Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. I. -- Ferculo
Parte II. -- Esami testimoniali


VOL. I.--FERCULO / PARTE II.--ESAMI TESTIMONIALI

Maugeri Bonaventura
(Fog. 1, Vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno dei sacristanelli della Cattedrale e posso affermare che ogni sera quando si chiude la chiesa si fa in essa un'accuratissima visita in tutti i punti, e dopo si lascia libero nella stessa chiesa un cane che da qualche tempo si tiene per guardia.
  D. R. Io non ho inteso mai la notte latrare il detto cane, sebbene dal punto ove la notte io sto coricato io posso ben sentire i latrati.
  D. R. Pria delle ultime grandi piogge io dormiva nella stanza che ha una finestra, la quale dà sulla stessa chiesa.
  Dopo le dette piogge dormo in un altro luogo contiguo alla sacristia dal quale posto potrei pure ben sentire i latrati del cane.

Zappalà Giuseppe
(Fog. 2, vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno dei sacristani della Cattedrale e posso affermare che ogni sera quando si chiude la chiesa si fa in essa un'accuratissima visita in tutti i punti per assicurarsi che non ci siano persone nascoste.
  D. R. Io non soglio dormire nella stanza che ha una finestra nella stessa chiesa, ma invece in una stanza la cui finestra guarda in via Vittorio Emanuele.

Sedici Vincenzo
(Fog. 3, vol. 2. -- 27 gennaio 1891)

  D. R. Sono uno dei sacristani di questa cattedrale e posso assicurare la S. V. che ogni sera si fa in essa un'accuratissima visita nell'intento di esser sicuri che non ci sia nessuno nascosto.
  Dopo la visita si lascia libero nella Chiesa il cane di guardia.
  D. R. Prima delle ultime grandi piogge io soleva dormire nella stanza che ha una finestra sulla Chiesa stessa, ma dopo le dette piogge la notte dormo in un'altra stanza contigua alla sacristia.
  D. R. Dalle stanze dove ho dormito e dove dormo attualmente potrei sentire i latrati del cane, ma posso assicurare che non ne ho mai sentiti.

Pettinato Letterio.
(Fog. 4. vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Le due tanaglie che la S. V. mi presenta sono della Casa Goldemberg di Zornolf ed io nel mio magazzino ne tengo in vendita.
  Però non posso dire se queste due siano state vendute nel mio negozio, perchè altri negozianti io ritengo vendono tali oggetti.
  E del resto esse non hanno segni riconoscibili.
  Non può riconoscersi che la marca del fabbricante.
  Del resto io non ricordo di averne da recente vendute.
  La S. V. potrà sentire in proposito anche il mio commesso Ernesto Longo, essendo egli ed io le due sole persone che attendiamo alla vendita.

Longo Ernesto.
(Fol. 5, vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. É vero che io sono commesso del negozio del sig. Pettinato ed è altresì vero che le due tanaglie che la S. V. mi mostra sono dello stesso genere di quelle che si vendono dal detto Signor Pettinato, anzi esse sono precisamente della fabbrica Goldemberg, dalla quale suole ritirarne il sig. Pettinato.
  Non ricordo però di aver venduto da recente delle dette tanaglie, le quali del resto tranne la marca di fabbrica, non hanno segni riconoscibili e possono essere state vendute d'altri negozianti.

Giuffrida Giuseppe
(Fog. 6, Vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno dei piccoli sacristani di questa Cattedrale e posso assicurare la S. V. che ogni sera in essa si fa un'accurata visita in tutti i luoghi per esser sicuri che non ci sia persona nascosta.
  Dopo la detta visita si lascia libero il cane di guardia in Chiesa.
  D. R. Prima delle ultime piogge io dormivo in una stanza che ha una finestra la quale guarda la stessa Chiesa, ma dopo le stesse dormo in altra stanza, contigua alla sacristia.
  D. R. Oggi stesso ho appreso dai miei compagni che questa notte nelle prime ore fu inteso latrare il cane; sicchè il sacristano maggiore con i miei compagni scesero in chiesa e trovarono il cane che portava una spugna in bocca, spugna che era stata forse dimenticata da qualche sediario dopo di aver lavato le fonti dell'acqua benedetta.

Corsaro Giuseppe
(Fog. 7. Vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno dei piccoli sacristani di questa Cattedrale e tutte le sere piglio parte all'accurata visita che si fa in essa per assicurarsi che non vi siano persone nascoste.
  Dopo la detta visita si lascia libero in Chiesa il cane di guardia.
  D. R. Io prima delle ultime pioggie dormivo nella stanza che ha una finestra la quale guarda nella stessa chiesa, e ricordo che circa un mese fa sentiva di notte latrare il cane--Esso però emise due soli latrati e poi stette queto. [sic]
  Io coi miei compagni mi misi ad ascoltare dietro la finestra della detta stanza.
  Stetti circa un'ora e non intesi più niente.
  D. R. I miei compagni erano Perrone Nicolò, Bonaventura Maugeri e Sedici Vincenzo.

Nicotra Pietro
(Fog. 8. Vol. 2.--27 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno dei piccoli sacristani di questa Cattedrale e prendo parte tutte le sere all'accurata visita che in essa si fa per assicurarsi che non vi siano persone nascoste.
  Dopo la visita poi si lascia libero in chiesa il cane di guardia.
  D. R. Io dormii qualche tempo nella stanza che ha una finestra, la quale guarda nella stessa chiesa e fu nel tempo dell'ultima villeggiatura.
  Poi ho dormito sempre nelle stanze vicine allo alloggio della sacristia maggiore.
  D. D. [sic] Ieri notte, o meglio la scorsa notte, dopo il rosario mentre eravamo in chiesa col sacrista maggiore, udimmo latrare il cane, il quale aveva un pezzo di spugna in bocca.
  Noi gliela levammo ed il cane in seguito si quietò.

Perrone Nicolò
(Fog. 9, Vol. 2.--27 gennaio 1891).

  Io sono uno dei sacristani di questa cattedrale e prendo parte ogni sera all'accurata visita che in essa si fa per assicurarsi che non vi siano persone nascoste.
  Dopo la detta visita si lascia libero nella chiesa il cane di guardia.
  D. R. Prima delle ultime piogge io dormivo in una stanza che ha una finestra che guarda sulla stessa Chiesa ed una notte, circa quindici giorni fa, intesi latrare il cane.
  Latrò per sole due volte con piccolo intervallo e poi zittì.
  Io coi miei compagni mi misi ad ascoltare dietro la finestra, ma non si udì più nulla.
  D. R. Ieri notte, dopo che appena avevamo terminato il rosario, si sentì latrare il cane.
  Noi avvicinammo verso di esso con le lanterne, e vedemmo che aveva una spugna in bocca.
  Gliela levammo, ed egli quindi non latrò più e stette quieto.

Cristofaro Cosentino
(Fol. 10, Vol. 2.--27 gennaio 1891).

  D. R. Stamane, mentre mi trovava all'arcivescovado, mi si presentò un sagrista di quelli della cattedrale ad annunziarmi che trovavasi in chiesa l'economo del Municipio e desiderava parlarmi.
  Io mi recai subito da lui in Chiesa, ed egli mi disse che aveva bisogno di due sacristi per far sorvegliare l'uomo che avrebbe dovuto oggi stesso spolverare la bara di S. Agata.
  Io detti le convenienti disposizioni e mi posi intanto a discorrere col detto Economo, mentre si aspettava che venisse il custode della bara a portare le chiavi del locale, nel quale la stessa trovasi riposta.
  Io intanto conoscendo che il detto custode possedesse anche la chiave del cancello che chiude quello spazio che è destinato al battistero, e che sta dinanzi alla porta per la quale si va nel locale della bara, avevo mandato a prendere la chiave del detto cancello da me posseduta quando sopravvenne il figlio dell'indicato custode portando le chiavi, fra le quali eravi pure quella dello stesso cancello, simile alla mia. Aperto il cancello, l'Economo del Municipio, un altro signore che era con lui ed io, ci ponemmo a discorrere nel recinto del battistero, mentre il figlio del custode cominciò ad aprire la porta per cui si va al locale della bara.
  Egli aperse ed entrò, e nello stesso tempo entrava seco lui un sacrista che credo fosse Corsaro, il quale quasi subito tornò indietro con una lanterna per accenderla e fece luce nell'andito per cui si va alla bara.
  Però non era ancora rientrato con la lanterna, quando vedemmo ritornare il figlio del custode dicendo che c'era la porta (che sarebbe la seconda) scassinata e la bara rovinata.
  A tale annunzio allarmati tanto io, quanto quei due signori con cui discorrevo, entrammo subito per vedere quali fossero i danni riportati dalla bara.
  Difatti vedemmo, che la parte anteriore della cassa che copriva la bara era stata abbattuta, e che la bara, nella maggior parte delle colonne, era stata privata della crosta di argento che la ricopriva.
  Comprendendo che si trattasse di un furto, ritornammo nei nostri passi per avvertire i rappresentanti della Chiesa e le autorità.
  Io mi mossi per andare ad avvertire al [sic] Priore ed il Vicario, ma nella via avendo incontrato il Canonico Cosentino che parlava col sediario Luciano, ed essendomi fermato anch'io col loro, perdetti qualche tempo, sicchè quando giunsi dal Vicario, costui trovavasi informato del fatto.
  D. R. Posso assicurare la S. V. che durante l'anno, in cui sono stato sacrista maggiore della Cattedrale ogni sera quando si chiude la Chiesa è stata fatta minutissima ed accurata visita in tutti i luoghi della Chiesa, nell'intento di assicurarsi che non vi sia rimasta qualche persona nascosta.
  Anzi devo aggiungere, che la detta visita si fa due volte, la prima all'Avemaria, quando si chiude la chiesa, e la seconda a due ore di notte.
  Devo pure aggiungere, che da che sono entrato io alla Cattedrale ho voluto che nella chiesa rimanga la notte di guardia un cane, che io stesso ho procurato.
  Sicchè dopo fatta la seconda visita il cane si lascia libero in Chiesa.
  D. R. Non mi è occorso mai di udir latrare il cane la notte, tranne la notte scorsa, nella quale dopo di aver detto il rosario, il cane si era messo a latrare.
  Però io ed i sacristi essendoci avvicinati con le lanterne, vedemmo il cane che aveva una spugna in bocca. Gliela levammo ed egli indi stette zitto.
  D. R. Non ho da dare sospetti sopra di alcuno, poichè il fatto per me rimane un enigma.
  Prima di licenziarsi il testimone analogamente richiesto,
  R. Mentre io con l'Economo del Municipio osservavamo i guasti della bara, picchiò al portone che mette in piazza del Duomo, il custode della bara, e suo figlio che era con noi gli disse dall'interno di passare dalla parte della Chiesa.
  Difatti mentre io usciva ed ero giunto nell'andito che precede il battistero, vidi entrare il detto custode, il quale piangente diceva: Oh, Santa Agata! Oh Santa Agatuzza, dove siete!..
  Sicchè io già compresi che egli era a conoscenza di quanto già era avvenuto.

Scuderi Rosario
(Fog. 13, Vol. 2.--28 gennaio 1891)

  D. R. Io sono uno di coloro che sogliono scaricare dai legni mercantili il grano per conto del signor Venerando Scandurra che ha un mulino a vapore in Aci Reale.
  Siccome il detto signor Scandurra fece venire (non so donde, ma gli arrivò da Messina) una macchina per uso del suo opificio, così per mezzo del carrettiere Rosario Grasso fummo invitati, io ed altri dieci persone, a trasportare la detta macchina dalla stazione di Aci Reale al predetto opificio.
  Le persone che furono in mia compagnia in quella operazione sono: Francesco Indelicato padre, e Francesco Indelicato figlio, altri due che portano lo stesso nome e cognome, e che credo siano parenti dei primi due, quindi Giuseppe Indelicato, Salvatore Indelicato, Sebastiano Leotta, Francesco Virgilio e Giuseppe Scuderi mio padre. Per fare la detta operazione partimmo da Catania sabato scorso alle due dopo la mezzanotte e giungemmo in Aci Reale verso le cinque o le cinque e mezzo.
  Ieri alle 2 pom. terminammo il lavoro e facemmo ritorno a mangiare con alcuni miei compagni, ma fra costoro di quelli che vennero meco da Aci Reale, non vi erano che Francesco Indelicato figlio, Francesco Virgilio e mio padre.

Scuderi Giuseppe
(Fog. 14, vol. 2--28 gennaio 1891).

  Io sono uno di coloro che in compagnia di mio figlio Rosario e di altri dieci individui, sabato alle 2 dopo la mezza notte, partii da Catania per recarmi in Aci Reale, per trasportare dalla Stazione ferroviaria all'opificio del signor Venerando Scandurra una macchina che gli era giunta da Messina.

Virgilio Francesco
(Fogl. 15, vol. 2.--28 gennaio 1891)

  Mi sono allontanato da Catania verso le due dopo la mezzanotte dello scorso sabato in compagnia di Rosario Scuderi, Giuseppe Scuderi, uno che ha il nome di Sebastiano, ed altri sette individui che portano il nome di Indelicato, e che io non so distinguere, ma conoscendo il loro nome preciso. [sic]
  Andammo tutti in Acireale per trasportare dalla stazione ferroviaria una macchina del signor Venerando Scandurra al costui mulino a vapore.
  Ritornammo in Catania verso le cinque o cinque e mezzo pomeridiane di ieri.

Domenico Nesci
(Fogl. 16, vol. 2.--28 gennaio 1891)

  D. R. Non conosco nulla del furto di cui la S. V. Ill. mi rende noto.
  Posso dire soltanto che ieri, mentre mi trovavo nella cucina del Seminario, intesi la voce del capo maestro Nicolò Isaia, il quale diceva: «Siamo rovinati, ammazzatemi!»
  Spinto dalla curiosità discesi in istrada e mi avvicinai al sopramenzionato Nicolò Isaia, domandando cosa fosse avvenuto.
  Egli a tal domanda mi rispose che i ladri avevano spogliato la bara di S. Agata, sicchè provai anch'io un grandissimo dispiacere.
  Questo fatto avvenne verso le undici e mezzo antemeridiane.
  Del resto non so niente, tanto più che il Seminario, al quale io sono addetto, non ha comunicazione alcuna con la chiesa dove avvenne il furto della bara.

Marletta Michele
(Fog. 17. Vol. 2.--28 gennaio 1891).

  D. R. Circa venti giorni fa, trovandomi assieme al calzolaio Riccardi Nicola ed al ramaio Salvatore Costa e parlando con gli stessi di furti avvenuti e dei sospetti che si avevano contro Salvatore Consoli, io per compiacerli mi mossi a condurli nella via S. Calogero ove Consoli abita.
  Passata la via Stesicoro-Etnea, nella quale ci trovavamo, e giunti in piazza del Duomo, vedemmo all'angolo del caffè Nazionale fermati, Orazio Carrara, Gaetano Mazzola ed il calzolaio Speranza.
  Allora io rivolgendomi ai miei due amici ed indicando loro quei tre, dissi: Guardate, che bella compagnia!!
  Intendevo dire che erano persone di cattiva vita e che il loro stare infine [sic] doveva naturalmente destar sospetti.
  Quando avvenne l'incontro di cui ho narrato erano le ore cinque e mezzo pomeridiane.
  Condussi poi i miei amici nella stanza ove abita il Consoli, ma la costui casa era chiusa e non potemmo veder nulla.
  A quanto ho detto devo aggiungere che dopo il giorno di cui ho parlato più volte verso un'ora di notte passando per la piazza del Duomo vidi le tre persone stare ferme dinanzi il portone del magazzino dove suole riporsi la bara di S. Agata.
  Qualche volta anzi vidi fermato, e solo, Orazio Carrara.
  E qualche volta vidi ancora che mentre il Mazzola e lo Spampinato stavano fermi, il Carrara distaccandosi da loro entrava nel portoncino poco discosto che mena al Seminario.
  D. R. Salvatore Consoli è un fabbro ferraio, ma è anche un bravo meccanico e si adopera anche a fare qualunque mestiere.
  Però è notissimo come persona che prende parte in quasi tutti i furti che avvengono in Catania.
  D. R. Dopo che avvenne il furto della bara di S. Agata incontratomi il calzolaio amico mio in via Stesicoro Etnea, mi ricordò quanto avevamo visto quella sera all'angolo del caffè Nazionale ed i sospetti da me in quella occasione manifestati su quei tre riuniti.
  Anzi sul proposito ricordo, che quando coi due amici vidi fermi e riuniti il Carrara, il Mazzola e lo Speranza manifestando i miei sospetti dissi:
  «Qualche cosa deve succedere».
  D. R. Tanto il mio calzolaio, quanto io, abbiamo sospettato che i tre suddetti individui fossero stati autori del furto della bara di S. Agata.

Marino Paolo
(Fog. 19. Vol. 2.--29 gennaio 1891).

  D. R. Otto o nove giorni fa, una notte all'ora in cui nel Seminario sogliamo andare a letto, vale a dire verso le nove e mezzo, trovandomi ad andare a luogo comodo per un bisogno corporale passando dinanzi una finestra dalla quale si vedono dirimpetto le grandi finestre della navata centrale della cattedrale, vidi dietro una delle dette finestre un uomo con un lume in mano in atto di sollevare un lembo della cortina che ricopriva la indicata finestra dietro cui trovavasi.
  A quella vista mi atterrii: gettai un grido e corsi in mezzo ai miei compagni, ai quali narrai quel che aveva veduto.
  D. R. La finestra dietro cui vidi quell'uomo, era la prima contando dalla destra di chi entra in chiesa dalla porta maggiore.
  D. R. Dal punto donde io guardavo e nel modo in cui quell'uomo dovea trovarsi, io non potevo vedere che la testa di lui.
  D. R. Non posso precisare la notte in cui il fatto avvenne, non fu certo una di quelle in cui avvennero le ultime grandi piogge.

Curiale Rosario
(Fog. 20, vol. 2.-- 29 gennaio 1891)

  D. R. Circa otto o nove giorni fa, una notte verso le nove e mezzo, passando dinanzi la finestra della camera dove io nel seminario dimoro, mi accorsi che dietro una delle grandi finestre della cattedrale vi era un uomo che a me parve tenesse sotto quasi l'ascella una lanterna.
  A tale vista io mi atterrii, ed andai subito a coricarmi.
  D. R. La finestra dietro a cui vidi quell'uomo è la prima contando dalla destra di chi entra dalla porta maggiore della cattedrale.
  D. R. Non posso precisare la notte, ma era una di quelle in cui furono le ultime grandi piogge.

Messina Domenico
(Fol. 21, vol. 2.-- 29 gennaio 1891)

  D. R. Otto o nove giorni fa, trovandomi nel mio turno di servizio al seminario verso le nove e 1/2 pom. mi misi a chiudere il portone, le porte e le finestre per poi andarmene a letto. Scendendo la scala per recarmi a chiudere il portone, mi accorsi che dalle prime tre finestre della navata centrale della Cattedrale contando dalla destra di chi entra dalla porta maggiore traspariva luce.
  Allora il fatto non mi sorprese, poichè supposi che i sacristani potessero trovarsi a far la consueta visita a quell'ora dopo il furto; [sic] pensando meglio al fatto mi son dovuto convincere che probabilmente dovevano essere dei ladri a far quella luce, poichè l'ora non era quella da far la solita visita i sacristani.
  D. R. La notte in cui il fatto avvenne era una di quelle in cui vi era pessimo tempo con pioggie, freddo e vento.

Nicotra Francesco
(Fol. 22. vol. 2.-- 29 gennaio 1891)

  D. R. Io sono fratello di Giuseppe Nicotra che è contabile del pastificio di S. Lucia.
  Da un paio di anni faccio affari di commercio in vini, e a tale scopo negli ultimi dello scorso mese dicembre, mi recai in Palermo dove, fra le altre mie relazioni, ho un amico che si chiama Barresi Girolamo che abita al corso Scinà. Trovandomi con lui gli manifestai il desiderio di andare a Napoli per vedere la città che aveva inteso sempre decantare.
  Il Barresi si dichiarò pronto ad accompagnarmi, ed infatti ci recammo entrambi in Napoli dove restammo circa un giorno e mezzo.
  Di là ritornammo in Palermo dove io rimasi tre altri giorni e indi me ne ritornai in Catania.
  D. R. A Napoli io non cercai menomamente di vendere argento, non essendo io nè orefice, nè argentiere e non può esser vero che io mi fossi presentato ad alcuno per offrire in vendita alquanti chilogrammi di argento.
  D. R. Il cognome di Fusco di cui la S. V. mi parla, mi riesce affatto nuovo.
  A Napoli nè io, nè il mio compagno Barresi avemmo relazione con persona che si chiamasse Fusco.
  D. R. Col mio amico Barresi non fummo affatto in via Orefici.
  D. R. Da Napoli non scrissi nè telegrafai alla mia famiglia, nè feci scrivere o telegrafare da alcuno.
  D. R. Nello stabilimento di S. Lucia dove è contabile mio fratello, io non sono stato mai impiegato.
  D. R. Quando partii da Catania per Palermo non rivelai alla mia famiglia la intenzione di recarmi in Napoli, perchè in verità, nella strettezza delle condizioni finanziarie in cui ci troviamo non mi si sarebbe permesso di fare quella gita.
  Da Palermo però informai la mia famiglia che ero già stato in Napoli.
  Al mio ritorno in Catania ho detto a tutti i miei parenti ed amici, quando me ne era venuta l'occasione, di aver fatto un viaggio per Napoli.
  D. R. Conosco i fratelli Cutore, ma con essi non ho avuto mai relazione alcuna.
  D. R. Non conosco i fratelli Antonino ed Angelo Consoli.

Nicotra Giuseppe
(Fol. 24. Vol. 2.--29 gennaio 1891)

  Io sono il più grande dei figli di mio padre, sebbene non siamo tutti della stessa madre. Ho altri tre fratelli che sono del secondo letto, ma che sono stati, sino a tempo recente, sempre uniti con me e con mio padre, formando unica famiglia, ed io, come il più grande, mi sono sempre adoperato per la buona riuscita dei detti miei fratelli.
  Se non che, quando avvenne il tentativo del furto in danno della Ditta Savoia e Carbone, nel quale tentativo venne implicato mio fratello Salvatore, io provai tanto dispiacere che mi guastai un po' con la famiglia, tanto che volli far casa separata.
  Sicchè da quel tempo, mio padre e i miei fratelli, abitano una casa separata dalla mia, ma nella stessa strada al N. 18. Lungo sarebbe il narrare quanto io ho fatto per agevolare la condizione dei miei fratelli.
  Pria presi in affitto due mobili del Duca Cardaci, e li posi sotto la direzione del mio fratello Santo.
  Siccome però quell'impresa andava a male, dovetti ritirarmi ed ottenni, invece, il pastificio Santa Margherita, nel quale impiegai mio padre ed i miei tre fratelli Santo, Francesco e Salvatore. Ma anche tale impresa andò a male, e dovetti smettere.
  In seguito non avendo dove meglio collocare i miei fratelli, ricollocai Francesco come commesso nel Bazar Siciliano di mio cugino Francesco Scuto, ricollocai Salvatore come commesso nell'agenzia di Gaetano Platania a S. Francesco, e collocai Santo nel pastificio del signor Giuseppe Pastorini in Catania e poscia nel pastificio di Giuseppe Messina in Paternò, dove attualmente trovasi.
  D. R. Mio fratello Francesco, da quando fallì Francesco Scuto, forse verso il luglio del 1890, è rimasto, a quanto io sappia, senza occupazione.
  D. R. Posso riferire alla S. V. che mio fratello Francesco circa due mesi fa, fu a Napoli.
  Io non sapeva nulla che egli si dovesse colà recare. Appresi che era colà da un telegramma direttomi da lui da Napoli, nel quale mi diceva di recarmi dai fratelli Cutore a dare informazioni su di lui. Difatti io mi recai dai fratelli Cutore, e parlai col signor Natale, il quale vedendomi, mi disse che non c'era bisogno della mia venuta, perchè egli mi conosceva da tanto tempo, e che avea già dato le opportune informazioni.
  D. R. Se non risposi punto al telegramma di mio fratello, tanto che il bono per la risposta me lo vendetti al signor Nunzio Abbate, nipote del signor Giovanni De Natale.
  D. R. Quando ritornò mio fratello, mi portò questo soprabito che attualmente indosso, e volle da me in compenso L. 25. Egli non mi diede nessuna spiegazione del telegramma che mi avea mandato da Napoli, nè io gliene domandai.
  D. R. Quando mio fratello fu a Palermo, non mi mandò, nè lettera nè telegramma; non so se ne abbia spedito ad altra persona della famiglia. Io però non seppi punto che avesse mandato da Palermo lettera o telegramma a qualcuno della famiglia.
  Devo avvertire la S. V. che io faccio del commercio in vini, e che mio fratello Francesco, qualche tempo pria del telegramma, mi avea detto che sarebbe andato in qualche paese a girare con mostre di vino per conto mio.
  D. R. Non conosco un tal di Rosario Nicotra da Napoli non avendolo neppure inteso mai nominare.

Nicotra Giuseppe
(Fol. 27, Vol. 2 -- 30 gennaio 1891)

  D. R. Confermo tutto quanto dichiarai, qui nel carcere, ieri sera alla S. V. avendo detto la piena verità.
  D. R. Non posso sostenere con mio fratello Francesco alcun confronto, perchè se è vero che io ricevetti un telegramma da Napoli a sua firma per recarmi a dare informazioni sul suo conto ai fratelli Cutore, tuttavia io posso affermare che il detto telegramma, mi fosse stato spedito da lui stesso.
  Non posso dire se, quando io ricevetti il telegramma mio fratello si trovasse in Napoli.
  D. R. È vero che quando mi portò il soprabito mi confessò di essere stato in Napoli, ma questo fatto avvenne circa un mese dopo del telegramma, sempre però prima del Natale ultimo.
  D. R. Ricordo soltanto di avere indossato il soprabito in questo inverno quando si cominciò a sentir freddo, perchè ero vestito, come sono tuttavia, con gli abiti stessi della scorsa està.
  D. R. Posso assicurare la S. V. che mio fratello non mi disse nulla della sua gita in Napoli ed in Palermo, poichè noi non ci parliamo mai, o meglio, non conviviamo insieme e non abbiamo nessuna relazione.
  D. R. Il signor Natale Cutore, quando io mi recai da lui per secondare il telegramma di mio fratello non mi disse punto la ragione per cui da Napoli si richiedevano informazioni sul conto di mio fratello.
  D. R. Se io avessi saputo che mio fratello doveva recarsi in Napoli per trattare degli affari, lo avrei diretto e raccomandato alla ditta L. M. Carnevali, con la quale egli sapeva che da tempo io sono in relazioni di amicizia.

Cutore Natale
(Fol. 29, vol. 2. -- 30 gennaio 1891)

  D. R. Il giorno 31 ottobre dello scorso anno mi giunse da Napoli un telegramma della ditta G. Fusco, mia corrispondente da alquanti anni, nel quale mi si chiedevano informazioni di certo Francesco Nicotra dimorante presso lo stabilimento S. Lucia, ed in quel tempo a Napoli, dove erasi presentato alla indicata ditta, offrendo in vendita circa quattordici chilogrammi di argento.
  Io in quel tempo ero solo, perchè mio fratello Luigi trovavasi a villeggiatura in contrada Trappeto; sicchè, volendo favorire la Ditta predetta, mi recai dal Presidente della Società proprietaria dello Stabilimento S. Lucia, e da lui seppi che presso il detto stabilimento non esisteva nessun Francesco Nicotra. Telegrafai perciò subito alla Ditta Fusco il risultato della fatta indagine; senonchè il giorno susseguente mi pervenne un altro telegramma, nel quale la ditta Fusco mi diceva non occorrere più le chiestemi informazioni, perchè il nominato Nicotra erasi fatto riconoscere per mezzo di persone di fiducia della stessa Ditta.
  Io non avevo più ragione alcuna di curarmi di tale faccenda, quando, qualche giorno dopo, mi si presentò Giuseppe Nicotra.
  Io in sulle prime non lo riconoscevo perchè lo conobbi soltanto quando era ragazzo e non lo avevo più riveduto da molto tempo.
  Egli però si fece riconoscere, ricordandomi che era il figlio del venditore di neve in via Crocifisso, e quindi mi disse che quel Francesco Nicotra, di cui mi si chiedevano informazioni da Napoli, era un suo fratello e che quindi io potevo informare favorevolmente.
  Io non ricordo più la risposta precisa che gli diedi, ma parmi avergli risposto in maniera evasiva, perchè quella faccenda mi seccava.
  D. R. Io non rivelai a Giuseppe Nicotra il contenuto dei telegrammi, nè gli dissi di avere ricevuto il secondo telegramma.
  D. R. Escludo recisamente di aver detto a Giuseppe Nicotra, che avevo dato informazioni favorevoli sul conto di suo fratello.
  Non avrei avuto ragione di dirgli una menzogna, massimamente che io non conoscevo neanche l'esistenza di Francesco Nicotra.
  Mostratigli al testimone i due telegrammi pervenutigli da Napoli e la copia del telegramma di risposta da lui spedito a Napoli,
  R. Sono essi i telegrammi di cui ho parlato, che il Sig. Regio Procuratore mi ha fatto richiedere, e che io gli ho mandato per mezzo di mio fratello Luigi.

Nicotra Salvatore
(Fog. 31, vol 2. -- 30 gennaio 1891).

  D. R. Io convivo con mio padre, mia madre ed i miei fratelli Giuseppe e Francesco, e formiamo tutti unica famiglia, sebbene la notte, io e mio fratello Giuseppe, restiamo a dormire in una casa, mentre gli altri vanno a dormire in altra casa, che trovasi però nello stesso vico Guglielmo.
  Io fui, qualche tempo, impiegato nella qualità di commesso presso Gaetano Patamia, [sic] sensale di cereali, ma dopo che fui imputato del tentativo di furto in danno della Ditta Savoia e Carbone, cessai dal detto impiego e sono sinora rimasto senza occupazione, vivendo coi mezzi che mi somministra la famiglia, e specialmente mio fratello Giuseppe, che è contabile nello Stabilimento S. Lucia.
  D. R. Siccome da quaranta giorni circa mi trovo ammalato con un ascesso al collo, e quindi ho dovuto, durante tal tempo, rimanere sempre in casa, non so se mio fratello Francesco si sia allontanato per fare qualche viaggio, perchè egli all'ora del pranzo, quando siamo tutti insieme a mangiare, egli talvolta rimane assente ed io non mi ho preso mai la cura di domandare la ragione di tale assenza.
  D. R. Pria degli indicati quaranta giorni però, posso affermare, che mio fratello Francesco non si allontanò mai da Catania per fare qualche viaggio.
  D. R. Conosco Antonino Consoli col quale mi sono trovato, come la Giustizia conosce, nel tentativo del furto in danno della ditta Savoia e Carbone, ma io lo aveva conosciuto poco tempo pria frequentando la casa di Neddu Sciacca.
  D. R. Nella casa di Neddu Sciacca non incontrai altre persone, tranne del Consoli.
  D. R. Non so se mio fratello Francesco Nicotra conosca Antonino Consoli.

Nicotra Antonino
(Fog. 33, vol. 2.--30 gennaio 1891).

  D. R. Vivo in famiglia con mia moglie ed i miei figli Giuseppe Francesco e Salvatore.
  Pria vivevamo tutti uniti nella stessa casa, ma da quando mio figlio Salvatore fu imputato del tentativo di furto in danno della Ditta Savoja e Carbone, mio figlio Giuseppe ha voluto dimorare in casa separata da quella degli altri, la quale trovasi però nello stesso vico Guglielmo.
  Sicchè, da quell'epoca, sogliamo pranzare tutti insieme, ma poscia andiamo tutti a dormire nella altra casa a poca distanza, mentre egli rimane solo in quella stessa dove si pranza.
  Io guadagno qualche cosa col mio mestiere di costruttore di pettini, ma chi contribuisce più di ogni altro al mantenimento della famiglia è il detto mio figlio Giuseppe, il quale come contabile dello Stabilimento S. Lucia, ha lo stipendio di L. 120 al mese.
  Altre L. 50 o 60 mi manda al mese per la famiglia l'altro mio figlio Santo che è impiegato in Paternò.
  I miei figli Francesco e Salvatore da alquanti mesi sono disoccupati, poichè il primo pria era commesso al Bazar di Francesco Scuto, mentre l'altro era commesso presso l'agenzia di certo Platania.
  Però lo Scuto durante lo scorso anno fallì ed il Platania, dopo il tentativo di furto di cui ho parlato, non volle ricevere più mio figlio Salvatore.
  Mio figlio Giuseppe inoltre ha cercato, e cerca tuttavia, di fare affari di commercio in vini. Pria aveva molte bettole, ma la speculazione andò a male. Da qualche tempo quindi si è limitato alla vendita del vino in casa; ed ultimamente infatti, ad uso di tale vendita, ha comprato sedici salme di vino nella cantina vicino alla chiesa di S. Euplio per il prezzo di L. 400 circa.
  Per dare occupazione ai miei figli Francesco e Salvatore, si era pure stabilito di aprire un altro negozio di vino, ed il vino occorrente avrebbe dovuto comprarlo lo stesso mio figlio Giuseppe; però ancora non si è conchiuso nulla, e non conosco il perchè.
  D. R. Mio figlio Francesco qualche volta si è allontanato per qualche giorno da Catania, dicendo di dover andare ad Aci Reale per affari di vino, ma io non son solito di chiedere conto ai miei figli di quello che essi van facendo.
  D. R. Ricordo che nello stesso anno mio figlio Francesco, una volta si recò in Napoli in questo inverno per affari di vino portando seco una valigia. Lo appresi però da un telegramma, che egli mandò di là a mio figlio Giuseppe.
  D. R. Quando seppi dello invio del telegramma ne domandai il motivo a mio figlio Giuseppe, il quale mi rispose che Francesco aveva telegrafato per far dare delle informazioni sul suo conto. Credetti che si trattasse di affari di vino, secondo quello che mi diceva lo stesso Giuseppe, e quindi non mi curai di altro.
  D. R. Quando ritornò mio figlio Francesco gli domandai se fosse stato in Napoli, e perchè avesse spedito quel telegramma.
  Egli mi rispose, che era andato a Napoli per affari di vino, e che aveva fatto quel telegramma per fare dare informazioni sul suo conto, non avendo egli indosso il congedo militare, che era stato smarrito.
  D. R. Quando mio figlio Francesco si allontanava da Catania si faceva dare il denaro pel viaggio da suo fratello Giuseppe: denaro che era, secondo i casi, 15, 20 o 30 lire.
  D. R. Quando partì per Napoli mio figlio Francesco non disse punto dove sarebbe andato, ma il denaro pel viaggio se lo fece dare, come le altre volte, da suo fratello Giuseppe.
  Anzi, quando ritornò da Napoli il detto mio figlio Francesco, portò a suo fratello Giuseppe un soprabito.
  D. R. Ricordo che il prezzo del soprabito fu di L. 25, le quali, come credo, furono comprese in quella somma che, pria di partire Francesco, si fece dare da Giuseppe.
  D. R. Non posso dire se mio figlio Giuseppe avesse dato incarico a suo fratello Francesco di comprargli un soprabito.

Calì Barbaro
(Fol. 36, vol. 2° -- 1. febbraio 1891)

  D. R. Ieri sera, verso le sei e mezzo, mi trovava a passeggiare con l'ispettore scolastico signor Marcellino in via Stesicoro Etnea, in quel tratto che corre tra il viale Principessa Margherita e l'orto botanico, quando fui avvicinato da una donna, certa Carmela Reale, la quale diceva di dovermi parlare con tutta urgenza.
  Io le risposi di andare subito alla Parrocchia del Borgo, dove io sarei tosto arrivato.
  Separatomi infatti dal signor Marcellino, seguendo la detta donna, mi recai subito dalla Parrocchia, dove essa, dopo essere stata da me condotta in casa del cappellano, mi consegnò un involto contenente delle verghe di metallo, dicendomi di averlo ricevuto dalla pettinara, moglie di Antonino Nicotra.
  Io le domandai la ragione, ed essa mi disse che la pettinara le aveva dato quel metallo, come stagno o piombo, per conservarlo, affinchè non si sospettasse di lei.
  Mi soggiunse la detta Reale, che avendo fatto conservare quel metallo ad una vicina, certa donna Vincenza, costei le aveva detto: Questo non è stagno, ma è argento; sicchè essa, la Reale, a suggerimento della stessa donna Vincenza, supponendo trattarsi dell'argento della bara di S. Agata, era corsa a portarlo a me o al curato.
  Allora io, ricevuto il detto metallo, mi accinsi subito a consegnarlo alla Questura, ed all'uopo, fattomi accompagnare dal Curato, mi recai personalmente in questa Questura e consegnai il metallo al signor Questore.
  Mostratogli il metallo, dopo di esserci assicurati della identità ed integrità dei suggelli apposti al reperto relativo, ed analogamente richiesto, risponde:
  È questo il metallo di cui ho parlato.

Reale Carmela
(Fol. 38, vol. 2° -- 1. febbraio 1891).

  D. R. Ieri sera, verso le due o due e mezzo, mi sentii chiamare dalla pettinara, moglie di Antonino Nicotra, la quale, essendomi io a lei presentata, mi condusse nella casa a pianterreno che essa possiede poco distante della mia abitazione, e là mi consegnò un involto contenente del metallo bianco, dicendomi che era piombo inserviente al mestiere di pettinaio e pregandomi di conservarglielo in casa mia.
  Trattandosi, come essa asseriva, di piombo, non esitai di acconsentire al suo desiderio, ed insieme ci recammo in casa mia, dove io stavo per conservare quel metallo nella mia cassa, quando essa mi disse con vivacità: «Ma non dovete conservarlo nella cassa».
  Tali parole mi fecero grandemente sospettare, ed appena la pettinaia si allontanò, io, per consigliarmi, mi recai in casa della mia vicina Vincenza Leonardi, la informai del fatto, mostrandole del metallo.
  La Leonardi nel vederlo mi disse, come atterrita: Questo è argento, questo è cosa di chiesa, tu non stai bene in coscienza; corri subito a consegnarlo ai Cappellani.
  Fu perciò che immediatamente mi recai alla parrocchia del Borgo cercando il Cappellano, ma non lo trovai, non ostante che mi vi fossi recata per ben due volte, nell'intervallo di qualche ora tra l'una e l'altra.
  Finalmente verso le sei, avendo appreso alla parrocchia che il Vice Parroco era andato verso la città per via Stesicoro Etnea, mi avviai in quella direzione, ed infatti lo incontrai in compagnia di un altro signore.
  Lo avvicinai subito, e gli dissi che dovevo parlargli di cosa grave, ed egli rispose di dover andare alla parrocchia, dove egli stesso sarebbe tosto venuto.
  Giunti alla parrocchia, egli mi condusse in casa del Cappellano, dove io gli dissi di che si trattava, e gli consegnai quel metallo.
  Poco di poi, mentre stavo per ritirarmi in casa, ed ero in compagnia della detta Leonardi, incontrai delle Guardie di P. S. e mi condussero in Questura.
  Devo avvertire la S. V. che pria di mostrare quel metallo alla Leonardi, lo mostrai ad Agata Sapienza cosidetta Saponara, la quale mi disse che era argento e mi consigliava di restituirlo alla Pettinara.
  D. R. Conosco per averlo inteso dire alla stessa Pettinara, che suo marito Antonino Nicotra ha una sorella, o cognata, la quale allevò il già sacrista maggiore della Cattedrale sacerdote Di Maggio.
  Mostrato alla testimone il metallo sequestrato e la salvietta nella quale è avvolto,
  R. È questo il metallo di cui ho parlato, ed è questa la salvietta in cui il metallo era avvolto.

Bonanno Angelo
(Fog. 40, vol. 2° -- 1 febbraio 1891).

  Prima di esaminare il testimone, mostratogli l'imputato Francesco Nicotra, risponde:
  Stamane, quando la S. V. si è presentato nel mio negozio in via Stesicoro-Etnea, credendo di trattarsi di affare recente risposi negativamente perchè nulla ricordavo.
  Adesso però che la S. V. mi ha fatto vedere questo individuo, che io ancora non conoscevo si chiamasse Francesco Nicotra, ricordo benissimo e posso dichiarare, che egli circa un anno fa, in compagnia di un suo amico inteso Salvatore il Barone, mi vendette un anello di oro con un diamante per il prezzo di lire trentacinque o quarantacinque.
  Dopo alcuni giorni vendei il detto anello all'orefice Michele Russo che ha la bottega in piazza dei Martiri.

Ventimiglia Francesco
(Fog. 41, vol. 2° -- 3 febbraio 1891).

  D. R. Nello scorso ottobre la sig.ª Concetta Grimaldi trovavasi in urgente bisogno di denaro, sia perchè doveva pagare all'Esattore sig. Catinella circa quattrocento lire per tassa fondiaria, sia perchè doveva pagare una cambiale di L. 163 posseduta dal signor Giulio Baurittel, al quale era stata girata da me.
  Siccome la detta signora Grimaldi è una cliente del signor Avvocato Finocchiaro, perchè il marito di lei Vicari Salvatore trovasi sottoposto a procedimento per falsità in cambiale, così io che sono stato, e sono tuttavia, scritturale nello studio del Signor Avvocato Finocchiaro sopra menzionato, mi adoprai di assistere negli affari la detta Signora.
  Ora per avere il denaro occorrente si pensò di poter vendere taluni oggetti di antichità che la detta signora possedeva, e siccome io avevo personalmente impegnato la mia parola con l'Esattore signor Catinella per il pronto pagamento del debito, ed ero altresì girante della detta cambiale, per togliermi ogni responsabilità mi offersi di recarmi in Napoli a vendere i detti oggetti che erano: un quadro della Madonna delle Grazie, un altro della Sibilla, un altro di S. Ignazio, una tazza chinese con piatto, un boccale di cristallo ed altri oggetti.
  Stabilito il giorno della mia partenza, venne in casa mia un zio di mia moglie, e mostrando di conoscere che io dovevo recarmi in Napoli, mi pregò di fargli il piacere di prendere in mia compagnia un suo amico che mi avrebbe presentato la stessa sera.
  Io aderii al suo desiderio avendomi egli assicurato che trattavasi di un ottimo giovane commerciante o commesso viaggiatore che doveva recarsi a Napoli per affari di commercio.
  Difatti quella sera stessa in piazza del Duomo il D'Aquino mi presentò l'annunciato suo amico, raccomandandomelo come una persona distintissima e degna di ogni riguardo.
  Io strinsi la mano a quel giovane, ed insieme stabilimmo di trovarci la dimani alla stazione, d'onde saremmo partiti insieme per Messina.
  Così avvenne e ricordo che nel vagone, durante il viaggio da Catania a Messina, egli mi disse che si chiamava Francesco Nicotra.
  Giunti a Messina comprammo dei commestibili per consumarli in viaggio, e quindi ci mettemmo sul piroscafo che partiva per Napoli, dove giunti prendemmo alloggio nell'albergo New York in via Piliero N. 21 di proprietà di Raffaele Bracale.
  Il giorno istesso del nostro arrivo scesi dallo albergo, andammo insieme a desinare in una trattoria in Piazza S. Ferdinando -- Poscia ciascuno di noi due attese ai fatti suoi e ci riunivamo soltanto la notte nell'albergo, in cui dormivamo nella stessa stanza.
  La prima notte egli nel ritirarsi domandò a me ed al cameriere dell'albergo, se fosse venuta qualche persona a cercare di lui ed il cameriere gli rispose che era venuto un individuo, il quale aveva detto che sarebbe ritornato il giorno appresso.
  Il giorno appresso il Nicotra, verso mezzogiorno, pria di uscire dall'albergo (essendo egli del resto stato in quel giorno più volte fuori) mi disse che se fosse venuto a cercar di lui qualche persona gli avrei fatto un favore di farlo aspettare in istanza.
  La medesima raccomandazione fece egli al cameriere.
  Dopo qualche tempo io dovetti uscire dallo albergo per miei affari, ed al mio ritorno un po' prima dell'Avemaria, entrando in istanza sorpresi il Nicotra, il quale stava dinanzi al tavolino e su cui stava aperta la sua valigia, e guardando in essa, vidi in un lato delle verghe di metallo che io giudicai fossero o di piombo, o di argento, oppure di stagno.
  Il Nicotra nel vedermi si confuse ed arrossì.
  Io che mi occorsi di ciò ricordando la persona che me lo aveva raccomandato (individui di cattivi precedenti) e vedendo quel metallo sospettai che si trattasse di qualche cosa di cattivo, e quindi feci un'ammonizione al Nicotra dicendogli che faceva male ai suoi affari, e che avrebbe fatto meglio a tenersi fermo nella via dell'onestà.
  Egli non seppe che rispondere, limitandosi soltanto ad affermare che trattavasi di cose da nulla.
  Però quel discorso non gli dovette piacere, sicchè il giorno appresso senza manifestare ragione alcuna, prima di mezzogiorno, abbandonò l'albergo New York per andarsene in un altro.
  Io restai in Napoli nello stesso albergo, come parmi sino al giorno cinque del mese di novembre, o sino al giorno quattro, io ebbi occasione d'incontrare più volte in Napoli il detto Nicotra, il quale non menava di certo una buona vita perchè lo solevo incontrare in compagnia di donne da strapazzo.
  Non avendo potuto vendere gli oggetti di antichità, io dopo avermi fatto spedire del denaro dalla mia famiglia, lasciando gli stessi nell'albergo, partii per Catania.
  D. R. Da Catania partimmo, a quanto ricordo, il giorno ventotto dello scorso ottobre.
  Aggiungo anzi in proposito, che a Messina nello stesso giorno, sul Piroscafo che partiva per Napoli, incontrai diversi condannati, fra cui il Giuntini condannato per fabbricazione di monete false.
  D. R. A Napoli quando stavamo per scendere dal piroscafo io presi, insieme alla mia, la valigia del Nicotra, e potei notare che pesava più di venti chilogrammi.
  Ricordo eziandio che lo albergatore signor Bracale avendo preso anch'egli la detta valigia del Nicotra esclamò: Perdio quanto pesa !....
  D. R. Ritengo che il Nicotra era stato diretto a qualche persona in Napoli, perchè il giorno del nostro arrivo, appena uscimmo dalla trattoria -- egli si mise in una carrozzella ed andò via licenziandosi da me, perchè quel giorno che io lo sorpresi con la valigia aperta gli vidi sullo stesso tavolo un indirizzo per via Toledo N. 71 o 171.
  Io gli domandai che significasse quell'indirizzo, ed egli mi rispose che era d'una persona che fabbricava medaglie, ciondoli e simili.
  D. R. Non conosco affatto quale sia lo albergo nel quale andò ad albergare il Nicotra quando si separò da me.
  Potrebbe però saperlo quel vecchietto con la barba rasa vestito di panno oscuro con cappello a cencio, e precisamente quel tale, che fa il cicerone e che suole sedere per abitudine nel caffè in Piazza del Municipio all'angolo della via Piliero rimpetto l'arsenale.
  D. R. Ignoro da chi il D'Aquino avesse saputo che io doveva andare in Napoli; ma lo avrà appreso dalla mia famiglia o da Salvatore Vicari, marito della Sig. Grimaldi o dal costui sensale Giovanni Cuppari.
  D. R. Pochi giorni dopo il mio arrivo in Catania, un giorno verso le ore otto antimeridiane, incontrai il sopramenzionato Nicotra in carrozzella che veniva già dal borgo.
  Quando lo incontrai egli era giunto in piazza Stesicoro-Etnea, ed aveva nella carrozzella, e sotto i piedi del cocchiere, quella stessa valigia che aveva portato in Napoli quando fummo insieme.
  Io supposi che egli partisse per Palermo, perchè a Napoli egli mi aveva detto che si doveva colà recare.
  Da quel giorno in poi non ho più veduto il detto Nicotra.
  D. R. Quando partii da Napoli presi la via terrestre e da Reggio poi passai a Messina, e di là mi condussi in Catania.
  D. R. In seguito a quanto ho inteso dire questi giorni sul furto della bara di S. Agata e su certo Nicotra, io mi sono subito ricordato dei fatti di Napoli e dei sospetti che avevo fatto su quel tale Francesco Nicotra, ed ardevo proprio dal desiderio di manifestare alla giustizia quanto era a mia conoscenza.
  D. R. Quando tornai da Napoli rimproverai acerbamente il detto D'Aquino perchè non era stata una buona azione il darmi a compagno quel tale individuo, e gli dissi quello che avevo veduto e notato in Napoli e la vita che il Nicotra colà menato aveva.
  Il D'Aquino insistette nell'affermarmi che il Nicotra era una buona persona, conchiudendo col dirmi: Non vi curate di queste cose.

Ferlito Salvatore
(Fol. 46, vol. 2--4 febbraio 1891).

  D. R. Io sono da molto tempo amico di Francesco Nicotra, e per conseguenza anche dei suoi fratelli.
  Prima, con lui e con gli altri comuni amici mi riunivo spessissimo, ed anzi qualche volta a casa di lui giocavo a carte con lui e con i suoi fratelli.
  Però da circa tre mesi avevo io contratto amorosa relazione con certa Concettina Guttà che intendo sposare, mi sono distaccato dai miei amici e quindi dal Nicotra.
  Io ritenevo che il Nicotra e i suoi fratelli fossero gente per bene e mi sorpresi quando seppi il fatto che s'imputava a Salvatore e Francesco Nicotra relativamente al tentato furto in danno della Ditta Savoja e Carbone.
  Si disse allora che tutti e due i fratelli fossero stati arrestati per quel furto; ma il giorno appresso incontrai il Nicotra Francesco, che perciò non era stato arrestato, e poscia seppi che il Salvatore Nicotra era stato dichiarato esente da ogni responsabilità.
  Di conseguenza continuai a tener relazioni di amicizia coi nominati fratelli Nicotra, nonostante che mio padre mi avesse avvertito di non più frequentare la loro compagnia.
  Fra gli amici comuni vi era Alfio Spampinato, il calzolaio col quale i detti Nicotra tenevano più intima relazione di amicizia, e presso la bottega del quale, in via Monserrato, essi solevano andare a sedere quasi tutte le sere.
  Io con Francesco Nicotra non mi allontanai mai da Catania, quantunque una volta egli mi avesse invitato di andare a Messina, dove egli diceva di doversi recare.
  Però egli di tempo in tempo diceva di dover partire ora per Messina, ora per Palermo, ora per qualche altro punto, ma io non posso dire se egli mi dicesse la verità, perchè qualche volta dicevami che partiva per Palermo, e intanto il giorno appresso lo rivedeva di nuovo a Catania.
  Sino a quattro o cinque mesi fa, egli vestiva più male di me, secondo le sue ristrette condizioni finanziarie, ma poscia ad un tratto si mise a vestir bene e spendere piuttosto largamente.
  Anzi mi diceva che doveva recarsi in Alessandria di Egitto a comprar pelli di tigre per farne commercio, giacchè, secondo egli diceva, sua zia, quella che allevò il Sacerdote di Maggio, gli aveva regalato la somma di lire quattromila.
  Se nonchè pare che egli avesse smesso il pensiero del Commercio delle pelli di tigre, perchè poi mi disse che aveva comperato una quantità di vino per ragion di commercio.
  D. R. Circa un anno fa, Francesco Nicotra aveva al dito un anello, e per il mio mezzo lo volle vendere, perchè aveva bisogno di denaro.
  Ricordo che in allora mostrai [sic] quell'anello.
  Francesco Nicotra lo possedeva da quattro o cinque mesi. Anzi egli mi aveva dichiarato la provenienza dello stesso, dicendo che sua madre gli aveva regalato un diamante vecchio e che egli lo aveva fatto incastonare in un anello di oro.
  Non mi disse però quale orefice gli avesse montato quell'anello.
  D. R. Conosco che Francesco Nicotra ha una mantenuta che abita nell'albergo Saati, presso la quale egli non di rado solea restarsi la notte a dormire.
  D. R. Conosco che anche Salvatore Nicotra aveva una mantenuta, certa Pudda, ma ignoro se adesso l'abbia pure.

Maranta Sebastiana
(Fol. 48, vol. 2. -- 4 febbraio 1891).

  D. R. Fui, per circa due anni, in relazioni amorose con Vittorio Carrabba, quello che ha il negozio di strumenti musicali, ed egli mi prometteva sempre che mi avrebbe fatto sua mantenuta.
  Anzi mi avea già comperato taluni mobili, quando avendo io una notte ricevuto un altro invece di lui, egli venne in rottura con me.
  Nel tempo delle relazioni con Carrabba, avevo conosciuto Francesco Nicotra, il quale una mattina essendo venuto nell'albergo Saati a cercare certa Rosa Mazzarino, entrò nella mia stanza, che in quel momento era aperta, si spogliò e si coricò nel letto con me, che anche io era nel letto.
  Dopo circa otto giorni, ricordo meglio, dopo più di un mese, mi mandò a chiamare per mezzo di una donna, in una casa particolare presso il Castello Ursino, nella quale lo trovai in compagnia del calzolaio Alfio Spampinato.
  Costui era colà in compagnia di Grazia Cocuccio, ragazza di piacere che abitava in quella casa.
  Francesco Nicotra ed Alfio Spampinato rivolgendosi a noi due donne c'invitarono ad andare seco loro a mangiare.
  Ci recammo infatti tutti e quattro in una bettola nel viale Principessa Margherita, e dopo aver mangiato, ritornammo tutti quattro all'albergo Saati, dove il calzolaio rimase a dormire colla Grazia ed il Nicotra con me.
  La mattina seguente partimmo tutti quattro per divertirci verso Aci-Castello, d'onde ritornammo la sera.
  Giunti che fummo in via Pacini, Francesco Nicotra ci lasciò, dicendo che doveva andare a casa ad avvertire la famiglia che quella notte restava fuori casa e per prendersi la valigia, dovendo il giorno seguente partire per Palermo.
  Il Nicotra la stessa notte ritornò all'albergo Saati, mentre io mi trovavo a ballare presso le sorelle Riccioli, e poscia venne pure al ballo dove io ero.
  Finito il ballo, verso la mezzanotte, il Nicotra, io, Rosa Mazzarino, il sergente Orlando e Mario Capparelli, fummo a mangiare nella bettola di D. Gregorio, vicino via Coppola.
  Indi il Nicotra, licenziandosi dagli altri, venne a dormire con me all'albergo, e la mattina seguente, verso le otto e mezzo, presasi la valigia partì per Palermo.
  Tal fatto avvenne verso il 20 novembre dello scorso anno.
  Rividi poi il Nicotra alquanti giorni prima del Natale in via Stesicoro-Etnea, mentre ero in compagnia di Grazia Cocuccio, lo invitai a venirmi a trovare, ed egli infatti venne poco dopo, ma stette poco tempo e se ne andò.
  In seguito per mezzo di Mario Capparelli persuasi Francesco Nicotra a diventare mio innamorato e venne a dirmi che accettava la proposta per riguardo verso il Capparelli.
  Fu così che il Nicotra è rimasto un mese circa in costante relazione con me.
  La sera mi portava a passeggiare, mi portava ogni giorno a desinare in qualche trattoria e dormiva ogni notte con me, tranne quando era assente da Catania.
  D. R. Durante il mese da me indicato, il Nicotra partì una volta per Messina di buon mattino e ritornò il mattino seguente.
  Un'altra volta partì per Caltanisetta, rimase assente e fu nelle ultime grandi piogge.
  D. R. Quando partì per Messina non portò seco la valigia, la portò però quando partì per Caltanisetta.
  Ricordo anzi, che ritornando da Caltanisetta, portò un mantello nuovo.
  D. R. Da quando egli ritornò da Caltanisetta, la sua valigia restò sempre nell'albergo Saati nella mia stanza.
  Circa tre giorni prima del suo arresto, egli, trovandosi nel detto Albergo col calzolaio Alfio Spampinato, lo pregò di portarsi quella valigia, perchè doveva recarsi alla stazione.
  Sicchè la valigia rimase là sino a quando ieri sera fu sequestrata dal Delegato di Pubblica Sicurezza.
  D. R. La notte che fu arrestato Francesco Nicotra venne all'Albergo Saati suo fratello Salvatore, e domandò che cosa suo fratello Francesco aveva lasciato nella mia stanza.
  Io gli mostrai la valigia ed egli l'aperse, guardò il contenuto e la richiuse, dicendomi di lasciarla stare là perchè il giorno seguente sarebbe venuto egli stesso a prendersela.
  Tal linguaggio mi sorprese, e domandando seppi, che suo fratello Francesco era stato arrestato.
  D. R. Gli amici di Francesco Nicotra che venivano, di quando in quando a cercarlo, erano: il calzolaio Alfio Spampinato, il barbiere Salvatore, inteso Barone, il sergente Orlando, Mario Capparelli e certo Neddu Pappalardo.
  D. R. Una volta discorrendo, Francesco Nicotra dicevami, che una sua zia bizzocca doveva dare cinquemila lire a suo padre, le quali unite a lire diecimila che avrebbe ricevute in dote il fratello Santo, prossimo a passare a nozze, avrebbero costituito il capitale necessario per impiantare un pastificio.
  Egli soggiungeva, che la indicata impresa avrebbe dato alla sua famiglia una rendita di circa lire quaranta al giorno, sicchè egli allora m'avrebbe fatto sua mantenuta.
  D. R. Quando partì per Caltanisetta egli disse che andava a prendere mostre [sic] di vino.
  Non disse però il motivo del suo viaggio per Messina.

Spampinato Alfio
(Fog. 51, vol. 2 -- 12 febbraio 1891).

  Conosco i fratelli Salvatore e Francesco Nicotra, perchè io sono stato il loro calzolaio.
  Essi mi pagavano, ed io li serviva.
  Salvatore Nicotra veniva spesso a sedersi nella mia bottega, come vennero a sedersi tante altre persone, e con lui di tanto in tanto usciva a passeggio in compagnia di Francesco Pizzotti, Neddu Pappalardo ed Angelo Giuffrida.
  Di Tanto [sic] in tanto andavamo tutti insieme nella bettola di D.ª Ciccia al piano del borgo dove giuocavamo a carte e bevevamo un po' di vino.
  Francesco Nicotra veniva di rado nella mia bottega, e non si sedeva mai.
  Devo aggiungere che circa diciotto mesi fa, a causa di una donna che era in tresca con Salvatore Nicotra, ebbi quistione con lui e con suo fratello Francesco, ma con l'andare del tempo si ripristinarono le relazioni dopo alcuni mesi di assoluta interruzione.
  Dopo il tentativo di furto in danno della Ditta Savoja e Carbone, cercai di tenermi lontano dai fratelli Nicotra, e specialmente da Salvatore, ma siccome essi continuarono a venire da me per farsi fare le scarpe, non potei evitare la continuazione delle relazioni con loro.
  Nel dicembre scorso, un giorno di festa, io e Francesco Nicotra, in compagnia di due prostitute, ci recammo per divertirci in Aci Castello donde facemmo ritorno la sera.
  D. R. All'albergo Saati andai soltanto due volte, ed una notte dormii colà in compagnia della prostituta Grazia.
  Nel detto Albergo trovai sempre Francesco Nicotra, il quale, credo, dormisse colà in compagnia della prostituta Sebastiana.
  D. R. Non vidi mai che Francesco Nicotra avesse una valigia.
  D. R. Non è vero che una volta, nello scorso gennaio, pochi giorni prima dello arresto del Nicotra Francesco, costui allo Albergo Saati, mi avesse pregato di prendere la sua valigia che colà trovavasi e portargliela in casa sua.
  D. R. All'albergo Saati io non fui, come ho detto, che due sole volte; la prima quando vi dormii in occasione della gita che poi facemmo per Aci Castello, e la seconda pochi giorni dopo, ma sempre nel mese di dicembre.
  D. R. Non so se Francesco Nicotra fosse mai andato in Palermo, in Napoli o altrove, perchè, come ho detto, io ebbi con lui pochissime relazioni, ed egli non aveva ragione di confidarmi i suoi segreti.
  D. R. Nè io prestai mai denari a Francesco Nicotra, nè egli ne prestò a me.
  Anzi gli feci ultimamente un paio di stivaletti, ed egli mi diede in pagamento soltanto L. 10, rimanendo mio debitore di L. 2.
  Intendo parlare precisamente degli stivali che il Nicotra attualmente porta.
  D. R. Se, quando la S. V. venne a farmi la perquisizione in casa mia, io dissi che non era andato in compagnia di Francesco Nicotra in Aci Castello si fu, perchè mi sbigottii vedendo l'Autorità in casa mia.
  D. R. Non conosco Francesco D'Aquino, Antonino Consoli, Giovanni Speranza il calzolaio, Orazio Carrara e Salvatore Vicari, e perciò, non posso dire alla S. V. se costoro fossero in relazioni col Nicotra Francesco.
  D. R. Non sono nè creditore, nè debitore di Salvatore Nicotra.

La Gala Andrea
(Fol. 53, vol. 2°--13 febbraio 1891).

  D. R. Mi trovo segretario in questa amministrazione da più di due anni, essendovi entrato, a quanto ricordo, nel settembre 1888. Al mio entrare nell'ufficio trovai, come contabile il signor Giuseppe Nicotra, al quale qualche volta nel discorrere avevo inteso dire che aveva una zia agiata e proprietaria di alquante case. Ricordo che nello scorso dicembre un giorno facendo il controllo di cassa, mi venne sott'occhio la bolletta madre di N. 48, nella quale parlavasi di un versamento libero e fruttifero al cinque per cento, nell'interesse di certa Maria Nicolosi Nicotra. Spinto dalla curiosità, domandai allo stesso contabile signor Nicotra a chi appartenesse quel deposito, ed egli mi rispose che trattavasi di un versamento fatto da lui stesso nell'interesse della zia sua agiata, della quale altre volte avea parlato. Soggiunse anzi che nell'interesse della stessa egli dovea fare un altro versamento, che difatti egli fece alcuni giorni dopo, come risulta dalla bolletta N. 76. I due versamenti formavano in tutto la somma di L. 2000, come ben risulta dai registri dell'amministrazione, e specialmente dal libro giornale, dove la Nicolosi, come ho fatto vedere alla S. V., figura tuttavia creditrice dell'indicata somma.

Nicolosi Maria
(Fog. 54, Vol. 2°--13 febbraio 1891).

  Resa edotta del diritto che le accorda la legge di astenersi cioè, volendo, dal deporre ed analogamente richiesta,
  R. Resto intesa del diritto che mi accorda la legge e dichiaro di voler deporre.
  D. R. Nessuna somma ho depositato nella cassa dello stabilimento a vapore S. Lucia.
  D. R. Giammai detti a mio nipote Giuseppe Nicotra alcuna somma di denaro per depositarla nella cassa dello stabilimento S. Lucia.
  D. R. Neppure detti mai a mio nipote Giuseppe Nicotra qualche somma di denaro per depositarla in Banche od altri Istituti.
  Del resto io non ho altri crediti oltre quello verso il signor Nunzio Tenerelli di Mascalucia nella somma di circa centodieci lire, come risulta da apposita cambiale che ho in mio potere. Tale credito però risulta dalla locazione di un quartino fatta da me allo stesso signor Tenerelli.
  D. R. Nemmeno per mezzo dei miei nipoti, Francesco, Salvatore e Santo Nicotra, o del costoro padre o di altra persona qualsiasi, feci mai depositare del denaro presso la cassa dello stabilimento S. Lucia o altrove.
  D. R. Se dai registri dello stabilimento S. Lucia risulta che io sono creditrice di L. 2000 per deposito fruttifero, fatto da me nello scorso dicembre, io non so che cosa rispondere, non avendo io dato incarico a nessuno di depositare denari per conto mio. Forse mio nipote Giuseppe, che ha dei debiti per fallite speculazioni, ha depositato L. 2000 sotto il mio nome, perchè non gli potessero venir sequestrate dai suoi creditori.

De Matteo Raffaele
(Fog. 55, Vol. 2° -- 14 febbraio 1891).

  D. R. Io era addetto circa tre anni fa, in qualità di macchinista nel pastificio dei signori Caruso e Manara a Picanello. Dopo qualche tempo il detto pastificio, dai detti signori fu ceduto a Giuseppe Nicotra.
  Però, dopo circa cinque mesi, avendo il Nicotra mancato al convenuto pagamento verso i cedenti, ed essendo stato ad istanza di costoro fatto un sequestro nel pastificio stesso, il Nicotra dovette abbandonare l'impresa ed a lui succedette certo Grasso Finocchiaro. Io continuai ad essere il macchinista, tanto durante il tempo dell'impresa Nicotra, tanto durante quello dell'impresa Grasso.
  Durante il tempo che io ero colà macchinista, ebbi più volte occasione di costruire degli strumenti per uso dello stesso pastificio, e costruire anche degli scalpelli.
  D. R. Se mi si mostrasse uno degli scalpelli da me costruiti, lo riconoscerei facilmente.

De Matteo Raffaello
(Fog. 56, Vol. 2°--14 febbraio 1891).

  D. R. Circa un anno fa, essendosi rotta una ruota d'ingranaggio ed una vite senza fine nel pastificio di Picanello, tenuto allora da Giuseppe Nicotra, un giorno partimmo da Catania io, Santo Nicotra ed un calzolaio catanese, e ci recammo in Messina per comprare nell'officina meccanica del signor Manganaro una ruota e una vite per sostituirle a quelle rotte.
  Giunti a Messina, io andai a dormire da mio fratello Paolo Collorite, mentre gli altri due miei compagni andarono a dormire presso il signor Agostino Runci. Il giorno seguente, che era Domenica, comprammo la ruota e la vite, e dopo essere rimasti tutta la giornata in Messina il seguente lunedì, io ed il calzolaio, facemmo ritorno in campagna lasciando in Messina Santo Nicotra.
  D. R. Non conosco come si chiama il calzolaio di cui ho parlato.

Guglielmino Antonino
(Fog. 57, Vol. 2°--3 marzo 1891).

  D. R. Non ricordo affatto che un giorno nella bottega del mio principale Alfio Spampinato, sia venuto il signor Francesco Nicotra con un altro individuo che portava in testa un berretto di pelo.

Randazzo Biagio
(Fog. 58, Vol. 2° -- 3 marzo 1891).

  D. R. Non ricordo affatto che un giorno fosse venuto nella bottega del mio principale Alfio Spampinato, il signor Francesco Nicotra in compagnia di un altro individuo col berretto di pelo.

Cannizzaro Nunzio
(Fog. 60. Vol. 2°--3 marzo 1891).

  D. R. Nello scorso settembre si presentò nella mia bottega un tale soprannominato il Cavaliere che io conosceva da circa un anno e mezzo, e mi incaricò di costruirgli una o due chiavi con le barbe sfornite di vani, perchè, come egli mi diceva, i vani per cui devono passare i collari delle serrature, li avrebbe fatto egli stesso.
  Di fatti dopo qualche giorno ritornò per prendersi le chiavi e voleva comprare presso di me una lima.
  Dopo alquanti altri giorni egli volle essere costruite da me altre due o tre chiavi.
  Insomma io gli costruii, in tutto, quattro o cinque chiavi, non ricordandomi più bene il numero preciso.
  D. R. Quando ebbe da me consegnate le chiavi, tanto le prime, quanto le seconde nella mia bottega, egli in pagamento non mi diede nulla.
  É perciò che io più volte mi recai in casa sua che trovasi nella via dirimpetto la caserma di S. Agostino.
  In casa sua per ottenere il pagamento delle chiavi, andai più volte, in parecchie delle quali vi trovai, oltre sua moglie, che è mammana, un certo D. Ciccio Nicotra ed un certo D. Paolo Parisi.
  D. R. In pagamento delle chiavi costruite, una prima volta ebbi L. 3, e me le diede il detto inteso Cavaliere che era in compagnia col predetto Nicotra in piazza Stesicoro Etnea.
  Anzi ricordo precisamente, che L. 2 le prese dalla sua tasca il Cavaliere, e L. 1 la prese dalla propria tasca il Nicotra.
  Ricordo pure che la L. 1 pagatami dal Nicotra era composta di una mezza lira di argento, la quale era francese, e di una mezza lira di moneta di bronzo.
  Siccome però essi mi avevano promesso che se fosse riuscita l'operazione a cui miravano con quelle chiavi, mi avrebbero donato qualche altra somma, perciò dopo una quindicina di giorni, e dopo essere stato all'uopo più volte in casa del Cavaliere, lo incontrai nella Piazza Stesicoro Etnea mentre egli era in compagnia con Paolo Parisi, e ricordatagli la promessa, ricevetti da lui L. 15.
  D. R. Il Cavaliere non mi domandò punto tanaglia alcuna, però ricordo che in quel tempo mi fu rubata una tanaglia, che io rivedendola potrei benissimo riconoscere.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse la lima che mi fece vedere il Cavaliere e le chiavi che io costruii, potrei benissimo riconoscerle.

Faia Salvatore
(Fog. 62, Vol. 2°--8 marzo 1891).

  D. R. Quattro o cinque mesi fa, mentre trovavami con la mia carozza [sic] in piazza del Duomo, verso le due e mezzo pom., si presentò a me un certo, inteso il Cavaliere, che io ben conosceva e conosco, e mi invitò se io volessi portarlo a S. Francesco all'Arena con la mia carrozzella.
  Avendo io aderito, mi fece andare in vicinanza della pescheria dove egli comprò quattro o cinque merluzzi. Indi collocatosi nella mia carrozza partimmo subito per S. Francesco all'Arena.
  Giunti a S. Francesco, quel tale mi fece fermare dinanzi ad una bettola.
  Colà mi fece attendere pregandomi di coadiuvare la bettoliera nella preparazione del pesce che si sarebbe più tardi mangiato da lui e da altri compagni suoi, che, secondo egli diceva, erano in quelle vicinanze.
  Dopo che furono fatti i pesci, vennero nella bettola quel tale inteso il Cavaliere, Paolo Parisi, certo Spampinato Salvatore ed un giovanotto più corto e snello.
  Ricordo che una porzione di quel pesce fu conservata per un altro che doveva arrivare più tardi e che difatti giunse quando gli altri avevano già finito di mangiare il pesce.
  Dico meglio: quella porzione fu conservata per un altro, che, come sentivo dire, non era venuto perchè stava male in salute, però più tardi, come ho detto, venne.
  Ricordo che era lungo di statura, aveva un fazzoletto legato alla testa ed un fucile alla spalla.
  D. R. Avendo veduto quel tale ultimo venuto una sola volta, difficilmente rivedendolo potrei riconoscerlo.
  D. R. Verso mezz'ora di notte ci avviammo per ritornare in Catania e portai nella mia carrozza quel tale inteso il cavaliere, il Parisi, lo Spampinato e quel giovanetto snello.
  D. R. Se mi si mostrasse quel tale giovanetto di cui ho parlato mi fiderei di riconoscerlo.
  Mostrato il ritratto del D'Aquino sequestrato ieri nella casa di costui,
  R. Quel tale che, come ho detto, venne a chiamarmi in piazza del Duomo e volle esser condotto all'Arena, è appunto colui di cui la S. V. mi mostra il ritratto fotografico, lo riconosco benissimo e senza dubbio alcuno.

Consoli Giovanni
(Fog. 64, vol. 2° -- 18 marzo 1891).

  D. R. L'ultimo sabato del mese di gennaio di quest'anno, fui chiamato presso la bottega di Alfio Spampinato, dove mi si presentò certo Ciccio figlio del pettinaio del borgo, e mi pregò di acconciargli subito una forbice da putare [sic] che mi diede, raccomandandomi di servirlo subito, perchè doveva partire per Paternò.
  L'acconciatura consisteva nel restringerla nel pernio, ciò che io feci nello spazio di pochi minuti.
  Fatto ciò io riportai la forbice dallo Spampinato, e me ne andai per i fatti miei, incaricando i giovani della bottega di Spampinato Alfio, di domandare quaranta centesimi in compenso del mio lavoro.
  Difatti furono pagati quaranta centesimi che spesi in compra di vino e che bevei in compagnia di Alfio Spampinato e dei suoi lavoranti.
  D. R. Non mi accorsi se in compagnia del nominato Ciccio, quando egli mi diede l'incarico, di cui ho parlato, si trovasse qualche altra persona.
  Imperocchè la S. V. deve notare che io di vista son losco e vedo poco bene e a brevissima distanza.
  D. R. Quando quel tale Ciccio, di cui ho parlato, mi diede l'incarico sopra menzionato, trovavansi presenti i giovani della bottega di Alfio Spampinato, i quali, secondo io credo, dovettero sentire tutti i discorsi.

Puglisi Francesco.
(Fog. 65, vol. 2.--21 marzo 1891).

  Circa tre o quattro mesi fa, mi si presentò il calzolaio Alfio Spampinato dicendomi che un suo amico, che era con lui in quel momento, aveva bisogno di una carrozza per recarsi in Paternò la mattina seguente. Io mi dichiarai pronto a procurare la carrozza e a condurre in qualità di cocchiere quel tale amico dello Spampinato, qualora ci fossimo accordati sul compenso.
  Lo Spampinato allora mi avvertì che il suo amico, il quale era presente e confermava, non aveva bisogno di cocchiere.
  Io udendo ciò cercai subito di rompere ogni trattativa, facendo considerare a quei due che con me parlavano, che nessuno avrebbe loro affidato carrozza e cavallo, con pericolo di grave danno, essendo essi persone inabili a guidar carrozze.
  Essi però insistettero invitandomi almeno a tentare di conchiudere l'affare con qualche cocchiere.
  Io all'uopo mi rivolsi al cocchiere Alfio, inteso l'Africano, che abita precisamente accanto la chiesa di Monserrato, e che si dichiarò pronto a dare la sua carrozza per quel viaggio, perchè gli avessero dato un prezzo conveniente.
  Condussi difatti l'indicato cocchiere in presenza dello Spampinato e del costui amico -- S'intavolarono le trattative sul prezzo e non so che cosa si fosse in proposito stabilito, perchè da una parte si pretendeva lire quindici, e dall'altra si voleva dare lire dieci -- Siccome però le parti stavano per accordarsi, io domandai un compenso per il servizio che avevo prestato.
  Il cocchiere non mi volle donar nulla, ma l'amico dello Spampinato mi diede una lira.
  Non so poi se il viaggio per Paternò si fosse, o non si fosse fatto.
  D. R. Non conosco come si chiama quel tale amico dello Spampinato, però se lo vedessi ritengo che lo riconoscerei.

Spampinato Antonino
(Fog. 67, Vol. 2.--25 marzo 1891).

  Reso edotto il testimone del diritto che gli accorda la legge di astenersi, volendo, dal deporre ed analogamente richiesto,
  R. Resto inteso del diritto che la legge mi accorda, e dichiaro di voler deporre.
  D. R. Quando mio zio non era in carcere solevo, di tanto in tanto, recarmi da lui a S. Francesco all'Arena.
  Anzi nel tempo in cui solevo lavorare presso il signor Malavranca, nella stessa contrada di San Francesco all'Arena, mi recavo a pernottare in casa di mio zio.
  Nel mese di settembre u. s., come sembrami, giunto verso mezz'ora di notte in casa di mio zio all'Arena, trovai alquante persone, alcune delle quali gironzavano [sic] di qua e di là intorno l'abitazione e talune erano sedute dinanzi la stessa.
  Ritenni che fossero amici di mio zio e non mi curai di altro.
  Poco di poi si mangiò della pasta e dell'agnello -- Quindi si andò a dormire, e quei tali rimasero a dormire nella casa di mio zio.
  La mattina, appena fatto giorno, io andai via pel mio lavoro dal Malavranca.
  La sera, essendomi messo in cammino per andare in casa di mio zio, passando dinanzi la bettola che trovasi in quella contrada, vidi fermata una carrozza e mi accorsi che dentro la bettola c'era il detto mio zio con taluni di quei tali che avevo lasciato in casa sua.
  Quella mattina entrai anche io nella bettola e mi sedetti anche io a mangiare in compagnia di mio zio e dei suoi amici.
  Dopo aver mangiato, i detti amici di mio zio si misero in carrozza e partirono per Catania, mentre io me ne andai in casa di mio zio, come parmi, in compagnia dello stesso.
  D. R. Io non conoscevo le persone che vidi presso mio zio all'Arena nella indicata volta, e quindi non posso bene indicarle alla Giustizia.
  Posso dire però, che uno di quei tali amici di mio zio, aveva tutta la barba e lo sentivo chiamare Don Ciccio.
  Un altro lo sentivo chiamare, con capelli lunghi e barba, e lo sentivo chiamare Riela o Rivela.
  Un altro lo sentivo chiamare Mascaravecchia.
  Degli altri non posso dare precise indicazioni.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse le persone a cui ho accennato, forse potrei riconoscerle: se non tutte ma talune.

Riccioli Antonino.
(Fog. 69, vol. 2.--4 aprile 1891).

  D. R. Il 27 gennaio ultimo io, quale membro della Commissione per la festa di S. Agata, in compagnia del Cav. Tornabene economo del Municipio e rappresentante del medesimo, mi recai verso le 10 antimeridiane alla Cattedrale, perchè si doveva aprire il locale della Chiesa, scoprire la bara stessa e farla ripulire, come di consueto.
  Giunti che fummo alla bara, chiamammo il sacristano maggiore e mandammo Nicolò Isaia il capo maestro che trovammo nella stessa Chiesa a prendere le chiavi del detto locale.
  Mentre discorrevamo aspettando, sopravenne il figlio del capo maestro con le chiavi e cominciò ad aprire.
  Aperse il cancello del battistero e noi entrammo in quel recinto; quindi aperse la prima porta che conduce al locale della bara ed entrò in quell'andito oscuro.
  Noi gli dicemmo di attendere che si scendesse una lanterna.
  Mentre io stesso mi adopravo ad accendere una lanterna ch'era tenuta da un sacrestano, l'indicato Isaia Alfio, figlio del capo maestro, tornò gridando: «Hanno scassinato!.. Hanno scassinato!..»
  Noi allora entrammo con lui, vedemmo aperta la seconda porta, e, giunti nel locale della bara, ci accorgemmo che era scassinata la cassa che la ricuopriva [sic] e che vi era commesso un rilevante furto.
  Dolenti su quanto avevamo osservato, tornavamo sui nostri passi verso la Chiesa, quando sopraggiunse piangendo lo stesso capo maestro, il quale, secondo egli stesso diceva, trovandosi in compagnia dell'orefice Puglisi, dietro il portone che risponde in piazza del Duomo, aveva appreso dalle voci, che uscivano dalla porta interna, il furto era stato scoperto.
  In seguito a ciò facemmo rimanere in chiesa Alfio Isaia e noi andammo ad avvertire prima Monsignor Castro, e poi il Sindaco.
  D. R. Quando entrai io in compagnia del Tornabene, nel locale della bara, la seconda porta era completamente aperta, tanto che potemmo passare senza toccarla.
  Però dinanzi a noi era entrato lo stesso Alfio Isaia ed un suo lavorante.
  D. R. Io ritengo che Alfio Isaia trovò la seconda porta nello stesso modo in cui la trovai io al mio entrare, perchè altrimenti io avrei dovuto sentire il rumore che soleva far sempre la detta porta nell'aprirsi.
  Imperocchè ricordo benissimo, che quella porta era, come volgarmente dicesi, ricaduta e quindi nello aprirsi doveva strisciare sul suolo e far rumore.

Tornabene Cav. Camillo.
(Fog. 71, vol. 2.--4 aprile 1891.)

  D. R. Il giorno 27 dello scorso gennaio verso le ore 12 meridiane venne al Municipio Riccioli Antonino, membro della Commissione per la festa di S. Agata, per invitarmi a recarmi con lui alla Cattedrale, come di consueto, per far ripulire la bara di S. Agata.
  Difatti prese le chiavi dei catenaccetti che chiudevano la cassa della bara di S. Agata insieme a lui mi recai alla Cattedrale, dove facemmo chiamare il sacrestano Maggiore e mandammo il capo maestro Isaia a prendere le chiavi del locale della bara.
  Aspettavamo tutti, compresi due sacristanelli ed i signori Virgillito e Di Bella, che erano entrati in Chiesa per osservare, quando sopraggiunse Alfio Isaia figlio del capo maestro assieme al suo lavorante Conti Antonino.
  Egli cominciò ad aprire dapprima il cancello del battistero, e poscia la prima porta che dà adito al locale della bara.
  Entrato nell'andito oscuro che tien dietro la stessa porta, prima che gli si fosse portata la lanterna accesa, egli ritornò verso di noi gridando: «La porta è scassinata» ed un'altra espressione che io non ricordo bene se fosse: «Ci hanno rubato -- Hanno rubato la bara» Ricordo bene però che quella espressione accennava a furto.
  Quindi entrammo: io, il Riccioli, il sacristano maggiore, i due sacristanelli, il Di Bella, Isaia ed il suo lavorante, osservammo i danni che erano stati commessi e ritornammo verso la chiesa per informare Monsignor Caff ed il Sindaco, come infatti facemmo.
  Mentre eravamo nel locale della bara, ricordo, che sopraggiunse il capo maestro Nicolò Isaia piangendo e gridando.
  D. R. Alle dieci antemeridiane venne da me al Municipio l'orefice Puglisi che doveva ripulire la bara, ma io allora non mi mossi perchè aspettavo che venisse l'Assessore Cav. Astor ed il componente della commissione per la festa.
  Prima di licenziarsi domandato,
  R. Quando io entrai nel locale della bara, la seconda porta era completamente aperta, però Alfio Isaia ed il suo lavorante erano già passati innanzi, ed io non mi accorsi come essi l'avessero trovata.

Virgillito Michele
(Fol. 73, vol. 2.--4 aprile 1891)

  D. R. Il giorno 27 gennaio ultimo, io mi trovavo in compagnia del Di Bella nella Cattedrale, quando mi accorsi che si stava per aprir il cancello del battistero per poi entrare nel locale della bara di S. Agata.
  Mi avvicinai con lo stesso Di Bella al battistero, e potei osservare che Alfio Isaia, figlio del capo mastro Nicolò, aveva le chiavi in mano ed apriva già la prima porta che mena al locale della bara.
  Egli era già entrato nell'andito oscuro che siegue [sic] la detta porta, quando si pensò di accendere una lanterna, al quale scopo io porsi al sig. Riccioli una scatola di fiammiferi.
  Mentre si stava accendendo la lanterna, dall'andito oscuro venne fuori una voce che diceva a quanto sembrami: Tutto è rotto.
  Dopo quella voce, che io credo provenisse dal detto Isaia, avvenne un po' di confusione, entrarono tutti chiudendo dietro a loro la prima porta da me indicata, ed io col Di Bella rimanemmo fuori ed entrambi ce ne andammo via per i fatti nostri.
  L'ora in cui avvenne l'esposto fatto era mezzogiorno circa.

Di Bella Agatino
(Fol. 74, vol. 2--4 aprile 1891)

  D. R. Il giorno 27 gennaio ultimo scorso, mi trovai nella cattedrale in compagnia di Michele Virgillito, quando si stavano aprendo la prima porta che conduce al locale della bara.
  Io avvicinai col Virgillito al battistero e vidi Alfio Isaia, figlio del capo mastro Nicolò, aprire il cancello del battistero e quindi la prima porta che conduce al locale della bara.
  Aperta quella porta egli aveva fatto due o tre passi verso l'interno, quando gridò: Tutti cosi sunnu sfunnati.
  Il Riccioli allora andando incontro all'Isaia gli disse: Che vai dicendo: Ancora non sei entrato e dici che tutte cose sono sfondate, va avanti: Quindi successe un po' di confusione, entrarono il Tornabene, il sacrestano maggiore e due sacristani, e chiusero dietro a loro la detta prima porta.
  Sicchè io ed il Virgillito rimanemmo fuori ed andammo via pei fatti nostri.
  Tornai poi circa un'ora dopo in Chiesa, ed appresi la notizia del furto che era avvenuto.

Giandalia Francesco
(Fol. 75, vol. 2.--4 aprile 1891).

  D. R. Non è affatto vero che Alfio Spampinato mi avesse consegnato delle lettere appartenenti a Francesco Nicotra.
  Egli, o non ricorda bene, o dice il falso.
  Se io avessi ricevuto le lettere di cui mi si parla, mi sarei fatto un dovere di consegnarle alla Giustizia.

Puglisi Camillo
(Fol. 76, vol. 2,--10 aprile 1891).

  D. R. Il giorno 26 gennaio u. s. il signor Riccioli, componente la Commissione per la festa di S. Agata, mi mandò a chiamare in casa sua dove m'incaricò di preparare l'occorrente per la ripulitura della bara di S. Agata, come di consueto.
  Egli voleva che quell'operazione si facesse quel giorno stesso, ma in seguito alle mie osservazioni fu rimandata al giorno seguente.
  Il giorno 27 gennaro, [sic] portando con me la spazzola, l'alcool e tutto l'occorrente, mi recai in casa del capo mastro Nicolò Isaia, invitandolo a venir meco per aprire il locale della bara per cominciare le operazioni.
  Egli però mi rispose che bisognava attendere lo Economo del Municipio.
  Mi fecero aspettare circa un'ora e mezzo.
  Finalmente giunse il Riccioli e Tornabene, i quali fecero aprire il locale dalla parte della Cattedrale.
  Senonchè, mentre aspettavo che si aprisse il portone del magazzino della bara, intesi levare delle voci che annunziavano il furto che era stato commesso alla detta bara.
  Dolente sì per il furto, come per le spese che avevo inutilmente fatte e per il mancato guadagno, me ne andai a casa.

Agosta Giuseppe
(Fol. 77, vol. 2. -- 11 aprile 1891).

  D. R. Tre o quattro mesi fa, venne a cercarmi in casa mia, mentre mi trovavo fuori per miei affari, Giuseppe Nicotra. Quando ritornai fui informato da mia moglie, ed ebbi cura di recarmi allo stabilimento Santa Lucia, dove il Nicotra era impiegato, allo scopo di domandargli che cosa desiderasse da me.
  Egli mi rispose che facendo del commercio in vino ne desiderava comprare per mezzo mio una quantità non grande.
  Dopo qualche giorno avendo saputo che Giuseppe D'Urso, quel tale che ha la bettola nel piano di S. Euplio aveva una botte di vino da vendere. incontrato [sic] in istrada il detto Nicotra, gli diedi quella notizia, sicchè in seguito, non ricordo se a convegno stabilito o a mio invito, un giorno ci recammo, io, Nicotra ed un suo fratello a vendere il vino esistente presso il sopraindicato D'Urso.
  Il vino piacque e fu stabilito il prezzo per Lire 24, 50 la salma.
  Bisognava però dare la caparra, e fu allora che il Nicotra si rivolse a quel suo fratello dicendo:-- Tu ne hai denari?--Il fratello rispose di sì, e posto mano in tasca, trasse fuori un biglietto da Lire 50 che fu consegnato a me e che io a mia volta consegnai al D'Urso.
  Io non ebbi in seguito più alcuna parte in quello affare.
  Seppi poi però che il Nicotra terminò quell'affare prendendosi il vino e pagando il prezzo corrispondente.
  Il vino comprato per mio mezzo fu circa diciotto salme.

Puglisi Camillo
(Fol. 78, vol. 2.--15 aprile 1891).

  D. R. Sono in grado di poter dire alla S. V. tutto quello che fu rubato al ferculo di S. Agata e di indicare il peso preciso delle singole parti dell'argento sottratto.
  Imperocchè nel 1863 il Municipio di Catania nominò una commissione per attendere alla restaurazione del detto ferculo e la commissione fu composta dei signori Marchese Vigo, Rosario Battiati, Canonico Caff, oggi vescovo, e monsignor Dusmet, già cardinale.
  La commissione per i restauri da farsi, incaricò me e l'orefice Giovanni Albergo, ora defunto, e nella detta occasione fu a me fatta regolare consegna di tutto l'argento del ferculo.
  Posso perciò assicurare la Giustizia che il peso complessivo dello argento consegnatomi fu di chilogrammi 268, 59, ai quali io ne aggiunsi per i restauri che occorsero, altri 10, 01.
  Quando nello scorso gennaro si scoperse il furto, io fui uno di coloro che mi recai ad osservare il ferculo, e così potei valutare i danni che vi furono arrecati.
  [mancano le pagine 71 e 72 dell'originale. -NdR]

[Lessi Sebastiano (vedi [F-2/135])]
[(Fol. 94, vol. 2.--? ??? 1891).]

  [...] Riela avesse avuto il permesso di scrivere qualche cosa in carta bollata, ma essi mi risposero mostrandosi molto sorpresi di quanto io loro annunziavo.
  E dopo che io li assicurai, che aveva senza dubbio veduto il Riela scrivere sopra un foglio di carta bollata, essi si avvicinarono al Riela ed al Perina, l'interrogarono e si dettero tosto a perquisirlo.
  Così potei vedere, che il vice Guardia sequestrò indosso al Perina il foglio di carta bollata di cui ho parlato.
  In seguito a ciò il Riela ed il Perina furono condotti dal detto capo e vice capo al pian terreno, forse per essere presentati al Direttore.
  Io però non conosco nulla di quanto fosse avvenuto dopo il fatto da me riferito.

Perina Carmelo
(Fol. 95, vol. 2.--2 maggio 1891)

  D. R. Io sono scrivanello in questo carcere, e mi trovo addetto, con tale qualità, al primo piano.
  Perciò da che il signor Riela è in carcere, io gli ho scritto più volte delle lettere per la sua famiglia.
  Il giorno 25 dello scorso mese il Riela mi fece chiamare per scrivergli una lettera.
  A tal uopo io mi riunii con lui sul pianerottolo del primo piano, dopo appunto si sogliono scrivere le lettere per i detenuti.
  Io quel giorno avevo in tasca un foglio di carta che posi sul tavolo.
  Il Riela che lo vide, mi pregò insistentemente di cederglielo, avendone, come egli diceva, urgente bisogno.
  Io cedetti alla sua istanza, ed egli si pose tosto a scrivere in quel foglio di carta bollata, mentre io dal canto mio scrivevo la lettera di cui egli mi aveva incaricato per la sua famiglia.
  Dopo che egli finì di scrivere, piegò quel foglio di carta bollata e me lo porse invitandomi a conservarlo.
  [...] tosto in una delle tasche del mio abi-
  [...] che cosa ne dovessi fare.
  [...]to della scrit-
  [...] quel foglio, avrei rilevato a
  [...] ed a chi, di conseguenza, io
  [...]gnarlo.
  [...]so [...] questa risposta io insistetti a chi
  [...]onsegnare quel foglio, ed il Riela allora
  [...] di consegnarlo a Francesco Nicotra, dete-
  [...]el carcere stesso.
  [...]tanto la guardia Lessi, che trovavasi di servizio in quel luogo, dove noi scrivevamo, si accorse che si era scritto su carta bollata, e perciò appena vide salire il capo guardia ed il vice capo, si avvicinarono al Riela ed a me, e dopo talune domande che ebbero risposte negative, si diedero a perquisirci.
  Ed il vice capo allora, nonostante che io avessi cercato di non farmi prendere quel foglio di carta bollata, me lo sequestrò, mentre io cercavo di trarlo destramente dalla tasca destra dei miei pantaloni con intenzione di distruggerlo, se mi fosse riuscito.
  In seguito a ciò, tanto io, quanto il Riela, fummo condotti giù per essere presentati al Direttore del carcere.
  D. R. Cercavo di non farmi prendere quel foglio di carta od anche distruggerlo, perchè il Riela nell'affidarmelo mi aveva raccomandato il segreto, facendomi comprendere che era cosa a cui egli dava somma importanza.
  Prima di essere licenziato ed analogamente domandato,
  R. Non ho avuto con Francesco Nicotra discorso alcuno intorno al fatto di cui ho parlato, specialmente perchè io neppure conoscevo che il Riela avesse intenzione di scrivere quella dichiarazione in carta da bollo che è stata sequestrata.

Castorina Alfio
(Fol. 99, vol. 2.--4 maggio 1891)

  D. R. Nell'inverno ultimo, non posso precisare il mese, mi si presentò il cocchiere Francesco Puglisi dicendomi, che persona di sua conoscenza desiderava la mia carrozza, perchè doveva recarsi in Paternò.
  Mi soggiungeva però, che la detta persona voleva condurre da se stesso la carrozza, e non voleva quindi il cocchiere.
  Io gli feci osservare che quel che domandava era impossibile, perchè avrebbero potuto rovinarmi cavallo e carrozza.
  Il Puglisi insistette dicendomi, che la persona di cui egli parlava a me, era ben abile a far da cocchiere e che quindi gli si poteva affidare la carrozza.
  Allora io gli dissi di presentarmi alla indicata persona per vedere se si fosse potuto conchiudere lo affare.
  Il Puglisi, infatti, poco dopo mi presentò un giovinetto magro, che appresso conobbi chiamarsi Salvatore Nicotra, il quale era in compagnia di Alfio Spampinato, inteso il Capraro.
  S'intavolarono subito le trattative, il Nicotra voleva darmi dieci lire ed io ne volevo quindici.
  Io però stetti fermo nella mia domanda, ed il Nicotra dovette aderire, e mi lasciò di conseguenza lire cinque di caparra.
  Dopo alcuni giorno i nominati Nicotra e Spampinato alle 4 a. m. si presentarono in casa mia, e si presero, giusta la convenzione, la carrozza, dandomi a mia richiesta, altre lire 5.
  Io sapeva, secondo essi mi avevano esposto, che dovevano recarsi in Paternò, ma essi quel giorno stesso, [...] lire alle cinque antemeridiane, cioè a dire una ora dopo, ritornarono e mi restituirono la carrozza, dicendomi che per il fango e la ghiaia che avevano incontrato per la strada, avevano rinunziato al viaggio.
  Io feci osservare che per me l'affare era conchiuso e che mi dovevano il prezzo stabilito.
  Però dopo un poco di alterco si stabilì che essi perdevano le lire dieci che mi avevan dato, ed io non domandai più le altre cinque lire.
  Dopo altri quattro o cinque giorni, mi si presentarono nuovamente i suddetti individui alle dieci pomeridiane domandandomi la carrozza.
  Io risposi che avevo il solo cavallo, perchè la carrozza l'aveva dato ad acconciare.
  Essi allora mi esortarono ad affittarne una per cederla a loro col mio cavallo, sempre pel viaggio che dovevano fare per il paesotto di Paternò.
  Io, essendosi stabilito lo stesso prezzo di L. 15. addivenni alla loro proposta e mi feci prestare la carrozza di Salvatore Bonaccorso.
  La dimani il Nicotra e lo Spampinato, verso le quattro a. m. vennero a prendersi la carrozza dandomi lire 10 di caparra.
  Un'ora dopo, anzi ricordo meglio, alle 5 p. m. di quel giorno, essi ritornarono restituendomi la carrozza tutta guasta ed il cavallo ben malcon[cio.]
  Per scusarsi essi dicevano che la carro[zza era sta-]
  ta urtata da un carretto, ma io non prestai fede alle loro affermazioni, perchè dai danni che si osservavano, sembravami chiaro che carrozza e cavallo erano caduti.
  Però volli che essi mi pagassero i danni sofferti, e difatti essi mi diedero altre lire 10.
  In seguito essendomi informato seppi, che realmente la carrozza era caduta alla Badiella, dinanzi la caserma dei RR. CC.
  Devo far notare alla Giustizia, che quando consegnai la carozza [sic] al Nicotra ed allo Spampinato, tanto la prima che la seconda volta, volevo mettere la sonagliera al cavallo, ma essi non vollero.

Giuffrida Giuseppe
(Fog. 101. Vol. 2°--12 maggio 1891).

  D. R. La notte in cui fu consumato il furto degli ostensori della Cattedrale, io mi trovavo coricato insieme a Concetto Turrisi ed un altro sacristanello, nello stanzone che ha i balconi sulla villetta in via Vittorio Emanuele.
  Io dormii profondamente, non intesi nulla nè mi accorsi se il Torrisi si fosse, durante la notte, alzato dal letto.
  La mattina fummo chiamati dal Sacerdote Di Maggio, il quale annunziava che gli erano state rubate L. 25 dal cassuolo del tavolino della prima delle sue stanze, poscia il Di Maggio ci frugò addosso. come se sospettasse che noi gli avessimo rubato del denaro.
  Quindi dal balcone che guarda sulla sacristia si accorse, che il suo cassuolo era aperto e e scendemmo tutti giù. Anzi, ricordo, che il Di Maggio disse al Torrisi di prendere le chiavi, ed il Torrisi entrato nella prima stanza del prete, disse che non vi erano.
  Scesi giù trovammo aperte le porte della sacrestia.
  Il Di Maggio guardò e cercò nel suo cassuolo che aveva veduto aperto e disse che gli mancava la chiave della giunta.
  Il Torrisi, dopo aver guardato, disse che la porta della giunta era aperta.
  Allora il Di Maggio gli disse: guarda se [vi so]no le sfere.
  Il Torrisi entrò nella stanza della giunta, e vedendo che non vi era l'ostensorio grande, uscì, sedette sopra un banco e cominciò a piangere.
  Così fu che si scoperse il furto.
  La notte poi, in cui fu tentato il furto al tesoro di S. Agata, io dormivo nella stessa stanza del Torrisi con altri sagristanelli, quando, verso le tre antimeridiane, il Torrisi si svegliò dicendo che quel giorno ricorreva il suo giorno onomastico e che bisognava alzarsi presto per lavare i piatti rimasti sporchi dalla sera precedente.
  Fu così che per poter accendere il fuoco dovettimo rompere le legna.
  Poi dopo terminata la lavatura dei piatti, essendo già ora di aprire la chiesa al pubblico, scendemmo in chiesa dove trovammo due donne, le quali, come esse ci dissero, erano entrate per la porta vicino l'altare di S. Giorgio.
  Vedemmo infatti, che la detta porta, che è quella che trovasi a sinistra di chi dalla piazza del Duomo vuole entrare nella Cattedrale, trovavasi scassinata e ci accorgemmo, in seguito, del tentativo di cui si era commesso in danno del tesoro di S. Agata.
  D. R. Concetto Torrisi, pria di andar via dalla [Ca]ttedrale, vendette il più nuovo dei suoi abiti da [sagri]stano per L. 10 al sagristanello Nicolò Per[rone.]
  D. R. Da che Concetto Torrisi se ne andò via dalla Cattedrale io non ho avuto più occasione di vederlo.
  Seppi soltanto dal cappellano Chines che il Torrisi il giorno della festa di S. Agata era tra coloro i quali indossavano il sacco bianco e tiravano la bara.
  D. R. Io non mi accorsi mai che il Torrisi avesse particolare attaccamento con qualche altro sagrestano o con qualche prete, di coloro i quali frequentano la Cattedrale.
  Egli soltanto era in intime relazione con Francesco Maccarone, il custode della Cattedrale.
  Io lo vedevo spesso parlare con il Maccarone, al quale anzi egli raccontava tutto, facendo anche i suoi sfoghi contro noi sacristanelli.

Camillo Di Stefano
(Fog. 104. Vol. 2°--12 maggio 1891).

  D. R. La notte in cui furono rubati gli ostensori della Cattedrale, io mi trovavo coricato in compagnia di Concetto Torrisi e del sagristanello Giuffrida.
  Durante la notte avendo dormito permanentemente, non mi accorsi se il Torrisi si fosse alzato, o se qualcuno fosse entrato nella stanza ove noi dormivamo.
  La mattina seguente s'intese dire poi, che al prete Di Maggio erano stati rubati dei denari e che erano stati pure rubati gli ostensorii della Cattedrale.
  Essendo scorso molto tempo però, non ricordo le precise circostanze di quanto avvenne la mattina in seguito, e relativamente alla scoperta del detto furto.
  Tanto più che io non ero, come non sono, tuttavia al servizio alla Cattedrale.
  D. R. Non posso dire od affermare nulla in quanto al tentativo di furto commesso in danno del Tesoro di S. Agata, perchè, la notte in cui il fatto avvenne, io dormivo nella casa mia.

Corsaro Giusep[pe]
(Fol. [106, vol. 2°--12 maggio 1891).]

  D. R. Intorno al furto degli [ostensori della Cat-]
  tedrale, non ho da aggiungere n[iente a quel che di-]
  chiarai alla Giustizia nello stesso mese [in cui il]
  fatto avvenne, tanto più che è già trascor[so tan-]
  to tempo.
  D. R. Quando s'intese da noi sacristanelli [che]
  erano stati rubati gli ostensorii, si corse giù in sagristia assieme ad altri sagristanelli e vidi Concetto Torrisi quasi svenuto, seduto sopra un banco e piangente.
  D. R. Quando il padre Di Maggio dal balcone della sua stanza si accorse che in sagristia trovavasi aperto il suo cassuolo, disse al Torrisi: Prendi le chiavi.
  Il Torrisi però rispose: le chiavi non vi sono.
  D. R. La notte in cui avvenne il tentativo al tesoro di S. Agata, io dormivo insieme ai sagristanelli altri ed a Concetto Torrisi, quando, costui verso le 3 a. m., si svegliò annunciandoci che era il suo giorno onomastico e che bisognava alzarsi per lavare i piatti, che erano rimasti sporchi dalla sera precedente.
  Fu perciò che ci alzammo subito, e per potere accendere il fuoco, ci mettemmo a rompere le legna.
  Finita la lavatura dei piatti scendemmo in chiesa dove ci accorgemmo dell'avvenuto tentativo.
  In chiesa anzi trovammo due donne che erano entrate dalla porta in vicinanza dell'altare di San Giorgio, la quale trovammo scassinata.
  D. R. Non mi accorsi se Concetto Torrisi avesse particolare amicizia con qualche sagristanello, o con qualche prete di quelli che frequentano la Cattedrale.
  Posso dire però che egli era in relazione piuttosto stretta col custode Francesco Maccarone, col quale lo vedevo spesso parlare.
  Anzi posso aggiungere che spesso il Torrisi faceva dei regali al Maccarone; regali di verdure e di vino, che al Torrisi venivano portati dai suoi parenti da S. Giorgio.
  Anche il Maccarrone non di rado veniva a chiamare il Torrisi ed entrambi si mettevano a parlare insieme.
  D. R. Anche col Di Maggio il Torrisi era in ottima relazione, ed anche al Di Maggio il Torrisi faceva di simili regali.
  Prima di essere licenziato, analogamente domandato risponde:
  Dopo il furto degli ostensorii, il Torrisi non di rado parlava contro il Di Maggio dicendo: quello scellerato perchè mi ha fatto venire qui?
  Il Torrisi intendeva dire, che il Di Maggio era stato colui che lo aveva fatto venire come sagrestano alla Cattedrale, e faceva comprendere, che il Di Maggio fosse stato l'autore del furto.

Nicotra Pietro
(Fol. 108. vol. 2°--12 maggio 1891)

  D. R. Non ho nulla da aggiungere a quanto precedentemente dichiarai alla giustizia, intorno al furto degli ostensori della Cattedrale.
  Io la notte in cui il furto avvenne, dormiva profondamente e non intesi nulla.
  La mattina, padre Di Maggio diceva, che gli mancavano denari e quando disse a Torrisi, di prendere le chiavi, costui rispose che non vi erano.
  Scendemmo tutti giù in sagrestia, dove si trovavano le porte aperte, e mentre osservavamo per vedere se vi mancasse qualche cosa, ad un tratto [...] il Torrisi, annunziando che gli ostensori
  [...]
  [La no]tte in cui fu commesso il tentativo
  [di furto al tes]oro di S. Agata, io dormivo insie-
  [me agli altr]i sagristani ed a Concetto Torrisi, il
  [quale, ver]so le tre a. m., si svegliò, annunziandoci
  [che fosse que]l giorno suo onomastico, e che si doveva-
  [no lavar]e i piatti rimasti sporchi la sera precedente.
  [Fu] perciò, che ci alzammo e ci mettemmo a rom-
  [pere la] legna per accendere il fuoco.
  Terminata poi la lavatura dei piatti, scendemmo in Chiesa, ove ci accorgemmo del tentativo che era stato commesso, e trovammo scassinata la porta in vicinanza dell'altare di S. Giorgio.
  D. R. Non mi accorsi se il Torrisi, avesse particolare amicizia con qualche sagrista o con qualche prete di quelli della Cattedrale.
  Posso dire soltanto, che egli era in relazioni strette col custode della Cattedrale Francesco Maccarone, con cui lo vedemmo moltissime fiate discorrere.

Bonaventura Maugeri
(Fol. 110. vol. 2.--12 maggio 1891).

  D. R. Non ho nulla da aggiungere a quel che già dichiarai alla giustizia intorno al furto degli ostensori della Cattedrale, tanto più che essendo scorso molto tempo, non posso ricordare particolarmente tutti i fatti.
  Ricordo però, che lo annunzio dell'avvenuto furto io lo ebbi dalla bocca di Concetto Torrisi, il quale fu il primo ad accorgersi, e quando io giunsi presso la porta della giunta, vidi che piangeva seduto sopra una panca.
  D. R. La notte del tentativo del tesoro di S. Agata, io e gli altri sagristanelli, che dormivamo in compagnia del Torrisi, fummo svegliati da costui verso le 3. a. m. ed esortati a lavare i piatti rimasti sporchi dalla sera precedente.
  Dopo la lavatura, scendemmo in chiesa, ci accorgemmo del tentativo e trovammo scassinata la porta, in vicinanza dell'altare S. Giorgio.
  D. R. Non mi accorsi se Concetto Torrisi, avesse particolare amicizia con qualche sagristanello della Cattedrale.
  Posso dire però, che egli, era in relazione piuttosto stretta col custode della Cattedrale sig. Francesco Maccarone, col quale si vedeva spesso discorrere.

Sedici Vincenzo
(Fog. 112, vol. 2.--12 maggio 1891)

  D. R. Intorno al furto degli ostensori della Cattedrale, io non posso che confermare tutto ciò che precedentemente dichiarai alla giustizia.
  D. R. L'annunzio del furto degli ostensori, io l'ebbi dalla stessa bocca del Torrisi, il quale quando si trovarono le porte della sagrestia e della giunta aperte, accortosi della mancanza degli ostensori si era gettato sopra un banco piangendo ed annunziando a voce alta l'avvenuto furto.
  D. R. La notte del tentativo all'avvenuto furto di S. Agata, io fui uno di coloro che alle 3 a. m., furono invitati e svegliati dal Torrisi, ad alzarsi ed anche io mi posi con gli altri a rompere legna per poter accendere il fuoco.
  D. R. Non mi accorsi se Concetto Torrisi avesse particolare amicizia con qualche sagrestano o prete della Cattedrale, posso riferire però che egli era in relazioni piuttosto strette con Francesco Maccarone il custode della Cattedrale, col quale s'intratteneva a discorrere.

Paolo Caltabiano
(Fog. 114, Vol. 2°,--18 maggio 1891)

  D. R. Dovevo far costruire in Riposto due parafulmini sopra la mia casa in contrada Franca (piana Mascali) e doveva pure fare accomodare i parafulmini nella casa di mia abitazione in Riposto, perciò trovandomi in Catania ed incontrando Pasquale Cacciola, costruttore di parafulmini, lo invitai a venire in Riposto per quanto a me bisognava.
  Egli aderì al mio invito, e dopo qualche giorno, si recò in Riposto dove impiantò i due parafulmini nella indicata mia casina in campagna ed accomodò i quattro parafulmini della casa di abitazione.
  Il fatto, secondo mi sembra, avvenne nell'està passata.
  Non posso però precisare nè il giorno nè il mese.
  D. R. Non posso dare alla S. V. le precise indicazioni che mi domanda.
  Prometto però, che, dopo aver consultato i miei registri, sarà mia cura, appena potrò recarmi in Catania, di recarmi a questo ufficio per rispondere a quanto desidera la S. V.

Massa Gaetano
(Fog. 115, Vol. 2.--23 maggio 1891)

  D. R. Mi trovavo detenuto in questo Carcere nel N. 24 (stanza) quando venne nella stessa rinchiuso Francesco Maccarone, del quale perciò feci la conoscenza, e seppi da lui stesso che trovavasi imputato pei furti commessi alla Cattedrale.
  Dopo qualche mese che ero col Maccarone, fui mandato all'infermeria dove stetti nella medesima stanza di Francesco Nicotra, Alfio Spampinato ed altri.
  Colà una volta intesi discorrere il Nicotra ed i suoi compagni dei furti suddetti, fu allora che io domandai al Nicotra, che cosa potesse dire per Maccarone.
  Egli allora mi disse queste parole:
  «Se non possiamo dire altro, diremo che ci ha dato il comodo per poter commettere il furto».
  Dopo alquanti giorni fui condotto nella stanza N. 24, dove il Maccarone mi domandò con chi fossi stato compagno di stanza, ed avendo saputo che ero stato in compagnia di Nicotra ed altri coimputati, mi domandò che cosa avessi inteso nei loro discorsi.
  Io allora gli risposi così: dicono che voi avete fatto loro il largo per commettere i furti.

Domenico Cardile
(Fog. 117, Vol. 2.--27 maggio 1891)

  D. R. Nello scorso inverno mi si presentò un giorno nella mia bottega, in via Primo Settembre, un giovane piuttosto nello, [sic] corto e ben vestito, il quale mi disse che aveva una certa quantità di argento da vendere, ed avendogli io detto che ove ci fossimo accordati col prezzo, avrei potuto comprarlo, egli andò a prenderlo, e poco dopo ritornò mostrandomi alquante verghe di argento, di cui non ricordo il numero.
  Cominciammo a trattare del prezzo, ma siccome egli domandava, a quanto parmi, L. 3, 80 l'oncia, mentre io non poteva pagarglielo che L. 3, 45, si ruppe ogni trattativa.
  Ricordo che egli andò via dicendo che sarebbe andato a Napoli, dove ha un suo compare, per mezzo del quale venduto avrebbe quell'argento ad un prezzo conveniente e superiore a quello da me offertogli.
  Ricordo altresì, che egli mi si dichiarò negoziante in argento e in oro, e mi manifestava di essere stato già in Napoli, dove aveva fatto parecchie vendite di argento.
  Ricordo pure, che l'argento che egli mi fece vedere era saggiato regolarmente dall'officina governativa, come rilevasi dal marchio che le verghe portavano impresso.
  Dopo circa un mese mi si presentò di nuovo offrendomi in vendita un'altra quantità di argento che io mi dichiarai pronto a comprarlo, se egli me lo avrebbe rilasciato a giusto prezzo inferiore però all'offerta da me fattagli la prima volta, perchè il detto metallo era andato diminuendo di valore commerciale.
  Quel giorno dicendomi che ci saremmo facilmente accordati andò a prendere l'argento e lo portò nella mia bottega.
  Notai che le verghe di argento non erano state ancora saggiate.
  Trattammo il proposto negozio, ma non si riuscì a conchiudere nulla, perchè quel tale pretendeva che io glielo pagassi al prezzo da me offertogli la prima volta. E fu notevole il modo con cui rompemmo le nostre trattative.
  Egli per indurmi a comprare secondo la sua pretesa, prometteva che mi avrebbe fatto fare altri affari di maggiore importanza, ed al fine, come per darmi il colpo decisivo mi disse così: Questo argento, signor Cardile, me lo deve pagare al prezzo che voglio io. Poi, io gli [sic] farò guadagnare molto in altro affare di brillanti.
  Dicendo queste parole egli mise la mano in tasca trasse fuori un involto di carta della grassezza di circa un pugno di bambino, ed apertolo, mi fece vedere una quantità di brillanti di diverse dimensioni.
  Io nel vedere quelle pietre preziose, che potevano bene avere un valore da sei a sette mila lire, entrai subito in sospetto, specialmente per la persona che li possedeva e per il modo con cui li portava avvolti in un pezzo di carta, ed allora alzatomi dalla sedia, su cui ero seduto, rivolsi a quel giovine queste precise parole: non sono io quegli della tela. Da queste parole egli comprese subito che io credevo che si trattasse di oggetti di provenienza furtiva, e mostrandosi offeso, cominciò a farmi delle assicurazioni sul suo conto, invitandomi a prendere informazioni su di lui, essendo egli, come affermava, un negoziante con bottega in Catania sulla via Stesicoro Etnea.
  Però, nonostante le sue ripetute assicurazioni, io non volli più trattar la compra dell'argento, e mi rifiutai recisamente di venire a trattative sui brillanti.
  D. R. I brillanti che io vidi erano di taglio antico, e perciò di maggior valore.
  D. R. I brillanti erano, come ho detto, di diverse dimensioni.
  I più grossi erano della grandezza circa di un pisello.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse quel giovane, di cui ho parlato, credo di poterlo riconoscere.
  D. R. Ricordo che la prima volta, quel tale, per invogliarmi a comprare l'argento, mi diceva che mi avrebbe fatto comprare un rotolo di oro, sul quale mi avrebbe fatto guadagnare ben di più.

Marchese Pietro
(Fol. 121, Vol. 2.--30 maggio 1891)

  D. R. Conosco benissimo Mangano Francesco Paolo, anzi ricordo, di averlo arrestato tre anni fa, per complicità di furto di tubi di piom[bo.]
  Aggiungo inoltre, che qu[ando accadde il] furto in danno della Ditta Savoia [...] stesso, in compagnia degli agenti Gh[...]tera, io arrestai una seconda volta.
  Egli dice di essere un manovale, ma [io non gli] ho veduto mai lavorare.
  Circa tre anni fa, egli aveva una piccol[a bott]tega di merci in fondo della via Grotte Bian[che.]
  D. R. Circa sei o sette mesi fa, l'ho veduto [far] da cocchiere con carrozza e cavallo appartenente a suo fratello.
  Siccome detto suo fratello Sebastiano Mangano fa il mestiere di cocchiere, così il detto Francesco Mangano, anche pria dei sette mesi da me indicati, fu da me qualche volta veduto far da cocchiere colla carrozza ed il cavallo di suo fratello.

Rizzone Francesco
(Fol. 122, Vol. 2--30 maggio 1891)

  D. R. Conosco Francesco Paolo Mangano, ma soltanto dai primi di quest'anno, da quando cioè, egli si diede a far da cocchiere con la carrozza e cavallo di suo fratello Sebastiano.
  D. R. Io non posso precisare il tempo in cui il detto Mangano si mise a far da cocchiere.
  Però ricordo che una prima volta prima del carnevale ultimo, egli fece da cocchiere per alquanti giorni e poi si dimise.
  Ricordo del pari, che dopo del carnevale ultimo si diede a fare da cocchiere assiduamente e senza interruzione.
  D. R. La carrozza ed il cavallo da lui condotti, appartengono a suo fratello Sebastiano.
  D. R. Il cavallo condotto dal Mangano è di color bianco.

Rizzone Giuseppe
(Fog. 123, Vol. 2.--30 maggio 1891)

  D. R. Conosco Francesco Di Paola Mangano e posso dire alla Giustizia che egli nello scorso ottobre fece da cocchiere alquanti giorni con la carrozza ed il cavallo di suo fratello Sebastiano.
  Dopo il carnevale ultimo, cominciò a far da cocchiere assiduamente e senza interruzione sinchè fu arrestato.
  La carrozza ed il cavallo condotto dal Mangano appartenevano a suo fratello Mangano Sebastiano.
  Il cavallo era di color bianco tutto.

Coco Gaetano
(Fog. 124, Vol. 2.--30 maggio 1891)

  D. R. Conosco Francesco Paolo Mangano e posso affermare che egli cominciò a far da cocchiere con cavallo e carrozza di suo fratello nel principio dello scorso inverno.
  Però dopo alquanti giorni avendo avuto quistioni con suo fratello, cessò di quel mestiere.
  Dopo il carnevale ultimo però, essendosi rappacificato con suo fratello, ricominciò a far da cocchiere assiduamente e senza interruzioni finchè venne arrestato.
  D. R. La carrozza ed il cavallo condotti dal Mangano appartenevano a suo fratello Sebastiano.
  D. R. Il cavallo condotto dal Mangano era di color tutto bianco.

Caltabiano Paolo.
(Fog. 125, Vol. 2.--6 giugno 1891)

  D. R. Giusta quanto promisi alla S. V. nella mia deposizione dello scorso mese, avendo riscontrato le annotazioni del mio registro, posso riferire alla Giustizia le seguenti particolarità:
  Pasquale Cacciola il 30 ottobre 1888, impiantò sulla mia casina in contrada Franca (piana Mascali) due parafulmini ed ebbe in compenso la somma di lire 233.
  Il 25 settembre 1890 accomodò, o meglio, pulì ed indorò quattro parafulmini esistenti sulla mia casa di abitazione in Riposto nel corso Vittorio Emanuele, ed ebbe in compenso la somma di lire 50.
  Devo far notare però alla S. V., che il giorno 25 settembre 1890 è quello appunto in cui il Cacciola terminò il lavoro e fu pagato, poichè, secondo quanto ricordo, egli stette in Riposto due giorni, di modo che egli dovette venire a cominciare il lavoro in Riposto il giorno precedente.
  D. R. Le punte dei sopra menzionati parafulmini sono di oro massiccio.
  D. R. Questo che ho dichiarato è la pura verità, e se qualche cosa non corrisponde con ciò che io dissi nella mia precedente deposizione, la S. V. comprenderà benissimo la ragione, perchè allora dissi quel che potevo ricordare.

Cosentino Sac. Cristofaro.
(Fol. 126, vol. 2.--6 giugno 1891)

  D. R. Nel mese di agosto dell'anno 1890, mentre ancora Concetto Torrisi era in servizio presso questa Cattedrale, dopo che era stata regolarmente chiusa, si trovò aperta la porta del cosiddetto Cannarozzo, che è quella che mette in comunicazione il Seminario con la Cattedrale.
  Alla stessa si può anche giungere mediante una piccola porta che dà nel cortile del Palazzo Arcivescovile.
  Si chiama comunemente la porta del Cannarozzo, perchè ad essa dalla porta della Cattedrale si va traversando da un corridoio buio e tortuoso che ha principio nella Cappella della Madonna.
  La porta del Cannarozzo ha molte chiavi simili, sempre di unica serratura, le quali vengono tenute una dal sacristano maggiore, una da Monsignor Vicario, una da Monsignor Caff, una dal V. Rettore del seminario, una dal Cardinale e una suole rimanere nella Sacrestia per uso dei sacristani.
  Quando Concetto Torrisi era sacrestano alla Cattedrale, aveva anch'egli una chiave della porta.
  Però egli non aveva dritto ad averla. infatti [sic] egli stesso mi aveva dichiarato che si aveva fatta costruire quella chiave di sua propria volontà, ed a sue spese.
  Quando egli poi lasciò il servizio della Cattedrale portò seco lui quella chiave che, del resto, non gli venne richiesto da nessuno.
  Quando si scoperse che la detta porta si trovava aperta non ostante che io l'avessi fatta chiudere, io a dire il vero, sospettai di Concetto Torrisi.
  Devo aggiungere inoltre, che dopo le indicate due volte, per eliminare della mia mente ogni dubbio, curai io stesso di chiudere personalmente la detta porta, e tuttavia avvenne, che verso il giorno otto o nove settembre, dopo averla chiuso io stesso, trascorsa circa un'ora e mezzo, fu trovata aperta.
  Ricordo in proposito, che in quella occasione Monsignor Vicario s'inquietò molto, come m'inquietai molto anche io non sapendo che pensare.
  Devo confessare però, che il mio principale sospetto cadeva su Torrisi, e credevo che egli lo facesse apposta per far fare cattiva figura a me verso i miei superiori.
  Aggiungo che la suindicata porta si suol chiudere la sera, quando si chiude la Chiesa, od anche verso mezzogiorno, quando pure si chiude la chiesa, però nelle indicate tre volte fu trovata sempre aperta verso i tre quarti d'ora di notte.
  D. R. Chi ha la chiave dell'indicata porta, di giorno, passando per l'altra da me indicata porta, che dà nel cortile del palazzo vercivescovile, può benissimo introdursi nella Cattedrale, anche senza essere veduto se non incontra alcuno nel suo passaggio.
  D. R. Concetto Torrisi nel settembre dello scorso anno ebbe otto giorni di permesso per recarsi in campagna a casa sua; poscia, mentre ancora era assente dalla cattedrale, fece sapere che era ammalato ed ottenne un secondo permesso, di modo che egli ritornò alla Cattedrale, come ben ricordo, il giorno ventisette del detto mese.
  E lo ricordo bene perchè fu il giorno precedente alla mia partenza, che ebbe luogo il giorno ventotto dello scorso mese.
  Anche io partii in permesso di assenza per un mese.
  D. R. I miei sospetti caddero su Concetto Torrisi, perchè io già sospettavo di lui per i seguenti fatti:
  Quando avvenne il tentativo di furto al tesoro di S. Agata, giusto quanto fu appreso dai sacristanelli, il Torrisi aveva lasciato aperto il cancello che chiude la cappella, in cui trovasi la porta del tesoro di S. Agata.
  Aveva lasciato pure aperta la porta che dalla Chiesa conduce al campanile.
  La notte, alle tre ant. si era alzato, ed aveva fatto alzare i sacristanelli dicendo che era il giorno suo onomastico e sarebbe venuta molta gente.
  Quindi li spinse a rompere legna per accendere il fuoco e lavare i piatti.
  Ed in proposito è notevole il modo con cui faceva rompere le legna che in sostanza non erano che vecchi angeli [sic] abb[a]ndonati.
  Si rompevano gettando addosso, cioè ai detti angioli, grosse pietre, le quali di conseguenza, cadendo, facevano un gran rumore.
  Il giorno dieci od undici dello scorso novembre essendo io uscito a passeggio con certi sacristanelli, ritornai alla Cattedrale mezz'ora prima dell'ave maria.
  Picchiai alla porta della sacrestia in via Vittorio Emanuele moltissime volte per circa mezz'ora, ma nessuno veniva ad aprirmi.
  Mi misi a passeggiare pensando che il detto Torrisi, fosse sul campanile, perchè si avvicinava l'ora della benedizione nella chiesa della Confraternità dei bianchi.
  Senonchè intesi, un momento dopo, il consueto segnale, con cui, dal campanile, si domanda aiuto di altre persone per suonare le campane.
  Dimodochè fui allora sicuro che il Concetto Torrisi non era sul campanile.
  Di conseguenza, tornai subito a picchiare nuovamente la porta della sacristia.
  Però il Torrisi, per non fare sospettare, avendo udito il segnale dal campanile, suonò frettolosamente le campane e quindi venne ad aprirmi tutto ansante.
  Alle mie domande rispose che era stato affacciato al balcone e che non aveva inteso il mio lungo picchiare.
  Tale risposta non mi persuase punto, perchè, se egli fosse stato al balcone, avrebbe dovuto udire con maggiore facilità, trovandosi il detto balcone sopra la indicata porta della sagristia.
  Io con la mia mente mi diedi ad almanaccare, che cosa il Torrisi avesse potuto operare in quel tempo che non udiva, o fingeva di non udire i colpi, che io davo alla porta della sagristia; ma non potei venire a capo di nulla. Il giorno appresso però, uno dei canonici mi chiamò e fecemi vedere che era stata forzata la serratura di un cassuolo nella sacristia dei canonici, nel quale si conservano i denari provenienti dalle elemosine che i fedeli fanno per il culto del SS. Crocifisso.
  Sicchè io non ebbi più dubbio, che appunto il Torrisi fosse stato colui che aveva forzato quel cassuolo, nel tempo della mia assenza e specialmente mentre io picchiavo la porta della sagristia.
  Erano questi i fatti che mi facevano stare guardingo e sospettoso verso il detto Torrisi.

Caruso Giorgio
(Fol. 130, vol. 2.--8 gennaio [giugno!] 1891)

  D. R. Nell'anno 1889 avendo l'impresa Cristaldi, o meglio, l'impresa rappresentata dal signor Cristaldi, abbandonato il servizio di fornitura di questo carcere, quest'amministrazione carceraria dovette, dal settembre a dicembre detto anno, provvedere direttamente all'acquisto dei viveri pel mantenimento dei detenuti; di conseguenza per l'acquisto della pasta occorrente si rivolse a diversi stabilimenti, uno dei quali era quello tenuto dal signor Giuseppe Nicotra.
  Veniva al carcere, per riscuotere dal provveditore, il prezzo nella [sic] pasta fornita, Salvatore Nicotra[, f]ratello del detto Giuseppe.
  Nell'indicato tempo, cioè da settembre a dicembre 1888, furono fatti a Salvatore Nicotra per pasta fornita, i seguenti pagamenti: uno di L. 43,58, uno di L. 115, uno di L. 66,30, uno di L. 164, 84, uno di L. 242, 09, uno di L. 85, 09, ed uno di lire 16,09. Fu pagata cioè in tutto la somma L. 732,73.

Vito Brancato
(Fol. 131, vol. 2.--8 giugno 1891)

  D. R. Un giorno del dicembre 1890, che non so esattamente precisare, un ex falegname a nome Barresi Girolamo, che esercita il mestiere di sensale anche per la vendita di beni immobili, mi chiese se io avessi comprato delle verghe d'argento, del peso circa di nove chilogrammi, che si davano in vendita da un'altra persona che trovavasi, in compagnia di detto Barresi, e che costui mi aveva detto essere un commesso viaggiatore.
  Risposi al Barresi che io non compravo che da persone note a me, ma egli fu pronto a rispondermi di potere garantire la identità e moralità del viaggiatore che presentava, che diceva essere di Catania e suo amico.
  Io aggiustai fede alle larghe assicurazioni del Barresi e trattai il prezzo, e dopo la verificazione delle verghe, pagai il prezzo nella somma di lire 1028 al venditore che ricordo essersi qualificato per La Rosa.
  Pagai la provvigione al sensale Barresi, come si usa da noi in tali affari, ed ebbi cura di ritirare dal venditore una fattura colla quietanza in piè.
  Questo documento dopo qualche tempo lo consegnai ad un delegato di P. S. che me ne fece richiesta, dopo avermi domandato notizia dello affare.

Lo Giudice Candido
(Fol. 132, vol. 2.--8 giugno 1891)

  D. R. Signore, appunto nel novembre o dicembre ultimo, venne nella mia bottega un giovane di cui nemmeno saprei dare i connotati precisi, il quale mi offrì in vendita delle verghe di argento, che io, senza vedere, ricusai, non perchè egli [mi] avesse richiesto un prezzo superiore alle lire 2,75 l'oncia, ma perchè noi non siamo usi comperare da gente sconosciuta.
  Egli cercava farsi conoscere qualificandosi per mediatore, ma noi non ne abbiamo voluto saperne.
  Non dimentico le sue generalità.
  Non mi fiderei di riconoscerlo.
  Mio fratello Vincenzo nel negozio non c'era, e per questo nulla sa.

Coci Antonino
(Fog. 133, vol. 2.--9 giugno 1891)

  D. R. Nel tempo che Giuseppe Nicotra aveva una fabbrica di pasta a Picanello, forniva a me della pasta per uso del mio negozio.
  L'ultimo pagamento che gli feci fu alcuni giorni prima che egli smettesse dal fabbricar pasta, avendo lasciato la detta fabbrica che egli teneva in fitto.
  Il pagamento fu di circa L. 300 o 400.
  Essendo scorso molto tempo non posso dar più precisi ragguagli.

Aiello Caterina
(Fol. 134, vol. 2.--9 giugno 1891)

  D. R. Siccome io ho avuto, ed ho, una bottega ove vendo pane, pasta, crusca ed altre merci, così quando il signor Giuseppe Nicotra aveva una fabbrica di pasta in Picanello, egli mi forniva la pasta, la farina, la crusca di cui aveva bisogno.
  Poi, dopo alquante somministrazioni, dopo qualche tempo sia un mese, sia più, si facevano i conti, ed io pagavo.
  L'ultima volta che lo pagai, fu circa otto o cinque mesi fa, e gli diedi L. 500 e più.

Arangio Salvatore
(Fol. 135, vol. 2.--9 giugno 1891)

  D. R. Il giorno 25 dello scorso mese di aprile, trovandomi in compagnia del sotto capo Guardia sig. D'Alessandro Primo, salivamo al primo piano di questo carcere.
  Sul pianerottolo trovansi, come d'ordinario, a scrivere parecchi detenuti.
  La Guardia Lessi Sebastiano, che era di servizio in quel luogo, mentre ci apriva il cancello che dà adito ai corridoi del primo piano, ci domandò se ai detenuti fosse lecito scrivere in carta da bollo.
  Essendoci noi mostrati sorpresi di quella domanda, la nominata Guardia ci dichiarò che aveva veduto il detenuto Riela scrivere sopra un foglio di carta bollata.
  Fu allora che io ordinai si perquisissero i detenuti che trovaronsi a scrivere in quel luogo, e che erano Carmelo Perina e Carmelo Riela dinanzi ad un tavolo, e Giulio Belluso dinanzi ad un altro tavolo. Il risultato della perquisizione si fu, che addosso a Carmelo Perina venne rinvenuto un foglio di carta da bollo, sul quale stava scritta una obbligazione a firma di Carmelo Riela.
  Di conseguenza feci sequestrare il detto foglio e feci quindi condurre i detenuti Riela e Perina l'un dopo l'altro, separatamente, dinanzi il signor Direttore.
  Io fui presente quando il Riela parlò sull'avvenuto fatto col signor Direttore.
  Non ricordo con precisione tutto quanto venne detto da una parte e dall'altra.
  Ricordo benissimo però, che il Riela era pallido e tremante, e quando si trovava dinanzi al Direttore diceva io sono rovinato, io sono disgraziato, mi aiuti.
  Del fatto che ho esposto feci allora il mio rapporto, e i due detenuti Riela e Perina, per disposizione del Direttore, furono entrambi disciplinatamente puniti.

De Marco Carlo
(Fol. 137, vol. 2.--12 giugno 1891)

  D. R. Più tentativi di furti sono avvenuti a mio danno, e precisamente posso indicarne tre alla Giustizia, dei quali però non posso bene precisare il tempo del loro avvenimento.
  Una prima volta mi si disse che erano state vedute delle persone di notte tempo, ad operare dinanzi la porta del mio ufficio notarile, allora in via Condurso N. 8, ed io sospettai che quelle persone avessero cercato di prendere una impronta del buco della serratura per costruire quindi una chiave che valesse ad aprire.
  In seguito una mattina, cercando di aprire il detto ufficio notarile, trovai un ostacolo nel buco della serratura, e potei quindi estrarre dalla medesima un pezzo di barba di chiave.
  Sicchè dovetti convincermi, che un'impronta era stata ricavata, che una falsa chiave era stata costruita, la quale però nell'essere adoperata, erasi rotta.
  In seguito una mattina giungendo al mio ufficio, trovai della gente affollata dinanzi al mio ufficio, e potei subito accorgermi che nella notte si era tentato di aprire, mediante falsa chiave, e violenza, dappoichè dei due catenacci quello della spranca era strappato con tutti gli anelli che lo reggevano, e quello a lettera trovavasi rotto.
  Le altre due serrature a chiave, erano tuttavia intatte, perchè, secondo, informavami il Delegato Rispoli, che trovavasi in quel momento presente, i ladri per timor di esser sorpresi, si erano dati alla fuga.
  La S. V. deve in proposito notare, che il Delegato Rispoli abitava, in quel tempo, dirimpetto il mio ufficio notarile, e che essendosi accorto dell'opera delittuosa dei ladri, fece fuoco da uno dei suoi balconi e così indusse costoro a fuggire.
  D. R. Quando avvenne il primo ed il secondo tentativo avevo nel mio ufficio notarile molti denari della Banca Nazionale, chiusi però in cassa forte.
  Quando avvenne il terzo tentativo non avevo in detto ufficio che qualche migliaio di lire.
  D. R. Quando avvennero i detti tentativi, io non sospettai che i ladri avessero voluto sottrarmi qualche documento.
  Tale sospetto però lo feci dopo l'arresto del Riela, poichè avevo ragione di ritenere, in seguito a detto arresto, che Riela fosse capace d'un furto e ricordandomi che nel mio ufficio si conservavano e si conservano tuttora, importanti documenti relativi alle note vertenze tra la Banca Depositi e Sconti ed il Riela, ritenni probabile che quei tentativi avessero per iscopo di sottrarre qualcuno degli indicati documenti.
  Devo in proposito far rilevare alla Giustizia una circostanza vera importante.
  Fra gli indicati documenti eravi una privata scrittura molto importante, stata depositata presso di me dalla Banca suddetta. Ora, quando la detta scrittura mi fu consegnata, la persona che me la consegnava dissemi queste parole: custoditela gelosamente, non affidatela a nessuno, non lasciatela un sol momento, perchè altrimenti vi sparirà.
  Con queste parole il Cav. Serra Caracciolo che le profferiva, intendeva evidentemente alludere a Carmelo Riela, il quale sarebbe stato capace di farmi scomparire la detta scrittura.
  D. R. Per il secondo e per il terzo tentativo fu relativamente informata la Giustizia, e furono compilati dei processi penali dai quali la S. V. potrà ricavare le altre notizie di tempo e luogo che desidera.

Belluso Giulio
(Fol. 140, vol. 2.--13 giugno 1891)

  D. R. Il giorno 25 aprile scorso, mi trovavo intento a scrivere dinanzi ad un tavolo nel pianerottolo del primo piano, mentre nello stesso luogo, dinanzi ad un altro tavolo, stavano scrivendo per conto loro, mio cognato Carmelo Perina e Carmelo Riela.
  Il Riela era seduto in modo che volgeva le spalle a me, sicchè io non potevo accorgermi che cosa egli scrivesse, tanto più che io intendeva scrivere per conto mio e non mi occupavo di ciò che gli altri facessero.
  Poco dopo essendo saliti il Capo ed il Sottocapo, la guardia che colà trovavasi di servizio, disse che Riela aveva scritto in carta bollata, fecero procedere a perquisizione tanto su di me, quanto su di Perina e su Riela.
  Mi accorsi che fu sequestrata una carta indosso a mio cognato Perina, ma essa non mi fu mostrata ed io non seppi cosa contenesse.
  Dimodochè, non sono in grado di riconoscerla.
  D. R. Seppi poi da mio cognato Carmelo Perina che quella carta era bollata, che su di essa aveva scritto Carmelo Riela, il quale poscia sotto il tavolo, lo aveva dato allo stesso Perina.
  D. R. Mio cognato Perina non mi disse che cosa avrebbe egli dovuto fare con quella carta statagli consegnata dal Riela, nè io del resto, gli feci in proposito domanda alcuna.

La Ferla Michele
(Fog. 141, Vol. 2°--13 giugno 1891)

  D. R. Nel dicembre ultimo un giorno mentre mi trovavo nella bottega di Paolo Auteri, nella quale vi sono addetto come lavorante, si presentò un giovane offrendo in vendita due verghe di argento.
  L'Auteri si mostrò pronto a comprarlo, e si misero entrambi a trattare sul prezzo, che fu in ultimo stabilito, nella somma di L. 3, 50 l'oncia.
  Indi l'Auteri e quel tale uscirono, per far pesare quell'argento.
  Poco dopo ritornarono in bottega, e fu allora che Auteri si rivolse a me e agli altri due lavoranti Bucolo e Coppola, chiedendoci se conoscessimo quel giovine.
  Tutti e tre noi lavoranti, rispondemmo che lo conoscevamo come sensale.
  In seguito a ciò l'Auteri invitò quel giovine a scrivere il suo nome e cognome sul registro delle compre, e di fatti, ricordo benissimo, che quel giovine prese la penna ed appose la sua firma sul detto registro.
  D. R. Se rivedessi quel giovine, potrei benissimo riconoscerlo.

Rapisarda Giuseppe
(Fol. 143, vol. 2.--13 giugno 1891)

  D. R. Conosco Alfio Spampinato perchè egli fu, per qualche tempo, uno dei lavoranti calzolai nella mia bottega.
  Allora io lo ritenevo un giovine onesto, sebbene fosse molto donnaiuolo.
  Egli univasi sovente con i fratelli Francesco e Salvatore Nicotra, i quali ora l'uno ora l'altro, venivano a chiamarlo nella stessa mia bottega.
  Io spesso facevo delle avvertenze ad Alfio Spampinato di non unirsi con cattivi compagnia, [sic] e di non menare cattiva condotta.
  D. R. Io non ricordo punto che Alfio Spampinato mi avesse mostrato dei falsi biglietti da banca; soltanto una volta, ricordo, che egli mandò a scambiare presso una vicina una moneta di argento da lire due, moneta che egli stesso poco dopo si fece restituire, dicendo che era falsa.
  D. R. Non ricordo se altre persone fossero venute dinanzi la mia bottega a chiamare Alfio Spampinato.

Luca Francesco
(Fol. 144, vol. 2.--15 giugno 1891)

  D. R. Non posso rispondere su quanto la S. V. mi domanda, perchè non sono stato mai nel carcere di Catania nè in altro.
  Credo che la S. V. e l'usciere che mi ha citato, sia caduto in equivoco, dovendo certamente trattarsi di altra persona che porta lo stesso nome e cognome.
  D. R. Non è a mia conoscenza se a Maletto esiste altra persona che si chiama Francesco Luca come me.

Fusco Lorenzo
(Fol. 145, vol. 2.--10 [15!] giugno 1891)

  D. R. Verso la fine del mese di ottobre dello scorso anno, venne da me per consiglio, un figlio di un argentiere, al quale io dò a lavorare, e mi disse di voler sapere come regolarsi dovendo trattare una compra di certe verghe di argento da un tale a lui sconosciuto.
  Venne anche questo sconosciuto, ed allora io, dopo diverse domande, alle quali il detto sconosciuto rispondeva di negoziare lui, parmi, argento ed altro, e di non essere conosciuto da alcuno in Napoli, decisi di telegrafare a Catania ai miei corrispondenti di colà per avere tali informazioni.
  Con somma mia sorpresa però mi pervenne un telegramma di risposta, col quale mi si annunziava essere quel giovine che poi seppi, dalla lettura di un suo congedo che mi esibì, chiamarsi Nicotra Francesco, sconosciuto in Catania, ed allora io licenziai il Nicotra sconchiudendo l'affare. Null'altro so.

Tizzano Giuseppe
(Fol. 146, vol. 2.--15 giugno 1891)

  D. R. Nel passato anno, non ricordo proprio il mese, nè il giorno, venne nel mio magazzino un giovane a me sconosciuto, dicendomi di voler vendere delle verghe di argento.
  Gli richiesi una garenzia perchè voleva darmi per conoscenza un tale che io non conosceva, e che non era negoziante della Piazza di Napoli, così io dissi di nulla voler comprare.

Gaetano Muscetti
(Fol. 147, vol. 2.--15 giugno 1891)

  D. R. Uniforme completamente al testimone Lorenzo Fusco.

Di Bella Federico
(Fol. 148, vol. 2.--17 giugno 1891)

  Stamane verso le ore nove e mezzo a. m., mentre trovavami nella stanza dell'infermiere, intesi che dalla stanza precisamente sotto quella mia, si parlava ad alta voce con persone che stavano in istrada.
  Prestando attenzione ricordo, che la voce usciva dalle stanze sottostanti alla mia; era quella del detenuto Francesco Nicotra.
  Spinto dalla curiosità mi accostai alla finestra della mia stanza a poter vedere che di fuori stavano a parlare col Nicotra una giovane ed un giovine.
  Intesi allora che il Nicotra disse alla donna: «Allontanati Nedda un poco, perchè io ti possa vedere».
  Il Nicotra allora continuò a domandare: Andaste al bambino?
  Il giovane rispose: vi andai; ed il Nicotra rispose: andaste pure da Pappalardo? e quello rispose: vi andai e feci tutto.
  Poscia quindi quei due si avvicinarono di più al carcere, perchè chiamati dal Nicotra con un fischio, e e continuarono quindi a parlare, ma a voce più bassa, sicchè non potei più nulla sentire tranne queste parole di Nicotra: La mia causa è stata fissata pel 10 luglio.

Mascali Giuseppe
(Fol. 149, vol. 2.--1. luglio 1891)

  D. R. Sono io appunto il proprietario della tenuta in S. Francesco Di Paola alla contrada Altarello, tenuta che trovasi data a mezzadria a Salvatore ed Antonino Spampinato.
  Non ricordo la data precisa del contratto di mezzadria che fu stipulato presso il notaro Nicolò Matera.
  Però devo far notare alla S. V., che il contratto venne stipulato alcuni mesi dopo che già lo accordo era stato preso da me e i detti Spampinato, tanto che essi fin dall'agosto 1889 si erano messi in possesso della detta tenuta.
  Le trattative per il detto contratto avvennero qualche tempo prima della indicata presa di possesso, e furono fatte direttamente dal solo Salvatore Spampinato con me.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.