Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II. -- Ostensori
Parte I. -- Interrogatori


VOL. II.--OSTENSORI / PARTE I.--INTERROGATORI

Ordinanza della Camera di Consiglio del Tribunale a carico Di Maggio.
(Fol. 207, Vol. 1°--27 agosto 1890).

  Ritenuto in fatto:
  Che la notte del 7 all'8 settembre 1889 un furto di due preziosi ostensorii del valore superiore alle lire 5500 fu perpetrato in questa Cattedrale, desso furto fu studiato da abile persona e che il suo autore agì scientemente.
  Tutti gli oggetti preziosi di spettanza della Chiesa erano affidati al sagrista maggiore Di Maggio Domenico, che si aveva le chiavi e che conservava presso di sè nel suo alloggio che soprastà alla Sagrestia, ov'è un balcone prospiciente in essa; la cui porta di notte restava aperta e quella notte, dietro la porta d'ingresso dell'alloggio del predetto Di Maggio, dormirono i piccoli sagrestani, ed il sagrista Torrisi nel camerone contiguo alla sua stanza, notte che egli passò in veglia perchè molestato da insetti.
  La sera del 7, finite le funzioni, le porte esterne ed interne, furono chiuse a chiave e si passò la rivista in essa Chiesa e non si costatò la presenza di alcuno estraneo; indi il Di Maggio se ne uscì a spasso per la città per la porta che immette nella via Vittorio Emanuele conservando le chiavi del suo alloggio, e verso le ore 11 di sera, rincasò.
  Il mattino dell'8, cosa insolita, si alzò di buon ora e vide le porte interne, cioè quelle della sagrestia del capitolo e quelle del tesoro, aperte, colle stesse chiavi infisse nella toppa, anco quella che dà nella via Vittorio Emanuele, la serratura che assicurava la porta del tesoro si avea un segreto che solo conosceva il Di Maggio, per averlo appreso dal suo predecessore, già defunto, e dal capo maestro, soggetto degno di stima e di grande fiducia.
  Accesso l'ufficio nella Chiesa ed ispezionato l'alloggio del Di Maggio, lo domandò dove egli aveva conservato la chiave, precisamente quella del tesoro, e ci additò un tiratoio di un tavolo fermato a chiave e le altre sul sottospecchio; dimandato se eravi stato con lui quella notte qualche estraneo, rispose negativamente; perocchè in una arcova riparata da un paravento fu osservato un letto scomposto e dimandato su cotesto estremo, rispose: che giorni nanti, per più sere, avea prestato alloggio al suo compare Motta Vincenzo, persona sospetta. Da siffatte contradizioni si sollevarono sospetti contro di lui, che più tardi divennero certezze, perocchè progredita la istruzione si venne a conoscere che esso Di Maggio, anzichè unto del Signore, era rotto alla lussuria, si aveva abito di piaceri carnali, egli per molti anni era stato in illecita tresca colla figlia del Motta a nome Agatina, donna di belle fattezze e che poscia esso Di Maggio la cesse in matrimonio a tal Lo Porto Salvatore ed in comprova di ciò si son trovati, tanto presso di lui, quanto appo la Agatina, lettere lascive e fuvvi a liquidarsi la circostanza d'una seconda chiave che apriva l'uscio dell'alloggio fatta costruire per comodità della Agatina, chiave che fu sequestrata a domicilio del Motta che sperimentato lo dischiudeva.
  Il Di Maggio nelle sue ammissioni à tentato di riversare la responsabilità a certi Leone Giovanni, genero del custode della Chiesa, Maccarrone, già fidanzato a certa Licciardello Carmela, e lo dipingeva a foschi colori dicendolo ladro, ozioso e capace di commettere il furto, e ciò per confidenze avute dalla famiglia Licciardello, però egli è stato smentito dalla Licciardello e da un fatto eloquentissimo che esso Leone all'epoca del furto si trovava a Messina ricoverato all'ospedale Militare.
  Esso Di Maggio rumina nella sua mente come scagionarsi ed accusa i sediarii, altri preti, ma indarno; inoltre accusa il compare Motta come colui che perpetrò il furto e lo scongiura alla restituzione degli ostensorii.
  Il Di Maggio nei primordii della Istruttoria tentava di trovare una tavola di salvezza e faceva assegnamento sui sagrestani Torrisi e Nicotra, istigando il primo a che dichiarasse che quella notte avea dormito profondamente e di non avere inteso rumore con [sic] negare che i piccoli sagrestani quella notte aveano dormito vicino il finestrino accanto la porta d'ingresso del suo alloggio, lo stesso insinuò al ragazzo Nicotra, però cotestoro respinsero coteste suggestioni e gliele sostennero in confronto.
  In fine esso Di Maggio ha asserito che dal tiratoio del tavolo che era nella stanza da ricevere erano state involate L. 25 in carta moneta ed una piastra d'argento, mentre in esso tiratoio, c'erano tre posate d'argento che non gli furono involate.
  Attesochè dalle prove raccolte nettamente resta dimostrato che il sistema di difesa tenuto dal prevenuto Di Maggio d'essergli state sottratte le chiavi è cerebrino oltremodo, gli stanno di contro le deposizioni dei sagrestani e precisamente dei due testi Nicotra e Torrisi, testi degni di fede, a cui puossi apprestare piena fiducia ed acquietarsi l'animo del magistrato non essendosi per altri estremi infirmata la loro sincerità.
  Se egli, il Di Maggio, finite le funzioni la sera del 7 si ritirò, le chiavi conservò nel suo alloggio che chiuse a chiave andandosene a spasso per la Città; se quella notte egli era in possesso delle chiavi; se quella notte tutte le porte interne ed esterne erano chiuse; se quella notte dormirono dinanti la porta del suo alloggio i piccoli sagristani; se quella notte il Torrisi adagiossi non nel suo stanzino d'alloggio, ma nel camerone prospiciente sulla villetta, e fu sempre desto per il corso di detta notte; se suggestioni di esso incolpato furono fatte al Torrisi ed al Nicotra onde occultare all'autorità simili circostanze, se le sue infondate accuse contro il Leone ed il Maccarrone; il non avuto furto delle posate d'argento nel tiratoio, ove conservava la chiave del tesoro; se egli solo conservava il segreto della toppa che garentiva la porta del tesoro, i fatti indicati sono così strettamente congiunti che conglobati nel loro insieme rivelano una serie d'indizii necessarii e gravi da stabilire con certezza la impossibilità che alcuno sia penetrato quella notte nel suo alloggio; anzi essi escludono qualsiasi possibilità inversa e riconducono a quella prova di ragione che altro non sia stato, l'autore del furto in esame, che esso prevenuto Di Maggio di conserva al detto suo compare Motta.
  Attesochè l'ammissione di questi estremi non hanno alcuna apparenza di fondamento, perocchè risulta stabilito negli atti che la indicata notte innanti al portone del suo genero Lo Porto fu visto fermato un legno, ciò che addimostra che egli ritornava da Catania, fatto che associato ai precedenti ha le intime relazioni tra lui ed il Di Maggio.
  L'avere dormito più notti nel di costui alloggio difilati manoducono alla prova apodittica che esso Motta sia stato il compagno del Di Maggio nella consumazione del furto, e vieppiù siffatta prova si rafforza, quando si riflette che la di lui accampata coartata non rispose allo scopo per cui era stata indetta, sicchè per siffatti rilievi la giustizia ottenne un completo d'indizii necessari e gravi da costituire quel grado di certezze giudiziarie che autori del detto furto sono stati il ripetuto Di Maggio e Motta.
  Attesochè sul conto dei due coinvolti Agatina Motta e Fazio Giuseppa [sic] la istruttoria contro i medesimi non ha rivelato indizii sufficienti, di conseguenza ragion vuole che i medesimi siano prosciolti.

Interrogatorio Nicotra Antonino fu Giuseppe
(Fog. 276, vol. 1,--17 febbraio 1891)

  D. R. Mi sono deciso di dichiarare alla Giustizia tutte la verità, almeno per quanto io ne conosco, ecc. ecc. (1)

(1) Vedi fog. 174, vol. I, processo originale (17 febbraio 1891), vol. I, Fercolo, parte I, interrogatori--Pag. 19, colonna 1ª di questo processo a stampa.

Interrogatorio Nicotra Francesco
(Fog. 277, vol. 1.--18 febbraio 1891).

  D. R. Meglio ripensando ai casi miei, e nello intento di avere qualche agevolazione dalla Giustizia, ecc. ecc. (2)

(2) Vedi fog. 198, vol. I, processo originale (18 febbraio 1891), vol. I, Ferculo, parte I, interrogatori--Pag. 22, colonna 2ª di questo processo a stampa.

Altro interrogatorio di Nicotra Francesco.
(Fog. 279, vol. 1.--19 febbraio 1891)

  D. R. Essendo profondamente pentito di quanto ho commesso, perchè trascinato però da cattivi compagni, ecc. ecc. (3)

(3) Vedi fog. 203, vol. I, processo originale (19 febbraio 1891), vol. I, Ferculo, parte I, interrogatori--Pag. 22, colonna 2ª di questo processo a stampa.

Interrogatorio Nicotra Salvatore
(Fog. 282, vol. 1.--19 febbraio 1891).

  D. R. Fatta migliore riflessione sulla mia condizione mi sono determinato, ecc. ecc. (4)

(4) Vedi fog. 149, vol. I, processo originale (19 febbraio 1891), vol. I, Ferculo, parte I, interrogatori--Pag. 24, colonna 2ª di questo processo a stampa.

Altro interrogatorio Nicotra Salvatore
(Fog. 283, Vol. 1.--27 febbraio 1891).

  D. R. Confermo pienamente tutto quanto dichiarai nel mio precedente interrogatorio.
  Devo pure aggiungere taluni fatti e talune circostanze che non riferii, perchè non ricordavo, essendo scorso già qualche tempo da quando esse avvennero.
  Dopo quello che dichiarai in seguito ad interrogazioni ho pensato e ripensato, e quindi sono in grado di fare delle aggiunzioni al mio interrogatorio.
  La stessa notte che venne commesso il furto degli ostensori, essendomi ritirato in casa poco dopo la mezzanotte mio fratello Giuseppe non mi volle aprire la porta d'ingresso, sicchè fui costretto andare via per procurarmi altro ricovero.
  Se non che era giunto in piazza Cavour quando incontrai mio fratello Francesco, il quale saputo da me che io era rimasto fuori casa, mi condusse seco lui in piazza del Duomo, e quindi in via Raddusa dove mi disse di aspettare-- Io non compresi che cosa mio fratello volesse ed a quale scopo mi avesse fatto attendere in via Raddusa.
  Mentre trovavami là a guardare mi accorsi, che mio fratello e due persone, che venivano dalla parte anteriore di via Vittorio Emanuele, si avvicinarono alla porta della sagrestia della Cattedrale, che la detta porta si aperse e che una di quelle due persone posto fuori come un grosso involto -- In quel momento si avvicinava una carrozza, nella quale fu collocato l'involto e salirono quelle persone e mio fratello.
  Non mi accorsi se, e quali persone, si trovassero in carrozza oltre quelle che io vidi salire, non mi accorsi se in quelle vicinanze vi fossero altre persone. La carrozza mosse subito verso la piazza del Duomo e quindi voltò verso la via Stesicoro Etnea, verso il Borgo. Mio fratello dalla stessa carrozza, nel passare poco discosto da me mi disse che poteva andare via -- Ed io difatti andai in piazza del Duomo, scesi verso Porta Uzeda, mi recai in via Plebiscito, e di là ritornando per via S. Giuseppe al Transito, giunsi in via Manzoni e continuai verso casa mia. -- L'indomani si sparse per la città la notizia che erano stati rubati gli ostensori della Cattedrale, ed io allora compresi che la notte precedente, quando vidi quelle operazioni in via Vittorio Emanuele si commetteva appunto il furto di detti ostensori.
  Dopo due giorni, se mal non ricordo, seppi dallo stesso mio fratello Francesco, che in quella notte si era commesso appunto il furto di cui ho parlato, e che era stato Concetto Turrisi colui che aveva portati gli ostensori alla porta della sagristia.
  D. R. Mio fratello non mi disse nè quali, nè quanti fossero stati i suoi compagni nel detto furto.
  D. R. Non ricordo se in via Raddusa ci fossero delle persone a far la guardia nel tempo che io stetti là fermato.
  D. R. Dopo il fatto di cui ho parlato, dovetti notare che Alfio Spampinato e suo zio Salvatore venivano spesso in casa mia a cercare di mio fratello Francesco.
  Fu perciò che un giorno domandai ad Alfio Spampinato, che conti avessero con mio fratello -- Ed egli allora mi confidò, che gli ostensori erano stati in casa di suo zio Salvatore. Altra volta, in altra occasione, che non so precisare, lo stesso Alfio Spampinato mi confidò che la fusione del metallo dei due ostensorî era stata fatta da Neddu Sciacca.

Interrogatorio Nicotra Francesco
(Fog. 296, vol. 1.--26 febbraio 1891),

  D. R. Posso dire alla S. V., che dopo il furto degli ostensori, nel novembre del 1889 io e Neddu Sciacca avendo portato seco sei pietre, quattro bianche e due rosse, di quelle staccate da uno degli ostensori rubati, cercava di venderle in Palermo, mediante l'opera di suo nipote Girolamo Barresi.
  Quelle portate doveano servire anzi da campioni per potere poi similmente vendere le altre rimaste in Catania.
  Colà giunti andammo ad abitare presso lo stesso Barresi, presso cui rimanemmo circa tre o quattro giorni, sino cioè, alla nostra partenza per Catania. Nè io nè lo Sciacca portammo a far vedere dette pietre da qualche gioielliere.
  Invece lo Sciacca incaricò il Barresi della bisogna, il quale presentò ed offerse quelle pietre in vendita a parecchi gioiellieri, ma senza nulla conchiudere, perchè esse erano di ben poco valore, essendo quelle bianche diamanti molto piccoli e le rosse delle così dette bollate, ossia granatine.
  Ritornati in Catania non facemmo più alcun tentativo, essendo, come già dichiarai, le pietre andate in potere del D'Aquino, del Consoli ed in parte, del Parisi, i quali non diedero alcun conto delle loro operazioni sul riguardo.
  Pria di licenziarsi,
  D. R. Lo Sciacca disse a suo nipote Barresi, che quelle pietre erano antiche e di sua proprietà.

Interrogatorio di Spampinato Alfio
(Fol. 300 vol. 1. -- 2 marzo 1891)

  D. R. Sul furto degli Ostensori alla Cattedrale posso dire quanto segue: Molti giorni pria che il furto fosse avvenuto, mentre stava per recarmi in Cibali incontrai Francesco Nicotra, il quale, fermandomi, mi rivelò che aveva divisato di rubare in compagnia di altre persone i detti Ostensori; poichè, diceva egli, era in relazione con una persona la quale nel tempo stabilito avrebbe fatto trovare i detto oggetti dietro la porta della sagristia via Vittorio Emanuele.
  Da questo discorso io già compresi che il Nicotra si fosse fatto già di accordo per il proposto furto con una delle persone dimorante nello interno della Cattedrale.
  Egli però allora non mi nominò tale persona. Non ostante le sue insistenze e le sue insinuazioni, io mi negai recisamente di prender parte a quel furto.
  Dopo molti giorni intesi correr voce che quel furto fosse stato commesso, ed io subito argomentai, che autori fossero stati Francesco Nicotra e suoi compagni. Infatti il giorno seguente passando in via Vittorio Emanuele, proprio dinanzi la porta della sagristia alla Cattedrale, verso mezz'ora di notte incontrai Francesco Nicotra al quale domandai in tuono [sic] allusivo: Che facesti? ed egli subito mi rispose, feci tutto. Io compresi che egli aveva commesso il detto furto.
  Dopo qualche giorno incontratolo nuovamente dinanzi la Chiesa dei Minoriti, egli mi avvicinò ed esplicitamente mi confessa [sic] che avea commesso il sudetto furto e che gli ostensori si trovavano nascosti al Trappeto. Dopo i fatti da me narrati, siccome io non lavoravo da giovane calzolaio, presso Giuseppe Rapisarda che ha la bottega nel Piano del Borgo, vedevo spesso riunirsi in detto piano dopo l'avermaria, [sic] Francesco Nicotra, Salvatore Nicotra, Neddu Sciacca, Antonino Consoli, Paolo Parisi, Gaetano Mazzola, mio zio Salvatore Spampinato e quel tale con la barba a pizzo, inteso Mammano, che io credo sia Francesco D'Aquino. Da tali riunioni misteriose argomentai che si trattasse del furto delle sfere della Cattedrale, ed un giorno anzi ne domandai a Neddu Sciacca, il quale mi confermò nella mia credenza e mi suggerì anzi di farmi dare qualche cosa perchè io era a conoscenza di tutto.
  Fu allora che lo stesso Sciacca annunziò che fra qualche giorni sarebbero andati a prendere i raggi a mezza luna, dove si suol mettere l'ostia consagrata, di uno però dei due ostensori e precisamente del più grande.
  Dopo alquanti giorni rincontrato Francesco Nicotra, gli domandai che cosa avessero fatto, ed egli mi rispose che già in casa di Neddu Sciacca era stata fatta la fusione dell'oro e dei raggi e della mezza lunetta, e che il metallo ricavato era stato venduto dallo stesso Sciacca per il prezzo di L. 1500, essendo risultato del peso di un rotolo e mezzo. Io allora gli dissi che a me dovevano dare qualche cosa, ed egli mi dette soltanto L. 10, promettendomi che mi avrebbe dato ben di più quando si sarebbero vendute le pietre preziose che erano di un gran valore.
  Quando avvenne quest'ultimo discorso, Francesco Nicotra era in compagnia di suo fratello Salvatore ed eravamo tutti e tre nel piano del Borgo.
  Fu appunto in tale occasione che io seppi che gli ostensori dal Trappeto erano stati trasportati nella grotta delle Colombe sotto Misterbianco, nella quale ancora si trovavano.
  Dopo molti giorni dall'ultimo discorso Francesco Nicotra mi invitò ad andare con lui e con i compagni a prendere le sfere dalla indicata grotta per trasportarle nel fondo di mio zio Spampinato Salvatore a San Francesco all'Arena, dove era stato stabilito che si sarebbe fatta la fusione del metallo. Io non aderii all'invito, dicendo che avevo da fare, ed il Nicotra mi disse che avrei potuto incontrarlo la stessa sera verso un'ora di notte, mentre egli coi suoi compagni ritornavano portando le sfere.
  Io difatti dopo l'avemaria mi recai nella via principale di Cibali, nella quale, in vicinanza della casina del sig. Fischetti incontrai che ritornavano Francesco Nicotra, suo fratello Salvatore, Gaetano Mazzola, Paolo Parisi, Antonino Consoli, mio zio, Salvatore Spampinato, Neddu Sciacca ed il Mammano che credo sia il D'Aquino.
  Io mi unii a loro e durante il cammino Francesco Nicotra mi diceva che gli ostensorii erano stati ridotti in pezzi che venivano portati dai suoi compagni e da lui, una parte per ciascuno. Giunti che fummo al piano Borgo io mi licenziai da loro ed essi continuarono il loro cammino verso S. Francesco all'Arena dove dovevano depositare gli oggetti rubati.
  Dopo molti giorni da questi fatti invitato dallo stesso Francesco Nicotra, mi recai a S. Francesco all'Arena, presso mio zio Salvatore e là trovai riuniti le stesse persone da me testè nominate, meno Salvatore Nicotra, le quali con un mantice, con fuoco e con crogiulo [sic] erano intenti alla fusione del metallo degli ostensorii. Finita l'operazione, il metallo, che risultò essere argento, venne ridotto in verghe ed affidato per la vendita allo Sciacca meno circa due rotoli che rimase sotterrato colà stesso vicino la casa abitata da mio zio.
  L'argento ricavato fu in tutto circa sette rotoli. Anche le pietre preziose appartenenti all'ostensorio grande, che erano state da questo distaccate nella predetta grotta, rimasero sotterrate insieme ai due rotoli di argento vicino l'abitazione di mio zio nell'indicato luogo.
  Dopo tal fatto io non avevo saputo niente, e niente avevo avuto, quando una sera vedendo al Piano del Borgo riuniti i su accennati amici, mi avvicinai ad essi, e domandai la mia parte.
  Coloro allora discutendo, su quanto io chiedeva, deliberarono di lasciarmi per mia parte quei due rotoli d'argento rimasto nascosto a S. Francesco all'Arena.
  Io difatti andai colà e mi presi quell'argento che andai a nascondere in via del Vallone.
  Dopo qualche giorno, incontrato Francesco Nicotra, gli domandai che cosa avessero fatto delle pietre, ed egli mi rispose, che fra alcuni giorni sarebbero partiti per Palermo, egli e Neddu Sciacca per cercare di vendere colà.
  Io avevo vedute le dette pietre il giorno stesso che si fece la fusione del metallo a S. Francesco all'Arena ed erano conservate in una scatola di latta della capacità di una giumella, sebbene bisogna tener conto per quanto piccolo che comprava l'argento e l'oro nel quale trovavansi ancora le medesime incastonate.
  Partirono come poi seppi, il Nicotra e lo Sciacca per Palermo, per tentare la vendita delle pietre, ma al loro ritorno Francesco Nicotra mi disse che non avevano potuto venderle, perchè veniva loro offerto un prezzo molto misero.
  Dopo alquanti giorni, avendo nuovamente domandato al Nicotra che cosa avessero fatto delle pietre, egli mi annunziò che se l'erano prese per lire cinquanta il Mammano e taluni suoi compagni che ora non ricordo.
  Io però non prestai alcuna fede ai suoi detti, specialmente perchè in quel tempo Francesco Nicotra, spendeva e spandeva, non solo, ma si era dato anche a fare il negoziante di panno in società con Salvatore Ferlito, inteso il Barone.
  Non avendo più da pensare alle pietre, io allora credetti bene di vendere i due rotoli d'argento che mi erano stati dati, e perciò un giorno di Sabato portai quel metallo a Neddu Sciacca pregandolo di vendermelo.
  Egli mi disse di ritornare là, Domenica.
  Ritornai difatti il detto giorno nelle ore pomeridiane e seppi che lo Sciacca era stato arrestato.
  Di conseguenza non seppi più nulla ancora di quell'argento.
  D. R. Le pietre preziose dell'ostensorio rubato che io vidi a S. Francesco all'Arena erano molte e di diversa grandezza. Circa una decina erano bianche, con diamanti dalla grandezza di un pisello circa una trentina erano rosse e della larghezza di due centesimi, ce n'erano moltissime poi bianche e rosse, ma molto più piccole delle bianche ora indicate.
  D. R. Il diamante antico di cui parlai nel mio precedente interrogatorio, diamante con cui Francesco Nicotra fece costruire uno anello dall'orefice in via Morti era appunto, come lo stesso Nicotra mi confessò, uno di quello, staccato dall'Ostensorio.
  Esso anzi nella forma e nella grandezza era uguale a quelli componenti la scatola che io vidi a S. Francesco all'Arena.
  D. R. Francesco Nicotra mi disse di essersi preso quel diamante nella grotta delle Colombe, quando egli e i suoi compagni vi andarono per prendere e trasportare gli oggetti rubati, presso mio zio. Se la S. V. mi mostrasse quel diamante potrei bene riconoscerlo.
  Dopo alcuni giorni dacchè era stato consumato il furto degli ostensorii Francesco Nicotra mi rivelò che colui il quale avea nell'interno della Cattedrale, preso gli ostensorii e li aveva quindi portati sino alla porta della sagrestia, era stato Concetto Torrisi.
  D. R. Ricordo che nel mese di gennaio ultimo Francesco Nicotra venne nella mia bottega in compagnia di un tale di statura un poco più alta della mia, il quale aveva in testa un berretto di pelo.
  Non so però chi egli si fosse, non avendomi il Nicotra detto nulla in proposito.
  Quando egli entrò in mia casa trovavansi presenti i miei lavoranti, Biagio Randazzo inteso Tingitore abitante in via Consolazione e Antonino Guglielmino inteso Sciancato abitante allato [sic] alla Badiella al Borgo.
  D. R. Nel carcere ho veduto un tale che mi è stato indicato come Concetto Torrisi, ed esso parmi che sia quello stesso che entrò in casa mia nel gennaio ultimo in compagnia del Nicotra Francesco.
  D. R. Quando facevasi la causa contro il sacerdote Di Maggio Domenico, sentivo dire a Francesco Nicotra e ad Antonino Consoli che il povero Di Maggio era affatto innocente del furto che gli si addebbitava.
  D. R. Sul prezzo ricavato dalla vendita dell'oro, cioè sulle lire 1500, Francesco Nicotra ebbe L. 500, come appresi dai discorsi che egli teneva nel piano Borgo coi miei compagni. Se non che siccome il resto del metallo degli ostensori in seguito alla fusione risultò argento e non oro, come si era ritenuto, i compagni del Nicotra che non poteano più avere quanto lui, si compensavano sul valore delle pietre come io argomentai dagli stessi discorsi ora indicati.
  Mostratagli la spilla in giudiziale sequestro, dopo di esserci accertati della identità ed integrità del suggello apposto al reperto ed invitatolo a dichiarare se riconosceva la pietra bianca che sta nel centro, in mezzo ai due zaffiri,
  R. Il diamante che la S. V. mi mostra nella forma e nella grandezza è perfettamente uguale a quello che io vidi incastonato nell'anello di Francesco Nicotra, sicchè potrei giudicare che sia lo stesso.
  D. R. Oltre alle pietre da me indicate nello scatolo di latta, che mi fu mostrato a S. Francesco all'Arena, trovavansi una trentina di perle della grossezza di un pisello tutte unite e formanti come un grappolo.

Interrogatorio Nicotra Francesco
(Fol. 308, vol. 1.--3 marzo 1891)

  Su quello che la S. V. mi domanda devo in verità dichiarare che in casa di Neddu Sciacca dell'ostensorio grande non furono fusi che i raggi e la mezza lunetta dove si colloca l'ostia consacrata, mentre il resto, che era come già dichiarai, argento dorato, venne fuso a S. Francesco Di Paola all'Arena presso Salvatore Spampinato.
  L'ostensorio piccolo, o meglio, la sola raggiera dello stesso che era tutta d'oro, venne fusa in casa di Neddu Sciacca.
  Devo in proposito avvertire che la fusione in casa dello Sciacca fu fatta in tre volte e tempi diversi. Una volta, come ho detto, per la raggiera dell'ostensorio piccolo; una volta per la mezza lunetta ed una parte dell'ostensorio grande, ed una volta in fine per il resto dei raggi del detto ostensorio.
  D. R. Come già dichiarai alla S. V., nei miei precedenti interrogatorii, le pietre preziose furono staccate dall'ostensorio grande, e questo fu fatto in pezzi al Trappeto dove gli ostensorii rubati vennero la prima volta nascosti.
  In seguito fu tutto trasportato nella Grotta delle Colombe sotto Misterbianco per timore delle continue ricerche che incessantemente venivano fatte dall'autorità.
  Ricordo in proposito, che quando venne fatta la perquisizione al Trappeto nella casa ove la notte del furto furono portati gli ostensorii, queste si trovavano ancora colà nascoste sotterra.
  Io però ignoro il punto preciso dove fossero state nascoste, perchè la notte del furto io ed i miei compagni, consegnate le sfere al Motta ed al costui genero, ce ne ritornammo subito a Catania.
  Quando poi si cominciò la fusione dell'oro in casa dello Sciacca, il metallo si andava a prendere prima nella indicata grotta, nella quale di conseguenza, si andò per ben tre volte, l'ultima delle quali, quel che ancora rimaneva, fu trasportato presso Salvatore Spampinato a S. Francesco all'Arena.
  D. R. È vero che la notte del furto degli ostensorii condussi mio fratello Salvatore, che incontrai per caso nella via Vittorio Emanuele, e lo feci attendere, durante la consumazione del furto, in via Raddusa.
  Però non gli rivelai nulla di quanto dovea succedere. Seppe egli poi da me quello che era avvenuto, ma egli non può conoscere le precise circostanze del fatto, e tutte le persone che vi presero parte.
  D. R. È vero che il Motta, quando si faceano le fusioni del metallo degli ostensori rubati, e quando se ne distribuiva il denaro ricavato, era in carcere.
  Però suo genero che era stato pure arrestato per quel furto poscia uscì dal carcere, interveniva nelle riunioni e rappresentava suo suocero in tutto quanto si faceva e specialmente nella distribuzione del denaro.
  Ricordo anzi in proposito, che il Motta, perchè detenuto, fu trattato nella distribuzione meglio degli altri.
  D. R. La pietra con la quale mi feci costruire lo anello che poi vendetti all'orefice Bonanno, è appunto una di quelle dell'ostensorio grande, non già come dichiarai alla S. V. quella datami da mia madre; la detta pietra io me la presi a San Francesco all'Arena, quando tutte le pietre staccate dall'ostensorio erano state portate e nascoste colà.
  D. R. Quando partii per Palermo in compagnia di Neddu Sciacca, non portammo colà, come già dissi, che solo sei pietre. Quattro bianche e due rosse, ed erano tutte piccole.
  Anzi ricordo che le portammo ravvolte in un pezzetto di carta e nascoste sotto la calzuola dell'ombrello dello Sciacca.
  D. R. Non è vero che sul primo prodotto della vendita dell'oro io avessi presa per mia parte la somma di L. 500.
  Le L. 500 furono invece in sulle prime [sic] lasciate in potere di Salvatore Spampinato, perchè si riteneva che il resto dell'ostensorio grande fosse d'oro e si era stabilito di fabbricare col detto metallo, in seguito alla ulteriore fusione, false monete di L. 20; e con le dette L. 500 si sarebbe dovuto comprare il conio e fare le altre spese occorrenti.
  Ricordo anzi in proposito, che per tale fabbricazione, Spampinato per mezzo di Neddu Sciacca, parlò con certi Albergo e Bianca.
  D. R. É vero che dopo la vendita dell'oro degli ostensorii mi atteggiai a negoziante di panno, e feci qualche affare comprando il panno da persone che lo ritirarono da Malta e rivendendolo poscia con qualche guadagno.
  Salvatore Ferlito faceva da commesso.
  D. R. Ê ben probabile che Alfio Spampinato avesse avuto due rotoli argento [sic] di quello che si ricavò dalla fusione del metallo dell'ostensorio grande. Io però non ricordo le precise circostanze del fatto.
  D. R. Ad Alfio Spampinato, dopo la vendita dell'oro ricavato dagli ostensorii, io non diedi già Lire 10, ma invece L. 50.
  Egli, come già dissi alla S. V., fu uno di coloro che la notte che si commise il furto stetto [sic] di guardia in via Vittorio Emanuele.

Interrogatorio Barresi Girolamo fu Stefano
(fog. 311, vol. 1°--3 marzo 1890 [1891!])

  D. R. Confermo pienamente, tutto quanto nell'ultimo mio dichiarai alla S. V. (1)
  Devo semplicemente aggiungere che quando mi fu dato l'incarico di potersi vendere le pietre preziose, erano presenti tanto mio zio Sciacca Neddu, quanto Francesco Nicotra; ricordo benissimo che entrambi parlarono di quelle faccende come se fosse cosa di loro comune interesse, ed entrambi vennero con me sino in via Macqueda, dove io, distaccandomi da loro, entrai nella bottega di un orefice e feci vedere le dette pietre.
  La risposta che ebbi dall'orefice fu quella che io riferii alla S. V.

(1) Vedi fog. 242 vol. 1, Ferculo, processo orig., e pag. 30 col. 1ª di questo processo a stampa.

Interrogatorio di Fazio Giuseppe fu Giovanni
(Fog. 312, vol. 1°--4 marzo 1890 [1891!]).

  D. R. Sono affatto innocente del reato che per la seconda volta mi s'imputa.
  Io sono un galantuomo ed ho vissuto sempre, col prodotto del mio lavoro, e non ho pensato mai a commettere reati.
  D. R. Ê assolutamente falso che gli ostensorii della Cattedrale, la stessa notte del furto fossero stati consegnati a me ed a mio suocero Vincenzo Motta al Trappeto, e neppure in altri tempi e luoghi.
  Io non conosco nulla del furto in parola.
  La notte del furto sudetto io mi trovavo nel paese di S. Giovanni La Punta che dista dalla contrada Trappeto circa 20 minuti di cammino, come provai con testimonii la prima volta che fui arrestato per l'indicato delitto.
  Al Trappeto invece abitava mio suocero Vincenzo Motta, nella stessa casa di mio cognato Salvatore Lo Porto.
  D. R. Conosco Concetto Torrisi perchè quando io avevo la bottega in Catania, via Plebiscito casa Ferlito Faro, ed egli era sagristano alla Cattedrale, soleva qualche volta venire da me in compagnia del Sacerdote Domenico Di Maggio, il quale è mio compare per avermi battezzato due figli.
  D. R. Non conosco Francesco e Salvatore Nicotra, Salvatore ed Alfio Spampinato, Consoli Antonino, D'Aquino Francesco, inteso il Cav. e Neddu Sciacca, inteso Nasone.
  D. R. Non conosco neppure Paolo Parisi.
  D. R. Posso indicare a miei testimonii quelli stessi che indicai quando fui arrestato la prima volta.

Interrogatorio Spampinato Salvatore
(Fog. 314, vol. 1°--5 marzo 1891).

  D. R. Mi sono deciso di dire alla giustizia tutta la verità intorno ai fatti sui quali la S. V. in uno dei passati giorni mi interrogò.
  Circa tre mesi prima che fosse commesso il furto delle sfere, si era proposto e discusso fra coloro che vi dovevano pigliar parte, io ricordo all'uopo si tennero delle riunioni al Piano del Borgo e al Piano di S. Agata.
  Le persone che intervenivano alle riunioni erano: Vincenzo Motta, Antonino Consoli, Francesco Nicotra, Francesco D'Aquino, inteso il mammano, Alfio Spampinato ed io.
  Quando tutto era stabilito, una notte venne a chiamarmi in casa Francesco Nicotra, dicendomi che il Consoli ed il D'Aquino col cocchiere erano già pronti, e trovavansi a mangiare in una bettola verso il Tonno.
  Io andai con lui e nel piano del borgo ci riunimmo con mio nipote Alfio Spampinato.
  Là aspettammo alquanto, finchè scesero in carrozza il Consoli ed il D'Aquino, coi quali salì anche in carrozza il Nicotra.
  Mentre la carrozza avviavasi verso la via Vittorio Emanuele, io e mio nipote Alfio, muovemmo parimenti, però a piedi, per recarci in via Vittorio Emanuele dove era il convegno.
  Là separatamente ed in punti diversi aspettammo l'ora stabilita per il furto, cioè l'una antemeridiana.
  Giunta la detta ora, due dei miei compagni si avvicinarono alla porta della sagrestia in via Vittorio Emmanuele, la porta si aperse e quei due, avute le sfere, le portarono nella carrozza dove si collocarono insieme a me e mio nipote Alfio Spampinato.
  Sicchè nella carrozza oltre di noi due, zio e nipote, si trovavano Francesco Nicotra, che stava accanto al cocchiere, nonchè il Consoli ed il D'Aquino.
  La carrozza partì immediatamente per S. Giovanni La Punta e si fermò al Trappeto dinanzi alla porta di Vincenzo Motta, il quale, secondo i presi accordi, si fece trovare là pronto in compagnia di un altro che sentivo indicare come suo genero.
  Consegnati ad essi due gli ostensorii rubati, ce ne ritornammo tutti in Catania, dopo alquanti giorni, per timore delle continue ricerche della Giustizia, le stesse persone ci recammo nuovamente al Trappeto per riprendere le sfere e portarle altrove.
  Giunti colà alla stessa casa del Motta, io non vidi costui perchè era in carcere, nè vidi bene le altre persone che in quella casa ricevettero i miei compagni, perchè io rimasi fuori.
  Riprese le sfere dal giardino dove trovavansi nascoste, ritornammo alla Grotta della Colomba sotto Misterbianco, nella quale nascondemmo le dette sfere, in seguito, ritengo, che i miei compagni fossero andati a prendere parte delle dette sfere, perchè io ricevetti due volte delle somme per mia parte; però io non ebbi avviso di quello che i miei compagni avessero deciso di fare.
  Fui invece invitato di recarmi alla Grotta con tutti gli altri circa 40 giorni dal furto.
  Andai di fatto con gli altri più volte indicati, prendemmo le sfere dalla Grotta e le portammo a San Francesco nella mia abitazione, dove rimasero circa otto giorni.
  Durante questo tempo furono fatte delle trattative per mezzo di Neddu Sciacca coll'intento di preparare il conio e tutto l'occorrente per la falsa fabbricazione di monete d'oro.
  Imperocchè tutti ritenevamo che il metallo delle sfere rubate fosse tutto oro.
  Senonchè quando lo Sciacca si mise all'opera per la fusione del metallo, si accorse che invece trattavasi di argento dorato.
  Dimodochè si dovette smettere l'idea della fabbricazione delle false monete.
  Ricordo anzi in proposito, che durante quegli otto giorni erano rimasti in mio potere in deposito L. 500, che dovevano giovare per la spesa d'impianto della detta fabbricazione, e lo stesso Sciacca avea portato da me, e fatto vedere ai compagni, un conio, che credo fosse per marenghi con l'effegie di Napoleone terzo.
  Smessa l'idea della fabbricazione, si dette opera alla fusione dello argento e si ricavò circa sei rotoli del detto metallo in verghe, che fu portato a vendere in Catania, tranne circa due rotoli che rimase nascosto vicino la mia abitazione all'Arena.
  Nello stesso punto rimasero nascoste le pietre che erano state staccate dalla sfera grande e chiuse in una scatola di latta.
  Coloro che presero parte alla fusione del metallo presso di me, furono Neddu Sciacca, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino, e Francesco Nicotra.
  Dopo circa venti giorni il d'Aquino ed il Nicotra vennero a prendersi le pietre, in mezzo alle quali vi erano delle perle.
  Dico meglio, vennero D'Aquino Francesco e Consoli, a prendere le dette pietre.
  Però quando si era fatta la liquefazione dell'argento, il Nicotra e Neddu Sciacca si erano prese per campione cinque pietre ed una perla per cercare di farne vendita in Palermo, dove, come mi fu riferito, si recarono. Colà però non conchiusero nulla e fu dopo il detto fallito tentativo, che vennero da me i detti Consoli e D'Aquino a pigliarsi la scatola con le pietre e perle.
  Prima però che costoro si fossero prese quelle pietre, era venuto presso di me all'Arena mio nipote Alfio Spampinato e si era preso quei due rotoli d'argento, che erano rimasti nascosti presso la mia abitazione.
  D. R. Conosco Gaetano Mazzola, ma io non lo vidi mai nelle riunioni e nelle operazioni relative al furto degli ostensorii.
  D. R. Non mi accorsi se la notte che fu commesso il furto degli ostensorii oltre le persone da me indicate si trovassero ad attendere in vicinanza della porta della Sagrestia Gaetano Mazzola e Salvatore Nicotra.
  Nelle riunioni a cui ho accennato, che ebbero luogo per il furto delle sfere, e in tutte le operazioni che ebbero luogo in seguito, io non vidi mai il genero del Motta, cioè quel tale che al Trappeto intesi indicare come il genero del Motta.
  Del resto devo far notare alla S. V. che io essendo uomo di campegna [sic] e dovendo attendere alle mie occupazioni campestri non intervenni in tutte le riunioni, che all'uopo si tennero fra coloro che dovevano pigliar parte al furto.
  Quindi ci potevano essere ben altre persone che io non avevo veduto.
  D. R. Durante il tempo che si trattava il progetto dell'indicato furto, io conchiusi l'affitto del fondo che adesso possiedo all'Arena.
  Ricordo che durante lo stesso tempo il D'Aquino a mia richiesta mi diede L. 25, ma tale somma mi fu data perchè io gli dissi che aveva bisogno di denaro o non perchè dovevo stipulare il contratto d'affitto di detto fondo.
  D. R. Durante il tempo che fui in relazione con le indicate persone per il furto degli ostensorii udivo che essi dicevano che il Sac. Domenico Di Maggio era affatto innocente del detto reato.
  Ricordo anzi, che essi indicavano come colui che avea preso gli ostensorii e li avea portato sino alla porta della sagrestia, un tale che si era scusato col dire che la notte del furto era rimasto in veglia uccidendo cimici.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse quel tale che io mi sentivo indicare come genero del Motta, non potrei conoscerlo, perchè lo vidi appena una sola volta.
  D. R. Come parte mia sul ricavato del furto degli ostensorii, non ebbi che L. 300 in tutto.
  D. R. Rettificando quello che ho detto circa le persone che presero parte alla fusione dello argento presso di me all'Arena, devo dire che oltre lo Sciacca, il D'Aquino ed il Consoli, vi era pure mio nipote Alfio Spampinato, e che Francesco Nicotra giunse quando già la fusione aveva avuto luogo.
  D. R. Secondo sentivo dire ai miei compagni, quel tale delle cimici era il Sagristano Torrisi.
  D. R. Non so che cosa fosse avvenuto delle pietre e delle perle, di cui ho parlato.
  D. R. Il crogiuolo occorrente per la fusione dello argento ed il carbone all'uopo necessario, furono portati da Neddu Sciacca.
  Avendo confessato il commesso delitto, non ho da indicare testimoni a mia discolpa.

Interrogatorio di Francesco Nicotra
(Fol. 319, vol. 1.--7 marzo 1891).

  D. R. La S. V. dice benissimo, il furto dovette essere organizzato, e fu, da persone di mente più capace e direttiva, ecc. ecc. (1)

(1) Vedi fog. 282, vol. 1, processo originale (7 marzo 1891), vol. I, Ferculo, parte I, interrogatori--Pag. 32, colonna 2ª, di questo processo a stampa.

Interrogatorio di Spampinato Salvatore
(Fol. 321, vol. 1. --8 marzo 1891)

  D. R. Ricordo benissimo che nel tempo che precedette la consumazione del furto degl'ostensorii, fu tenuta una riunione a Cibali, in contrada San Nullo, dove convennero Francesco Nicotra, mio nipote Alfio, Francesco D'Aquino, Paolo Parisi, Carmelo Riela e Francesco Maccarone il custode della Cattedrale, e nella detta riunione si riferì dai convenuti quanto erasi fatto circa il proggettato [sic] furto.
  D. R. Non mi ricordo se nella detta riunione vi fosse anche Vincenzo Motta.
  Ricordo bene però che vi era anche Antonino Consoli.
  D. R. La S. V. comprende che essendo scorso tanto tempo, tutte le precise circostanze non posso bene ricordarsi.
  Ma ora che la S. V. mi richiama l'attenzione sulle persone che la notte del furto trovavansi sul teatro dello avvenimento, ricordo bene che vi si trovava anche Carmelo Riela, il quale anzi fu uno di coloro che si misero in carrozza per portare gli ostensori al Trappeto.
  Dimodochè, correggendo quanto dissi nel mio precedente interrogatorio, posso affermare che mio nipote Alfio non si mise in carrozza con noi per venire al Trappeto, ma rimase in Catania, mentre invece vi fu Riela, quegli che venne con gli altri al Trappeto.

Confronto tra Francesco Nicotra e Fazio Giuseppe
(Fol. 323 vol. 1.--8 marzo 1891)

  Nicotra -- Guardatemi bene. Mi conoscete?
  Fazio-- Non vi ho veduto mai, e non vi conosco.
  Nicotra -- Non conoscete Francesco D'Aquino e Salvatore Spampinato?
  Fazio -- Non li conosco e non so chi siano.
  Nicotra -- Non conoscete neppure Consoli Antonino?
  Fazio -- Tutte coteste persone, ripeto, non le conosco affatto.
  Nicotra -- Eppure dovreste ricordarvi, che una notte del settembre 1889, e precisamente quella dal 6 al 7, io, in compagnia di costoro e di qualche altro, fui al Trappeto alla casa di abitazione di vostro suocero, e consegnammo gli ostensorii rubati alla Cattedrale.
  Fazio -- È assolutamente falso quanto voi dite. È una calunnia che volete farmi.
  Nicotra--Amico mio, fareste meglio a dire la verità.
  Anch'io cominciai col negare, e feci male a me stesso e alla mia famiglia.
  Oramai, essendo tutto scoperto, non ci resta che dire la verità e raccomandarci alla clemenza della Giustizia.
  Fazio -- Io, vi ripeto, non vi conosco e quanto voi dite contro di me è una falsità.
  Nicotra -- E non ci eravate voi al Trappeto quando ritornammo a riprendere gli ostensori che erano colà nascosti?
  Fazio -- Anche questo è falso, voi volete calunniarmi.
  Ognuno ha persistito nelle proprie asserzioni.

Interrogatorio di Parisi Paolo
(Fol. 325, vol. 1. -- 9 marzo 1891)

  D. R. Fui arrestato in casa di mio cognato Giuseppe Cacciola, nella quale abito da molto tempo; ignoro però il motivo del mio arresto.
  Fattogli conoscere che egli è imputato del furto degli ostensori alla Cattedrale,
  R. Sono affatto innocente del reato che mi si addebita.
  Io sono una persona onesta e mi sorprende che mi s'imputa un furto, del quale io non so nulla.
  D. R. Conosco soltanto di vista Antonino Consoli, Gaetano Mazzola, ma con essi non ho avuto mai relazioni.
  D. R. Conosco Francesco D'Aquino, inteso il Cavaliere, col quale anzi sono amico da alquanti anni e solevo qualche volta andare a casa sua.
  D. R. Conosco Carmelo Riela, ma soltanto di vista.
  D. R. Conosco Francesco Maccarone fin dal 1860, fin da quando cioè, entrambi ci trovammo in Aci Reale.
  In Catania l'ho veduto e l'ho salutato; ma non ho avuto con lui altre relazioni.
  D. R. Non conosco affatto Concetto Torrisi, nè Francesco Nicotra, nè Salvatore Nicotra, nè Vincenzo Motta, nè Giuseppe Fazio.
  D. R. Non conosco affatto Alfio e Salvatore Spampinato.
  D. R. È assolutamente falso che io mi fossi trovato mai in qualche riunione con talune persone della S. V. nominatemi.
  E non è punto vero che io avessi preso parte a riunioni con le indicate persone.

Interrogatorio di Maccarone Francesco
(Fog. 330, vol. 1.--11 marzo 1891).

  D. R. Mi sorprende che mi si voglia imputare il furto degli ostensorii della Cattedrale.
  Forse si sospetta di me perchè io sono il custode della Cattedrale, ma la S. V. dovrebbe comprendere in che consiste veramente il mio ufficio. Io la mattina vado alla Cattedrale quando essa si apre al pubblico, e me ne vado dalla stessa quando essa si chiude.
  Di conseguenza io sono come ogni altro cittadino che vive all'esterno della Cattedrale, e la mia sorveglianza si esercita soltanto in pieno giorno, o meglio, durante il tempo che la Cattedrale si trova aperta al pubblico.
  Anzi un tempo la carica di custode non esisteva, e fu creata per evitare lo sconcio che tanti poveri si collocavano in diversi punti della chiesa e disturbavano continuamente i devoti girando anche per chiedere l'elemosina.
  Io del furto che mi si vuole imputare non so nulla. Ricordo che quando l'Autorità fece le prime indagini, in seguito ai sospetti manifestati sopra di me, dal sacerdote Di Maggio, venne in casa mia il signor Giudice Istruttore a farmi una visita domiciliare, e mi fecero altresì molte interrogazioni in proposito. Senonchè ben tosto l'Autorità si dovette convincere che quei sospetti erano affatto infondati.
  Imperocchè io sono stato sempre un onesto padre di famiglia, ed ho menato sempre vita modesta e ritirata.
  E pria di essere custode della Cattedrale, fui per ben quindici anni portinaio del Marchese di Sangiuliano, del quale ebbi sempre tutta la fiducia come potrò dimostrare con un certificato che ho in casa mia. Quando avvenne il furto degli ostensori, appena ebbi la notizia in istrada, non ci volevo credere.
  Mi recai subito alla Cattedrale, ed appresa la verità nella sagrestia, mi diedi subito le mani alla testa esclamando, come può attestare il padre Giuseppe Garozzo: «Io lo dissi che qualche volta sarebbe successo così!» E la mia esclamazione veniva spinta dai seguenti fatti:
  Padre Domenico Di Maggio per circa 3 o 4 anni, era stato con me in relazione piuttosto stretta, tanto che molte sere mi domandava dove io dovessi andare a cantare e veniva in mia compagnia.
  Anzi talvolta egli stesso mi procurava qualche occasione di cantare in qualche chiesa per farmi guadagnare qualche cosa.
  Avvenne però, che egli contrasse relazione con certo Vincenza Motta e d'allora si rallentarono le relazioni che egli teneva con me.
  Tanto più che il Motta e tutta la sua famiglia non lasciarono più in pace quel povero prete.
  Io non mancai di avvertire il Di Maggio che il Motta, secondo la voce pubblica, non era un buon soggetto e che quindi quella stretta relazione con un tal soggetto, non poteva far buona impressione--Egli però non volle ascoltare la mia avvertenza.
  Anzi ricordo, che egli mi rispose che quella gente l'avea veduto nascere.
  Senonchè quelle relazioni diventarono sempreppiù [sic] frequenti; e la mattina, la sera e in altre ore del giorno, ora venivano le figlie del Motta, ora venivano i generi, ora il Motta, ora altre persone mandate da costoro. A me, nell'interesse della Cattedrale, tutta questa frequenza di persone non poteva piacere, sicchè feci più volte al Padre Di Maggio delle amichevoli avvertenze, delle quali egli mostravasi alquanto dispiaciuto -- Siccome pure le mie avvertenze allo stesso Monsignor Caff, feci circa 2 o 3 mesi pria del furto.
  D. R. Conosco Concetto Torrisi, perchè egli era sacristano nella Cattedrale, e quindi per la mia carica doveva anche avere delle relazioni con lui.
  Intorno a lui però non posso dir nulla di cattivo. Semplicemente devo far notare che, dopo il tentativo di furto al tesoro di S. Agata, io feci con molti altri qualche sospetto su di lui.
  Poichè mi sembrava abbastanza curioso che la notte in cui avvenne il furto degli ostensorii egli, come egli stesso diceva, era stato in veglia ad ammazzar cimici, e la notte in cui si cercava di rubare al tesoro, egli verso le 3 ant., se ne stava a romper legna.
  Tanto più ove si consideri che il tentativo avvenne nel mese di dicembre, quando fa molto freddo.
  Tale sospetto io lo manifestai allo stesso Torrisi, il quale cercò giustificarsi dicendo che dovea accendere il fuoco per lavarsi i piatti, e quindi farsi il pranzo.
  D. R. Conosco Paolo Parisi fin da quando egli ed io ci trovavamo in Acireale, ma con lui non ho avuto relazioni di amicizia.
  D. R. Circa due anni fa il Parisi si raccomandò a me per fargli ottenere qualche sussidio da Monsignor Caff o dal Cardinale; ed io per le sue insistenze gli attenni cinque lire dal Canonico Marcenò.
  Anzi ricordo che il Parisi, il quale forse si sarebbe aspettato di più, non rimase contento.
  D. R. Non conosco Giuseppe Fazio, Salvatore Nicotra, Francesco D'Aquino inteso il Cavaliere, Salvatore Spampinato, Alfio Spampinato, Gaetano Mazzola, Carmelo Riela e Neddu Sciacca inteso Nasone ed Antonino Consoli.
  D. R. Conosco Francesco Nicotra perchè fu sacristano alla Cattedrale, e quindi seminarista; ma da circa sette anni, cioè da quando uscì dal seminario, io non l'ho più riveduto. E quindi forse neppur lo riconoscerò, perchè egli allora era un giovanetto dell'età di circa 13 anni, e adesso potrà ben essere cresciuto e alquanto trasformato.
  D. R. Conosco benissimo Vincenzo Motta, perchè lo vedevo venire spesso dal sacerdote Di Maggio, ma con lui non ebbi mai relazione alcuna.
  D. R. È assolutamente falso che io qualche tempo pria della consumazione del furto degli ostensorii avessi preso parte ad una riunione che si tenne in contrada Santo Nulla presso Cibali, dove intervennero il Parisi, Francesco Nicotra ed altri, e dove si parlò del modo in cui doveva consumarsi il detto furto.
  D. R. Non conoscendo affatto Salvatore Spampinato, non posso avere avuto con lui quistione alcuna, e quindi non possono esistere inimicizie tra me e lui.
  D. R. Con Francesco Nicotra non ebbi mai quistione alcuna, massime considerando che da ben sette anni circa io neppure l'ho riveduto. Non possono perciò esistere ragioni d'inimicizia tra me e lui.
  D. R. Forse i ladri non vogliono nominarsi tra loro e nominaro [sic] me che non so nulla del furto. Posso anzi, in conferma del mio concerto, dire alla Giustizia che ieri un detenuto che trovasi nella cella accanto a quella occupata da Concetto Torrisi, la quale ultima è dirimpetto alla mia, rivolgendo la parola a colui che sta rinchiuso nella cella accanto alla mia, diceva: «Don Paolo, bella mi riuscì la festa di S. Agata», e l'altro (di cui ho conosciuto la voce, che è di Paolo Parisi) gli rispose: «E a me pure».
  Il primo allora ripigliò: «Don Paolo, non vi conosco» e il Parisi a sua volta rispose: «Ed io nemmeno vi vedo». In seguito il primo soggiunse: «Don Paolo, pipa» e così il discorso cessò. Dopo qualche tempo vidi di nuovo che il primo disse, rivolgendosi, come al solito, al Parisi:
  D. Paolo, quando non vi rispondo vuol dire che c'è la guardia.
  D. R. Francesco Nicotra e Salvatore Spampinato, se dicono che io fui d'accordo con loro nella consumazione del furto degli ostensori, dicono il falso, e vogliono calunniarmi. Io però non so dare spiegazione alcuna di questo fatto perchè, come ho già dichiarato, non conosco punto lo Spampinato e non ho mai avuto relazioni con il Nicotra che da ben sette anni non ho neppure più riveduto.
  D. R. Non ho testimoni da indicare a mia discolpa:

Confronto tra Maccarone e Nicotra Franc.
(Fol. 334, vol. 1.--11 marzo 1891.)

  Nicotra--Dovete ricordarvi, signor Maccarrone, che qualche tempo prima del furto degli ostensori, fummo insieme in una riunione in contrada Santo Nullo. Vi era il Parisi, il D'Aquino, Salv. Spampinato ed altri, e vi si parlò del furto che si dovea commettere; anzi ricordo, che voi precisamente riferiste ch'era stato già tutto stabilito col Torrisi.
  Maccarrone -- Io, in riunione con voi, a Santo Nullo? Ma se io non vi conosco? ma se io non sono stato mai in contrada Santo Nullo?
  Una volta fui invitato dal mio amico Avv. Saverio Di Bella ad andare nel suo fondo in contrada Santo Nullo, e neppure vi sono andato, e ancora non conosco quel luogo.
  Perchè dunque mi calunniate?
  Nicotra--Io non vi ho calunniato, e non ho fatto che dire la pura verità. -- Non fui io solo che vi vidi nella detta riunione, ma ci furono altri che vi videro, e che possono dire la verità al par di me.
  Maccarrone--Ma quale verità se io non mi sono mai unito con voi e con Paolo Parisi? Io sono stato sempre un onesto padre di famiglia. Chi siete voi? Ê perchè mi calunniate?
  Adesso vi raffiguro. Voi siete quel Francesco Nicotra che io riconobbi sacristano e poi seminarista. Ê questa dunque la ricompensa del bene che vi feci quando eravate alla Cattedrale. Ricordatevi quando vostro zio Di Maggio vi maltrattava e vi bastonava. Ero io che vi proteggevo e impedivo che il Di Maggio continuasse a percuotervi.
  E voi adesso mi ricompensate così quel bene che vi feci?
  Nicotra--Il Di Maggio non è punto mio zio, e non ricordo affatto questo bene di cui parlate.
  Io non ho fatto, vi ripeto, che dire la verità.
  Del resto potrà darsi che qualche volta impediste che il Di Maggio continuasse a percuotermi; io non posso però ricordarlo, perchè trattasi di un fatto avvenuto circa dodici anni fa. Ad ogni modo state sicuro che quel che ho detto alla Giustizia, l'ho detto perchè ho voluto dire la verità.
  Maccarrone--Pensate che io sono un padre di famiglia. Pensate che le vostre dichiarazioni mi fanno molto male, mentre io sono affatto innocente. Ricordatevi meglio, voi forse vi sarete ingannato. Mi avete forse scambiato per un altro, perchè da quando usciste dal seminario, io non vi ho mai più riveduto.
  Nicotra--Il vostro discorso mi commuove, e desidererei di essermi ingannato; ma quanto ho detto, vi ripeto, non è che la verità. Del resto dovete ricordarvi che sette od otto mesi fa, un'altra volta fummo insieme in compagnia di Paolo Parisi, in vicinanza della Collegiata.
  Maccarrone--Con me e con Paolo Parisi, in vicinanza della Collegiata?
  Nicotra--Sì, sì, anzi dovete ricordarvi che il Parisi vi chiamò da un salone là vicino, e credo da quello dirimpetto l'orefice Chines.
  Maccarrone--Ê vero che qualche volta soglio andare in quel salone perchè il padrone di esso è un mio amico, ma non è punto vero che una volta fosse venuto là ha [sic] chiamarmi Paolo Parisi.
  Nicotra--Potete pur dire alla Giustizia come anche voi foste di accordo con gli altri, tanto nella tentata consumazione del furto al tesoro di S. Agata, quanto nel furto dello argento della bara, come io apprendevo dai miei compagni e specialmente dal Riela e dal Parisi.
  Maccarrone--Figlio mio, potete dire quello che volete, voi mi calunniate. Ma dovreste pensare, che io sono un padre di famiglia ed un innocente e che il rimorso vi dovrà perseguitare per tutta la vita.
  Nicotra--Se io vi calunniassi direste bene; ma io, vi ripeto, non ho fatto che dire la verità e non avrei avuto ragione alcuna di calunniarvi.
  Che cosa mi avete mai fatto di male? Perchè vi dovrei calunniare?
  Maccarrone--Io non posso conoscere quali siano i vostri fini, nè la ragione di questo vero tradimento. Conosco soltanto che sono innocente.
  Ognuno ha persistito nelle proprie asserzioni.

Confronto tra F. Maccarrone e Spampinato Salvatore
(Fol. 337 Vol 1.--11 Marzo 1891)

  Spampinato--Dovete ricordarvi che qualche tempo pria del furto degli ostensori io vi vidi in contrada S. Nullo in una riunione, in cui vi era un certo Nicotra, Paolo Parisi, mio nipote Alfio, Francesco D'Aquino ed altri, e che in quella riunione si parlava del furto che dovea commettersi.
  Maccarrone--Me se io non vi conosco?
  Ma se io non sono mai stato in relazione con voi? come posso mai essere intervenuto in una riunione in un luogo che neppure conosco? Ah! hanno proprio congiurato contro di me.
  É una vera trama.
  Potete dire che avete avuto mai da fare con me?
  Spampinato.-- Da fare giammai, ma quella volta nella riunione in contrada S. Nullo io vi vidi con gli altri e ben vi conosco. -- Siete Don Francesco Maccarrone fratello di quel tale che fa il macchinista a Cibali.
  Maccarrone.--Dite la verità, buon'uomo, non mi calunniate, io sono un innocente padre di famiglia, e la giustizia scoprirà la mia innocenza.
  Spampinato.--Io non ho fatto che dire la verità e non avrei ragione alcuna di calunniarvi.

Verbale di verifica al carcere
(Fol. 339. Vol. 1.--11 marzo 1891).

  Volendo stabilire chi fosse il detenuto che parlava con Paolo Parisi, avuta la presenza del capo Guardia, risulta che il detenuto che parlava con Paolo Parisi era Carmelo Riela.

Interrogatorio Lo Porto Salvatore
(Fol. 341, Vol. 1.--12 marzo 1891).

  D. R. Abito in contrada Trappeto di S. Giov. La Punta in una casa che è di mia esclusiva proprietà, nella quale abita pure mio suocero Vincenzo Motta.
  Però mio suocero abita il pianterreno, mentre io abito il piano soprastante.
  Le due abitazioni sono in perfetta comunicazione fra loro sicchè la mia famiglia e quella di mio suocero si mangia insieme come se si formasse unica famiglia.
  Se non che mio suocero contribuisce, come me, nella spesa, ed egli mi paga per affitto della casa che abita L. 25, 50 l'anno. Accanto della mia indicata casa, trovasi un piccolo orto, anche di mia proprietà. Accanto al detto orticello trovasi un tratto di terreno appartenente ad un sarto di S. Gregorio, di cui ignoro il nome.
  Ed in seguito vien poi un giardino di aranci e limoni di mia proprietà.
  Tuttavia, non ostante che la detta casa e i detti terreni si appartengono a me, è assolutamente falso che io avessi mai consentito che nell'una o negli altri, fossero nascosti gli ostensori rubati alla Cattedrale.
  Assicuro la S. V. che io sono affatto innocente di quanto mi s'imputa, non avendo mai veduto i detti ostensorii e non conoscendo nulla intorno al furto degli stessi.
  D. R. È assolutamente falso che circa otto giorni dopo la consumazione del detto furto io, in compagnia di Giuseppe Fazio, avessi ricevuto in casa mia, o in quella già abitata da mio suocero, alcuni di coloro che aveano commesso quel furto, e che li avessi quindi guidati in uno degl'indicati miei terreni a riprendere gli ostensorii rubati che trovavansi là nascosti.
  D. R. La notte in cui avvenne il furto degli ostensorii della Cattedrale, io mi trovavo a dormire tranquillamente in casa mia al Trappeto, e posso affermare che anche mio suocero Vincenzo Motta si trovava là nella sua abitazione.
  D. R. Quella notte, io ricordo, che, secondo le mie abitudini, andai a coricarmi verso un'ora e mezza di notte, ma non ricordo se, quando io andai a coricarmi, mio suocero fosse rimasto ancora alzato.
  D. R. Sino allora [sic] in cui io andai a coricarmi, non avevo punto veduto mio cognato Giuseppe Fazio venire al Trappeto presso di me o di mio suocero.
  D. R. La dimane alzatomi da letto, andai a lavorare in campagna e non seppi punto se il detto Fazio la precedente notte fosse stato da mio suocero.
  D. R. Non conosco Antonio Consoli, Francesco Nicotra, Francesco D'Aquino, Carmelo Riela e Salvatore Spampinato.
  D. R. Non ho testimoni da indicare a mia discolpa.

Confronto tra Nicotra Francesco e Lo Porto Salvatore.
(Fol. 343, vol. 1°--12 marzo 1991 [1891!]).

  Nicotra--Se ieri nell'atto di riconoscimento esitai un poco, poscia, richiamando meglio le idee, rimasi, come sono, perfettamente sicuro che voi siete quel tale individuo che io vidi al Trappeto accanto a Giuseppe Fazio nella casa di abitazione di Vincenzo Motta, quando colà mi recai insieme ad altri miei compagni, per riprendere gli ostensori rubati che trovavansi nascosti nel giardino vicino la detta casa.
  Lo Porto -- E avete veduto me? Voi dite una menzogna, perchè io non vi ho veduto mai e non vi conosco punto.
  Nicotra -- E non siete stato voi, che in compagnia di Giuseppe Fazio ci avete condotto nel giardino dove erano nascosti gli ostensori?
  Lo Porto -- Io vi ripeto che non vi conosco, e non conosco nulla di quanto affermate.--Quello che dite è menzogna e mi volete calunniare.
  Nicotra--Amico mio, ora tutto è scoperto e fareste meglio a dire la verità alla Giustizia.
  Io no ho fatto che dire la verità, e non avrei ragione alcuna di farvi del male.
  Lo Porto--Io non posso conoscere quali sono i vostri fini. -- É certo che voi mentite, perchè se quanto voi dite, fosse verità, non avrei mancato di rivelarlo alla giustizia, non curandomi punto se con essa avessi potuto far del male a mio suocero ed a mio cognato Fazio.

Interrogatorio di Riela Carmelo
(Fol. 345, vol. 1°-- 12 marzo 1891).

  D. R. Sono affatto innocente del reato che mi s'imputa; e mi sorprende che mi si voglia dare tale imputazione -- Del furto degli ostensori della Cattedrale, io non so nulla, e la S. V. può essere sicura, che io non sono uomo da pigliar parte a furti.
  D. R. É assolutamente falso che ad Ognina, in casa mia od altrove, vi fossero mai state delle riunioni, in cui da me e dagli altri convenuti si trattò del furto degli ostensori che si dovea commettere.
  D. R. Ê pure assolutamente falso, che io fossi intervenuto in una riunione che alcuni mesi pria del detto furto venne tenuta in contrada S. Nullo, dove si discusse per l'ultima volta il progetto dell'indicato furto. -- Io non conosco nemmeno dove sia la contrada S. Nullo, nè mai ripeto, presi parte a riunioni in cui si discutesse di furti.
  Io sono un uomo onesto, sempre dedito al lavoro.
  E credo che nessuno mai abbia lavorato tanto quanto ho lavorato io in vita mia.
  D. R. Non conosco affatto Francesco D'Aquino inteso il Cavaliere, Paolo Parisi, Gaetano Mazzola, Antonino Consoli, Salvatore Spampinato, Alfio Spampinato, Francesco Maccarrone, Orazio Carrara, Francesco Nicotra, Salvatore Nicotra, Vincenzo Motta, Concetto Torrisi e Giuseppe Fazio.
  D. R. Non conoscendo le persone dalla S. V. nominatemi, non posso essermi trovato mai in riunioni con costoro.
  D. R. Mi riserbo, ove occorra, di indicare dei testimoni a mia discolpa, ed appena potrò, informerò il Ministero, della mortificazione che mi si è data con la imputazione riferitami dalla S. V., poichè io devo avere la soddisfazione che mi compete contro le persone che hanno voluto calunniarmi.

Interrogatorio di Consoli Antonino
(Fol. 347, vol. 1°--14 marzo 1891).

  D. R. Sono affatto innocente del furto degli ostensori della Cattedrale. Io, non so nulla di furti perchè sono un onesto cittadino.
  Se una volta feci del male, fui condannato ed espiai la pena.
  In seguito ho tenuto condotto illibata e quindi le Autorità mi dovrebbero lasciare in pace.
  D. R. Non conosco affatto Carmelo Riela, Alfio e Salvatore Spampinato, Francesco Maccarrone, Vincenzo Motta, Giuseppe Fazio, Concetto Torrisi e Francesco Nicotra.
  D. R. Conosco Francesco D'Aquino e Neddu Sciacca inteso Nasone; ma con loro non ho mai avuto relazione di amicizia.
  D. R. È assolutamente falso che io fossi intervenuto in una riunione in contrada S. Nullo, dove si trattò il progetto del furto degli ostensori della Cattedrale; ed è pure falso che la notte del furto io fossi stato uno di coloro che ricevettero fuori la porta della sacristia della Cattedrale gli ostensori rubati e li portarono al Trappeto presso Vincenzo Motta.
  D. R. Ripeto che io non so nulla del furto di cui mi si parla, e di conseguenza è pur falso che le pietre preziose staccate da uno degli ostensori rubati, fossero pervenute in gran parte nelle mie mani.
  D. R. Non ho testimoni da indicare a mia discolpa.

Confronto tra Consoli Antonino e Spampinato Salvatore.
(Fol. 348, vol. 1°--15 marzo 1891).

  Spampinato -- Ricordatevi, o Consoli, della riunione che si tenne in contrada S. Nullo, dove si parlò del progetto del furto delle sfere della Cattedrale.
  Consoli--Di quale riunione parlate? Se io neppure vi conosco. Dite chi erano le altre persone.
  Spampinato--C'era Paolo Parisi, Francesco Nicotra, Carmelo Riela, Francesco D'Aquino e qualche altro: persone tutte che voi conosceste meglio di me.
  Consoli--E si parlò delle sfere della Cattedrale? Che favola state inventando? Vuol dire che rubaste voi le dette sfere.
  Dite alla Giustizia dove l'avete nascoste.-- Confessate la verità e fate liberare tanti innocenti.
  Spampinato--Io, amico mio, ho detto la verità e voi potete attestarlo meglio di me, perchè la notte in cui si rubarono le sfere voi foste nella stessa carrozza, insieme a me, con la quale le sfere rubate vennero trasportate al Trappetto [sic].
  Consoli -- E quando mai sono stato in vostra compagnia? Voi certo vi sognate. Ve ne prego, esaminate la vostra coscienza; non nominate me, che sono innocente.
  Spampinato -- Io, vi ripeto, ho detto la verità. E voi dovreste pure ricordarvi che foste uno di coloro che portarono poscia gli ostensori rubati dalla grotta delle colombe, dove erano nascosti, in casa mia a S. Francesco all'Arena.
  Consoli -- Voi vi sognate. Guardatemi bene in faccia. Sono stato io mai in vostra compagnia? Non vi sareste forse ingannato?
  Spampinato -- Non posso ingannarmi perchè vi conosco benissimo. Del resto non foste anche voi uno di coloro che rubarono l'argento alla bara di S. Agata? Non vi ricordate della riunione che si tenne in villa Bellini per il detto furto, che ancora si dovea commettere?
  Consoli -- Ma che andate inventando? Sono tutte chiacchiere.
  Portatemi qualche prova che voi siete mai stato in mia compagnia.
  Spampinato -- Eppure dovete ricordarvi che voi, in compagnia del Carrara e del Parisi, portaste in casa mia a S. Francesco all'Arena lo argento rubato, e là si fuse con la vostra presenza, tanto la prima quanto la seconda volta.
  Consoli -- Vi ripeto, amico mio, che sono tutte favole, anche dinanzi alla Giustizia ci vogliono prove. Io non conosco, nè voi, nè la casa vostra a S. Francesco all'Arena. Io sono un uomo onesto, e non ho che fare coi ladri.
  Ognuno ha insistito nelle proprie asserzioni.

Confronto fra Nicotra Francesco e Consoli Antonino
(Fol. 350, Vol. 1.--15 marzo 1891)

  Nicotra -- Lei non mi conosce?
  Consoli -- Ê la seconda volta che vi vedo.
  La prima volta si trattava la causa contro di me e contro di vostro fratello Salvatore, il quale mi aveva accusato falsamente di un tentativo di furto che io non avevo commesso. Voi eravate là in compagnia di vostro fratello Salvatore.
  Nicotra -- E non mi avete veduto altre volte? Voi non siete stato altre volte in mia compagnia?
  Non vi ricordate delle riunioni nelle quali si trattò del furto degli ostensori della Cattedrale?
  Consoli -- Che mi andate contando? Dinanzi alla Giustizia non è lecito levar le mani, altrimenti vi farei vedere. Io, vi ripeto, non vi conosco.
  Nicotra -- E come! La notte in cui si commise il furto delle sfere voi non foste in mia compagnia in carrozza a portare le sfere al Trappeto?
  Consoli -- Che andate dicendo? Io portai gli ostensorii della Cattedrale al Trappeto con voi? Sareste stato voi; ma io non so niente. Dinanzi alla Giustizia, amico mio, ci vogliono fatti e non favole. E poi ci vuole anche un po' di logica. Era mai possibile che io mi fossi messo a rubare con voi, quando vostro fratello Salvatore mi aveva accusato dinanzi la Giustizia con una lunga dichiarazione, per la quale fui condannato come reo del tentativo di furto in danno della ditta Savoia e Carbone.
  Nicotra -- Il furto delle sfere fu commesso ben prima del tentativo di furto in danno della Ditta Savoia e Carbone. Del resto vi dovreste ricordare che fui io che spinsi mio fratello a ritrattare la sua confessione, ed io lo feci per le insistenti preghiere di vostro fratello Angelo. Dovrete del pari ricordarvi che voi e i vostri compagni volevate sempre che mi allontanassi da mio fratello Salvatore, appunto perchè egli era stato debole ed aveva confessato tutto alla Giustizia intorno all'indicato tentativo di furto. D'allora in poi, infatti, io fui sempre in quistioni con mio fratello Salvatore.
  Consoli -- Vi ripeto, che tutto quello che dite è una favola.
  Dinanzi alla Giustizia ci vogliono fatti e prove e non chiacchiere. Io sono innocente e l'ho detto più volte alla Giustizia.
  Nicotra.--Amico mio, potreste smettere tutto cotesto scetticismo e dire come andarono le cose, poichè oramai tutto è scoperto.
  Non eravate voi uno di coloro che cercarono di scassinare la porta del tesoro di S. Agata in una notte del dicembre 1889? Dovreste ben ricordarvelo, perchè vi fece entrare nella Cattedrale Concetto Torrisi e vi fece nascondere in una stanza nella scala del campanile, come voi stesso mi diceste.
  Consoli--Io? Ma con quale coscienza potete accusarmi così? Se non fossimo dinanzi alla Giustizia vi lancerei in testa questo tavolo che mi sta dinanzi, quand'anche voi foste più alto del campanile della Cattedrale.
  Antonino Consoli non è reo, ma è un uomo onesto che ha sempre lavorato, e quando non ha lavorato ha vissuto coi mezzi apprestatigli dalla sua famiglia.
  Nicotra -- E nel furto dell'argento della bara di S. Agata, non ci foste neppure? Non vi ricordate della casa di Salvatore Spampinato a S. Francesco all'Arena, dove si andò a fondere l'argento rubato?
  Consoli--Io non conosco Salvatore Spampinato, come non conosco voi e la contrada di cui mi parlate. Forse ci foste voi che commetteste il furto, e fate bene ad accusarmi. Povero ignorante! Credete discolparvi voi gettando me in galera; ma vi accorgerete del vostro errore.
  Nicotra--È inutile negare, perchè ci sono altre persone che vi accuseranno al par di me. -- Non foste voi che a S. Francesco all'Arena, quando si stava rompendo gli apostoli d'argento per poi liquefarli, ve ne prendeste uno che aveva il naso un po' ammaccato e ve lo metteste sotto l'ascella dicendo: Questo me lo piglio perchè è mio fratello?
  Consoli--Le sapete combinare, siete un figlio di gesuita. Ma la Giustizia scoprirà la verità.
  Nicotra--E non conoscete neppure Alfio Spampinato?
  Non vi ricordate che andavate a cercarlo nella bottega, dove egli lavorava al Borgo? E che per mezzo di lui mi mandavate delle ambasciate?
  Consoli -- Voi, amico mio, vi sognate -- Io non conosco neppure Alfio Spampinato.
  Nicotra--Ed io di quest'ultimo fatto potrò perfino dar le prove alla Giustizia.
  Ognuno persiste nelle proprie asserzioni.

Interrogatorio di Mazzola Gaetano
(Fol. 357 [351!], vol. 1. -- 16 marzo 1891).

  D. R. Del furto degli ostensori della Cattedrale io sono anche innocente. Io non ne so nulla; e mi sorprende come mi possa dare tale imputazione.
  D. R. Non conosco Concetto Torrisi, Vincenzo Motta e Giuseppe Fazio: conosco, invece, Paolo Parisi, ma non ho con lui relazione di amicizia.
  D. R. Conosco Carmelo Riela, perchè qualche volta lavorai, quando ero ragazzo, per suo conto. Egli però credo che non mi conoscerà.
  D. R. Non conosco, nè Salvatore, nè Alfio Spampinato.
  D. R. Non conosco Francesco e Salvatore Nicotra.
  D. R. Conosco un certo Ciccio inteso il Cavaliere, perchè lo incontrai in questo carcere nell'anno 1888.
  Mostratogli il ritratto, stato sequestrato in casa del D'Aquino, e convenientemente domandato
  R. Il ritratto che la S. V. mi presenta mi sembra che sia di quel tale soprannominato il Cavaliere di cui ho parlato.
  D. R. Non ho testimoni da indicare a mia discolpa.

Confronto tra Sciacca Carmelo e Nicotra Francesco.
(Fol. 354, Vol. 1°--16 marzo 1891).

  Nicotra.--Oramai, caro D. Neddu, è tutto scoperto, ed io ho dovuto rivelare alla giustizia tutta la verità. Voi potreste raccontare alla giustizia maggiori particolarità di quelli che ho raccontato io.
  Sciacca. -- Ma che mi state contando? Io non so niente e non ho nulla da rivelare alla giustizia.
  Nicotra.--Oramai è inutile negare. Il primo oro degli ostensorii della Cattedrale non fu fuso forse in casa vostra? Anzi in proposito potreste riferire che il primo oro era stato destinato per la coniazione di false monete da venti franchi. Voi stesso vi eravate incaricato di procurare il conio ed avevate ricevuto quindici franchi da Salvatore Spampinato.
  Sciacca. -- Voi potete dire tutto quello che volete. Divertitevi.--Io però non so nulla.
  Nicotra.==E non è vero neppure che veniste a S. Francesco all'Arena in casa di Salvatore Spampinato per fondere il resto dell'ostensorio grande, che pria si ritenea d'oro massiccio, e poi risultò d'argento dorato?
  Sciacca.--Potete dire quello che volete. Io non so nulla.
  Dallo Spampinato andai soltanto quando egli mi invitò in occasione del matrimonio di sua figlia.
  Nicotra.--Il matrimonio di cui parlate fu un fatto posteriore a quello di cui parlo io. Quando vi recaste all'Arena per fondere il metallo dell'ostensorio rubato dovreste ricordarvi che vi erano pure Francesco D'Aquino e Antonino Consoli.
  Sciacca.--Ma che mi state contando? Io non conosco, nè D'Aquino, nè Consoli.
  Ciascuno degl'imputati ha insistito nelle proprie asserzioni.

Interrogatorio di Spampinato Alfio
(Fog. 356, Vol. 1°--16 marzo 1891).

  D. R. Nel dicembre dell'anno 1889, ricordo, che mentre io lavoravo nella bottega di Giuseppe Rapisarda al Borgo, venne a chiamarmi, nelle ore pomeridiane, Francesco Nicotra, mentre aspettavano, passeggiando dinanzi la bottega, Neddu Sciacca inteso Nasone, Antonino Consoli e Gaetano Mazzola. Io mi scusai col Nicotra, perchè avevo da fare e non potevo uscire in quel momento.
  Il Nicotra si pose ad insistere, ma io tenni duro. Il Rapisarda che si accorse di quelle insistenze e vide quella gente che passeggiava dinanzi la bottega, sospettò qualche cosa di male e mi fece degli ammonimenti raccommandandomi di non unirmi con cattivi soggetti.
  Circa mezz'ora pria dell'Avemaria mi licenziai dal Rapisarda, ed uscii.
  Mi accorsi subito che fuori mi aspettavano il Nicotra e le altre persone già nominate. Tutti mi avvicinarono, e lo Sciacca mi diede un falso biglietto da lire 25, un falso biglietto da lire 10 ed una falsa moneta da lire 2, proponendomi di andar con loro a mangiare in una bettola e di pagare poi il conto con una di quelle carte o con la moneta.
  Io non aderii alla loro proposta; ma alle loro insistenze tenni quelle carte e quella moneta, promettendo che ci avrei pensato.
  Però fui sempre deciso di rifiutare quel delittuoso invito, massime dopo aver mostrato quei biglietti e quella moneta al Rapisarda, il quale mi fece molti savii avvertimenti, confermandomi nel mio proponimento di rifiutare, come infatti feci, restituendo tutto allo stesso Sciacca.
  D. R. Alle esortazioni della giustizia, rispondo dicendo la verità, e perciò dichiaro lealmente che io conosco bene Concetto Torrisi, ed eccomi ad indicare taluni fatti e circostanze, nei quali l'ho veduto e sono stato in sua compagnia.
  Alcuni mesi dopo il furto degli ostensori della Cattedrale, vidi in piazza del Duomo Francesco Nicotra in compagnia di un sacristano.
  Quando giunsi presso il Nicotra, quel sacristano si era già allontanato; ma il Nicotra subito lo raggiunse e me lo presentò dicendomi che era un suo amico sacristano della Cattedrale.
  Poi quando il sacristano si era allontanato, il Nicotra mi confidò che quegli era Concetto Torrisi, quel tale che la notte del furto aveva portato gli ostensori sino alla porta della sacristia della Cattedrale.
  Alcuni mesi dopo di questo fatto, trovandomi a passare per via Vittorio Emanuele, verso il piano della Statua; dico meglio, in via Lincoln, in vicinanza della chiesa di S. Teresa, raggiunsi Francesco Nicotra, che andava nella stessa direzione in compagnia di Concetto Torrisi e di un altro chiamato Giuseppe, sediario della Cattedrale.
  Unitomi a loro, giungemmo nel piano della Statua, dove ci ponemmo per qualche tempo a passeggiare.
  L'oggetto dei discorsi che colà si tennero era l'ostensorio grande rubato, il quale si credeva fosse tutto di oro, mentre invece, come si era scoperto, era di argento dorato.
  Nel gennaro ultimo, un giorno venne in casa mia, in via Monserrato, Francesco Nicotra, in compagnia dello stesso Concetto Torrisi, il quale, tratta di tasca una forbice da potare, mi pregò di farvi levare le molle e di farle bene affilare il taglio, perchè, siccome egli diceva, gli dovea giovare per tagliare della latta. Io, volendo favorire l'amico, chiamai Giuseppe Consoli, il lettinaio [sic] che abita dirimpetto la mia bottega, e lo pregai di fare quell'operazione sul detto strumento.
  Il detto Consoli dapprima si negava; ma poscia cedette alle mie insistenze, ed ebbe in compenso soldi 8 che furono pagati dal Nicotra.
  D. R. Quel tale che la S. V. mi mostrò in mezzo ad altri lo scorso venerdì, e che io confessai poi di avere riconosciuto, mentre pria per paura avevo toccato un altro, è un individuo da me ben conosciuto, sebbene io ancora non ne sappia il nome ed il cognome.
  Posso anzi in proposito narrare alla S. V. il seguente fatto:
  Alcuni mesi dopo del furto degli ostensori della Cattedrale, io mi trovai presente in una riunione che si tenne in contrada Scala del Pero nella bettola di una certa donna Iana, fra parecchie delle persone che aveano parte nel detto furto. Quando io entrai nella bettola, trovai già riuniti Francesco Nicotra, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino, Paolo Parisi, e quel tale da me riconosciuto come ora ho detto.
  Ivi si trattò di distribuire il ricavato della prima fusione dell'oro degli ostensori rubati. Non ricordo i precisi particolari della distribuzione.
  Ricordo però che quel tale, di cui non so il nome, il D'Aquino ed il Parisi prelevarono dalle lire 1500 che dicevano di avere ricevuto dallo Sciacca, una rilevante somma [:] credo lire 500 o più, dicendo che quella somma dovea servire per la comitiva della Cattedrale.
  Secondo appresi dai discorsi, in seguito anche a qualche mia domanda, la detta comitiva si componeva in primo luogo: del sacristano Torrisi, il quale dovea dividere coi suoi compagni, fra cui intesi nominare, come senza dubbio rammento, il prete Ragonesi ed il sediario Giuseppe, che ho già indicato alla S. V.--Non ricordo se si fossero nominate altre persone.
  A questo punto l'imputato ha spontaneamente dichiarato:
  Trovandomi in corso di dire tutta la verità alla Giustizia, devo alla S. V. rivelare un altro dei ladri dell'argento della bara.
  Egli è Neddu Pappalardo, che fu in compagnia di me, di Salvatore Nicotra e di Salvatore Ferlito quando si commise il furto dello argento che io già confessai alla S. V., sicchè il Pappalardo venne con noi a prendere l'argento dinanzi il magazzino della bara ed a portarlo quindi al luogo destinato che era, come questa volta voglio pur confessare, la grotta esistente nel fondo di mio padre in Cibali.

Interrogatorio Nicotra Francesco.
(Fol. 360, vol. 1.--17 marzo 1891)

  Si comprende agevolmente, da quanto ho già rivelato, che io non potevo essere a piena conoscenza delle persone che nell'interno della Cattedrale si trovassero d'accordo con Concetto Torrisi nella consumazione dei furti.
  Non ho neppure dichiarato quel poco che in proposito è a mia conoscenza, perchè ho sperato che il Torrisi si fosse deciso a confessare e a rivelare quindi i suoi compagni.
  Poichè però il Torrisi si ostina ancora nel silenzio, e la S. V. mi chiede sul riguardo quel che so, anche perchè lo Spampinato Alfio ne ha già detto qualche cosa, eccomi pronto a soddisfare il giusto desiderio della Giustizia.
  Del Maccarrone, custode della Cattedrale, ho già parlato, perchè la sua reità m'era nota, non solo per quello che sentivo dire ai miei compagni, ma anche perchè egli intervenne in una riunione che si tenne in contrada Santo Nullo, nella quale si trattò del furto degli ostensori alcuni mesi prima che si commettesse. Il Maccarrone intervenne altresì in un'altra riunione che si tenne alla Plaia in vicinanza del lazzeretto, il giorno di S. Giuseppe del 1889, quando appunto fra i convenuti, che eravamo circa dieci, si giurò sopra un coltello fedeltà ai compagni e silenzio dinnanzi [sic] alla Giustizia in qualunque evenienza.
  Ricordo che fra i convenuti trovavansi, oltre del nominato Maccarrone, il Parisi ed il Riela. Un altro di coloro che nell'interno della Cattedrale erano di accordo col Torrisi era, a quanto apprendevo dai miei compagni, il sediario Giuseppe, di cui non ricordo il cognome: giovine di circa 24 anni, quasi dell'istessa mia statura.
  Su di lui anzi posso riferire un fatto importante: Un giorno dopo che già si era scoperto che il metallo dell'ostensorio grande era d'argento dorato, io incontrai in istrada Concetto Torrisi, in compagnia col detto sediario verso piazza dei Martiri. Era anche con noi Alfio Spampinato che si era a noi unito in vicinanza della chiesa di S. Teresa in via Lincoln.
  In piazza dei Martiri si passeggiò alquanto, e si discorse specialmente degli ostensori rubati, e del fatto che l'ostensorio grande, invece di essere di oro come ci aspettavamo, si era scoperto essere di argento dorato, e di altri fatti e circostanze relative a detto furto.
  Un altro di quei [sic] dell'interno della Cattedrale, secondo apprendevo dai miei compagni, era il cappellano Ragonesi, col quale però io non ebbi mai relazione alcuna.
  Devo però dire che, dopo fatta la fusione dell'oro per mezzo dello Sciacca, per la distribuzione delle lire 1500 ricavate, fu tenuta una riunione nella bettola di certa D.ª Iana in contrada Scala del Pero. Colà il Parisi, il Riela ed il D'Aquino prelevarono la somma di circa lire 500 che si doveva dare, come essi dicevano, ai compagni della Cattedrale, dei quali intesi nominare il Torrisi, il Ragonesi ed il Maccarrone. Inoltre posso pur dire, che pria che avvenisse il tentativo di furto al tesoro di S. Agata, un giorno Paolo Parisi mi pregò insistentemente di recarmi in piazza Manganelli alle quattro pom., perchè alla detta ora vi si dovea recare Concetto Torrisi a dargli una risposta, e siccome il Parisi pei suoi affari non vi poteva andare, perciò voleva che mi vi recassi io.
  Difatti, alle 4 venne il Torrisi, il quale per incarico del Maccarrone incaricò di riferire al Parisi che per quel giorno, nè il Maccarrone stesso, nè il sacerdote Ragonesi avrebbero potuto recarsi all'appuntamento, a causa delle funzioni che avevano luogo alla Cattedrale; e mi soggiunse che l'appuntamento invece avrebbe potuto verificarsi per un giorno in un luogo che io ora non ricordo, anche perchè in quella riunione io non intervenni.
  D. R. Ho appreso da Alfio Spampinato che l'ultima volta in cui egli, con mio fratello e con Salvatore Ferlito si recò, in seguito agli accordi stabiliti, a prendere l'argento rubato, trovavasi insieme a loro il mio amico Neddu Pappalardo; ma io in proposito non posso dire altro, non avendo altra notizia che quella datami dallo Spampinato.

Interrogatorio di Viola Giuseppe
(Fol. 367, Vol. 1.--20 marzo 1891)

  D. R. Sono affatto innocente del furto che mi s'imputa, non conoscendo nulla intorno la sottrazione degli ostensorii della Cattedrale.
  Nè comprendo perchè mi si voglia dare tale imputazione, non avendo io relazione alcuna con la Cattedrale.
  D. R. Conosco Concetto Torrisi, già sacrestano della Cattedrale, e conosco pure Francesco Maccarrone, custode della medesima.
  D. R. Non conosco Alfio Spampinato, Salvatore Spampinato, Francesco Nicotra, Salvatore Nicotra, Francesco D'Aquino, Carmelo Riela, Gaetano Mazzola, Paolo Parisi e Antonino Consoli.
  D. R. È assolutamente falso, che io mi fossi mai trovato in compagnia di Concetto Torrisi, Alfio Spampinato, e Francesco Nicotra, a passeggiare nel piano della Statua, e a discorrere del furto degli ostensorii della Cattedrale, e specialmente del fatto che si era scoverto [sic] essere l'ostensorio grande d'argento dorato, e non già d'oro come si riteneva.
  D. R. Non ho testimonii da indicare a mia discolpa.

Confronto tra Viola e Nicotra Francesco
(Fol. 369, Vol. 1.--10 [20!] marzo 1891)

  Nicotra--Voi siete Giuseppe Viola e voi dovreste ben conoscermi come io ben vi conosco.
  Viola -- Io non vi conosco affatto, non avendo avuto relazione con voi.
  Però ora che vi raffiguro meglio, posso dire che forse sarete quel tale Ciccio che una volta era alla Cattedrale in qualità di sacristano. Adesso con la barba, come non vi ho mai veduto, stento a riconoscervi.
  Nicotra -- Eppure siete stato con me ed avete parlato con me, a quanto ricordo, più volte.
  Viola -- Voi certamente v'ingannate.
  Nicotra -- Io non m'inganno; ma vi ricordo invece che qualche mese dopo il furto degli ostensorii alla Cattedrale, ci trovammo insieme a passeggiare nel piano della Statua voi con Concetto Torrisi, Alfio Spampinato ed io.
  Viola--Quanto dite è falso. Io non conosco punto Alfio Spampinato e non mi trovai mai a parlare e passeggiare con voi al piano della Statua.
  Nicotra -- Io non ho fatto che dire la verità, e non avrei ragione di calunniarvi.

Confronto tra Viola e Spampinato Alfio
(Fog. 371, vol. 1.--20 marzo 1891).

  Spampinato--Vi dovete ricordare che qualche mese dopo del furto degli ostensorii della Cattedrale, in vicinanza della chiesa di Santa Teresa in via Lincoln raggiunsi e mi unì a Francesco Nicotra, che era in compagnia di voi e di Concetto Torrisi ed insieme tutti ci recammo al piano della Statua, dove si passeggiò alquanto e si discorse dell'indicato furto.
  Viola--Io non vi conosco affatto e quindi non fui mai a passeggiare e discorrere con voi.
  Non comprendo perchè mi volete attribuire fatti di cui non conosco nulla.
  Spampinato--Non comprendo perchè volete negare. Io non ho fatto che dire la pura verità.
  Viola--Ed il Torrisi com'era vestito?
  Spampinato--Era vestito da sacristano.

Interrogatorio di Paolo Parisi.
(Fol. 374, vol. 1.--25 marzo 1891).

  D. R. Come già dichiarai alla Giustizia, io del furto degli ostensorii della Cattedrale non ebbi alcuna parte e quindi persisto a dichiararmene innocente.
  D. R. Circa un anno dopo del detto furto, un giorno incontratomi in istrada Francesco Nicotra mi avvicinò e mi disse che avea talune pietre da vendere, pregandomi di adoprarmi in proposito.
  Io per fargli un piacere aderii alla sua preghiera, e finalmente dopo varii tentativi, riuscii a venderle col suo consenso pel prezzo di lire 40 ad un commesso viaggiatore--Le dette pietre però erano piccolissime, granatine di pochissimo valore.
  Ricordo anzi che alcune di esse aveano da una parte come una pannella allo scopo di sembrare più rosse.

Interrogatorio di Francesco Nicotra
(Fog. 383, vol. 1.--3 aprile 1891).

  D. R. A Paolo Parisi non diedi mai alcuno incarico di vendere pietre di quelle già staccate dall'ostensorio rubato alla Cattedrale--Come già dissi alla Giustizia della S. V. seppi da taluni miei compagni che parte di quelle pietre erano andate in potere al Parisi, il quale le vendette e non diede conto, almeno per quanto io so, del ricavato della vendita--Se la S. V. mi mostrasse parte delle pietre già appartenenti all'ostensorio rubato, mi fiderei di riconoscerle.
  Mostrate all'imputato le pietre esibite dal testimone Paolo Amendolia, dopo di essersi assicurati della integrità del reperto relativo ed analogamente richiesto,
  R. Riconosco benissimo le pietre che mi si mostrano, esse sono parte delle granatine che, secondo dichiarai alla S. V. nei miei interrogatorii, furono staccate dall'ostensorio grande rubato.

Confronto tra Spampinato Salvatore e Sciacca Carmelo.
(Fog. 384, vol. 1.--10 aprile 1891).

  Spampinato--Caro don Neddu, fareste meglio a dire la verità alla Giustizia come ho fatto io.
  Sciacca -- Io l'ho detta la verità alla Giustizia. Presso di voi a S. Francesco all'Arena fui una sola volta, quando cioè si festeggiò il matrimonio di vostra figlia.
  Spampinato--Dovreste però ricordarvi che foste presso di me a S. Francesco all'Arena un'altra volta, quando cioè vi si trovava pure Antonino Consoli, Francesco D'Aquino, Francesco Nicotra e mio nipote Alfio Spampinato, e quando voi di accordo con gli altri liquefaceste colà lo argento dell'ostensorio grande rubato alla Cattedrale.
  Sciacca-- Voi potete dire quello che volete, io sono innocente del fatto cui accennate, perchè non vi ebbi alcuna parte e non fui affatto presso di voi in compagnia delle persone da voi nominate.
  Ognuno ha insistito nelle proprie asserzioni.

Interrogatorio di Torrisi Concetto.
(Fog. 399, vol. 1.--1 maggio 1891).

  D. R. Il rimorso della coscienza, specialmente perchè due notti non ho potuto chiudere un occhio, mi ha spinto a dire la verità alla Giustizia, anche per i consigli che ho avuto da un uomo mio compagno di carcere--Anzi in proposito non tralascio di dichiarare che in sogno, in una delle scorse notti, mi è apparsa la Madonna, che si mostrava adirata verso di me.
  Mi apparse pure S. Antonino, il quale mi faceva col capo un segno come di minaccia. Ho deciso perciò di mettere in pace la mia coscienza confessando la verità alla Giustizia e ponendomi poscia in grazia di Dio col confessarmi e comunicarmi--Imperocchè il giorno di S. Agata fece due anni che più non mi comunicava.
  Potrei anche dire che fece pur due anni che non mi confessavo; poichè se nei detti due anni mi confessai qualche volta, si fu per semplice apparenza e per non dare scandalo.
  Sui fatti per cui la Giustizia mi tiene in carcere ecco quanto posso rivelare alla S. V.
  Dopo la morte di mio padre io avevo la vocazione di farmi monaco. Il Sacerdote Domenico Di Maggio soleva venire in S. Gregorio in tutte le feste per celebrare la messa nella cappella che trovasi nel fondo di un certo Barbagallo. Un giorno di festa io colsi l'occasione di parlare col Di Maggio per consigliarmi con lui circa il mio desiderio di farmi monaco.
  Il Di Maggio mi dissuase dal mio proponimento e mi consigliò invece di entrare nella Cattedrale come sacristano, di passare poscia nel seminario e di divenire in seguito sacerdote. Io feci delle obbiezioni, specialmente per la mia mancanza di mezzi, ma il Di Maggio risolutamente mi incoraggiò dicendomi che avrebbe pensato egli stesso a farmi superare tutte le difficoltà.
  Fu così che io divenni sacristano della Cattedrale. Dopo circa due anni, un giorno padre Di Maggio mi chiamò in una delle sue stanze e precisamente in quella che tiene dietro all'altra dove egli soleva dormire. Colà trovai Francesco Nicotra, che io avevo conosciuto due giorni prima nella occasione della venuta del Cardinale da Roma -- Il Di Maggio dopo avermi parlato della sua affezione per me, venne a propormi di prendere parte ad un furto di alquanti oggetti di argento appartenenti alla Cattedrale. Si doveano, mi diceva egli, raccogliere tutti gli oggetti d'argento che erano quotidianamente in uso alla Cattedrale e anche quegli altri oggetti che solevano conservarsi alla Cattedrale, ma che appartenevano alla Chiesa di San Cristoforo Minore; si doveano ravvolgere in certi portali vecchi, si doveano collocare in due sacchi e quindi si doveano consegnare alle persone che sarebbero venute di notte in compagnia del Nicotra, dalla porta della sagrestia in via Vittorio Emmanuele-- Padre Di Maggio cercò insistentemente persuardermi delle indicate operazioni.
  Io però mi negai recisamente.
  Il discorso che ebbi col Di Maggio, e che ora ho riferito ebbe luogo precisamente il giorno di San Giuseppe dell'anno 1889.
  Il giorno prima di settembre dello stesso anno cominciarono alla Cattedrale le così dette feste delle Quarantore; ed il Di Maggio quel giorno stesso, verso le 3 pom. mi chiamò nuovamente nella solita stanza dove mi ripetè il discorso del giorno di San Giuseppe: Anzi ricordo che per decidermi a seguire la sua proposta mi dicea che io, sia per mancanza di mezzi, sia per mancanza d'intelligenza, sia per mancanza di studii, non avrei mai potuto raggiungere lo stato sacerdotale, e che seguendo invece i suoi consigli, egli avrebbe fatto sì che non mi avrebbe fatto ritornare a lavorare la terra.
  Non ostante per le sue insistenti incitazioni io continuai, a persistere nel rifiuto. Il giorno quattro settembre, verso la stessa ora, mi chiamò nuovamente nella solita stanza e tornò alla carica con la solita proposta.
  Stavolta però io mi lasciai sedurre e dissi che avrei fatto come egli voleva. Lo stesso giorno verso le quattro e mezzo p. m., mentre mi trovavo nella sacristia fui fatto chiamare da padre Di Maggio. Mi recai da lui e nella solita stanza lo trovai in compagnia di Francesco Nicotra e di un altro sui cinquant'anni di statura piuttosto alta e con la barba grigia. Il Di Maggio in mia presenza annunziò a quei due che io mi ero persuaso di prendere parte al proposto furto, ed allora si stabilì che tutto si sarebbe fatto l'ultima notte delle feste delle Quarantore, cioè la notte del sei al sette settembre.
  Ricordo in proposito che quell'uomo colla barba grigia mi battè colla mano nella spalla dandomi coraggio e che lo stesso Di Maggio avvertì quei due che io non volevo nulla per il servizio che avrei prestato e che desideravo soltanto mi si facesse svingolare dai lacci della Giustizia ove mai vi fossi caduto per quel furto.
  Il Nicotra allora fece osservare che io avrei dovuto prendermi per mia parte le onze 30 che mi avrebbero date, perchè altrimenti ci sarebbe stato il pericolo che io avessi rivelato il fatto alla Giustizia e che avessi rovinati tanti poveri padri di famiglia.
  Il giorno 6 settembre, non ricordo precisamente per quale ragione, si uscì per le funzioni ecclesiastiche l'ostensorio grande, mentre sino allora le dette funzioni si erano celebrate con l'ostensore piccolo.
  Fu perciò che il Di Maggio verso le 6 p. m. mi disse che invece di sottrare tutti quegli oggetti di argento, era senza dubbio meglio prendere i due ostensori, poichè così l'operazione sarebbe riunita [sic] più facile e più sicura, mentre del resto l'ostensorio grande da se solo valeva più che tutto l'argento della Cattedrale.
  Imperocchè dovendosi portar via soltanto gli ostensori, non era più necessario che venissero dietro la porta della sacrestia molte persone per il trasporto delle cose rubate--Egli di fatti fece come disse, e si ritirò alla Cattedrale verso le undici meno un quarto.
  Dopo il suo ritorno io e gli altri sacristani consegnammo a lui le chiavi della chiesa e della sacristia, e ce ne andammo a dormire, mentre egli entravasene nelle sue stanze.
  Io me ne andai a coricare nello stanzone che ha due balconi che guardano nella villetta adiacente alla Cattedrale, e si coricarono con me quei due sacristani che io già indicai alla S. V. nei due precedenti miei interrogatorii.
  Verso la mezzanotte padre Di Maggio, si recò pian piano da me, mi svegliò e mi disse di tenermi sveglio perchè avvicinavasi l'ora del furto.
  Padre Di Maggio, mi consigliava di mettermi a leggere, ma io gli feci osservare che la lettura mi avrebbe aumentato il sonno. Egli allora mi suggerì l'idea di mettermi a fare dei quadrettini di cartone come solevo.
  Io mi misi all'uopo a tagliare delle striscie di carta.
  Poscia essendomi terminata la carta e non potendo fare altro perchè mi mancava la colla per la costruzione dei quadrettini, presi un cerino e mi misi a bruciare delle cimici che io vedevo qua e là nelle pareti.
  Mentre ero intento nell'indicata operazione intesi un fischio che compresi essere il segnale stabilito per metterci subito all'opera, essendo i compagni già pronti dietro la porta della sacristia. -- Io non mi mossi finchè non venne da me padre Di Maggio, il quale non tardò a presentarmisi e a condurmi seco nelle sue stanze, dove mi consegnò quattro chiavi, cioè: quella della sacristia comune, quella della sacristia dei canonici, quella della porta che dalla sacristia da in via Vittorio Emanuele e quella della Giunta, cioè dello stanzino ove si riponevano arredi sacri, e in quel tempo anche gli ostensori.
  Però ad un tratto, padre Di Maggio, come pentitosi, si riprese quelle chiavi, e, dopo di avere indossato l'abito talare, dette a me 3 di quelle chiavi, tenendosi quella della porta di via Vittorio Emanuele.
  Io, scalzo com'ero, e come mi avea fatto venire il Di Maggio, scesi innanzi ed egli mi tenne dietro, e mentre io aprivo le porte di via Vittorio Emanuele, dalla quale vidi tosto entrare, il Nicotra, quell'uomo dai 50 anni, ed un altro giovane snello, piuttosto alto e con piccoli baffi neri.
  Io in quel momento mi recai ad aprire la porta della Giunta. Siccome però la serratura della stessa era chiusa nel così detto segreto, io mi volsi per chiamare il padre Di Maggio, dicendo che egli solo poteva aprire perchè conosceva il detto segreto.
  Padre Di Maggio in quel momento stava dinanzi la porta di via Vittorio Emanuele e parlava con altre persone che stavano sulla detta via. Però il Nicotra accorso subito verso di me profferando qualche parola di meraviglia che suonavano, come io ricordo, così: sacristani vecchi che non conoscono neppure il segreto delle porte, e così dicendo mise mano egli stesso alla chiave ed aperse speditamente la porta della Giunta.
  Aperta quella porta quei tre entrarono nello stanzino della Giunta e l'uomo dai cinquant'anni vedendo il solo ostensorio grande che stava sopra il tavolo che trovasi in mezzo a quello stanzino, disse: Ma qui non c'è che una sola sfera.
  Il Nicotra allora rispose subito con queste precise parole «L'altra è nella tana» e sollecitamente egli stesso si recò a prenderla nel ripostiglio che trovasi nello indicato stanzino.
  Prese i due ostensorii, quel giovane dai baffi neri, vedendo in quel luogo tanti oggetti di argento disse: E questi dobbiamo lasciarli qui? Ma quegli dai cinquant'anni rispose: «appresso potremo venire a prenderli».
  I due ostensorii furono posti e ravvolti in due sacchi e portati via da quei tre individui, poichè io non vidi affatto le altre persone che stavano in via Vittorio Emanuele -- Ricordo che l'uomo dai cinquant'anni ed il giovane, pria di andarsene, baciarono la mano a Padre Di Maggio, ciò che non feci il Nicotra.
  Dopo che coloro se ne furono andati io stavo per chiudere le porte della sacristia; ma Padre Di Maggio mi disse di lasciarle aperte come trovavansi, e dopo che egli ebbe ben chiusa la porta che dà sulla via, mi fece salire con lui nelle sue stanze a prendere tutte le chiavi e gettarle qui e colà in terra per far credere che i ladri nella confusione le avessero colà abbandonati.
  In seguito egli aperse il suo cassuolo della sagristia e sconvolse tutti gli oggetti che vi si trovavano e lo lasciò quindi per metà aperto.
  Quindi mi disse di andarmene a letto, come io feci.
  La dimane verso le sei e un quarto antimeridiane, egli mi chiamò alquanto inquietato, annunziando che dal cassuolo della sua stanza gli erano state rubate lire venticinque.
  Mi feci chiamare, e perquesire tutti i sacristanelli, e quindi guardando dal balcone che dà nella sacristia comune finse di accorgersi che trovavasi aperto il suo cassuolo e disse «il mio cassuolo e aperto, ci deve esser stato danno in Chiesa» e si mosse subito per discendere.
  Giunto nella sacristia, dopo aver osservato il suo cassuolo, disse che gli mancavano lire 30.
  Io intanto avevo finto di osservare se mancasse cosa nella chiesa, e ritornando verso il Di Maggio, intesi che gli diceva mancargli pure le chiavi della Giunta.
  Allora io risposi: «La porta della Giunta è aperta».
  Imperocchè quella mattina egli, pria di chiamarmi avea avuto cura di aprire la porta di via Vittorio Emanuele e quella della Giunta e di lasciarli aperte.
  Appena il Di Maggio intese da me che la porta della Giunta era aperta entrò nello stanzino della Giunta e, fingendo dolorosa sorpresa, annunziò che erano state rubati gli ostensori.
  Dopo ciò, egli, si recò tosto ad annunziare il fatto a Monsignor Caff, il quale dette ordine di informare la questura.
  Fu perciò che il Di Maggio, in compagnia del sacristano Nicotra, andò ad avvertire la Questura.
  Più tardi vennero poscia alla Cattedrale tutte le Autorità, e fu cominciato il processo--Secondo gli accordi presi, io avrei dovuto dire che la notte stanco dai lavori del giorno, e un po' preso dal vino, avevo dormito tutta la notte e non avevo nulla inteso, ed il Di Maggio, a volta, avrebbe dovuto dire che non sospettava punto dei sagristani e che dubitava che i ladri si fossero introdotti dai balconi dello stanzone in cui io dormivo. Anzi ricordo che si era stabilito di doversi collocare sotto uno dei detti balconi, una scala a pioli per far credere appunto a quanto il Di Maggio avrebbe detto a deviare così le tracce della Giustizia--Forse però coloro che vi dovevano pensare, dimenticarono di far mettere la scala.
  Se non che il Di Maggio fece la sua dichiarazione secondo gli accordi presi, ma io che ero già avvinto dalla paura di essere arrestato, dissi invece che ero stato sveglio quasi tutta la notte perchè assalito dagli insetti e tormentato dal caldo.
  Il Di Maggio, che intese la mia dichiarazione, appena potè, con un pretesto mi avvicinò lamentandosi di quello che io avevo detto, e si raccomandò a me dicendomi che io solo potevo salvarlo.
  Simile raccomandazione mi fece poco dopo quando già era stato dichiarato in arresto.
  Circa dieci giorni dopo l'esposto fatto, verso le nove e mezzo a. m. intesi picchiare alla porta della sacristia--Apersi e vidi un giovinetto di circa tredici anni che mi consegnò un involto dicendomi che lo mandava Don Ciccio. Io domandai chi fosse il Don Ciccio, e quel giovinotto mi mostrò Francesco Nicotra, che stava a circa sette od otto passi di distanza.
  Il Nicotra, vedendomi, mi salutò e quindi mi fece un segno con le due mani, come se mi volesse dire: Sfogliate il libro.
  Ricevetti quell'involto e con esso anche un cappello coperto di carta velina, come se fosse nuovo, mentre come poi scopersi, era abbastanza usato.
  Nell'involto trovai sei fazzoletti di cotone, un vocabolario italiano, quattro libri vecchi, un cartoccio di confetti ripieni di rosolio e qualche rotolo di dolci oltre il fazzoletto grande in cui erano ravvolti tutti gli indicati oggetti--Dopo circa altri dieci giorni, un giorno di venerdì, mentre mi trovavo nella villetta adiacente alla Cattedrale, vidi venirmi incontro Francesco Nicotra, il quale mi rimproverava acerbamente di quanto avevo deposto a carico del prete Di Maggio, infrangendo gli accordi che si erano presi quando si trattò della consumazione del furto, e conchiuse quindi minacciandomi con queste parole:
  Allora mi quieterò quando ti avrò fatto squagliare le ossa nel carcere; guai a te ed alla tua famiglia se dirai qualche parola.
  Da quel giorno in poi non vidi più Francesco Nicotra.
  Quindi un giorno dopo quell'incontro sfogliando il vocabolario, di cui ho parlato, vi trovai un biglietto da lire cinque.
  D. R. Per mia opinione posso dire che nel furto degli ostensorii deve avervi avuto parte Vincenzo Motta, il quale era in intime relazioni col prete Di Maggio ed era sempre alla Cattedrale in tutte le volte in cui vi si teneva discorso del furto da commettersi, sebbene però egli non fosse presente ai discorsi stessi.
  Egli fu alla Cattedrale e presso il Di Maggio fino al quarto giorno della festa del quarantore e poi disparve.

Confronto tra Di Maggio Domenico e Torrisi Concetto.
(Fog. 407, vol. 1.--2 maggio 1891).

  Torrisi--Voi padre Di Maggio dovreste confessare alla Giustizia, come io mi trovo in questo carcere per causa vostra.
  Di Maggio--Scellerato infame, inventi ancora contro di me, ti dimentichi il bene che ti feci.
  Torrisi--È inutile far chiacchiere sentite, d'innanzi la Giustizia la verità.
  Di Maggio-- Tu sei uno scellerato, che cosa ho da dire.
  Torrisi -- Vi dovete ricordare che il giorno di S. Giuseppe dell'anno 1889, quando eravamo alla Cattedrale voi mi chiamaste nelle stanze da voi abitate e là in presenza di vostra nipote Francesco Nicotra, mi parlaste di un furto che si dovea commettere.
  Di Maggio--Scellerato, infame, che stai dicendo? Se non fossi dinanzi la Giustizia ti strozzerei.
  Torrisi -- Calmatevi, calmatevi, voi mi diceste che si doveva raccogliere tutto l'argento di uso comune della Cattedrale, compreso anche quello che ci si conservava e che apparteneva alla Chiesa di S. Cristoforo Minore; che il detto argento si dovea avvolgere in certi portali vecchi e che quindi racchiuso tutto in sacchi si dovea consegnare di notte alla porta di via Vittorio Emanuele a coloro che sarebbero venuti a prenderlo.
  Di Maggio--Ma come puoi inventare simile infamia, come Iddio non ti fulmina, non sei contento del male che sin'ora mi hai fatto.
  Torrisi-- Non ho che farvi, sono più di tre mesi che piango in questo carcere e per causa vostra, perchè voi mi avete condotto al male.
  Il giorno di S. Giuseppe con le vostre esortazioni e le vostre promesse io mi negai recisamente--Ma voi tornaste alla carica nel settembre durante le feste del Quarantore e tante me ne diceste, finchè io, sebbene a malincuore, aderii al vostro desiderio.
  Ricordatevi che eravamo appunto al giorno 4 settembre 1889 quando io vi dissi di sì, e voi più tardi dello stesso giorno mi chiamaste ed in presenza dello stesso vostro nipote Nicotra, mi presentaste ad un uomo sui cinquant'anni, al quale manifestaste la mia adesione.
  Di Maggio--Ma come puoi essere così infame dimenticaste il bene che ti feci, e quante volte ti detti da manciare [sic] assassino, scellerato. Iddio ti dovrà punire.
  Torrisi--Almeno io ora che ho detto la verità sono in pace colla mia coscienza, ma voi dovete dar conto a Dio anche per il male che avete fatto fare a me, perchè non vi ricordate tutte le seduzioni che adoperaste per farmi aderire al vostro proposito. Io che avevo aderito quasi costretto da voi ero ancora esitante e malcontento ed avevo espressamente dichiarato che non volevo alcun compresso [sic] per il servizio che avrei prestato raccogliendo l'argento, avvolgendolo e consegnandolo alla porta.
  Però vostro nipote Nicotra ascoltando ciò saltò subito dicendo che in quel modo non si sarebbe potuto conchiudere nulla.
  Io, diceva egli, avrei dovuto prendermi le 30 onze che mi si promettevano, perchè altrimenti avrei potuto tutto rivelare alla Giustizia e rovinare tanti padri di famiglia. E siccome io persisteva nel rifiuto del compenso il Nicotra disse: Allora o io, o mio fratello sposeremo vostra sorella. E voi subito soggiungeste: ed io vi farò la biancheria necessaria.
  Io quasi preso dalla paura, come ero non risposi nulla, ma dentro me esclamai: bel matrimonio fra ladri di chiesa.
  Di Maggio--Tu inventi per calunniarmi, tanto vero che chiami il Nicotra mio nipote, mentre con costui io non ho avuto mai e non ho alcuna relazione di parentela o affinità.
  Torrisi--Io posso dire che vi chiamavate zio e nipote, voialtri potete sapere se sieti [sic] parenti o no. Il certo si è che io sto dicendo la pura verità, non ostante che vi faccia dispiacere il sentirla.
  Ricordatevi padre Di Maggio il giorno 6 settembre 1889, quando mi chiamaste e mi avvertiste che essendosi uscito l'ostensorio grande non era più il caso di pensare all'argento essendo ben sufficienti i due Ostensori il piccolo e il grande che rappresentavano un grandissimo valore. E mi soggiungeste allora che il furto sarebbe riuscito più facilmente, anche perchè non sarebbe stato necessario far venire molte persone.
  Di Maggio--Infame scellerato, come puoi inventare tante cose, sono stati certo i tuoi complici che ti hanno suggerito di calunniare me in tale modo.
  Torrisi-- Io non calunnio nessuno Padre Di Maggio, io dico la verità come mi ha ispirato Iddio--Ricordatevi che la mano di Dio arriva a tutti.
  Non foste voi che la stessa notte del 6 settembre mi veniste a svegliare verso la mezza notte avvertendomi che si avvicinava l'ora?.... Non foste voi che quando sentiste il fischio convenzionale mi faceste venire con voi a piedi scalzi? non foste voi che mi consegnaste le chiavi con cui si dovevano aprire le porte delle sagrestie e della Giunta?...
  Di Maggio -- Calunniatore scellerato chi ti ha suggerito tutte codeste infamie? dice la verità se hai coscienza, devi essere stato tu che hai inteso il fischio e che mi rubaste le chiavi ed apristi ai tuoi compagni tra cui il Nicotra.
  Torrisi--È inutile negare Padre di Maggio. Dovreste piuttosto confessare che voi stesso apriste colle vostre mani la porta in via Vittorio Emmanuele e faceste entrare il Nicotra, quell'uomo dai cinquant'anni, ed un altro giovane, i quali furono coloro che si portarono via gli Ostensori.
  Di Maggio -- Tu mi calunni, tu sei un'infame, senza coscienza; se non fossimo dinanzi la Giustizia ti strangolerei--Io quella notte dormivo profondamente perchè stanco.
  Dici la verità. tu mi rubasti le chiavi ed apristi ai tuoi compagni, a cui faceste portare via gli Ostensorî.
  Torrisi--Voi, voi, voi foste l'autore di tutto: voi faceste prendere gli Ostensori a vostro suocero Vincenzo Motta; dopo che gli faceste fabbricare il palazzo e non avevate più che cosa dargli, gli faceste rubare le sfere.
  Se io dovessi dire tutti gli scandali che avete commessi!!!!
  Di Maggio--Hai ragione scellerato, è questo il compenso dei benefici che ti feci?....
  Torrisi -- Io non ho che farvi perchè non ho detto che la pura verità.
  Io solo so quanto ho sofferto e quanto ha sofferto la povera mamma mia per causa vostra. -- Voi mi avete indotto ad aiutarvi nel furto, e vostro nipote mi ha accusato dinanzi la Giustizia.
  Avete voluto che io dicessi la verità, eccovi serviti come meritati-- Vostro nipote si è voluto vendicare di me perchè mancai alla promessa di dire alla Giustizia che la notte del furto preso dal sonno e dal vino mi ero addormentato profondamente, lasciando i balconi aperti, dai quali avevano potuto salire i ladri.
  Di Maggio -- Tu sei infame e traditore, tu inventi calunnie per rovinarmi.
  Torrisi--Dio conosce se quello che ho detto sia la pura verità.
  La mano di Dio punisce a tutti.

Confronto tra F. Nicotra e Concetto Torrisi
(fog. 413. vol. 1.--2 maggio 1891)

  Torrisi--Devi ricordarti Nicotra che la prima volta che si parlò di furto alla Cattedrale, non si trattò affatto degli Ostensorii.
  Io fui chiamato dal sacerdote Di Maggio e condotto in una delle sue stanze in tua presenza, e là il Di Maggio si mise a discorrere del furto che si era stabilito di commettere di tutti gli oggetti d'argento di uso quotidiano alla Cattedrale.
  Il Di Maggio voleva che io mi prestassi a raccogliere i detti oggetti di argento e dopo averli ravvolti in certi portali vecchi li portassi dietro la porta della sagristia in Via Vittorio Emanuele, per darli così in potere di te e degli altri che erano di accordo nella consumazione di quel furto.
  Il Di Maggio cercava in tutti i modi di farmi addivenire a quel progetto e prometteva che per mia parte avrei avuto onze trenta. Io però allora recisamente mi negai dicendo che la mia coscienza non mi permetteva di pigliar parte in tale operazione--Ê vero tutto questo?
  Nicotra--Sono tutte fandonie, continua ancora.
  Torrisi--Io non dico che la pura verità. Ascolta il resto.
  Il Di Maggio mi fece lo stesso discorso il giorno primo del mese settembre del 1889, mentre il primo discorso era avvenuto il giorno di S. Giuseppe dello stesso anno--Quando padre Di Maggio mi ripetè il discorso alla Cattedrale erano cominciate le feste del così detto Quarantore.
  Io però continuai a persistere nel rifiuto non ostante le insistenti persuasioni del Di Maggio -- Il giorno 4 dello stesso mese, poi, padre Di Maggio ricominciò a tormantarmi nel suo progetto e tanto fece e tanto disse che mi indusse a dir di sì.
  In quel giorno stesso sei venuto alla Cattedrale tu in compagnia di un uomo dell'apparente età di circa 50 anni, ed allora padre Di Maggio mi chiamò e mi presentò a voi due annunziandovi che io avevo aderito al progetto.
  E ti devi ricordare che allora quell'uomo mi battè con una mano sulla spalla.--Però siccome io dicevo di non volere alcun compenso per il servizio che avrei prestato, tu saltasti subito su dicendo che in tal modo non potevasi nulla conchiudere, poichè il mio rifiuto del compenso voleva dire che io appena chiamato dalla Giustizia avrei tutto rivelato.
  Io promisi di tacere ogni cosa in ogni evento purchè avessero pensato a svincolarmi subito dalle mani della Giustizia. È vero quanto io affermo?
  Nicotra -- Continua, continua, poi ce ne parleremo.
  Torrisi-- Vuoi che continuo?
  Ricordati quello che avvenne il giorno 6 settembre e la notte dello stesso giorno?
  Quel giorno, non ricordo più per qual ragione, fu uscito l'ostensorio grande per le funzioni della Cattedrale; sicchè padre Di Maggio mi avvertì che non era più il caso di pensare allo argento perchè i due ostensori, quello piccolo e quello grande avevano un gran valore e potevano con grande facilità trasportarsi senza bisogno di far venire tanta gente.
  La sera poi dopo le funzioni mi disse che egli sarebbe andato alla chiesa dell'Ogninella per fare la benedizione e che poscia sarebbe andato ad avvertire del cambiamento fatto i soci del delitto, perchè non venissero molte persone.
  Ricordati che quella notte dopo essersi sentito un fischio dato da te e dai tuoi compagni, venne il Di Maggio stesso ad aprire la porta in via Vittorio Emanuele; ed allora entraste subito tu, quell'uomo dai 50 anni, ed un altro giovane snello, di statura alta e con piccoli baffi neri. Non posso dire però quali e quante altre persone fossero venute con te in via Vittorio Emanuele perchè io non li vidi.
  Ricordati che mentre io stavo per chiamare padre Di Maggio, perchè aprisse il segreto della porta della Giunta, tu metteste subito la mano alla chiave profferendo verso di me delle parole come di scherno fra cui queste: Sagristani vecchi e non conoscono neppure il segreto delle porte.
  Tu stesso allora apristi, entrasti in compagnia degli altri due e prendesti i due ostensori che furono raccolti in sacchi e portati via da voi altri stessi.
  Nicotra--E puoi dire in coscienza che fosse avvenuto tutto quanto tu dici tra me, te, ed il Di Maggio?
  Torrisi--Posso dirlo perchè è la pura verità.
  Nicotra--E del tentativo al tesoro di S. Agata che cosa dici?
  Torrisi -- Io non posso dire niente, perchè non vi ebbi parte.
  Nicotra--E allora senza la tua complicità come potevamo entrare?
  Torrisi--Allora la porta del campanile era chiusa con una debolissima e cattiva serratura, la quale poteva aprirsi anche con un coltello.
  Nicotra -- E del furto dell'argento della bara non dici nulla?
  Torrisi-- Io non posso dire niente, perchè non so niente in proposito. Potrei portare moltissimi testimonii che io il giorno 11 settembre 1890, me ne andai dalla Cattedrale a S. Gregorio per villeggiatura e ritornai alla Cattedrale il giorno 27, dello stesso mese.
  Me ne andai poi diffinitamente dalla Cattedrale come dissi alla Giustizia, il 30 novembre 1890, e da quel giorno non venni in Catania, che tre sole volte, una nel giorno stesso di Natale, una il giorno stesso del Capo d'Anno, ed una nella prima settimana del gennaio di quest'anno.
  Nicotra--Senti Concetto, puoi affermare con coscienza che tutto quello che hai detto è la verità?
  Torrisi -- Lo affermo per ben mille volte, è la pura verità e persisto nel dichiararla.
  Nicotra -- Vedi, Concetto, pensaci bene. Ê impossibile che quanto tu dici sia la verità, perchè tu non avesti nessuna parte nel furto degli ostensori, e quindi tutto quello che tu dici sono prette invenzioni.
  Torrisi--Come!? Dopo che io ho pianto tanto tempo nel carcere perchè accusato da te, mi vieni a dire che io non entro per nulla nel furto?
  Nicotra--E pure è così e devo confessarlo.
  Tutto quanto ho detto alla Giustizia sul furto degli ostensorii, sul tentativo di furto dell'argento alla bara di S. Agata è una mia invenzione non essendovi nulla di vero. Io ho costruito quel mensogniero edificio per salvare la mia famiglia che trovavasi nel carcere.
  Torrisi-- Voi potete dire quello che volete. Sono affari che soltanto interessano la vostra coscienza.
  Dal canto mio posso affermare che ho detto la pura e piena verità e persisto in essa.

Altro confronto tra F. Nicotra e Torrisi Concetto
(Fog. 421, vol. 1.--6 maggio 1891)

  Nicotra-- Adesso che mi sono persuaso di persistere nella via della verità, bisogna, o Concetto, che anche tu dici intera la verità.
  Ê mai vero che io fui a parlare con te nella stanza del Sacerdote Di Maggio il giorno di San Giuseppe del 1889 per un furto d'argento che si volea commettere alla Cattedrale?
  Torrisi-- A dire il vero il discorso nella stanza del Di Maggio realmente avvenne, ma tu non eri presente, seppi però dal Sacerdote Di Maggio che tu eri in quella sacristia che doveva commettere l'indicato furto.
  Nicotra-- E puoi dire se oltre quel giorno ti trovasti mai in mia compagnia nelle stanze del Di Maggio a parlare di furto alla Cattedrale?
  Torrisi-- Devo confessare che veramente giammai fui con te a discorrere intorno al furto da commettersi alla Cattedrale, nè altrove pria del furto degli ostensorii.
  I discorsi di cui ho parlato alla Giustizia, realmente avvennero, ma sempre tra me ed il Di Maggio ed una volta, come dissi, anche con quel vecchio sui cinquant'anni.
  Nicotra--E in quella notte in cui furono rubati gli ostensorii, puoi dire in coscienza che il sacerdote Di Maggio ebbe parte nel furto?
  Torrisi--Sì, e mille volte sì.
  Il sacerdote Di Maggio fu quello che colle sue continue esortazioni e promesse mi spinse a prendere quella piccolissima parte che io presi nel fatto della sottrazione degli ostensorii.
  Io non parlai che con lui solo, egli solo fu la causa della mia rovina. Tutti gli altri componenti la società che avea deliberato commettere il furto non erano da me conosciuti.
  É inutile che tu neghi, il padre Di Maggio è reo e dei principali.
  La notte del furto fu egli che mi venne a svegliare, fu egli che mi condusse coi piedi scalzi ad aprire le porte della sagrestia e della Giunta, e fu egli appunto che aperse la porta in Via Vittorio Emanuele.
  Perchè non dici tu la verità?
  Perchè non confessi che padre Di Maggio fu, se non il solo, uno dei capi organizzatori di quel furto?
  Nicotra--Io veramente avrei voluto salvare il sacerdote Di Maggio, ma oramai poichè tu hai rivelato alla Giustizia la sua reità, devo piegare il capo anche io e dire come sta la verità.
  Il prete Di Maggio fu realmente uno degli organizzatori di quel furto. Tu però non hai rivelata intera la verità alla Giustizia. Perchè non nomini le persone che la notte del furto entrarono dalla porta di via Vittorio Emanuele per portar via gli ostensori. Perchè non nomini quel tale vecchio che tu dici averti parlato una volta sul furto nelle stanze del Di Maggio, e averti battuto la spalla?
  Quel tale uomo che poi, come tu dici, entrò dalla detta porta la notte del furto?
  Torrisi--Su questo hai ragione perchè l'individuo di cui tu parli e che io ho indicato alla Giustizia è appunto Vincenzo Motta.
  Io non volevo nominare per non fargli male.
  Nicotra-- E gli altri che entrarono nella notte del furto dalla stessa porta chi sono? perchè non li nomini?
  Torrisi--Non li posso nominare perchè veramente non so chi siano; però ho detto alla Giustizia e confermo pienamente che se io li rivedessi potrei benissimo riconoscerli, poichè quella notte veramente entrarono altri, oltre quelli da me indicati.
  Nicotra--E pure tu li dovresti nominare.
  Dovresti ricordarti che oltre del Motta entrò Francesco Maccarone il custode della Cattedrale e Francesco D'Aquino.
  Torrisi--Ricordo benissimo che entrarono, come tu dici, due altre persone, ma esse non s'introdussero nella stanza della Giunta, ma rimasero nella sagristia così detta dei secondarii a parlare tra loro.
  Però ricordo bene che uno di essi aveva tutta la statura e le fattezze del Maccarrone e parmi proprio che fosse egli stesso, mentre l'altro era un individuo di statura piuttosto alta e con tutta la barba--Ma io non posso dire se costui fosse il D'Aquino o perchè io non conosco il D'Aquino di cui tu parli -- Sicchè potrebbe bene essere che fosse stato realmente il D'Aquino--Tu però dovresti indicare alla Giustizia chi sia quell'altro individuo giovane piuttosto snello e con baffi piccoli, il quale la notte del furto entrò insieme agli altri e venne sino la stanza della Giunta.
  Nicotra--È verissimo che quella notte entrò cogli altri il giovane da te indicato che è un fabbro ferraio, il quale abita verso il Borgo e del quale però non ricordo le generalità.
  Tu però ti dovresti ben ricordare che non fui io colui che apersi la porta della Giunta.
  Torrisi--È vero quanto mi dici--La porta della Giunta che quella notte era chiusa senza il segreto venne aperta da me stesso--Non so però come tu potesti dire alla Giustizia che io fui il vero organizzatore, od uno degli organizzatori del furto degli ostensorii, mentre io, come tu ben conosci, non fui che trascinato dal Di Maggio, e non ebbi nessuna relazione cogli altri compagni della società che dovea consumare quel furto -- Dico società perchè appunto il Di Maggio dicevami che era una società quella che dovea commettere il furto, vale a dire molte persone che si erano messe di accordo per quell'istante.
  Nicotra -- Ê facile comprendere che se dissi alla Giustizia che eri uno degli organizzatori di quel furto si fu, perchè mi ero proposto di salvare il Sacerdote Di Maggio.
  Pria di licenziarsi è avvenuto il seguente Dialogo:
  Nicotra-- Tu potresti del reato riferire alla Giustizia qualche cosa sulle relazioni esistenti tra te ed il Maccarone.
  Puoi dire che il Maccarone non venne nessuna volta a mangiare e divertirsi in casa tua a San Giorgio?...
  Torrisi--Ma di quali relazioni parli?...
  Tra me ed il Maccarone non ci furono mai strette relazioni -- Posso dire soltanto che una volta, tre anni e mezzo fa, il Maccarone insieme a sua moglie, a sua figlia e ad una sua zia, senza il sacerdote Di Maggio, venne a S. Giorgio in casa mia, dove tutti passarono la giornata divertendosi e mangiando pure.
  Nicotra-- Tre o quattro giorni dopo la notte del furto degli ostensorii, non si recò da te per dirti qualche cosa o per farti qualche raccomandazione Giuseppe Fazio, il genero di Vincenzo Motta?
  Torrisi--Da me non venne nessuno a farmi delle raccomandazioni--Ricordo soltanto che pochi giorni pria di uscire dal Carcere Agatina Motta, che era stata arrestata pel furto degli Ostensorii, un giorno mentre da casa mia mi recava alla Cattedrale, in contrada Guardia del Fortino incontrai certo Ciccio Lo Re, il quale mi avvicinò, mi disse che usciva dal carcere ed a nome di qualcuno della famiglia Motta, di quelli precisamente che erano nel carcere, mi raccomandò che ove fossi interrogato dalla Giustizia avrei dovuto dire che tra la detta famiglia e il prete Di Maggio non vi erano strette relazioni d'amicizia.
  Pria di licenziarsi l'imputato Torrisi, s'è mostrato il ritratto di Francesco D'Aquino e domandato.
  R. Nel ritratto che la S. V. mi presente, riconosco benissimo quel tale che la notte del furto degli ostensorii si era fermato a discorrere nella sagrestia degli Ordinarii con quell'altro che io giudicai fosse il Maccarone.
  Pria di essere licenziato il Nicotra,
  D. R. Il giovine indicato da Torrisi è il fabbro Ferraio [sic] Giuseppe Consoli che io non avevo voluto nominare pria perchè egli è un mio intimo amico.
  Se il Torrisi non l'avesse indicato con tanta persistenza e precisione, io non lo avrei giammai nominato.
  Prego pertanto la S. V. di risparmiarmi il dispiacere di mettermi in confronto con il Consoli.
  A questo punto il Nicotra non vuol firmare per non far del male al suo intimo amico Consoli Giuseppe.

Interrogatorio di Consoli Giuseppe
(Fog. 428 Vol. 1°--8 maggio 1891).

  D. R. Non conosco il motivo del mio arresto, e neppure lo sospetto non avendo commesso alcun reato.
  Fattogli conoscere il motivo del suo arresto e analogamente domandato,
  R. Sono affatto innocente del furto degli ostensori della Cattedrale non avendo in esso avuta alcuna parte, mi sorprende come si possa dare a me tale imputazione.
  D. R. Non conosco affatto Concetto Torrisi, Paolo Parisi, Gaetano Mazzola, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino inteso il cavaliere, Vincenzo Motta, Carmelo Riela.
  D. R. Conosco soltanto di vista Francesco Maccarone il custode della Cattedrale.
  D. R. I fratelli Salvatore e Francesco Nicotra, Alfio e Salvatore Spampinato sono miei conoscenti, ma non ho col loro amicizia alcuna, sebbene per ragione di buon vicinato sono con loro in relazione di semplice saluto.
  Imperocchè io pria abitava in via Consolazione, e costoro abitavano nella stessa strada a poca distanza da me.
  D. R. Col Torrisi Concetto non posso avere avuto mai dissidio alcuno perchè, come ho detto, io non lo conosco affatto.
  Con Francesco Nicotra poi sono stato sempre da quando lo conosco, vale a dire da circa quattro anni, in relazione di buon vicinanza e di saluto, come ho già detto, nè mai tra me e lui è avvenuta quistione di sorta.
  Non ho testimonii da indicare a mia discolpa.

Interrogatorio Franc. Nicotra.
(Fog. 432, vol. 1.--10 maggio 1891.)

  D. R. Su quanto la S. V. mi domanda, ecco quanto posso dire:
  Tratandosi [sic] di molte persone e di fatti avvenuti alla distanza di due anni se potevo benissimo ricordare con precisione le persone che ebbero parte con me nella delittuosa impresa, potevo facilmente, come avvenne, cadere in qualche errore relativamente a qualche circostanza.
  Difatti Salvatore Spampinato, ricordo benissimo, che venne con tutti gli altri compagni da me precedentemente indicati in via Vittorio Emanuele nelle vicinanze della porta della sagrestia. Errai però nel dire che lo Spampinato si fosse messo in carrozza e fosse venuto con me e gli altri da me indicati, al Trappeto di S. Giovanni La Punta per portarvi gli ostensori rubati. Invece lo stesso Salvatore Spampinato potrà dichiarare alla S. V. che se egli venne a S. Giovanni la Punta insieme a me e ad altri soci del furto, si fu non già quando si portarono gli ostensori in casa del Motta, sibbene [sic] quando si presero di là e si portarono alla grotta delle Colombe.
  In seguito al confronto avuto luogo tra me e il Torrisi, mi son dovuto ricordare, e son sicuro, che la notte del furto degli ostensori non fu lo Spampinato quegli che si mise in carrozza con me e gli altri, ma fu invece Maccarrone Francesco, Salvatore Spampinato, invece, rimase in Catania, dove rimase pure Vincenzo Motta dopo essere uscito dalla sagristia in seguito alla consumazione del furto.
  Di Conseguenza [sic] mi son dovuto pure ricordare che a S. Giovanni la Punta nella casa del Motta al Trappeto gli ostensori furono ricevuti dal Fazio il barbiere, genero del Motta, e non ricordo bene se vi fosse stato l'altro genero del Motta, quel tale che riconobbi già in questo carcere--Dico ciò perchè, secondo ricordo, mi sembra che fossero stati due coloro che ricevettero al Trappeto gli ostensori rubati.
  Siccome ho ricordato, e adesso son sicuro, che il Motta quella notte rimase in Catania, perciò ritengo probabile che il compagno di Fazio fosse stato l'altro genero del Motta--Però in coscienza devo dire che di quest'ultima affermazione io non son sicuro.
  Non ho però alcun dubbio nell'affermare che l'indicato altro genero del Motta, quel tale appunto da me riconosciuto in questo carcere fu colui che ricevette me e gli altri miei compagni quando ci recammo al Trappeto a riprendere gli ostensori per portarli nella grotta delle Colombe.

Interrogatorio di Consoli Giuseppe
(Fog. 437, vol. 1.--13 maggio 1891).

  D. R. Ho mostrato il desiderio di essere inteso della S. V. nuovamente per poterle rassegnare in mia discolpa quanto appresso: Francesco Nicotra nel dire che io avessi preso parte al furto degli ostensori in sua compagnia mi calunnia, e la ragione per cui egli mi vuol calunniare sta, secondo io penso, in questo fatto:
  Nelle ultime elezioni politiche, che ebbero luogo in Catania, io mi trovavo un giorno nella bottega di Alfio Spampinato, nella quale trovavasi, oltre il detto Alfio, i suoi due lavoranti calzolai ed un certo Don Liborio che può essere meglio indicato dallo stesso Spampinato.
  Si parlava delle elezioni e dei candidati, quando trovandosi a passare Francesco Nicotra entrò nella bottega e prese parte al discorso.
  Non so a qual proposito io vedendo il Nicotra molto ben vestito feci la seguente osservazione:
  Tanti galantuomini lavorano dalla mattina alla sera e non riescono a potersi fare un paio di scarpe, e tu, o Nicotra, catena d'oro, orologio, costume, spolverino, bastoncino e cappello a palla, potresti dirmi come fai? Il Nicotra a questo mio discorso non rispose, ma si mostrò turbato in viso come se si fosse offeso. Trascorsi alcuni minuti egli andò via.
  Ecco, ripeto, la ragione per cui, secondo io credo, il Nicotra mi vuol calunniare--Tanto più che dal giorno in cui il Nicotra venne arrestato, per una zuffa avvenuta in una locanda, io non mi era più unito con lui.
  Indico di conseguenza per testimonii in mia discolpa le persone che ho indicato come presenti al riferito discorso.

Interrogatorio Francesco Nicotra.
(Fog. 442, vol. 1.--21 maggio 1891).

  D. R. Non ricordo se, nel tempo, o giorni pria, delle ultime elezioni politiche, io mi fossi incontrato con Giuseppe Consoli nella bottega di Alfio Spampinato, e non ricordo neppure, se il Consoli avesse tenuto discorso relativamente al mio modo di vestire.
  Il certo si è che se un discorso vi fu tra lui e me, non potè certamente produrre alcun dispiacere nell'animo mio e alcun dissidio tra noi due.
  Tanto è vero che io non ricordo più il fatto e che siamo stati sempre intimi amici anche dopo del fatto.
  D. R. Le parole: Giuseppe Consoli, che la S. V. trovò scritte in una parete della casa dove abita mio fratello Giuseppe, furono scritte dallo stesso Giuseppe Consoli una volta che venne a cercar di me e furono scritte perchè quando io mi dovevo recare in Napoli, mi si sarebbe dovuto scrivere indirizzando le lettere per quella città sotto quel nome e cognome.
  Non ricordo però se era lo stesso Consoli o altra persona che avrebbe dovuto dirigermi le lettere in quel modo.
  D. R. A quanto so Giuseppe Consoli prese parte nel furto degli ostensorii perchè fu chiamato da Antonino Consoli con cui era in stretta relazione.

Interrogatorio di Spampinato Alfio
(Fog. 443, Vol. 1.--21 maggio 1891).

  D. R. Conosco che Francesco Nicotra e Giuseppe Consoli sono stati molto amici -- Io li vedevo spesso insieme -- Ricordo che alquanti giorni pria delle ultime elezioni politiche, un giorno si trovarono nella mia bottega i detti Consoli e Nicotra--Quest'ultimo era ben vestito e parlava dei suoi affari e delle sue gite in Napoli ed altrove--Il Consoli avendo ascoltato i discorsi del Nicotra, ed avendolo veduto così ben vestito disse presso a poco così:
  Io lavoro dalla mattina alla sera e non sono ancora riuscito a farmi un vestito, tu non lavori e intanto vesti bene e ti diverti -- A queste parole mi parve che il Nicotra mostrasse di dispiacersi.
  Del resto credo che continuarono ad essere amici perchè, anche dopo quel fatto, ebbi occasione di vederli insieme.
  D. R. Il fatto di cui ho parlato avvenne verso un ora di notte, e non ricordo se nella mia bottega vi fossero altre persone oltre le indicate.

Interrogatorio Paolo Parisi
(Fog. 444, vol. 1°--22 maggio 1891)

  D. R. È verissimo che io vendetti all'orefice Paolo Amendolia, dei piccoli rubini e diamanti, però furono quelli stessi che io dissi alla S. V. di aver venduto ad un commesso viaggiatore.
  Perciò le indicate pietre preziose sono quelle stesse che io ricevetti da Francesco Nicotra e che io, come già dichiarai, vendetti coll'assentimento di costui per il prezzo di L. 40.
  Io, a quanto ricordo, il prezzo fu di L. 40, ma potrebbe essere stato di più.
  D. R. In sulle prime il Nicotra mi aveva detto che quelle erano pietre antiche di sua famiglia; poscia mi confessò che erano un rimasuglio di quelle provenienti dal furto degli ostensori della Cattedrale.
  Mi soggiunse anche che egli, in compagnia del ramaio Sciacca, era stato in Palermo, dove, mediante l'opera di certo Barresi, si erano vendute la maggior parte delle pietre provenienti da quel furto.
  D. R. Francesco Nicotra, non ricordo, se mi avesse rivelato altra circostanza, relativa a quel furto.

Interrogatorio Francesco Nicotra
(Fog. 446, vol. 1°--25 maggio 1891).

  D. R. Ho voluto essere nuovamente inteso dalla S. V. per rettificare un fatto nello interesse di Carmelo Sciacca, col quale sono stato insieme in questo carcere nella infermeria, circa 3 o 4 giorni. Intendo, cioè, rettificare il modo con cui lo Sciacca prese parte alla fusione del metallo dell'ostensorio grande rubato, fusione che, come più volte dichiarai alla Giustizia, ebbe luogo a S. Francesco all'Arena presso Salvatore Spampinato.
  Ora, avendo meglio ricordato, posso affermare alla Giustizia, che lo Sciacca fu chiamato da Francesco D'Aquino e fatto venire in contrada S. Francesco sotto il pretesto che ci si dovea accomodare una macchina d'attingere acqua. Se non che quando lo Sciacca fu nel luogo, e gli si manifestò che era stato tratto colà per fondere il metallo dello ostensorio, egli recisamente rifiutò e voleva tornarsene in Catania--Però il D'Aquino e gli altri colà convenuti, con gravi minaccie lo costrinsero a rimanere ed a fondere l'indicato metallo.
  D. R. Io non fui affatto presente quando furono fatte le minaccie a Carmelo Sciacca.
  D. R. Io non ricordo affatto chi mi avesse riferito il fatto delle minaccie.

Confronto tra Paolo Parisi e Francesco Nicotra
(Fog. 447. vol. 1°--26 maggio 1891).

  Parisi--Ti devi ricordare che fosti precisamente tu che desti a me a vendere alquante pietre preziose, che poi da te stesso seppi essere provenienti dall'ostensorio rubato.
  Nicotra -- Io? Farete meglio a dire alla Giustizia chi ve la ha date.
  Parisi--A me chi me le doveva dare? Infame, sbirro e boia.
  Io in questa faccenda delle pietre non devo essere considerato che come un semplice sensale, giacchè io non presi parte alcuna nel furto degli ostensori.
  Nicotra--Ed io non ho detto punto alla Giustizia che voi la notte del furto siete materialmente venuto con gli altri a rubare gli ostensori. -- Però perchè non dite alla Giustizia tutti i fatti che sono a vostra conoscenza, tanto prima che dopo la notte del furto?
  Parisi -- Ed io cosa dovevo conoscere? Tu puoi saper tutto infame, sbirro e boia -- Maledetto il giorno che quest'occhi ti videro la prima volta.
  Se non fossimo dinanti alla Giustizia non avresti avuto il coraggio di dirmi quel che stai dicendo.
  Nicotra -- Io ho detto, e dico la verità, e voi conoscete i fatti meglio di me; dite alla Giustizia da chi, e come avete ricevuto quelle pietre.
  Parisi--Le pietre me le hai date tu, infamazzo, sbirro, scellerato, ed io le ho vendute ed ho dato i denari a te.
  Nicotra-- A me? E voi proprio davate i danari a me!!
  Parisi -- Sì, scellerato ed infame, te li ho dati nella via del Grande Albergo.
  Nicotra--Potete dire quello che volete, ma nè io vi ho date pietre, nè voi mi avete dato denari.
  Parisi--Scellerato, infame, sbirro, boia, chi ti ha portato dinanzi a me?
  L'ufficio dà atto che a questo punto il confronto non si è potuto continuare perchè il Parisi, che grado grado nel dialogo si era andato riscaldando, e saltato su dalla sedia e schizzando fuoco e fiamme dagli occhi, col viso rosso come un peperone, si è avventato addosso al Nicotra e lo avrebbe afferrato e stretto al collo se non fosse stato impedito dai componenti dell'ufficio stesso.
  E siccome ancora il Parisi strepitava come un assesso, ingiurando il Nicotra, bestemmiando e cercando in tutti i modi di afferrare costui, si son dovute chiamare le guardie carcerarie e farlo immediatamente condurre nella sua stanza--Si dà atto altresì che il Parisi, anche in mezzo alle guardie, nell'atto che veniva condotto via, ha continuato ad ingiurare il Nicotra, a bestemmiare, cercando di svincolarsi dalle guardie, pestando i piedi a terra e dando pugni alle porte dinanzi a cui veniva passando.

Interrogatorio di Torrisi Concetto.
(Fog. 464, vol. 1--13 giugno 1891).

  D. R. Riconosco benissimo le sei lettere che la S. V. mi presenta--Devo far notare però che quella in data 10 settembre 1889, 8 e 24 ottobre 1890, sono tutte di mio carattere, e furono da me scritte ed inviate al mio amico Santi Allegra.
  Quella invece che porta la data del 10 novembre 1890, sebbene fosse stata da me spedita allo stesso Allegra, tuttavia non è di mio carattere.
  Io me la feci scrivere da qualche mio compagno sagristano alla Cattedrale, ma non ricordo più chi me la avesse scritto--Quella poi senza data e con la firma Giuseppe non è neppure di mio carattere, ma ricordo bene che io la feci scrivere dal seminarista Giuseppe Lanza Russo: nome che pur leggesi sul dorso della stessa lettera.
  D. R. Se la lettera, di cui ora ho parlato apparisce diretta a me stesso, si fu perchè essa doveva giovarmi di minuta, che io dovevo poi copiare per spedirla a qualche mio amico.
  Il seminarista, che la scrisse per mio incarico, non sapendo a chi dirigerla, la diresse a me stesso.

Interrogatorio di Maccarrone Francesco.
(Fog. 465, vol. 1°--16 giugno 1891).

  D. R. Su quanto la S. V. mi domanda, ecco ciò che posso dirle:
  Tra me e Vincenzo Motta, non vi furono mai motivi d'inimicizia, nè quistioni di sorta.
  Io però avvertivo sempre il sacerdote Di Maggio di allontanarsi dall'amicizia del detto Motta e della costui famiglia, od almeno di non ammetterli tanto di frequente nella Cattedrale, specialmente perchè tanto il Motta, quanto qualche figlio di costui avevano cattiva reputazione.
  Dopo il furto degli ostensori generalmente si sospettava del detto Vincenzo Motta e l'opinione pubblica si sorprese quando intese la condanna del Di Maggio e l'assoluzione del Motta--Quando il Motta uscì dal carcere, la prossima domenica immediatamente alla sua liberazione, verso le dieci del mattino si presentò nella Cattedrale, entrò nella Cappella del Crocifisso e dal custode che là trovavasi, si fece accendere sei lampade e s'inginocchiò in atto di preghiera ascoltandosi anche la messa che cominciò allora a celebrarsi allo altare del Sacramento.
  Il detto Custode si sorprese del fatto, anche per il modo imperioso con cui il Motta si era fatto accendere le lampade, sicchè venne subito da me ad informarmi.
  Non minore fu la mia sorpresa che mi produsse come una scossa nervosa per il grande sdegno che io concepii, sicchè mi mossi diffilato come per inveire contro il detto Motta.
  Se non talune persone che si accorsero del mio movimento mi presero e mi allontanarono. -- Per quanto possano interessare la Giustizia, a quello che io sin'ora ho dichiarato devo aggiungere i seguenti fatti:
  La famiglia Motta come la Giustizia non ignora frequentava con grandissima assiduità l'amicizia del sacerdote Di Maggio.
  Nei primi quattro giorni della festa del Quarantore del 1889, nel tempo delle funzioni ecclesiastiche io potei con dispiacere notare che il Di Maggio dava il caffè al Vincenzo Motta, mentre costui se ne stava nella cosidetta stanza della Giunta, dove trovavansi conservati molti oggetti di valore.
  Non tralasciai di fare al Di Maggio le debite avvertenze, ma egli mi rispose sempre «Fatevi i fatti vostri trattandosi di amici miei che io conosco da molto tempo».
  Appena si seppe del furto degli ostensori, io accorsi nella sagristia e mi sentii mancare le gambe come se mi si rompessero, sicchè mi sedetti sopra uno dei banchi che colà trovavansi--Girai attorno lo sguardo, guardai dapertutto [sic] e notai che non vi era nessuno della famiglia Motta.
  Comunicai allora la mia osservazione a D. Giuseppe il cameriere di monsignor Caff e lo invitai a recarsi dal detto Monsignore a dirgli che l'opinione pubblica accusava la famiglia Motta e che io era dello stesso avviso.
  Il detto cameriere venne di poi a riferirmi che Monsignor Caff gli aveva risposto queste parole: «Adesso c'è la Giustizia, spetta ad essa il fare quel che si deve».
  D. R. Non ricordo le persone che mi presero per le spalle quando io nella Cattedrale cercavo di andar contro il Motta, tanto più che esse non erano persone di mia conoscenza e si trovavano in Chiesa casualmente, e meglio per ragion di culto--Potrebbe però ricordarsi in proposito qualche cosa il custode della Cappella del Crocifisso.
  L'imputato spontaneamente ha soggiunto:
  Una sorella di Vincenzo Motta personalmente ogni mattina recavasi dal sacerdote Di Maggio.

Interrogatorio di Consoli Giuseppe
(Fol. 468 vol. 1.--28 Giugno 1891).

  D. R. Avendo riflettuto su quanto la S. V. ebbe a domandarmi negli scorsi giorni e sulle esortazioni in proposito fattemi, ho creduto conveniente di dover dichiarare alla Giustizia tutta la verità dei fatti che sono a mia conoscenza sul furto degli ostensori della Cattedrale ed ecco quanto posso dichiarare:
  Una notte dei primi del mese di Settembre del 1889 mi trovavo in Villa Bellini a sentire un po' di musica, quando mi si avvicinò Francesco Nicotra, che io conoscevo perchè eravamo molto vicini di casa alla Consolazione. Egli mi domandò che cosa facessi e dove fossi diretto, ed io gli risposi che sentivo la musica e che poi me ne sarei andato a casa. Egli allora soggiunse così: Fammi piacere di venire meco alla Cattedrale dove vi sono degli amici che mi aspettano, vi sono Vincenzo Motta e Carmelo Riela e mi devono consegnare degli oggetti di valore per venderli. Siccome io temo che me li possono prendere in istrada, così mi farebbe comodo la tua compagnia. Io non potendo sospettare che si trattasse di cosa disonesta aderii al suo invito. Restammo a gironzolare ancora un poco in Villa e quindi uscimmo e ci avviammo pian piano verso la Cattedrale.
  Giunti che fummo in Via Vittorio Emanuele a poca distanza della porta della sagristia, trovammo ferma una carrozza ad [sic] un cavallo e a qualche passo di distanza della stessa un gruppo di persone presso a poco cinque, fra le quali ricordo di aver veduto Carmelo Riela.
  Il Nicotra si avvicinò con me a quel gruppo e scambiata qualche parola con qualcuno fece subito un fischio.
  Dopo qualche minuto si aperse la porta della sagrestia nella quale entrammo subito il Nicotra ed io. Altre due persone di quel gruppo entrarono pure dietro a noi.
  Dentro trovammo due vestiti da preti, uno di età matura e di statura piuttosto bassa e con un berrettino nero in testa e l'altro molto giovane e magro. Nella sagrestia trovammo altri due individui, uno alto che era Francesco Maccarone il custode della Cattedrale, e l'altro più corto, ma ben tarchiato che non so chi fosse. Insieme ai due preti vi era un uomo di età avanzata con barba e capelli quasi bianchi, che non so neppure chi fosse. Dopo lo scambio di qualche parola fra le persone da me indicate mi accorsi ben tosto che furono presi dal Nicotra e da qualcun altro di quei tali un ostensorio grande ed uno più piccolo senza base, i quali furono messi e ravvolti in un sacco e portati fuori verso la carrozza.
  In quel momento però io compresi che non si trattava di oggetti da vendere ma invece di un vero furto degli ostensorii della Cattedrale, sicchè grandemente mi turbai e me ne andai subito via salutando il Nicotra il quale mi disse: Domani ce ne parleremo.
  Io non m'interessai più di quello che tutte quelle persone fecero con i due ostensorii rubati.
  Io me ne andai subito in casa mia. Il giorno appresso si seppe poi generalmente l'avvenuto furto; ma io non feci parola in proposito con alcuno e nemmeno domandai spiegazioni a Francesco Nicotra.
  D. R. Nel gruppo di persone da me indicato non vidi nè Alfio, nè Salvatore Spampinato, persone che io ben conosco. Devo però infine dire alla Giustizia che poco tempo dopo l'indicato furto i detti Spampinato cominciarono a mostrarsi, specialmente Alfio, più agiati del consueto e per spiegare il cambiamento spargevano la voce che avean vinto un terno al lotto.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse qualcuno di quelle persone che io vidi nella notte del furto e che non ho saputo nominare difficilissimamente potrei riconoscerlo essendo già scorso molto tempo e non avendo avuto colle medesime che pochi momenti di contatto.
  D. R. Quando tornai dal servizio militare, entrai come lavorante nella fabbrica di letti di Mario Sangiorgio in via Vecchia Ognina.
  Dinanzi alla fabbrica quasi ogni giorno mattina e sera vedeva il Riela che m'indicavano come un grosso appaltatore.
  D. R. Non conosco affatto Antonino Consoli, quindi non posso dire se egli quella notte del furto si fosse trovato in mezzo a coloro che restarono in vicinanza della carrozza.
  D. R. Non è punto vero che io fossi stato condotto sul teatro dell'avvenimento dal detto Antonino Consoli, che ripeto io non conosco.
  D. R. Ritornai dal servizio militare il 29 settembre 1885.

Interrogatorio Consoli Giuseppe
(Fog. 474, Vol. 1.--1° luglio 1891).

  D. R. Ricordo benissimo che nei primi giorni della mia detenzione in questi carceri fui sottoposto dalla S. V. a legale atto di riconoscimento innanzi ad un giovane contadino che io però non riconobbi, nè ricordai di averlo visto altra volta--In seguito a ciò risultando inutile sottoporre il Torrisi a legale atto di riconoscimento abbiamo chiuso il presente verbale.

Interrogatorio Nicotra Francesco
(Fog. 476, Vol. 1°--17 aprile 1891).

  Omissis.... (1)
  D. R. Prima di essere licenziato l'imputato aggiunge: stamane ho veduto nel carcere Francesco Di Paola Mangano che è appunto quel tale Ciccio cocchiere di cui parlai alla S. V. nei miei precedenti interrogatorii.
  Sul proposito avendo ricordato meglio, devo dichiarare alla S. V. che dei due cocchieri di cui parlai, il primo che io indicai col nome di Ciccio, avea inteso il nome di Raimondo, ed il secondo che io indicai col nome Luigi è invece Francesco Di Paola Mangano.
  Il Cocchiere Raimondo di cui sconosco le altre generalità, non ebbe parte soltanto nel furto degli ostensorii, ma egli fu anche colui che portò nella sua carrozza a S. Francesco all'Arena, l'argento rubato, la seconda volta alla bara di S. Agata.
  Omissis.... (2)
  Quando dichiarai alla S. V. relativamente ai cocchieri, non ricordavo il cognome di Mangano, e perciò mi limitai ad indicare costui col nome di Ciccio--Lo avere però indicato Ciccio come il cocchiere che portò gli ostensorii, fu un equivoco in cui incorsi pel fatto che Raimondo, il cocchiere che trasportò gli ostensorii prese poi anche parte, come ho già detto, al furto dello argento.
  L'altro cocchiere, cioè Raimondo, che è reduce dalla galera, lo indicai col nome di Luigi perchè non ricordavo bene il nome suo vero.
  A meglio precisare quest'ultimo individuo, posso dichiarare che è colui il quale, come generalmente si conosce, uccise il boia, e per tale reato riportò la condanna a vent'anni di lavori forzati. Egli soleva frequentare la bettola di lu ziu Puddu lu nanu.

(1) Vedi fog. 416, vol. I, processo originale (17 aprile 1891), vol. I, Ferculo, parte I, Interrogatori--Pag. 47, colonna seconda di questo processo a stampa.
(2) Ibidem -- Pag. 48, colonna prima.


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.