pria una carrozzella per riuscire più sicuramente nell'operazione.
  All'uopo io mi rivolsi ad un mio conoscente, inteso comunemente Ciccio il Babbo, il quale a sua volta chiamò quel cocchiere che abita accanto alla Chiesa di Monserrato.
  Costui presentato da me a Salvatore Nicotra, consentì di darci la sua carrozza per un giorno per andare in Paternò come gli facemmo credere, e per il prezzo di L. 13.
  Avuta così la carrozza, conducendola io stesso, ci portammo io, il Nicotra ed il Ferlito a prendere l'argento in Piazza del Duomo al solito posto.
  La carrozza si faceva fermare vicino il portone della bara. Salvatore Ferlito avea cura di spegnere i fanali della piazza col suo bastone.
  Quindi preso l'argento come la prima volta, e messolo in carrozza, andammo a portarlo a Cibali nella stessa grotta.
  La terza volta, dopo i debiti accordi, non solo coi fratelli Nicotra e col Ferlito, ma anche con Neddu Pappalardo, ci recammo con la stessa carrozza, ottenuta dallo stesso cocchiere, come la prima volta, alla marina, o meglio dinanzi Villa Pacini. Di là partirono a chiamare Neddu Pappalardo il detto Ferlito e Salvatore Nicotra, e ritornati quindi col detto Pappalardo, che avevano trovato presso le sorelle Riccioli, si unirono a me.
  Prendemmo in seguito lo argento e ci recammo, come le altre due volte, a portarlo nella grotta di Cibali.

Interrogatorio di Francesco Nicotra
(Fog. 348 Vol. 1°--17 Marzo 1891).

  D. R. Ho appreso da Alfio Spampinato che l'ultima volta in cui egli con mio fratello a con Salvatore Ferlito, si recò in seguito agli accordi stabiliti, a prendere lo argento rubato, trovavasi insieme a loro il mio amico Neddu Pappalardo, ma io in proposito non posso dire altro, non avendo altra notizia che quella datami dallo Spampinato.

Confronto tra Ferlito Salvatore e Spampinato Alfio
(Fog. 349, Vol. 1°--18 marzo 1891).

  Spampinato -- Ricordati, o Ferlito, che tu in compagnia di Salvatore Nicotra e di me, fosti per ben due volte a prendere lo argento rubato alla bara di S. Agata, anzi nell'ultima volta ci era anche Neddu Pappalardo, e tu avevi cura, appena giungevamo in Piazza del Duomo, di smorzare i fanali col tuo bastone.
  Ferlito--Io non ne so di nulla. Tu mi vuoi calunniare.
  Spampinato--Io non ho fatto che dire la verità, e tu faresti bene a confessare anche tu. Tu venivi nella carrozza fino a Cibali, dove portavamo l'argento nella grotta che è nel fondo di mio padre.
  Ferlito--Io ti ripeto che non so nulla. Tu ti vuoi vendicare di me senza che io ti abbia fatto mai nulla.
  Esamina la tua coscienza e dici la verità alla Giustizia.
  Spampinato--La verità l'ho detta. Quante volte devo dirla?.....
  Tu fosti con me e con Salvatore Nicotra per ben due volte a prendere l'argento della bara in Piazza del Duomo.
  Ricordati che avesti anche la tua parte e che Francesco Nicotra in mia presenza, dinanzi la sua casa, ti diede L. 200.
  Ferlito--Quanto dici è falso. Tu non hai coscienza--Tu vuoi rovinare un innocente.
  Ognuno persiste nei proprii detti.

Confronto tra Ferlito Salvatore e Nicotra Francesco
(Fogl. 350, vol. 1.--18 Marzo 1891).

  Nicotra--Fareste bene a dire la verità alla Giustizia come ho fatto io.
  Tu nelle ultime volte che fu rubato l'argento alla bara di S. Agata, venisti in compagnia di mio fratello Salvatore ed Alfio Spampinato in piazza del Duomo a prendere l'argento, che io vi facevo trovare dinanzi al portone del magazzino della bara.
  Ferlito--Io? Anche tu mi vuoi calunniare.
  Io sono affatto innocente--Io non sono giovine da pigliar parte a furti.
  Nicotra--Eppure ti devi ricordare anche tu nel prodotto dell'argento avesti la tua parte.
  Ed io, in compagnia di Alfio Spampinato, ti diede Lire 200.
  Ferlito--Ê assolutamente falso quanto tu dici--Io sono affatto innocente--Tu devi anzi ricordare che quella sera che tu venisti in casa mia, la mia signora parlava del furto commesso alla bara di S. Agata e faceva voti al Cielo per la scoperta degli autori del medesimo.
  E tu forse pel rimorso dicesti che avevi mal di capo.
  Nicotra--Questa è una invenzione.
  La sera che io venni in casa tua ancora il furto non si era scoperto, ed io era in compagnia del calzolaio Mario Tropino che abita sotto la mia casa.
  Del resto le parole della tua signora relative al furto non avrebbero potuto produrmi emozioni da farmi venire il dolor al capo.
  Ognuno persiste nei proprii detti.

Interrogatorio di Alfio Spampinato
(Fogl. 352, vol. 1. -- 19 Marzo 1891).

  D. R. Debbo dichiarare alla Giustizia che se io mi sono mostrato qualche volta reticente ed ho esitato molto prima di dare la verità nei precedenti interrogatorii, ciò è stato per le continue suggestioni del detenuto Giuseppe Mazzeo rinchiuso nella stessa stanza dove io sono. Egli che si vanta avere il grado di camorrista, non ha mai tralasciato di chiedermi giornalmente informazioni su questo processo e rimproverarmi per le propalazioni da me fatte, esortandomi a non rivelare niente alla Giustizia. Ieri sera, in tuono minaccioso, m'ingiunse di chiedere un colloquio alla S. V. per ritrattare completamente quanto mi trovavo di avere rivelato e mi suggerì di dire che Riela, Consoli, Sciacca, Parisi e compagni, sono del tutto innocenti dei furti che loro si addebitano, e che io li avevo calunniati per suggestione di Francesco Nicotra.
  Anzi mi soggiunse di dichiarare che spinto dal rimorso della coscienza chiedevo un confessore onde confessare a lui questa grave mancanza, di avere cioè fatto male a tanti poveri diavoli innocenti--Per indurmi a secondare questo suo desiderio mi fece presente che io facendo i nomi di quei ladri, sarei stato dalla Giustizia ritenuto ladro come loro e che finalmente uscendo dal carcere sarei stato con certezza assassinato.
  D. R. Ignoro se il Mazzeo avesse ricevuto segretamente qualche biglietto d'alcuno dei detenuti per questi furti.

Interrogatorio Parisi
(Fogl. 357, vol. 1.--22 Marzo 1891).

  D. R. Nella speranza che la Giustizia voglia usarmi delle agevolazioni, mi son deciso di isvelare quanto è a mia conoscenza intorno al furto dello argento alla bara di Sant'Agata.
  Sapevo che si doveva commettere il detto furto, perchè ne ero stato avvertito da Francesco Nicotra e da altri che ora non ricordo.
  La notte in cui fu commesso il furto ero stato avvertito nello stesso modo e dalle stesse persone, ed io mi feci trovare sotto gli archi della ferrovia sotto Porta Uzeda.
  Là sopraggiunse la carrozza nella quale trovavasi l'argento rubato, Francesco D'Aquino inteso il Cavaliere ed un altro individuo che non ricordo--Partimmo subito per S. Francesco all'Arena, dove giungemmo nel fondo di Salvatore Spampinato inteso il Capraro; più tardi sopravvenne Francesco Nicotra e più tardi ancora Antonino Nicolosi.
  Giunto Nicolosi in presenza di me e delle indicate persone, e di altri individui che ora non ricordo, si cominciò la fusione dello argento.
  D. R. Ritengo che il furto dello argento, nel quale presi parte io, fu commesso in unica e sola volta secondo quanto ricordo; posso dire che anche una sola fu la volta in cui si fuse l'argento a S. Francesco all'Arena, ed in cui, di conseguenza, intervenni io.
  D. R. Una porzione dello argento rubato nella indicata volta fu portato da Francesco D'Aquino in casa di Pasquale Cacciola, presso cui venne liquefatto. E conosco questo fatto perchè io stesso accompagnai il D'Aquino quando si recò a portare l'argento in casa del Cacciola, nella quale però io non entrai.
  Tuttavia però seppi poi dallo stesso Cacciola, ch'egli aveva fuso dello argento per incarico del D'Aquino. (1)
  D. R. Le altre persone che mi avvertirono del furto che si dovea commettere, e che poscia presero parte al furto stesso, e che io vidi a San Francesco all'Arena quando si fece la fusione dello argento, non le posso nominare alla Giustizia, perchè non le conosco, nè le ricordo.

(1) Vedi l'esatto e minuzioso interrogatorio Cacciola al seguente fog. 359.

Interrogatorio Pasquale Cacciola
(Fog. 359. Vol. 1°--23 Marzo 1891).

  D. R. Avendo fatto migliori riflessioni, mi son determinato di rivelare alla Giustizia tutto quanto è a mia conoscenza su ciò che la S. V. mi richiedeva nel precedente mio interrogatorio.
  Nel mese di settembre u. s., non ricordo se verso la fine, una sera circa le otto e mezzo, mentre ritornava dalla casa del Dott. Cannizzaro, incontrai nella via Stesicoro Etnea, in vicinanza della Villa Bellini, Paolo Parisi.
  Io cercai di evitarlo anche perchè avevo fretta di giungere a casa mia, avendo in quel tempo mia moglie gravemente malata.--Il Parisi però attraversandomi il passo mi fece fermare e si pose a domandarmi che cosa facessi, dove andassi, dove abitassi, e quindi con insolita insistenza, volle accompagnarmi sino a casa col pretesto di fare una visita a mia moglie--Venne difatti in casa mia, stette alcuni minuti presso il letto di mia moglie, e quindi si mosse per andarsene.--Se non che, pria d'incamminarci verso l'uscio, cominciò a farmi molte domande e ad osservare la situazione, la capacità e le commodità della mia casa.
  Ricordo precisamente anzi, che volle vedere dove fosse situata la mia cucina e volle sapere chi abitasse accanto alla mia casa.
  Poscia quando era giunto alla scala e stava licenziandomi per andare via, ad un tratto mi rivolse le seguenti parole: «Se domani vieni alla marina, verso l'una p. m. ti dovrei dire una parola».
  Io insistei perchè mi parlasse subito, ma egli si ostinò a non dirmi nulla subito, ripetendomi lo invito di recarmi la dimani alla marina.
  Il giorno seguente fui alla marina e precisamente sotto gli alberi dinanzi a Villa Pacini e dopo aver passeggiato alquanto, verso l'una e un quarto p. m. vidi arrivare il detto Paolo Parisi, il quale, dopo aver premesso che io in quel tempo dovevo essere ben misero, sì per la mancanza di lavoro, come per la malattia di mia moglie, mi domandò se io fossi buono a fondere una certa quantità di argento.
  Io risposi che sapevo fondere dei metalli, e che sarei stato pronto a fondere dello argento, purchè si fosse trattato di affari onesti.
  Il Parisi sulle prime rispondeva in maniera evasiva; ma avendo io insistito per sapere di che si trattasse, ed avendo elevati molti dubbii sulla provenienza dello argento, egli mi rassicurò che taluni suoi amici che dovevano dividere una eredità avevano dello argento vecchio che volevano fosse fuso pria di farne divisione.
  Mi soggiungeva che i detti amici sarebbero venuti con lui in casa mia a portare lo argento e che poi essi stessi, dopo la liquefazione, se lo sarebbero ripreso.
  Mi domandò quindi se io la mattina mi volessi alzare presto da letto, ed in seguito alla mia risposta affermativa, mi disse che egli e i suoi amici sarebbero venuti da me la dimane di buon mattino.
  La dimane io mi alzai per tempissimo e dopo appena che erano stati spenti i fanali della strada. Scorsi alcuni momenti udii il rumore di una carrozza che fermavasi dinanzi la casa mia, e udii pure al portone della stessa, o meglio, poichè il portone era già aperto, alla porta d'ingresso che sta in piedi alla scala che conduce alla mia abitazione bussare.
  Scesi subito allora la scala ed aperta la porta vidi subito Paolo Parisi, che, tutto frettoloso mi porgeva una coffa ripiena e coperta di paglia sulla sommità. Mi sorprese subito la sua aria di mistero, poichè parlava sommesso, mi raccomandava silenzio, m'incitava a nascondere quella coffa, mi domandava se le mie figlie dormissero: Fu perciò che io subito fui preso dallo spavento sospettando che si trattasse di cose di non legittima provenienza, tanto più che non vedevo comparire gli amici di cui il Parisi mi aveva parlato, e che io non mi sarei mai aspettato che il Parisi fosse potuto venire in casa mia a quell'ora così importuna. Cercai di manifestare i miei dubbii al Parisi e di fargli delle domande su quel modo di procedere, ma egli emettendo qualche bestemmia e raccomandandomi silenzio, se ne andò dicendomi che sarebbe più tardi ritornato.
  Io rimasi tutto confuso non sapendo che cosa fare, e m'aggiravo per la casa pensando, quando intesi di nuovo picchiare alla stessa porta d'ingresso. Scesi la scala, apersi e vidi presentarmisi Francesco D'Aquino il quale in nome del detto Parisi mi presentava un fazzoletto grande ripieno.
  Io collocai quell'involto sulla coffa statami portata dal Parisi, e da quel momento, i miei dubbii e i miei timori si aumentarono, tanto più quando affacciatomi dal balcone mi accorsi, che i detti Parisi e D'Aquino passeggiavano innanti la mia casa in modo guardigno [sic] e sospettoso.
  Risoluto di farla finita con quella faccenda per non destar sospetti in famiglia, pensai subito di mandar via con una scusa le mie due figlie, tantopiù che Paolo Parisi quando venne a portarmi la coffa, mi aveva pure raccomandato di fare allontanare le dette mie figlie.
  Difatti ricordandomi che esse avevano manifestato il proponimento di cucire talune vestine presso una mia nipote, le feci vestire ed andare pel detto scopo dalla detta mia nipote. Quando esse si furono allontanate, io scesi in istrada, andai incontro al D'Aquino e risolutamente gli dichiarai che non volevo più sapere d'argento, e che volevo addirittura che egli e il suo compagno Parisi, si fossero preso subito e portato via quello che poco pria avevano deposto in casa mia.
  Il D'Aquino ascoltando i miei detti s'inquietò, e si diede a profferire verso di me parole ingiuriose e siccome io non desistei dal mio proposito, egli allontanandosi da me raggiunse il Parisi, che stava in vicinanza di Villa Bellini a parlare con un'individuo che mi pare un giovinotto snello e piuttosto corto.
  Dopo che il Parisi e il D'Aquino parlarono insieme qualche minuto, vennero entrambi verso di me, e riuniti che fummo tutti e tre, cominciò tra noi un vivissimo alterco.
  Da un lato io persistevo nel rifiuto, e li pregavo di lasciarmi in pace, mentre dell'altro lato essi irritatissimi profferivano ingiurie e minacce verso di me tanto, che finalmente io dovetti cedere alle loro minacce e sobbarcarmi a fare la fusione dello argento in casa mia.
  Non tralasciai però di mettere in campo dei pretesti per evitare quell'operazione. Dissi che mi mancavano gli arnesi necessari, dissi che mi mancava il carbone, ma nulla valse. Lo stesso D'Aquino mi dette i denari per comprare il carbone, ed egli stesso mi assistette nella fusione.
  L'argento che io dovetti fondere non era punto riconoscibile perchè era stato in precedenza bene ammaccato e tagliuzzato, sicchè io non potei punto comprendere d'onde fosse stato tolto.
  Eseguita la fusione si ricavò circa undici verghe del peso complessivo di circa otto rotoli e mezzo.
  Io volevo che il D'Aquino se lo portasse via subito, ma egli me lo fece conservare in una cassa. Il D'Aquino andò via.
  Verso le 5 e 30 p. m., incontrai Paolo Parisi, il quale avendo appreso da me che l'argento era rimasto conservato in casa mia, mi promise che la sera sarebbe venuto a prenderlo e portarlo via. Venne difatti verso mezz'ora di notte e volle che io stesso lo accompagnassi portando però io stesso le verghe d'argento. Io nell'intento di finirla presto accondiscesi al suo desiderio, e ravvolte quelle verghe nello stesso fazzoletto che la mattina mi aveva portato il D'Aquino, mi avviai dietro il Parisi sino alla salita dei Cappuccini. Colà siccome mi pareva mille anni di sbarazzarmi di quell'argento, invitai il Parisi a pigliarselo, pregandolo di lasciarmi andare in pace, tanto più che io avevo la chiave della porta d'ingresso della casa mia e le mie figlie erano fuori casa. Il Parisi, sebbene a malincuore, si arrese alle mie insistenze, e presosi con mal garbo l'involto dello argento, mi disse: Bada di non parlare perchè altrimenti ci andrà di mezzo la tua vita.
  Non posso precisare se quando il Parisi mi parlò la prima volta dinanzi la Villa, fosse già scorsa la prima metà del mese di settembre.
  Ricordo però indubbiamente che eravamo nel mese di settembre e che quando ebbe luogo il discorso dinanzi la Villa, nella stessa suonava la banda musicale.
  Per il servizio da me prestato al Parisi ed al D'Aquino, io posso affermare di non aver avuto alcun compenso. Non tralascio però di avvertire la S. V. che nei primi di novembre essendo morta mia moglie ed avendo io bisogno del denaro, richiesi qualche cosa ad imprestito al Parisi che si trovava per ragione di visita in casa mia, e che mi rispose ne avrebbe parlato al D'Aquino. Il giorno appresso infatti, incontrato il D'Aquino in piazza S. Filippo, egli mi condusse in Piazza del Duomo, dove mi dette L. 10.
  Aggiungo che il Parisi, quando io gli feci la detta richiesta, mi diede subito due lire. Nei primi di dicembre poi, dovendo io partire per Ramacca, e non avendo denari per il viaggio, domandai altro prestito al Parisi, il quale, dopo qualche giorno, mi dette lire venti.

Lettera al Regio Procuratore Agnini
(fog. 368 Vol. 1.-- 30 Marzo 1891)

  Ill.mo Sig. Regio Procuratore Generale.
  La presente ha lo scopo d'illuminare la Giustizia.
  Si vede chiaramente che l'accusa lanciata contro il signor Riela Carmelo, è una pura calunnia generata dalla vendetta.
  Le persone tutte che conoscono il sig. Riela sono concordi nel dirlo.
  Il sig. Riela ha un nemico mortale in persona dell'Avv. del Comune di Catania, sig. Boccadifuoco, lo si rileva chiaramente dal giudizio che pende in Corte d'Appello, tra il sig. Riela e il Comune di Catania, nel quale giudizio il sig. Boccadifuoco ha falsificato un atto che doveva interrompere la perenzione della sentenza emessa dal Tribunale di Commercio contro il comune di Catania.
  Ora siccome che l'accusa è lanciata dal Nicotra detenuto in carcere per il furto della bara, si sa pure che il padre di cotesto Nicotra è amico intimo del suddetto avv. Boccadifuoco, come pure che la famiglia del detto Nicotra abita vicino la mantenuta Anna Reitano, del detto Avv. Boccadifuoco, quindi delle probabili relazioni tra costei e la famiglia del Nicotra.
  Senza lanciare una accusa certa e sicura, chiunque sapendo queste amicizie e l'inimicizia dell'avv. Boccadifuoco contro il Riela, chiunque ripeto, suppone che lo accusatore sia corrotto dal suddetto Boccadifuoco, il quale sull'orlo dell'abisso, dove sta per sprofondare, mediante l'atto falsificato da lui, vuol trascinare seco il sig. Riela, e non potendo far altro, gli fa lanciare da un suo addetto un'accusa tanto terribile ed infame.
  Una prova chiara e lampante -- L'arresto del sig. Riela generato dall'accusa, la vigilia appunto che dovevasi discutere la causa in Corte d'Appello, la quale doveva pronunziare la falsità dell'atto falsificato dal sig. Boccadifuoco.
  Ma la Giustizia non si può facilmente ingannare e presto la luce sarà fatta.
  L'Ill.mo sig. Procuratore Generale, può facilmente informarsi della verità delle cose e della moralità ed onestà del sig. Riela, col ritirarsi dalla Cancelleria della Corte, non solo il processo riguardante la causa a discutersi, ma anche il fascicolo di certificati di moralità aggregato al processo.

Lettera uniforme alla precedente
(Fog. 371, vol. 1.--30 Marzo 1891).

  è stata diretta al Regio Procuratore sostituto sig. Mondio.

Interrogatorio Nicotra Francesco.
(Fog. 373. vol. 1 -- 1. Aprile 1891).

  D. R. Io non ho menomamente sedotto Alfio Spampinato e non ho fatto nulla per indurlo a pigliar parte ai furti dello argento della bara di S. Agata.
  La S. V. ormai conosce che Alfio Spampinato avea già preso parte al furto degli ostensori della Cattedrale, e quindi egli non era più quell'innocentino che egli si vuol dipingere.
  Il fatto invece andò così:
  Siccome egli era in relazione con suo zio Salvatore Spampinato e con la costui famiglia, la quale abita appunto sotto la casa della famiglia dello stesso Alfio, così questi si accorse che le condizioni finanziarie di suo zio erano alquanto migliorate e sospettò che fosse stato commesso qualche altro furto senza la sua partecipazione--Insistendo presso il detto suo zio egli conobbe la verità, e quindi un giorno mi rimproverò acerbamente che io non avessi invitato anche lui a pigliar parte al furto dello argento. Fu perciò che nelle successive sottrazioni di argento, io feci intervenire, come già dichiarai, alla S. V., il detto Alfio Spampinato.
  E non è pur vero che io avessi detto allo Spampinato di essermi associato a grandi malfattori nell'intendimento di formarmi un ottimo stato.
  Dappoichè i ladri che io nei miei interrogatori nominai alla S. V., li venni a conoscere ed entrai in relazione con loro in una maniera semplicissima.
  Quando la mia famiglia aveva lo stabilimento per la fabbrica della pasta a Picanello, io era preposto alla vendita della pasta nella bottega che allora tenevasi in Piazza Scammacca.
  Un giorno da un avventore che ora più non ricordo, mi fu presentato Paolo Parisi, il quale da allora cominciò a venire di tanto in tanto, già in relazione con me. Un giorno mi propose di spacciare, per mezzo della vendita della pasta, dei biglietti falsi da cinque e da dieci lire. Io però respinsi quella proposta non solo perchè ancora mi ripugnava a prendere parte a reati, ma anche perchè quei biglietti erano di pessima qualità.
  Per mezzo del Parisi poi, feci la conoscenza del D'Aquino, del Consoli e degli altri che la S. V. ormai conosce.
  D. R. Quanto la S. V. mi dice di avere riferito Alfio Spampinato, relativamente al modo con cui mi introdussi nel locale della bara di Sant'Agata, non è che una pura invenzione, e non comprendo perchè lo Spampinato si piacque dire una vera favola, tanto più che io ritengo essere egli a conoscenza del modo vero con cui io, e gli altri miei compagni, entravamo nel detto locale.
  E sul proposito è d'uopo ch'io manifestassi alla giustizia i precisi fatti e circostanze; perchè, a quanto ricordo, quello che ho riferito non è tutto nè perfettamente esatto.
  Per il furto degli ostensori, come la S. V. conosce, furono tolti dal Torrisi dalla stanza del sacerdote Di Maggio. Quando si pensò di rubare al tesoro di S. Agata per garentirsi da ogni sorpresa e per potere all'occorrenza avere un mezzo di fuga pronto, per consiglio di coloro stessi che dovevano restar dentro la Cattedrale e scassinare la porta del Tesoro, furono fatte costruire le chiavi delle serrature della porta laterale della Cattedrale; di quella precisamente che guarda nella Villetta in via Vittorio Emanuele. Le chiavi delle indicate serrature furono costruite sulle impronte fornite dal Torrisi.
  Non posso però dire se le dette impronte fossero state prese dai buchi delle serrature o dalle chiavi vere che potevano bene essere in potere del Torrisi.
  Quando poi si pensò al furto dello argento della bara, dapprima si pensò di costruire delle false chiavi sopra impronte, ma non si riuscì allo scopo. Fu allora che per mezzo del Maccarone si ottennero da Alfio Isaia, figlio del Capo mastro Nicolò, le chiavi vere, vi fecero sulle stesse costruire delle chiavi false, le quali giovarono alla consumazione del secondo furto che rimasero poscia in potere di Concetto e Torrisi [sic] servirono alla consumazione di tutte le successive sottrazioni di argento e furono quindi, come ebbi a dichiarare alla S. V., gettate in mare.
  D. R. Se nei precedenti miei interrogatori dissi alla S. V., che tutti gli strumenti che giovarono per torre l'argento dalla bara appartenevano a Concetto Turrisi, dovette essere in un momento di confusione, in cui non ricordavo bene il fatto di cui si parlava. Avrà potuto forse pur essere che io mi fossi male spiegato.
  Adesso che la S. V. mi richiama l'attenzione, sul proposito posso affermare che taluni dei detti strumenti appartenevano al detto Turrisi, talun'altri al D'Aquino, e qualche altro forse anche al Parisi.
  Del resto, se ne furono trovati nel magazzino della bara, e la S. V. me le fa vedere, io potrò ben essere in grado di riconoscerli e di dare su essi migliori indicazioni.
  D. R. Quando si dovea commettere il furto dello argento della bara vi furono, come già ho detto alla S. V. diversi riunioni fra le persone che doveano pigliar parte allo stesso, riunioni che io non posso precisamente e tutte ricordare.
  Ricordo però che talune di esse ebbero luogo in Villa Bellini, una delle quali fu in vicinanza del viale delle Statue, ed in essa ricordo che intervennero il Parisi, il D'Aquino, il Riela, Salvatore Spampinato e qualche altro che ora più non ricordo.
  D. R. Se mal non ricordo, la seconda volta che si andò a S. Francesco all'Arena per portare e fondere l'argento presso Salvatore Spampinato, la sera si mangiò nella bettola che trovasi sulla strada principale in quella stessa contrada, e si mangiarono precisamente dei merluzzi che aveva portato da Catania Francesco D'Aquino che era venuto in carrozza condotta da un cocchiere piuttosto alto, rosso in faccia di cui non conosco il nome. Mangiammo nella bettola.
  Mangiammo nella bettola io il D'Aquino, il Parisi e Salvatore Spampinato, i quali poscia, con la stessa carrozza ce ne tornammo in Catania.
  Ricordo che una porzione di quei merluzzi fu conservata per uno dei nostri compagni che non era potuto venire con noi, non ricordo per quale ragione-- Ricordo altresì che questo tale pria che noi partissimo per Catania sopraggiunse nella bettola. Ripeto però che non ricordo chi fosse.
  D. R. È vero che a Palermo quando vendetti lo argento per mezzo di Girolamo Barresi, ad un orefice in Via Macqueda assunsi il nome e cognome di Francesco La Rosa, di quel tale cioè cui io avevo venduto l'argento a Messina, come ho dichiarato alla S. V. Anzi ricordo di aver rilasciato al detto orefice una quittanza a mia firma sotto il nome cioè di Francesco La Rosa.
  D. R. Quello argento che fu fuso in casa di Alfio Spampinato, dopo che fu ridotto in verghe, rimase, non ricordo se tutto o in parte, presso lui stesso, ed io domandavo spesso allo Spampinato per sapere che cosa avesse fatto e a chi si fosse rivolto per la vendita -- Finalmente Alfio Spampinato mi assicurò di aver venduto quell'argento per mezzo del sensale Salvatore Pappalardo.
  L'Alfio Spampinato dice che io fui presente alla vendita, vuol dire che non ricorda bene i fatti.
  D. R. Ripeto alla S. V., che con coloro che presero parte alla consumazione dei furti alla Cattedrale io mi trovava, come è naturale supporre, in molte riunioni, le quali spesse volte erano pure accidentali.
  C'incontrammo tre o quattro o più volte e si confabulava dei fatti che erano ancora in progetto. Ricordo che alcuni mesi fa, mentre mi trovavo in Villa Bellini a confabulare con Carmelo Riela e Paolo Parisi in vicinanza del monumento di Mazzini fui veduto da mio fratello Salvatore Nicotra.
  Nell'inverno del 1889, forse qualche mese dopo il furto degli Ostensori, ricordo bene che una sera trovandomi in compagnia di Alfio Spampinato in vicinanza del palazzo dei Tribunali, incontrai Carmelo Riela. Feci aspettare Alfio Spampinato e mi avvicinai al Riela col quale parlai.
  Poscia riunitomi di nuovo allo Spampinato, gli mostrai il Riela facendogli comprendere che costui tra i miei compagni era uno dei pezzi più grossi.
  D. R. All'orefice Paolo Auteri vendetti una sola volta dello argento, e ricavai come ben ricordo, il prezzo di L. 250.
  L'argento venduto allo Auteri era di quello che io presi alla bara di accordo con Alfio Spampinato e con mio fratello Salvatore.
  Se dai miei interrogatorii pare che allo Auteri avessi venduto argento due volte, dev'essere stato certamente effetto di un mio equivoco.
  D. R. Qualche mese dopo i primi due furti dello argento della bara m'incontrai in piazza del Duomo con Alfio Isaja, ci avvicinammo e parlammo del commesso furto, omettendo ciascuno di noi la parte avuta nel medesimo. Fu in questa occasione che entrambi ci impegnammo formalmente a mantenere il segreto l'uno rispetto all'altro -- Sicchè egli promise che in ogni evenienza non avrebbe mai profferito il mio nome, ed io a mia volta feci l'istessa promessa rispetto a lui.
  È stato appunto per questo che io sinora non aveva voluto nominare alla Giustizia lo Isaja come uno dei rei.
  Mostrata all'imputato la quittanza rilasciata all'orefice Vito Brancato in Palermo ed analogamente richieste,
  R. È appunto questa la quittanza, di cui ho parlato, e la firma e le altre parole che sieguono [sic] la stessa, sono di mio carattere. Mostratogli il telegramma spedito da Napoli ai fratelli Cutore in data del 1° novembre 1890, nel quale il Fusco dichiarava non occorrere le informazioni precedentemente richieste sul Nicotra.
  R. Riconosco il telegramma che la S. V. mi presenta: esso è scritto di mio carattere.
  Mostratigli i telegrammi originali spediti da Napoli ad Antonino Nicotra in data del 31 ottobre e del 1° novembre 1890, ed analogamente domandato,
  R. Riconosco i telegrammi che mi si mostrano: Essi furono spediti da me da Napoli ed è di mio proprio carattere.
  Mostratagli la forbice stata sequestrata nella bara,
  R. Riconosco la forbice che la S. V. mi presenta, essa appartiene a Concetto Torrisi.
  Mostratogli lo scalpello sequestrato nella bara,
  R. Riconosco benissimo lo scalpello che mi si mostra: esso fu portato dal D'Aquino, al quale appartiene.
  Mostratagli la tanaglia grande sequestrata nella bara, dopo di aver costatato la identità ed integrità dei suggelli apposti al reperto.
  R. Riconosco la tanaglia che mi si mostra. Essa fu portata da Francesco D'Aquino, al quale di conseguenza appartiene.
  Mostratagli le [sic] tronchessa piccola sequestrata nella bara,
  R. Riconosco benissimo la tronchessa che mi si presenta; essa, se mal non ricordo, venne portata da Paolo Parisi.
  Mostratagli la tronchessa grande sequestrata nella bara,
  R. Riconosco anche quest'altra tronchessa, essa fu portate [sic] da Francesco D'Aquino.
  Mostratagli le due chiavi quasi perfettamente uguali legate con spago, che furono trovate nel locale della bara,
  R. Riconosco le chiavi che mi si mostrano; esse furono costruite per mezzo del D'Aquino, da quel fabbro ferraio che io già indicai alla S. V. e dovevano servire per aprire la serratura della porta di un locale della Cattedrale, non so se armadio o stanzino, nel quale si volea rubare altro argento. Non posso dire però se le dette chiavi fossero riunite, e perchè fossero state lasciate nel magazzino della bara. Ricordo però che esse trovavansi in potere del D'Aquino.
  Mostratagli la chiave che trovasi legata con spago insieme ad un grimaldello e ad una piccola lima senza manico,
  R. Riconosco benissimo la chiave che mi si mostra, essa era destinata ad aprire una delle serrature di una delle porte principali della Cattedrale.
  Riconosco altresì il grimaldello il quale era destinato allo stesso scopo da me indicato per cui le due predette chiavi quasi affatto uguali.
  Riconosco pure la lima, la quale fu portata per tagliare i catenaccetti che chiudevano la cassa di legno che ricopriva la bara.
  Non ricordo però se della detta lima si fosse realmente fatto uso. Le dette chiavi, lima e grimaldello erano in potere dello stesso Francesco D'Aquino -- Ritengo che il D'Aquino, dopo il secondo furto avesse abbandonato, nel locale della bara, gl'indicati grimaldelli e chiave.
  Mostratagli la ferula sequestrata, sopra un estremità della quale trovasi una impronta di chiave,
  R. Riconosco il pezzo di ferula che mi si mostra. L'ho veduto nella bara, ma non ricordo chi dei miei compagni ve lo avessi portato.
  Mostratogli il manico stato sequestrato,
  R. Non posso riconoscere il manico che mi si mostra, non potendo argomentare a quale strumento si appartenesse.
  D. R. A quanto precedentemente dissi relativamente al prete Ragonesi, posso aggiungere che nel tempo in cui si trattava il progetto del furto al tesoro di S. Agata, un giorno Paolo Parisi mi dette una imbasciata in termini convenzionali per il nominato prete.
  Io feci realmente quella imbasciato, [sic] il cui tenore però ora non ricordo -- Ricordo bene però che il Ragonesi mi rispose dando un appuntamento al detto Parisi.
  Portai la risposta al Parisi, ma non so se lo appuntamento avesse avuto effetto.
  D. R. A quanto dissi precedentemente sul conto del Viola posso aggiungere, che egli era in intima relazione con i fratelli Angelo ed Antonino Consoli e specialmente con quest'ultimo, in casa del quale un giorno lo incontrai e fu appunto durante il tempo in cui si trattava del progetto del furto alla bara di S. Agata.

Confronto tra Nicotra Francesco e Spampinato Alfio
(Fog. 381, vol. 1--3 aprile 1891).

  Nicotra--Tu puoi sostenere dinanzi alla Giustizia che io ti dichiarai di essermi introdotto solo nella Cattedrale, di essermi nascosto in una delle casse che servono da sedili ai canonici, di avere ricavata una impronta con un pezzo di ferula, e di essermi così procurata una chiave per mezzo della quale m'introdussi nel locale della bara per sottrarre l'argento?
  Spampinato--Veramente devo confessare che le circostanze da te accennate, io le dissi alla Giustizia non perchè le avessi appreso da te, ma perchè le volli inventare per aggravare la tua condizione, credendo che tu fossi stato la causa del mio arresto.
  Nicotra--Puoi sostenere dinanzi a me che quando si fece la fusione dello argento in casa mia, una volta avesse preso parte mio padre, al quale fu pure data una porzione sul valore di quel metallo.
  Spampinato -- Ricordo bene di aver veduto tuo padre colà in casa, quando tra noi si fece la ripartizione del valore dello argento già liquefatto.
  Non ricordo bene però se tuo padre avesse avuto parte nell'operazione e se gli si fossero dati dei denari per sua porzione.
  Nicotra -- Ti dovreste [sic] però ben ricordare che, fatta la ripartizione, toccavano a ciascuno lire trecento e rimanevano lire ventuno che io trattenni in compenso delle spese che avevo dovuto fare per la fusione del metallo.
  Spampinato -- Quanto tu dici è vero; e ricordo bene che si parlò di spese che tu dicevi di aver fatte.
  Io credevo però che le lire 21 fossero state lasciate per conto di tuo padre.
  Ora però devo lealmente dichiarare che non ricordo bene come il fatto fosse avvenuto.
  Nicotra--Ti dovresti anzi ben ricordare che pel fatto dell'argento, non ricordo bene se in quello stesso giorno della ripartizione, o in altro giorno, mio padre che avea sospettato si trattasse di cosa d'illegittima provenienza fece un baccano e ci cacciò di casa.
  Spampinato -- Il fatto in cui accenni è vero, e ricordo che in quell'occasione anche tu t'inquietasti e rompesti per la stizza un ombrello.

Interrogatorio di Spampinato Alfio
(Fog. 384--Vol. 1. -- 4 aprile 1891).

  D. R. Nel dicembre o nel gennaio ultimo, Francesco Nicotra mi consegnò alquante lettere che si riferivano al furto dello argento della bara di S. Agata e mi disse di conservargliele gelosamente perchè erano compromettenti.
  Io lo conservai in uno scaffale della mia bottega--Dopo l'arresto di Francesco Nicotra un giorno venne in casa mia Antonino Nicotra in compagnia di Francesco Giandalia.
  Il Nicotra mi chiedeva del denaro per aiutare suo figlio Francesco, ed il Giandalia prendeva parte al discorso nello interesse del Nicotra--Io allora detti 25 lire ad Antonino Nicotra--Due giorni dopo tornarono i detti Nicotra e Giandalia e nello stesso modo e con gli stessi discorsi, m'indussero a dare la somma di L. 20.
  Così entrai in relazione col detto Giandalia, il quale mi si mostrava amico e mostrava di prendere interesse a mio riguardo -- Circa sei od otto giorni dopo, si presentò una sera in casa mia il solo Giandalia, il quale, tenendo in mano una carta che diceva essere lettera del Nicotra Francesco, mi dichiarava che costui avea già dichiarato ogni cosa e che mi avea indicato come complice; sicchè aggiungeva il Giandalia, io ero compromesso e bisognava fare qualcosa in mia difesa.
  Mi diceva quindi che egli avrebbe scritto al Nicotra inducendolo a ritrattare quel che avea dichiarato contro di me, e che così io avrei potuto essere salvo.-- Conchiudeva però dicendomi che per fare quello che egli diceva, io avrei dovuto dargli un compenso.
  Io quella sera non mi lasciai indurre a dargli denari, scusandomi di non averne.
  Egli allora disse che si portava seco quella lettera del Nicotra, perchè sarebbe stato pericoloso per me lasciarla in casa mia--Fu così che io pensai alle lettere che mi aveva consegnato Francesco Nicotra, e credetti utile farle vedere al Giandalia.
  Costui avutele in mano ne lesse una e mi disse che era una corrispondenza da Napoli.
  Quindi mi soggiunse che quelle erano lettere compromettenti e che era pericoloso per me tenerle in casa--Credendo alle sue parole, io reputai opportuno consegnare a lui quelle lettere che egli volentieri si prese e portò via seco.
  D. R. Non pensai di distruggere quelle lettere perchè Francesco Nicotra mi aveva detto di conservargliele.

Interrogatorio di Ferlito Salvatore
(Fog. 389--Vol. 1.--5 aprile 1891).

  D. R. Adesso che mi sento alquanto migliorato in salute, essendomi risoluto di dire alla Giustizia quanto è a mia conoscenza circa il furto dello argento della bara di S. Agata, ho fatto chiamare la S. V. per essere nuovamente interrogato.
  La S. V. mi deve credere che io sono profondamente pentito di quella piccola parte che ebbi nell'indicato furto.
  Ecco quanto posso dire:
  Nello scorso inverno, non ricordo il mese preciso, mentre mi trovavo a passeggiare verso il Borgo, incontrai Francesco Nicotra, Salvatore Nicotra e Alfio Spampinato ed un'altro molto amico dei fratelli Nicotra, del quale adesso non ricordo altre indicazioni.
  Costui però era un mio conoscente perchè lo avevo più volte veduto insieme al mio amico Francesco Nicotra.
  Essi tutti e quattro m'invitavano ad andar con loro a Cibali, invito che io accettai.
  Durante il cammino essi discorrevano della bara di S. Agata, di argento rubato alla stessa e di altre cose relative.
  Io mi meravigliai grandemente di quei discorsi, e non mi sapevo rassegnare a prestarvi fede, parendomi piuttosto che essi volessero scherzare--Se non che dopo che ci divertimmo in Cibali, e dopo che essi mi avevano messo a parte di quel discorso, m'invitarono ad andar con loro in una delle notti seguenti a prendere in Piazza del Duomo altro argento che si sarebbe rubato alla stessa bara di S. Agata.
  Ancor quasi non credendo a quanto mi si proponeva, aderii sebbene a malincuore, all'invito. Circa due giorni dopo, in seguito al convegno precedentemente stabilito, ci recammo dinanzi il portone del magazzino della bara di S. Agata, dove prendemmo un involto contenente l'argento rubato, lo ponemmo in carrozza e lo portammo in Cibali nella grotta che trovasi nel fondo del padre di Alfio Spampinato.
  Fummo in piazza del Duomo a prendere l'argento verso le 4. 30 antemeridiane. Erano in mia compagnia Salvatore Nicotra, Alfio Spampinato e quel tale amico del Nicotra che è un giovine sui 25 anni che io mi fiderei benissimo di riconoscere ove mi si facesse vedere.
  Francesco Nicotra trovavasi dentro il magazzino della bara a rubare l'argento che poi venne messo dietro il portone dove noi tre lo prendemmo. Appena lo argento venne da noi deposto nella grotta ora indicata, io me ne ritornai a casa mia, e fu tale la impressione che mi fece l'aver preso parte a quel fatto delittuoso che io mi dovetti mettere subito a letto perchè ero quasi ammalato.
  Dopo alquanti giorni, quando ancora io non era perfettamente ristabilito in salute, Salvatore Nicotra venne a portarmi L. 30 come parte mia sul prodotto dello argento rubato. Per ora non ricordo altro.

Interrogatorio Francesco Nicotra.
(Fog. 416, vol. 1.--17 Aprile 1891.)

  D. R. Se nella dichiarazione del sette dello scorso marzo apparisce di avere io detto che la prima volta quando giunsi a S. Francesco all'Arena trovai l'argento liquefatto e consolidato dev'essere stato certamente lo effetto di un equivoco.--Poichè l'argento che io trovai liquefatto e consolidato quando giunsi a S. Francesco all'Arena fu quello dell'Ostensorio grande della Cattedrale e non già quello della bara di Sant'Agata.
  Il metallo sottratto alla bara fu fuso all'Arena in ambedue le volte dopo che io già ero arrivato. Il fatto quindi della fusione dell'argento dell'Ostensorio senza la mia presenza, avvenne, come la S. V. ben comprende, in un tempo bene anteriore, come già dichiarai alla Giustizia, cioè qualche mese dopo il furto degli Ostensori.
  D. R. Confermo che Gaetano Mazzola tanto la prima, quanto la seconda volta in cui fu rubato lo argento della bara di S. Agata venne meco a San Francesco all'Arena presso lo Spampinato --Se lo Spampinato esclude la presenza del Mazzola dalle operazioni che si fecero presso di lui all'Arena, vuol dire che non ricorda bene.
  D. R. Non è esatto che io, quando giunsi a San Francesco all'Arena in ambo le notti in cui si trattò dello argento della bara, avessi trovato colà Carmelo Riela--Quando feci alla S. V. la mia dichiarazione in proposito forse non ricordavo bene poichè, essendo passati alquanti mesi dal fatto, non possono subito ricordarsi con precisione tutte le circostanze. Ora che la S. V. mi ricorda, anzi mi richiama l'attenzione sul proposito, ricordo bene che il Riela tanto la prima, quanto la seconda volta giunse a S. Francesco all'Arena verso le 4 pom.
  Pria di essere licenziato soggiunse:
  Stamane ho veduto nel carcere Francesco di Paola Mangano che è appunto quel tale Ciccio, cocchiere di cui parlai alla S. V. nei miei precedenti interrogatorii.
  Sul proposito avendo ricordato meglio devo dichiarare alla S. V. che dei due cocchieri di cui parlai, il primo che io indicai col nome di Ciccio, aveva invece il nome di Raimondo, ed il secondo che io indicai col nome di Luigi è invece Francesco di Paola Mangano--Il cocchiere Raimondo, di cui sconosco le altre generalità, non ebbe parte soltanto nel furto degli ostensorii, ma egli fu anche colui che portò nella sua carrozza a S. Francesco all'Arena l'argento rubato la seconda volta alla bara di Agata.
  Il Mangano fu colui che portò a S. Francesco all'Arena con la sua carrozza, lo argento rubato la prima volta alla detta bara.
  Quando dichiarai alla S. V. relativamente ai cocchieri, non ricordo il cognome di Mangano e perciò mi limitai ad indicare costui col nome di Ciccio--Lo avere però indicato Ciccio come il cocchiere che portò gli ostensorii fu un equivoco in cui percorsi pel fatto che Raimondo, il cocchiere che trasportò gli ostensorii, prese poi anche parte, come ho già detto, al furto dell'argento.
  L'altro cocchiere, cioè Raimondo, che è reduce della galera, lo indicai col nome di Luigi perchè non ricordavo il suo vero nome.
  A meglio precisare quest'ultimo individuo, posso dichiarare che è colui il quale, come generalmente si conosce uccise il boia, e per tale reato riportò la condanna a venti anni di lavori forzati.
  Egli soleva frequentare la bettola di lu ziu Puddu lu Nanu.

Interrogatorio di Mangano Francesco.
(Fogl. 419, vol. 1--24 aprile 1891).

  D. R. Sono affatto innocente del reato che mi s'imputa, poichè io non fui nè autore, nè complice del furto allo argento della bara di Sant'Agata. Ed è assolutamente falso che io in una notte del settembre scorso avessi portato in una carrozza da me condotta argento proveniente dal detto furto in contrada S. Francesco all'Arena. Anzi devo far notare alla S. V. che io non è che da circa un mese che faccio il cocchiere.--Pria ero dedito esclusivamente al mestiero [sic] di murifabbro.
  D. R. Non conosco affatto Francesco Nicotra neppure di vista.
  D. R. Non conosco neppure di vista Antonino Consoli.
  Sentii pronunziare tale nome e cognome in occasione del processo per il furto tentato in danno della Ditta Savoia e Carbone, ma ripeto, io non conosco affatto chi sia questo Antonino Consoli, non avendolo mai veduto.
  D. R. Conobbi Salvatore Nicotra in occasione dell'indicato processo perchè un giorno fui messo in confronto con lo stesso, il quale disse che non ero io la persona di cui egli avea inteso parlare.
  D. R. Non conosco punto, nè Carmelo Riela, nè Orazio Carrara, nè Paolo Parisi, nè Francesco D'Aquino, inteso il Cavaliere.
  D. R. Conosco Gaetano Mazzola perchè è mio compare di battesimo.
  D. R. Con Francesco Nicotra non posso avere mai avuto quistioni, [sic] perchè, come ho detto, io non lo conosco affatto, non avendolo giamma [sic] neppur veduto.
  D. R. Neppure nel carcere ho veduto il detto Francesco Nicotra.
  Del resto non conoscendolo non posso neppure dire di averlo o di non averlo veduto.
  D. R. Non ho testimoni da indicare a mia discolpa.

Obbligazione di Carmelo Riela.
(Fogl. 425, vol. 1--25 aprile 1891).

  L'anno 1891, il giorno 25 aprile nel Carcere di Catania.
  Io sottoscritto, mi obbligo pagare infra i sei mesi dalla mia assoluta liberazione del reato di cui mi s'imputa, al signor Nicotra Francesco e chiunque per lui presenteranno quest'atto obbligatorio, la somma di lire 10000 in moneta corrente in regno purchè detti Nicotra e compagni ritrattino tutto quanto hanno detto sul mio conto alla Giustizia, avvertendo che se per qualunque altro mezzo io venissi liberato e non per il mezzo di Nicotra e compagni colle loro ritrattazioni, la presente non ha nessun valore e da nessun effetto.

Confronto di Nicotra Francesco e Mangano Francesco.
(Fogl. 426, vol. 1--26 aprile 1891).

  Nicotra--Mi conoscete?
  Mangano--Io non vi conosco, nè vi ho veduto. Voi mi conoscete?
  Nicotra--Altro che vi conosco!
  Mangano--E come, quando; che cosa potete dire di me?
  Nicotra--Voi potrete raccontare il fatto alla Giustizia meglio di me, perchè foste voi appunto che nello scorso settembre portaste nella carrozza da voi condotta, l'argento rubato alla bara di S. Agata, in contrada S. Francesco all'Arena.
  Mangano--Voi siete pazzo amico mio. Mi avete chiamato voi a portare l'argento e a condurvi a San Francesco all'Arena? Dite la verità.
  Nicotra--Non vi ho chiamato io, ma vi avranno chiamato gli altri che sono stati da voi stesso portati in carrozza a S. Francesco all'Arena. Io vi trovai a San Francesco all'Arena donde fece ritorno in Catania la sera nella stessa carrozza condotta da voi.
  Mangano--Voi, vi ripeto, siete pazzo, perchè io non vi conosco, nè vi ho portato mai in carrozza condotta da me. Io, saranno appena 40 giorni che faccio il cocchiere, nel settembre ultimo non ero ancora cocchiere, e quindi è impossibile che io avessi preso parte al fatto di cui parlate.
  Nicotra--È inutile negare, perchè io vi conosco benissimo e foste appunto voi che nell'occasione di cui vi ho parlato, mi portaste la sera nella carrozza da voi condotta da S. Francesco in Catania.
  Mangano -- Voi siete pazzo, voi non avete coscienza; meritereste che vi rompessi in testa questa sedia. Ditemi dunque di che colore era il cavallo della carrozza che conduceva?
  Nicotra -- Era di colore castagno. Ma che cosa volete conchiudere con tale domande? [sic] Allora non eravate cocchiere, non avevate carrozza e cavallo proprii, e quindi io non posso sapere da chi vi faceste prestare la carrozza ed il cavallo.
  Mangano--Se dite allora che io vi portai in Catania, vediamo se sapete indicare il punto ove io vi lasciai.
  Nicotra--Io sono sceso dalla carrozza verso l'Angelo Custode.
  Mangano--Voi siete pazzo e non so perchè volete rovinare un padre di famiglia--Da quanto siete in carcere?--Perchè avete aspettato tanto pria di denunziarmi alla Giustizia?
  Non vedete che quanto dite a mio riguardo è una pretta calunnia?
  Nicotra-- Io ho detto la verità e non avrei ragione alcuna di calunniare.
  Mangano--Dite dunque come mi chiamo?
  Nicotra-- Vi chiamate Ciccio di Paola.
  Mangano -- Vi ripeto che voi mi volete calunniare--Io sono affatto innocente.
  Ognuno persiste.

Interrogatorio di Riela Carmelo
(Fog. 428. Vol. 1,--27 aprile 1891)

  D. È vero che il giorno 25 aprile corrente mentre vi trovavate in compagnia del detenuto Perina, scriveste in carta bollata da lire una, una dichiarazione nella quale vi obbligaste a pagare la somma di lire diecimila se Nicotra Francesco e compagni avessero ritrattato tutto quanto avevano deposto dinanti alla Giustizia, a vostro carico?
  R. Per il fatto di cui mi si domanda, ho fatto giuramento di non dire per ora nulla.
  Quindi è inutile che la S. V. m'interroghi, perchè nulla dirò.
  Presentata allo imputato la obbligazione in carta da bollo stata sequestrata indosso al Perina
  R. Ripeto che per ora non posso nulla dire avendo fatto giuramento di non parlare.
  D. La firma Carmelo Riela, che leggesi nella obbligazione che vi si mostra è di vostro carattere?
  R. Ripeto che ho fatto giuramento di nulla dire in proposito per ora, e quindi non posso nemmeno dire se quella che mi si mostra sia firma mia.
  D. Che cosa intendete dire colle parole, per ora?
  R. Intendo dire che appresso, quando avrò conosciuto pienamente quanto esista nel processo a mio carico, potrò credere necessario di parlare anche in riguardo alla obbligazione di cui la S. V. mi parla.
  Mostrata la lettera statagli sequestrata indosso in data del dieci marzo 1891, a firma di Caterina Riela ed analogamente domandato.
  R. Riconosco che la lettera che mi si mostra mi fu sequestrata il giorno 25 aprile corrente, insieme ad altre lettere ch'io aveva in dosso.
  D. Riconoscete come scritta di vostro carattere la dichiarazione che trovasi sul dosso [sic] della stessa lettera?
  R. Su quello che leggesi sul rovescio della lettera che mi si mostra, io, per ora, non posso nulla dire e nulla dico, perchè, ripeto, ho fatto quel giuramento di cui ho parlato relativamente alla obbligazione in carta bollata, trattandosi dello stesso fatto.
  Invitato l'imputato a scrivere sotto la dettatura, egli ha aderito ed ha scritto quanto segue:
  L'anno ecc. ecc. (qui si compie la lettera del 25 aprile stata sequestrata).

Interrogatorio Nicotra Francesco
(Fog. 434, Vol. 1,--3 maggio 1891)

  D. R. Ho voluto parlare alla S. V. perchè dopo quanto ieri avvenne nel confronto tra me ed il Torrisi, io rimasi dolentissimo tanto che la notte non potevo chiudere occhio pensando alla tristissima figura che mi si era fatto fare dinanzi la Giustizia; mi sono perciò determinato di esporre alla S. V. le ragioni tutte del mio strano procedere di ieri.
  Ê da un pezzo che io in questo carcere ricevo direttamente ed indirettamente delle minaccie da parte di coloro che sono stati da me indicati come autori e complici nei furti commessi alla Cattedrale. È inutile che io vada specificando il modo e il tempo delle piccole minaccie che ho ricevute anche perchè non sarei in grado di tutte indicarle e di darne di ciascuna le particolarità, non potendomene ben ricordare specialmente perchè per lo più non vi ho dato alcuna importanza. Non posso però tacere delle determinate e dirette minaccie ricevute da parte del Mazzola e del Carrara.
  Il primo, alquanti giorni fa, per mezzo di un detenuto che trovavasi alla infermeria, dove ero io, mi fece sapere che se egli ed altri suoi compagni erano in carcere, ci erano ben altre persone fuori che avrebbero pensato a fare le sue vendette contro di me e la mia famiglia.
  Il secondo, circa 8 giorni fa, avendomi veduto da lontano, mentre egli stava nel cortile a farsi radere la barba, mi guardò con occhio torvo e mi fece colle mani un segno di croce facendomi comprendere che io, per le propalazioni da me fatte alla Giustizia, sarei ucciso.
  Alle minaccie bisogna aggiungere le promesse ricevute da me in questi giorni.
  Si era saputo nella mia stanza che sulla persona di Carmelo Perina era stata sequestrata una obbligazione da L. 10,000 rilasciata in carta da bollo da Carmelo Riela a favor mio, nel caso che io avessi ritrattato e fatto ritrattare ai miei compagni, tutto quanto era stato dichiarato contro Carmelo Riela--Tale obbligazione di L. 10,000, o meglio, la promessa di tale somma, fece grande impressione sull'animo di Salvatore Spampinato, col quale mi trovo rinchiuso nella stessa stanza. Egli perciò cercò di persuadermi della convenienza di accettare le offerte che mi venivano da parte del Riela.
  Intanto che il Riela, che forse avendo saputo che il Perina era stato messo in cella, avea perduto ogni speranza che costui avesse più potuto continuare ad aiutarlo, per mezzo di una guardia carceraria mandò a me un biglietto scritto a matita, nel quale dichiarava che, sebbene l'obbligazione fosse caduta in mano alla Giustizia, tuttavia, se io avessi ritrattato e fatto ritrattare i miei compagni, non solo che egli avrebbe mantenuto il preso impegno di pagarmi le L. 10,000, ma avrebbe addirittura assicurata la mia posizione--Tale ripetuta promessa, come la S. V. comprende, fece maggiore impressione sull'animo del detto Spampinato e degli altri compagni che trovansi per lo stesso processo rinchiusi nella medesima mia stanza--Si tennero fra noi dei discorsi, nei quali si misero in discussione le minaccie e le promesse e si conchiuse, quindi, che per evitare le une (trattandosi di gente capacissima ad eseguire e fare eseguire delle vendette) sarebbe stato meglio accogliere le altre.
  Fu perciò che ieri, trovandomi dinanzi la S. V. nel confronto con Concetto Torrisi, credetti bene di cogliere quell'occasione e ritrattare in poche parole tutto quanto avevo dichiarato intorno agli autori e complici dei furti alla Cattedrale. Però, come la S. V. ha già compreso, io mi sono ormai pentito della sconsiderata e inconcludente ritrattazione da me fatta.
  Ripeto alla S. V., e lo ripeto per la millesima volta, che tutto quanto nei miei interrogatorii ho dichiarato intorno agli autori e complici degli indicati furti, è la pura e sacrosanta verità.
  Quello che ieri disse in mia presenza Concetto Torrisi, non è in gran parte, che un tessuto di menzogne--I fatti sono quelli che io ho rassegnato alla Giustizia.
  Il Torrisi cerca invano di alterarli per coinvolgere il sacerdote Di Maggio, il quale in coscienza devo dire, che è affatto innocente di quanto il Torrisi gli attribuisce -- Son quindi pronto a sostenere, ove la S. V. lo crede conveniente, un altro confronto col Torrisi medesimo.
  D. R. Non posso rivelare alla Giustizia chi sia quella guardia che portò a me il biglietto del Riela.
  D. R. Al Riela io risposi per mezzo della stessa Guardia mandandogli un biglietto scritto di mio carattere a matita, nel quale gli dichiarava che era stata la dura necessità che ci aveva costretti a rivelare la sua complicità nei furti dalla cattedrale e che ad ogni modo avremmo fatto tutto il possibile per salvarlo.
  D. R. Non posso neppure rivelare alla S. V. chi sia quel detenuto che mi riferì la minaccia del Mazzola--Tanto colla guardia, quanto col detenuto, dei quali ho parlato, io non ebbi che passeggere relazioni, e quindi non conosco nè chi siano nè come si chiamano. Potrei solo riconoscerli vedendoli.
  D. R. Il biglietto che mi si fu mandato dallo Riela, l'ho lacerato, giusta la raccomandazione che mi si faceva sullo stesso.

Interrogatorio Nicotra Antonino
(Fog. 439, vol. 1.--5 maggio 1891)

  D. R. Sono venuto appositamente per riferire alla S. V. il seguente fatto: Il giorno due o tre del corrente mese verso mezzogiorno, si presentò a casa mia Pancrazio Cardile in compagnia di Cosimo Raineri, il primo dei quali, dopo avermi chiamato in disparte dal suo compagno, mi disse che era uscito dal carcere e che veniva da me per incarico di mio figlio Francesco.
  Quindi mi soggiunse che mio figlio mi pregava di comprargli una cambiale, la quale avrebbe dovuto essere riempita e sottoscritta dal detenuto Riela Carmelo per la somma di L. 10,000.
  A mia domanda il Cardile mi riferì, che il Riela aveva indotto mio figlio a ritrattare quanto aveva dichiarato contro lo stesso Riela, mediante la promessa di L. 10,000, per la quale si dovea fare la cambiale di cui ho parlato.
  Io risposi che poi ne avremmo parlato, poichè quel discorso non mi fece una buona impressione, perchè conoscendo che mio figlio ha detto alla Giustizia la pura verità, la ritrattazione della stessa non avrebbe potuto che fare molto male a lui stesso senza alcun bene, nè per lui nè per gli altri.
  Ieri poi, essendomi al carcere per vedere i miei figli, nel portone m'incontrai con la moglie di Carmelo Sciacca, la quale avendomi conosciuto mi chiamò in disparte, e, parlando degli indicati miei figli, mi disse così: sempre sono ragazzi!: Io allora le domandai il perchè, ed essa mi rispose: «dovevano cantare tutte cose -- Meno male che adesso si sono persuasi a ritrattare tutto quello che hanno detto, perchè sono stati seriamente minacciati» -- Io troncai il discorso e mi unii a mia moglie che, in quel momento, mi si avvicinava, essendo venuta al carcere per lo stesso mio scopo. Quel discorso della moglie dello Sciacca e quel discorso del Cardile si unirono nella mia mente in modo da produrmi un grandissimo dispiacere, perchè compresi benissimo, che mio figlio Francesco si trovava in una cattiva condizione, stretto dalle minaccie, e le promesse dei varii malfattori che furono da lui denunziati alla Giustizia, e che si trovano in carcere. Per tanto mi son fatto un dovere di recarmi alla S. V. e riferirle i fatti che ho esposto a pregarla vivamente di collocare mio figlio Francesco in una stanza, in cui non possa essere oggetto delle minaccie e delle insinuazioni e delle promesse degli altri detenuti per lo stesso processo.

Interrogatorio Spampinato Salvatore
(Fog. 442, Vol. 1. -- 5 maggio 1891)

  D. R. Avendo fatto migliori riflessioni su tutto quanto ebbi già a dichiarare alla Giustizia, ed avendo ricordato meglio i fatti veri che sono a mia conoscenza, ho voluto nuovamente essere interrogato dalla S. V. per ritrattare completamente i miei precedenti interrogatori, e per dire nè più nè meno di quanto è a mia conoscenza.
  Io, nel furto degli Ostensori della Cattedrale, non ebbi alcuna parte, e quindi non conosco nulla in proposito; posso dire soltanto che un giorno, forse nel settembre del 1889, mi si presentavano a San Francesco all'Arena Francesco Nicotra, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino e Carmelo Sciacca, i quali mi dissero che avevano degli oggetti antichi da fondere e mi pregarono di lasciarglieli fondere nella capanna che è attaccata alla casa di mia abitazione dal lato di occidente.
  Io domandai se si trattasse di cosa pericolosa. Essi mi rassicurarono, ed avendo ottenuto il mio consenso, si chiusero nella detta capanna, ed io non so che cosa avessero fatto. Dopo essere rimasti chiusi là dentro da due a quattro ore, se ne andarono via.
  Devo far notare però alla S. V. che Carmelo Sciacca non rimase colà rinchiuso insieme agli altri che circa tre quarti d'ora, e poi se ne partì solo lasciando gli altri. Dopo circa quindici giorni, incontrai in Catania Francesco D'Aquino, il quale mi diede 100 lire in compenso del servizio che avevo prestato a lui e ai suoi compagni permettendo quella indicata operazione a San Francesco all'Arena nella mia capanna già indicata. Intorno al furto tentato al tesoro di S. Agata io non so niente di niente, essendo una vera favola quello che io narrai alla S. V. nei precedenti miei interrogatori.
  Intorno al furto dell'argento della bara di S. Agata poi, ecco quanto posso riferire alla S. V.: Un giorno nel settembre o ottobre dello scorso anno, Francesco Nicotra, in compagnia di Francesco D'Aquino, si presentarono a me a San Francesco All'Arena [sic] e mi dissero che si doveano fondere degli oggetti di argento antichi, appartenenti ad un loro amico che dovea andare a nozze.
  Io non volevo aderire al loro desiderio che era quello di portare a fondere i detti oggetti nella medesima, già indicata mia capanna, ma essi me ne dissero tanti, che mi fecero quindi acconsentire.
  Dopo alcuni giorni, circa 20, mi si presentarono di mattina per tempissimo a San Francesco all'Arena, Antonino Consoli, Orazio Carrara, Paolo Parisi, Francesco D'Aquino e Francesco Nicotra, i quali portavano degli involti che io non so che cosa contenessero e che furono da loro stessi collocati nella predetta capanna--Devo avvertire la S. V. che Francesco Nicotra non venne insieme agli altri, ma più tardi verso le 10 antim.
  Arrivato costui, intesi che il D'Aquino si mostrava adirato perchè ancora non arrivava Antonino Nicolosi e dopo breve discorso tra lui ed il Nicotra, egli stesso partì per Catania bestemmiando e minacciando contro il Nicolosi.
  Un'ora pria circa dell'Ave, giunse di ritorno a S. Francesco all'Arena il detto D'Aquino in compagnia dell'orefice Nicolosi, e quasi contemporaneamente giunse dalla parte del mare Carmelo Riela.
  Tutte le persone arrivate, come io ho detto, colà in quel giorno, si riunirono e si rinchiusero nella preindicata capanna. Dopo circa tre o quattro ore se ne partirono per Catania Antonino Consoli, Carmelo Riela ed Orazio Carrara, rimanendo ancora nella capanna Paolo Parisi, Francesco D'Aquino ed Antonino Nicolosi.
  Questi tre ultimi rimasero colà tutta la notte nella stessa capanna, e se ne ritornarono in Catania il giorno appresso. -- Ricordando meglio devo aggiungere, che anche Francesco Nicotra rimase colà la notte insieme agli indicati tre individui -- Il giorno appresso poi, verso le 9,30 partirono per Catania il D'Aquino e il Nicolosi, rimanendo a S. Francesco all'Arena Francesco Nicotra e Paolo Parisi -- Il D'Aquino tornò con una carrozza lo stesso giorno circa due ore prima dell'avemaria, e nella detta carrozza poi verso un'ora di notte, il Nicotra, il D'Aquino, il Parisi ed io ritornammo in Catania.
  Seppi dalle indicate persone, che nella capanna erano stati fusi quei tali oggetti antichi di cui mi avevano parlato, e dopo circa quindici giorni ricevetti per le mani del D'Aquino lire 200 per mio compenso.
  Questa è la pura verità.
  Devo in ultimo far notare alla S. V., che io nel settembre e nell'ottobre del 1889, mi trovavo in Misterbianco nel fondo del Marchese di S. Gaetano o meglio del massaro di costui per nome Giovanni, ed ero in compagnia di Francesco Messina e del costui figlio che chiamasi Francesco. Tagliava pure legna nello stesso fondo insieme a noi Giuseppe Torrisi.
  I Messina abitano al vico Guglielmo al Borgo e Torrisi in via Fossa dell'Arancio.
  Indico perciò i detti individui a mia discolpa -- Può deporre sullo stesso fatto il cognato del detto Torrisi per nome Alfio.

Confronto tra Nicotra Francesco e Torrisi Concetto
(Fog. 447, Vol. 1°--9 maggio 1891).

  Nicotra--D. R. Io non ti posso ricordare i fatti precisi relativamente il furto tentato in danno del tesoro di S. Agata, poichè quanto io riferî alla Giustizia intorno a te, lo appresi da Francesco D'Aquino.
  Io che conoscevo la parte da te avuta nel furto degli ostensorii, credetti alle parole del D'Aquino, ed è così che conosco che tu hai fatto entrare e nascondere nella scala del campanile coloro che fecero il tentativo.
  Torrisi-- Come ho detto alla giustizia, io nulla conosco in ordine al tentativo di cui tu parli -- Quando esso avvenne posso dire soltanto, che io supposi essere stato commesso dalle stesse persone che avevano commesso il furto degli ostensorii, tranne di Di Maggio che era in carcere ed anche del Motta per la stessa ragione.
  Nicotra--Passiamo piuttosto al furto dell'argento della bara di S. Agata: Tu non puoi negare, come già altra volta ti sostenni innanzi la Giustizia, di avere avuto parte nello stesso dal primo momento in cui si fecero le impronte dei buchi delle serrature delle porte, fino al momento in cui si sottrasse l'ultima porzione dell'argento e si gettarono poi, da te e da me, le chiavi in mare.
  Torrisi -- Tu scellerato non fai che inventare, perchè io dei fatti di cui tu parli non conosco nulla, non avendo avuto parte alcuna nel furto dell'argento della bara.
  Tu e tuo zio, il prete Di Maggio, potete dire come avete fatto, per organizzare il detto furto.
  E dico ciò, perchè ricordo benissimo, che il giorno 5 settembre 1889, verso l'una e mezzo p. m. tu e tuo zio eravate intenti a prendere la impronta del buco della serratura della prima porta d'ingresso della Cattedrale e di quella precisamente che sta alla sinistra di chi va per uscire.
  Anzi ricordo bene, che vi vidi in mano un pezzo di pasta, sulla quale avevate già ricavata l'impronta.
  Nicotra--Quello che tu dici è una favola, perchè il Di Maggio aveva in potere le chiavi vere e non avrebbe avuto bisogno dell'impronta del buco della serratura.
  E poi si sarebbe dovuto pensare quasi due anni innanzi al furto che si voleva commettere alla bara di S. Agata.
  Torrisi -- Io non posso conoscere lo scopo per cui prendevate quella impronta, credetti però e credo ancora, che non fosse per un fine onesto.
  Diamo atto che si è continuato il dialogo relativamente ai fatti riferiti dal Nicotra contro il Torrisi, ma senza alcun risultato, avendo il Torrisi persistito sempre nel dichiararsi innocente del furto dell'argento della bara.

Esame di Perina Carmelo.
(Fog. 450, vol. 1.--12 maggio 1891.)

  D. R. Fattagli vedere la scrittura in carta da bollo stata sequestrata dal Capo Guardia ed altri agenti di carcere, analogamente domandato,
  R. È questa appunto la dichiarazione in carta da bollo di cui ho parlato nella mia deposizione.
  Essa venne scritta da Carmelo Riela in mia presenza.

Interrogatorio di Pasquale Cacciola.
(Fog. 452, vol. 1.--13 maggio 1891.)

  D. R. L'argento contenuto nella coffa, di cui parlai alla S. V. nell'ultimo interrogatorio, non potei comprendere da quali oggetti fosse stato tolto.
  Esso era a piccoli pezzi tagliati ed ammaccati, ed in tale stato che non poteva dire se avessero costituito, prima di essere ridotti in quel modo, vassoi, boccali ed altri simili arnesi. Erano però con sicurezza provenienti da lamine d'argento lavorato.
  Nel fazzoletto poi, che fu portato in casa mia dal D'Aquino, si contenevano molte palline della dimensione più piccola di quelle da bigliardo, ed avena talune di esse, da un lato, delle maglie di cui pendevano catenelle.
  D. R. Il giorno seguente a quello in cui avvenne la fusione dell'argento in casa mia, io incontrai in piazza degli studi il sig. Paolo Caltabiano da Riposto, il quale m'invito ad accomodargli i parafulmini della sua cantina e della sua casa in Risposto. Io aderii allo invito, e dissi al Caltabiano che sarei andato a Risposto il giorno seguente, nel quale effettivamente, ed era di Domenica, partii da Catania alle 10 a. m.
  In Riposto, il giorno seguente a quello del mio arrivo, acconciai i parafulmini del Caltabiano ed ebbi da costui in pagamento L. 55, della quale somma rilasciai regolare quittanza.

Interrogatorio Nicotra Francesco.
(Fog. 458, vol. 1.--21 maggio 1891).

  D. R. Ho desiderato di essere nuovamente inteso dalla S. V. per rettificare un fatto specialmente nello interesse di Antonino Nicolosi e di Salvatore Spampinato--Imperocchè avendo ripensato meglio alla serie dei fatti che si riferiscono al furto dello argento alla bara di S. Agata, credo che i detti Nicolosi e Spampinato non abbiano torto nel sostenere che la fusione del detto argento a S. Francesco all'Arena non fu fatta che una sola volta. Di fatti, ricordando meglio, parmi che tutto l'argento rubato la prima volta fosse stato portato in casa di Pasquale Cacciola, dove venne fuso, mentre invece l'argento che fu portato e fuso a S. Francesco all'Arena dovette essere soltanto quello sottratto la seconda volta.

Interrogatorio Maccarone Francesco.
(Fog. 459 vol. 1. -- 21 maggio 1891.)

  D. R. Ho voluto essere nuovamente inteso dalla S. V. per riferire in mia discolpa il seguente fatto. -- Il detenuto Gaetano Massa il giorno 13 di questo mese mi raccontò che egli, essendo stato alquanti giorni compagno di stanza con Francesco Nicotra ed altri detenuti per i furti della Cattedrale, aveva inteso che costoro si bisticciavano continuamente fra loro, narrando per filo e per segno come erano avvenuti gl'indicati furti. Una volta il Massa, com'egli disse, intervenne nei discorsi di quei tali e domandò: ed il Maccarone come entra in tutti questi fatti?...
  A tale domanda Francesco Nicotra, come il Massa riferivami, rispose: Non potendogli fare altro, in ultimo dirò che il Maccarrone sapeva tutto e ci lasciava far tutto.

Interrogatorio Paolo Parisi.
(Fog. 460, Vol. 1.--22 maggio 1891).

  D. R. Ê vero che io vendetti all'orefice Amendolia, alquanto argento in verghe e fu precisamente quello proveniente dal furto alla bara di S. Agata, e dalla fusione che si fece in casa di Pasquale Cacciola, giusto quanto dichiarai alla S. V. nei miei precedenti interrogatorii.
  Però non è vero che io in seguito mi fossi recato un'altra volta presso Amendolia e gli avessi offerto un'altra quantità di argento.--Io dallo Amendolia per vendere argento non mi recai che una sola volta.
  D. R. Non ricordo se quando mi recai dallo Amendolia a vendere detto argento io fossi in compagnia di Francesco D'Aquino e di Pasquale Cacciola.
  D. R. Non ricordo con precisione a qual prezzo io vendetti quell'argento, mi pare però che lo avessi venduto al prezzo di L. 2. 50 l'oncia.

Interrogatorio di Nicotra Francesco.
(Fog. 461, vol. 1°--22 maggio 1891).

  D. R. È vero che fui compagno di stanza in questo carcere col detenuto Gaetano Massa, ed è vero altresì che qualche volta colui intese qualche discorso, tra me e gli altro compagni detenuti per i fatti in danno alla Cattedrale.
  Ma non è vero punto che io avessi detto cosa alcuna che valesse a far ritenere la innocenza di Francesco Maccarrone.
  Il Massa invece con idee di maffia mi parlò sempre disapprovando le propalazioni che io avevo fatto alla Giustizia, e cercò in tutti i modi di persuadermi a ritrattare quanto avevo dichiarato. -- Specialmente egli s'interessava di Francesco Maccarrone e mi pregava insistentemente di cercar di salvarlo.
  Io alla fine per levarmelo d'attorno gli dissi che il caso del Maccarrone mi sembrava disperato e che tuttavia avrei cercato di salvarlo se mi fosse riuscito.
  Anzi dico meglio, non promisi che avrei cercato addirittura di salvare il Maccarrone, perchè avrei promesso cosa affatto impossibile; promisi invece che avrei cercato, se avessi potuto, di fare qualche cosa per mitigare la posizione del Maccarrone.
  Promessa del resto indeterminata e fatta appunto per levarmi d'attorno il Massa, che continuamente insisteva nel parlarmi in favore del Maccarrone.

Confronto tra Nicotra Francesco e Massa Gaetano.
(Fogl. 463, vol. 1--23 maggio 1891).

  Massa -- Ricordatevi, o signor Nicotra, che nei giorni in cui mi trovai nella vostra stessa stanza, una volta, mentre parlavate coi vostri compagni, relativamente ai furti commessi alla Cattedrale, io vi domandai così: «E del Maccarrone che cosa avete da dire?» Voi allora mi rispondeste queste parole: «se non possiamo dire altro, diremo che ci ha dato il largo per commettere i furti».
  Nicotra--Quello che voi dite non è affatto vero, perchè, il discorso a cui accennate, non avvenne mai.
  Vi dovrete invece ricordare, che molte volte, e con insistenza, mi pregaste di aiutare il Maccarrone ed io, in presenza dei miei compagni, vi fece comprendere che il caso del Maccarrone era disperato, ed alle vostre insistenze infine per levarmivi d'attorno, vi dissi che avrei cercato di mitigare la condizione del Maccarrone.
  Massa -- Io non aveva ragione alcuna di pregarvi pel Maccarone; foste voi invece che alle mie domande rispondeste nel modo come ho riferito.
  Nicotra -- E il discorso di cui parlate dove avvenne, ed in presenza di chi?
  Massa -- Avvenne nella camera dove eravamo chiusi, in presenza dei vostri compagni.
  Nicotra -- La giustizia potrà allora bene indagare se la verità è quella che ho detto io. Del resto la risposta che voi mi attribuite è bene inverosimile.
  E che discorso si stava facendo quando voi faceste quelle domande?
  Massa--Parlavate dei furti ed io rivolsi quelle domande nell'interesse del Maccarone. Voi rispondeste in sulle prime per il Maccarone era stato insieme agli altri autori del furto, ed io allora tornai a domandare: ma che cosa fece il Maccarone?
  Voi allora e i vostri compagni rispondeste: se non possiamo dire altro, diremo che egli ci ha fatto largo per commettere i furti.
  Nicotra -- E chi vi spinse a pigliarvi quell'interesse del Maccarone?
  Massa -- Fu un naturale sentimento perchè avevo precedentemente conosciuto il Maccarone quando fui con lui nella stanza di N. 24.
  Nicotra -- Il discorso però da voi riferito non è vero, ed io prego la Giustizia di ricercare la verità.

Interrogatorio di Spampinato Alfio
(Fog. 467, Vol. 1°--25 maggio 1891).

  D. R. Ho fatto avvertire la S. V. che volevo nuovamente essere inteso, perchè ho creduto nel mio interesse di dover rettificare i miei interrogatori relativamente al numero delle volte nelle quali io presi parte al furto dello argento della bara di S. Agata.
  Voglio dire che non fu tre volte che io, di accordo coi fratelli Nicotra, andai a prendere lo argento dietro al portone del magazzino della bara, ma fu una sola volta. Venne a chiamarmi in casa Salvatore Nicotra in compagnia di Salvatore Ferlito e tutti e tre ci recammo dietro il portone della bara, prendemmo l'argento e lo portammo a Cibali nella grotta di cui già parlai alla Giustizia.
  D. R. Se in uno dei precedenti miei interrogatori confessai alla S. V. che nel furto dello argento io avevo preso parte per ben tre volte, si fu perchè Francesco Nicotra un giorno che s'incontrò con me in questo carcere mentre egli usciva con me dalla stanza del Direttore, mi disse di mettermi di accordo con lui perchè altrimenti egli avrebbe pensato in maniera differente.
  Io da questo discorso argomentai che, se non facevo la volontà del Nicotra, egli avrebbe fatto arrestare qualcuno della mia famiglia. Perciò quando la S. V. mi domandò se fossero state tre le sottrazioni dello argento in cui avevo preso parte, io confessai che erano state tre volte, mentre in sostanza non trattavasi che di una sola volta.
  D. R. Non ricordo affatto se quando avvenne la sottrazione dello argento, di cui ho parlato, vi fosse stato insieme agli altri due già nominati miei compagni, Neddu Pappalardo di Andrea, cioè l'amico di Francesco Nicotra.
  D. R. Se in uno dei miei precedenti interrogatori dichiarai che oltre Salvatore Nicotra e Salvatore Ferlito, vi erano anche Neddu Pappalardo, si fu perchè conoscevo che costui è intimo amico di Francesco Nicotra e quindi argomentai che egli avesse avuto parte nei furti dello argento.
  Fattogli comprendere che la data risposta è inconcludente, perchè egli nel suo interrogatorio relativo al Pappalardo, non parlò di supposizione, ma disse esplicitamente che il Pappalardo fu con lui e i nominati Nicotra e Ferlito a prendere l'argento in Piazza del Duomo e portarlo alla grotta di Cibali, ed analogamente domandato,
  R. Io ricordo che quando parlai alla S. V. di Neddu Pappalardo, intesi semplicemente fare un discorso accademico.

Interrogatorio di Nicotra Francesco
(fog. 480 Vol. 1.--28 maggio 1891)

  D. R. Giuseppe Consoli non prese parte solamente nel furto degli Ostensori della Cattedrale, ma anche nel furto dell'argento della bara di S. Agata. Egli anzi secondo quanto ben ricordo, intervenne personalmente nella seconda sottrazione dello argento e fu tra coloro che si recarono in contrada S. Francesco all'Arena, per la fusione dell'argento stesso presso Salvatore Spampinato. Sul proposito devo anche dichiarare alla S. V. che il Consoli venne meco due volte in Messina, per la vendita dello argento proveniente da [sic] detto furto. Il Consoli veniva in Messina con me per vendere l'argento, anche con speciale incarico di Francesco D'Aquino. La prima volta il Consoli portava circa 12, 13 rotoli d'argento che egli realmente vendette in Messina non so presso di chi.
  La seconda volta ne portò altro 10 rotoli circa, che pure vendette colà.
  Lo argento però che si vendeva in Messina non apparteneva nè al solo Consoli, nè al solo D'Aquino, ma pure ad altri di coloro che avevano avuto parte di quel furto. Io ne vendetti poca quantità per circa L. 250 all'orefice Domenico Cardile. Il resto lo vendetti a quel Francesco La Rosa di cui ho più volte parlato alla S. V. nel mio precedente interrogatorio.
  A maggior conferma della verità di quanto dissi rendo noto alla Giustizia che nei due o tre giorni in cui la prima volta stetti in Messina in compagnia di Giuseppe Consoli, Francesco D'Aquino da Catania fece telegramma al detto Consoli relativamente al detto argento. Il detto telegramma però rimase giacente nell'Ufficio di Messina, perchè non ci giunse in tempo essendo io ed il Consoli ripartiti per Catania. Quando tornammo per la seconda volta in Messina, curammo richiedere quel telegramma, non ci fu dato di poterlo avere. Il detto telegramma mi sembra che si riferisca al prezzo dello argento ed era, come credo, di risposta, non so se ad una lettera o ad un telegramma spedito da noi da Messina al detto Francesco D'Aquino.

Interrogatorio di Consoli Giuseppe
(fog. 508 Vol 1.--8 giugno 1891)

  D. R. Sono innocente affatto di quest'altro furto che mi si vuole imputare.
  Io non ebbi parte alcuna nel furto dello argento della bara di S. Agata. Io non mi recai mai presso Spampinato Salvatore a San Francesco all'Arena. Io non fui mai con Francesco Nicotra in Messina per vendere dell'argento dell'indicato furto.
  Io non feci alcun telegramma giammai da Messina a Francesco D'Aquino in Catania. E tal fatto non è possibile perchè non ho mai conosciuto il detto Francesco D'Aquino.
  D. R. Non so come spiegare il fatto che venne spedito da Catania, come la S. V. mi dice, da Francesco D'Aquino un telegramma a me in Messina. Io sul proposito non conosco nulla.
  Non ho testimoni.

Interrogatorio di Concetto Torrisi
(Fog. 530, vol. 1.--13 giugno 1891)

  D. R. Dopo che avvenne il tentativo di furto al tesoro di Sant'Agata, le chiavi del così detto cannarozzo furono cambiate, perchè fu cambiata la serratura--Io però, tanto pria il detto cambiamento, quanto dopo, per aprire la indicata porta mi giovai sempre della chiave dei sagrestani, che si teneva nella sagrestia; e non è punto vero che io a mie spese mi fossi fatto costruire una chiave della indicata porta per mio uso particolare.
  Non è però vero di conseguenza che io, nell'andare via dalla Cattedrale, mi fossi portato via la detta chiave.

Interrogatorio di Nicotra Francesco
(Fol. 531, vol. 1--13 giugno 1891)

  Non ricordo se io per vendere l'argento a Paolo Auteri mi fossi recato da lui personalmente o avessi mandato qualche altra persona.
  D. R. Se il telegramma spedito al D'Aquino da Messina in Catania porta la firma di Giuseppe Consoli, s'è perchè come già dichiarai alla S. V. allora Giuseppe Consoli ed io ci trovavamo insieme a Messina per vendere parte dell'argento proveniente dal furto di Sant'Agata.
  D. R. Riconosco pienamente il telegramma che mi si mostra; esso è tutto di mio carattere compresa la firma.
  D. R. La firma del telegramma col nome di Consoli si fu perchè il Consoli che era in mia compagnia, dovea vendere dell'argento per conto del D'Aquino, dal quale voleva l'adesione per poter vendere al prezzo di L. 3. 20 l'oncia.
  A questo punto l'imputato spontaneamente dichiara:
  Ricordandomi quanto dichiarai nel mio ultimo interrogatorio, stimo conveniente avvertire la S. V. che non son sicuro di aver venduto dell'argento all'orefice Cardile di Messina--Ripensando meglio mi sembra che non ci fossimo potuti mettere d'accordo sul prezzo e che quindi io non gli avessi nulla venduto.
  D. R. Le parole «Albergo del Globo» che leggonsi nel telegramma sono, più che una indicazione reale, un segno convenzionale.

Interrogatorio Pappalardo Salvatore
(Fog. 534, vol. 1.--15 giugno 1891).

  D. R. Sono affatto innocente della imputazione che mi si dà, non avendo io venduto argento proveniente da furto alla bara di S. Agata.
  D. R. Non conosco affatto Francesco Nicotra e Alfio Spampinato inteso Capraro.
  D. R. Conosco Salvatore Ferlito inteso Barone perchè è stato il mio barbiere -- Però nè da lui, nè da altri ho avuto incarico di vendere dello argento.
  D. R. Non conosco affatto Alfio Spampinato, nè posso avere avuto con lui motivi d'inimicizia.
  Non ho testimoni da indicare.

Interrogatorio Cannizzaro Nunzio
(Fog. 535, vol. 1.--15 giugno 1891)

  D. R. Sui fatti di cui la S. V. mi domanda non posso che confermare tutto quanto dichiarai alla giustizia quando fui esaminato come testimonio, non avendo d'aggiungere.
  Mi sorprende però che io sia stato imputato di complicità nel furto dell'argento della bara di S. Agata, per aver costruito le chiavi che doveano servire per la consumazione di quel furto--Posso assicurare la S. V. che io ignorava affatto che le chiavi dovessero servire per la consumazione del detto furto; altrimenti io, come buon Catanese mi sarei rifiutato.
  Non ho testimoni a mia discolpa.

Interrogatorio Spampinato Antonino
(Fog. 536, vol. 1.--15 Giugno 1891).

  Sono innocente di quanto mi s'imputa, non avendo io avuto parte alcuna nel furto dello argento della bara di S. Agata e neppure nelle operazioni che seguirono il furto--del resto su di ciò che io potei vedere ed osservare presso mio zio Salvatore Spampinato a S. Francesco all'Arena non posso che confermare tutto quello che dichiarai alla S. V. come testimone.
  D. R. Ê vero che nel contratto d'affitto della terra di S. Francesco all'Arena intervenni io insieme a mio zio Salvatore Spampinato, e che lo affitto venne stipulato nel comune interesse di entrambi.
  D. R. Io non mi accorsi affatto che cosa stessero a fare quelle persone che io vidi riunite a S. Francesco all'Arena presso mio zio.
  D. R. Non ho testimoni da indicare.
  Prima di licenziarsi,
  D. R. È inutile che la S. V. mi mostri delle persone, perchè io ben pensando devo dichiarare che mi è impossibile di riconoscere quegl'individui che io vidi nello scorso settembre a S. Francesco all'Arena presso mio zio Salvatore Spampinato.

Interrogatorio Parisi Paolo.
(Fol. 538, vol. 1.--15 Giugno 1891).

  D. R. Quando giunsi a S. Francesco all'Arena presso Salvatore Spampinato e oltre le persone da me precedentemente indicate, vidi Spampinato Antonino nipote del predetto Salvatore, egli fu presente durante il tempo in cui si fecero le operazioni della fusione dell'argento.
  D. R. Antonino Spampinato prese parte alle operazioni aiutando gli altri.

Interrogatorio Consoli Giuseppe di Matteo
(Fog. 556, vol. 1.--28 Giugno 1891).

  Essendomi deciso di dire tutta la verità alla giustizia se avessi avuta parte alcuna nel furto dello argento della bara di S. Agata, non avrei avuto difficoltà di dire come andarono i fatti.
  La verità è che io negli indicati furti non ebbi parte alcuna e che io fossi andato a Messina a vendere argento.
  I telegrammi di cui mi parla non sono di mio carattere e quindi possono essere stati spediti o da altra persona o da qualche altro Giuseppe Consoli; perchè alla Consolazione esiste un altro giovane che chiamasi Giuseppe Consoli, e che è amicissimo di Francesco Nicotra.
  Anzi posso dire che conosco questo tale Giuseppe Consoli per il seguente fatto:
  Mi trovavo un giorno nella bottega di Alfio Spampinato quando entrò un giovane che si fece cucire dallo Spampinato una delle scarpe--Quando quel giovane andò via chiesi chi fosse, e lo Spampinato mi rispose: come non lo conoscete? Abita alla Consolazione e si chiama Giuseppe Consoli come voi--Anzi avverto la giustizia che lo Spampinato mi dava del tu e non del voi.
  Mi aggiunse poi che il detto Consoli era stato alquanti anni guardia di finanza.
  D. R. Assicuro la S. V. che io non fui punto in Messina in compagnia di Francesco Nicotra; ma posso affermare che con lui ci fu Alfio Spampinato e ciò perchè un giorno fui chiamato da un certo don Liborio di cui parlai altra volta, nella bottega di Alfio Spampinato, dove mi si disse che Spampinato stava per partire con lui e mi mostrò una valigetta che Nicotra aveva lasciata nella bottega -- Poco dopo venne Nicotra e poi una carrozza nella quale entrarono gli indicati Spampinato e Nicotra che portò seco la valigia--Il giorno appresso tornò Spampinato a cui domandai dove fosse stato, che mi rispose essere stato a Messina. Gli domandai il motivo, ma egli non volle dirmi niente, limitandosi a dichiararmi che il Nicotra lo avea condotto seco e che lo avea lasciato in un albergo.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.