Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. II. -- Ostensori
Parte II. -- Esami testimoniali


VOL. II--OSTENSORI / PARTE II.--ESAMI TESTIMONIALI

Giuseppe Maugeri
(Fol. 1, Vol. 2.--14 settembre 1889)

  D. R. Finite le funzioni religiose, il sagrista maggiore Sacerdote Di Maggio chiuse con chiave tutte le porte della chiesa, che dànno sulla strada, e quindi si passò alla consueta rivista da lui e tutti i sagristanelli e i sediarii, in tutta la navata della chiesa, e non essendosi niente rimarcato, entrammo tutti in sagristia, ove esso Di Maggio chiuse la porta, che dalla chiesa immette nella detta sagristia, con ferro interno.
  Indi i sediarii se ne uscirono dalla porta della sagristia che immette nella via Vittorio Emmanuele.
  Il Di Maggio salì sopra nel suo appartamento e poi, io, e gli altri sagristanelli, siamo rimasti giù nel portone ad attenderlo.
  Si ritirò poi verso le ore dieci.
  D. R. Le funzioni alla Cattedrale finirono verso le ore 8.
  D. R. Quando rincasò il detto sagrestano maggiore, noi altri sagristani lo aspettavamo giù nel portone, Egli chiuse la porta con chiave e ferro dalla parte interna.
  D. R. Egli ritornò, come dissi, nella indicata ora insieme a Don Salvatore suo amico, fabbricante di carrozze in piazza Nuovaluce, ma costui non salì sopra, ma si licenziò appena arrivato innanzi al portone.
  D. R. Come appena si ritirò il Di Maggio tutti noi sagristani salimmo in di lui compagnia nel suo alloggio, ove ci siamo fermati per cinque minuti, e poi ci siamo ritirati nella nostra stanza.
  D. R. Io mi sono coricato nella detta nostra stanza insieme ad altri tre sagristani, cioè: Pietro Nicotra, Vincenzo Sedici e Giuseppe Zappalà.
  E altri quattro sacristani si coricarono accanto la porta dell'ingresso del sagrista maggiore e del finestrone che dà nella via Vittorio Emanuele.
  Questi tali erano: Bonaventura Maugeri, Andrea Distefano, Giuffrida Giuseppe e Giuseppe Corsaro.
  D. R. Io non ho visto il suddetto Di Maggio che avesse posto la chiave della sagristia dietro una porta che dà comunicazione all'allogio del Torrisi.
  Egli come entrò, difilato andò nel suo alloggio chiudendo la porta d'ingresso.
  D. R. Quando il Di Maggio uscì di casa quella sera i lembi del ferraiuolo li aveva rivolti sulla pancia e petto.
  D. R. L'ostensorio che quella sera servì alla funzione, esso stesso Di Maggio, appena finito, lo portò nella sacrista del capitolo e lo conservò nel suo luogo; dove soleva sempre conservarsi.
  Posso affermare che dopo la visita io ho visto il Di Maggio chiudere le porte della sagrestia dei preti e quella del capitolo, la prima col ferro in terno, come dissi, e la seconda con chiave.
  D. R. Nell'alloggio del sudetto prete soleva frequentare Vincenzo Motta e la sua figlia, come ancora questo Don Vincenzo dormì in casa del suddetto prete per più sere.
  D. R. Un giorno o due giorni innanzi al furto, ho visto il detto Don Vincenzo nella sagrista insieme al Di Maggio.
  D. R. Quella sera delle funzioni era in chiesa il custode Francesco Maccarone, ma quando si procedette alla rivista nella chiesa, egli se ne era andato.
  D. R. Oltre alla famiglia del Motta solevano frequentare la casa del prete Di Maggio il suddetto carrozziere Don Salvatore, e la sua famiglia, di sera e di giorno.
  D. R. Non è vero che il suddetto Di Maggio abbia lasciato a me ed ai miei colleghi la chiave del tesoro, lasciò solo le altre chiavi riguardanti la sagrestia.
  D. R. Non mi costa che io quella sera abbia visto il Di Maggio deporre o conservare nel cassettone della sagristia la chiave del tesoro.
  D. R. Quando ritornò il Di Maggio quella sera subito gli abbiamo consegnate le chiavi della sagristia e quella della porta che dà nella strada Vittorio Emanuele.
  D. R. La porta d'ingresso al suo alloggio quando il Di Maggio usciva, di giorno la chiudeva a chiave la sera col solo chiavistello che apre dall'interno e dall'esterno.
  Pria di licenziarlo a domanda risponde:
  Io non so persuadermi come i ladri si potevano introdurre nel suo alloggio per rubargli le chiavi, quando dietro la porta vi dormivano quattro sagristani.
  A Domanda risponde:
  Io sono nativo di S. Giovanni La Punta, conosco certo Lo Porto Salvatore genero a Vincenzo Motta, per avere sposato la di costui figlia che frequentava la casa del prete Di Maggio, ciò pochi mesi addietro.

Concetto Torrisi
(Fog. 4, Vol. 2.--14 settembre 1889).

  D. R. Le funzioni religiose del sei settembre finirono verso un'ora e un quarto di notte, ed immediatamente il sagrista maggiore Di Maggio prese dall'altare maggiore l'ostensorio, lo portò nella stanza della giunta, lo conservò nel suo luogo e chiuse la porta con chiave che si mise in sacca.
  Dopo ciò, si passò alla rivista alle porte della chiesa, chiuse dall'interno con chiave e ferri, ed indi si ispezionò la intera chiesa non trovandosi alcun individuo.
  Tale rivista si passò insieme al Di Maggio ed i sediarii e gli altri sacristani.
  Poscia si entrò nella sacristia dei preti, ove esso Di Maggio chiuse la porta di comunicazione dalla chiesa alla sagrestia con ferro dell'interno, e si raccolse tutte le chiavi delle porte della chiesa.
  I sediarii se ne andarono via uscendo dalla porta che dà in via Vittorio Emanuele.
  D. R. Il custode Maccarone, appena finite le funzioni, se ne era andato via.
  Chiuse, come testè dissi, le porte della sagrestia e della giunta e che i sediarii se ne andarono, il Di Maggio salì nel suo alloggio, ma non so dire se per cambiarsi o per altro, ed uscì col ferraiuolo, ed i lembi del detto ferraiuolo li portava rivolti sul braccio. Ritornò verso le dieci ed un quarto insieme al carrozziere Don Salvatore Carbone. Io, e tutti gli altri sagristani, lo aspettavamo nel portone e rientrato si chiuse la porta nella parte interna con ferri.
  Io consegnai a lui la chiave della detta porta, e tutti i sagristani, assieme a lui, salimmo nel suo alloggio, ove gli consegnammo le altre chiavi ed io me ne andai nel mio alloggio come pure gli altri.
  So che quella notte dormirono dietro la di lui porta, accanto al finestrone che sporge nella via Vittorio Emanuele, i quattro piccoli sagristani, cioè due del monastero di S. Agata, e due della Cattedrale, cioè Bonaventura Maugeri e Corsaro Giuseppe.
  D. R. Continuamente frequentava il suo alloggio il suo intimo amico Vincenzo Motta con la sua figlia, frequentava più spesso il suo alloggio una sorella del detto Vincenzo Motta che abita in Catania, ma non so dove.
  Assieme a costei vi era una sua nipote figlia del detto Don Vincenzo. Cinque o sei, dico meglio, per circa dodici giorni continui dormì col Di Maggio il suddetto Motta, ma se ne era andato due o tre giorni prima del Quarantore.
  D. R. Nel vano che resta innanzi la mia porta del mio alloggio non vidi alcun individuo quella sera.
  D. R. Il carrozziere D. Salvatore Carbone quella sera accompagnò il Di Maggio sino alla porta d'ingresso alla sagristia e se ne andò.
  D. R. La monachella pinzocchera figlia del Motta prima di maritarsi, mesi addietro, soleva frequentare di sera e di giorno la casa del Di Maggio.
  Pria di licenziarlo à soggiunto.
  Quel giorno in cui venne la Giustizia nella chiesa il Di Maggio voleva che io dichiarassi che quella notte avevo dormito profondamente, e di non avere inteso rumore, e di non dire ancora, che i piccoli sagristani avevano dormito vicono al finestrone, accanto la porta d'ingresso del suo alloggio.

Torrisi Concetto
(Fog. 7, vol. 2.--14 Sett. 1889)

  D. R. In appendice alla mia deposizione di stamane, le manifesto, che era consueto di alzarmi io la mattina verso le cinque per il servizio della chiesa e per isvegliare gli altri sagristani, però il mattino del 7 fu il primo ad alzarsi il Di Maggio ed entrò nella mia stanza a svegliarmi, poichè quella notte io avevo dormito poco o niente per essere stato molestato dagli insetti, e mi annunziò che aveva visto il tiratoio del suo tavolo aperto e da un cassettino sottratte L. 25, cioè, due biglietti di lire dieci ed un pezzo di lire 5.
  Allora io dissi di chiamare i sagristani, e farli venire su nella sua stanza, cosa che si fece, e, venuti, li abbiamo frugati addosso, ma non vi si rinvenne niente.
  Poi io ed il sagristanello Nicotra siamo scesi nella sagristia, e ci sorpresimo che vedemmo la porta che dà nella via Vittorio Emanuele aperta, come del pari quella che della detta porta comunica colla sagrestia.
  Allora io corsi verso l'altare del Sacramento, ove vi erano sei lampieri di argento e nulla trovai mancante.
  Andai all'altare maggiore ch'era parato a festa con candelabri d'argento ed altri arredi di valore e tutto trovai al suo posto.
  Ritornai nella sagrestia e vidi il detto Di Maggio che frugava nel suo tiratoio per vedere se gli avevano involato cosa, e mi disse, che gli mancavano lire 30.
  A questa sua manifestazione di furto sofferto, mi portai nella stanza della giunta e vidi le due porte aperte e mancante l'ostensorio grande.
  Egli corse dietro a me, ed io gli partecipai la mancanza del detto ostensorio, e freddamente rispose: ora siamo consumati, vediamo se ci manca altra cosa; aprii lo scatolo dove si metteva la sfera d'oro e si vide che mancava il solo raggio.
  Dal contegno del suddetto Di Maggio ed il complesso di tutti i fatti, cioè che le chiavi erano in suo potere e che le porte erano state aperte con le stesse chiavi, come constatai coi miei occhi per essere attaccate alle rispettive toppe, che il furto non poteva essere consumato da estranei; in tale rincontro la condotta del detto Di Maggio al riguardo, mi è sembrata equivoca, non sapendo giustificare il modo come si trovarono le chiavi nelle indicate toppe.
  D. R. Ho visto nel tiratoio del suo tavolo, nella stanza da ricevere, talune posate d'argento, che non furono rubate, ed io a tale constatazione gli feci l'osservazione: come! i ladri vi hanno preso le lire 25 e vi hanno lasciato le posate?
  Egli nulla rispose.

Nicotra Pietro
(Fog. 9, vol. 2.--14 Settembre 1889)

  D. R. Finite le funzioni del Quarantore, la sera del sei volgente il sagristano maggiore Di Maggio [p.111], mentre io accudiva a smorzare le candele nell'altare, si prese la sfera per portarla nella camera della giunta, ma non so se ciò avvenne, perchè io rimasi nella camera dell'altare.
  Dopo si chiusero tutte le porte della chiesa, ed io rimasi sempre nell'altare per custodire la cera e gli arredi di argento.
  Indi il suddetto sagrista maggiore, insieme agli altri sacristani e sediari, passarono alla rivista della chiesa, ed eseguito ciò senza nulla rimarcarsi, ci ritirammo tutti nella sagresta dei preti e fu chiusa la porta di comunicazione dalla chiesa alla detta sagrestia con ferro interno, ma non so dire se la chiave rimase al Di Maggio, o a Concetto Torrisi.
  Il Di Maggio mi disse di bevermi un po' di vino che si trovava avanti la porta della giunta, perchè la porta era chiusa.
  Indi i sediari se ne sono andati via. Io e gli altri sagristani siamo rimasti innanzi la porta che dà nella via Vittorio Emanuele, il Di Maggio salì nel suo alloggio, si prese il ferraiuolo e se ne andò dicendoci che andava all'Ogninella per fare la benedizione. Io e tutti gli altri sagristani siamo rimasti ad aspettare esso Di Maggio, che fece ritorno verso le dieci e un quarto.
  D. R. Non posso dire se il custode Maccarone sia uscito prima, ma la verità si è che io non l'ho visto, nè nella sagrestia nè quando partirono i sediari.
  D. R. Il sagrista maggiore si ritirò quella sera insieme a don Salvatore il carrozziere, ma costui si licenziò innanzi alla porta. Indi questa fu chiusa con la chiave ed i ferri, e tutti salimmo sopra nel suo alloggio e gli furono consegnate le chiavi.
  Dopo alquanti minuti, gli abbiamo baciato le mani e ci siamo ritirati, io ed altri tre compagni, nella stanza del nostro alloggio, ed altri quattro piccoli sagristani dormivano accanto la porta dell'alloggio del Di Maggio, vicino al finestrone che dà sulla via Vittorio Emanuele.
  D. R. Il suddetto Di Maggio nella sagrestia dei preti tiene per suo uso un cassuolo, ma non gli vidi conservare in detto cassuolo alcuna chiave.
  D. R. Quando fummo nell'ufficio della Questura, io ed il Di Maggio, per dare schiarimenti, esso Di Maggio non voleva che io dichiarassi che non avevano dormito vicino al finestrone accanto la sua stanza quattro piccoli sacristani, e quindi mi faceva segnale col piede.
  Il mattino del 7 il Di Maggio che chiamò sopra nel suo alloggio annunziandoci che da un tiratoio del suo tavolo gli mancavano lire 25 e frugò addosso a quei quattro sagristanelli che dormirono accanto la sua porta, ma nulla si rinvenne.
  Disse pure esso Di Maggio che il suo cassuolo della sagrestia era aperto, e quindi si discese giù e si videro tutte le porte aperte, come anche quella della giunta, e quindi si constatò la sottrazione della sfera grande e del raggio d'oro dell'altra.
  D. R. Due o tre sere prima del furto, certo don Vincenzo Motta, amico intimo del Di Maggio, aveva dormito per più notti nel suo alloggio.
  D. R. Frequentavano l'alloggio del Di Maggio tutta la famiglia di detto Motta, e di giorno e di notte.
  D. R. Nella camera del Di Maggio quella notte non ci poteva passare nessuno, perchè innanzi la porta ci erano che dormivano i quattro sagristanelli.

Zappalà Giuseppe
(Fol. 12, vol. 2°--14 settembre 1889).

  La sera del 6 volgente, finite le funzioni della chiesa, io discesi dal campanile in essa e vidi le porte ancora dovevano chiudersi, e sgombrata che fu la chiesa dai fedeli, esse porte furono serrate nell'interno con chiave e ferri.
  Quindi si passò alla visita in tutte le navate della chiesa e non si rinvenne alcuna cosa di rimarchevole. La rivista fu passata insieme ai sediarii.
  Entrati tutti nella sagrestia dei preti, il Torrisi Concetto, chiuse la porta di detta sagrestia che dà comunicazione alla chiesa, i sediarii se ne uscirono dalla porta, e siccome io ero stanco, andai a coricarmi, però vidi uscire il detto Di Maggio, ma non lo vidi quando si ritirò, perchè, come dissi, mi ero coricato.
  D. R. Il Di Maggio per sei notti aveva ricoverato nel suo alloggio il suo amico Motta Vincenzo, ma non so dire se l'ultima sera del Quarantore egli fosse rimasto nell'alloggio del detto sagristano Di Maggio.
  D. R. Soleva venire di giorno e di notte, una pinzochera, figlia del Motta, con una sua zia.
  D. R. Appena finite le funzioni ed io discesi dal campanile, io vidi il custode Maccarrone, ma egli se ne andò prima di farsi la visita nella chiesa.
  D. R. Ho inteso dai miei colleghi che il Di Maggio quella sera si ritirò tardi.
  D. R. La mattina del 7, il Di Maggio chiamò me e gli altri sagrestani, sopra nel suo alloggio, ove vidi gli altri sagristani, sopra nel suo alloggio, ove vidi gli altri sagristani del monastero di S. Agata, e che il Di Maggio si lagnava di un furto di L. 25, commessogli nel suo tiratoio, e che li aveva perquisito addosso, ed io li vidi anche scalzi; poi esso Di Maggio si affacciò al finestrone che dà nella sagrestia e disse: anche il mio cassuolo hanno scassinato?
  Quindi tutti scesimo giù, ed egli si occupò ad osservare il suo cassone e si vide la porta della sagrestia che dà nella chiesa aperta, come anche la porta del capitolo e quella della giunta, e si constatò, come diceva il Di Maggio, il furto della sfera grande ed il raggio dell'altra sfera e le chiavi di questi due ultime porte conficcate nelle toppe, come pure aperta la porta che dà in via Vittorio Emanuele.
  D. R. Appresi per riferto, che quella sera, dietro la porta del Di Maggio accanto il finestrone, dormirono i due sagristani Maugeri Bonaventura e Giuseppe Corsaro ed i due del monastero S. Agata.
  D. R. A me il Di Maggio non fece alcuna suggestione per dire che quella notte io era in preda a profondo sonno, ma lo disse a Concetto Torrisi, e costui me l'ha riferito.
  D. R. È mio giudizio che i ladri che si volevano introdurre nell'alloggio del Di Maggio certo non avrebbero lasciato vivi quei quattro sagristani che dormivano dietro la porta.

Luciano Russo
(Fol. 15, vol. 2° -- 14 settembre 1889).

  D. R. La sera del 6 volgente, verso un'ora di notte, furono finite le funzioni nella Cattedrale, e dopo sgombrati i fedeli, come di uso con gli altri sediarii e sagristani, ed alcune sere, anche assieme al sagrestano maggiore Di Maggio, dopo chiusa la porta esterna della chiesa dalla parte interna della chiesa, e non avendo niente osservato in contrario, siamo entrati in sagrestia, ed abbiamo consegnate le chiavi a Di Maggio, che le conservò in un cassuolo della sagristia destinato per le chiavi, e quindi siamo usciti dalla porta della sagristia che dà nella via Vittorio Emanuele, lasciando in detta sagrestia il Di Maggio con gli altri sagristani.
  D. R. Prima che noi fossimo assicurati, dalla chiesa aveva visto, dopo finite le funzioni, il Di Maggio pigliare l'ostensorio grande e portarlo nella stanza della giunta, ma non posso dire se egli avesse chiuso la porta.
  D. R. Il custode Maccarrone non ha obbligo di fare la rivista della chiesa; appena finite le funzioni egli se ne era andato prima di noi altri sediarii.
  D. R. Trafficava l'allogio del Di Maggio, spesso il di lui intimo amico Vincenzo Motta, e nel corso del Quarantore io lo vidi che si pigliava nella sagresta il caffè.
  D. R. La mattina del 7, intesi dire dai sagristani, che il Di Maggio, appena finite le funzioni, se ne era uscito di casa a spasso per la città, e che si era ritirato verso le dieci e un quarto.
  D. R. Il modo come è avvenuto il furto mi pare misterioso, perchè le chiavi erano presso il Di Maggio, e quel mattino mi parve perplesso e confuso, e precisamente, perchè egli non sapeva giustificarsi come erano state aperte le porte con le rispettive e identiche chiavi.

Gaetano Catania
(Fol. 17. vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Io sono uno dei sediarii, e messo del capitolo della cattedrale; la sera del 6 volgente, finita la benedizione e sgombrati dalla chiesa i fedeli, io, assieme agli altri seggiaiuoli e sagristani, chiusimo le porte esterne della chiesa con le chiavi e con i ferri, indi passammo la consueta visita dell'intiera chiesa, e non ci fu dato di trovare alcuno individuo occultato.
  Dopo ciò entrammo nella sagrestia, consegnammo le chiavi della chiesa al sagristano maggiore, che furono depositate in un cassuolo della sacrestia, e poi ci siamo licenziati dal detto sacristano ed uscimmo dalla porta che sbocca nella via Vittorio Emanuele. Lasciammo in detta sagrestia il detto sagrista maggiore e gli altri sagristanelli.
  D. R. Il detto sagrista maggiore nell'atto della rivista si trovava a passare dalla chiesa alla sagrestia e viceversa.
  D. R. Non mi accorsi che dopo finita la benedizione esso Di Maggio abbia preso la sfera grande per portarlo nella stessa stanza della giunta.
  D. R. Bazzicava nella casa di detto Di Maggio Vincenzo Motta, intimo suo amico, come qualche volta vedeva costui insieme a sua figlia nella sagrestia; e tempo addietro, nella festa di S. Agata, nell'Agosto ultimo, la vidi nella sagrestia in compagnia al di lei marito, che non so come chiamasi.
  D. R. Tutte le chiavi delle porte della sagrestia, del capitolo e della giunta, rimanevano presso il Di Maggio, che se le portava sopra nella sua stanza.
  D. R. Il mio giudizio è quello che non si poteva penetrare nella stanza del Di Maggio, e quindi, il furto in parola, è un mistero ed una storiella inventata dal prete Di Maggio, come lui l'ha riferito nella mattina quando si divulgò il furto.
  D. R. Il contegno del Di Maggio quella mattina era confuso e perplesso, poichè alle domande che a lui si rivolgevano, non sapeva punto scagionarsi.

Marletta Gaetano
(Fog. 19 vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. La sera del 6 corrente, dopo finita la benedizione, e sgombrati i fedeli dalla chiesa, io di conserva agli altri seggiaiuoli e sagristanelli, chiusimo le porte esterne della chiesa con ferri e chiavi dalla parte interna, poscia passammo alla rivista della detta intiera chiesa e non ci fu dato di osservare alcun individuo occultato.
  Quindi entrammo nella sagrestia e consegnammo le chiavi ad uno dei sagristani uscendo noi tutti i seggiaiuoli dalla parte della sagrestia che sporge alla via Vittorio Emanuele, lasciando in detta sagrestia il Di Maggio e gli altri sagristi.
  D. R. Il custode Maccarrone nel tempo delle funzioni era in chiesa, ma se ne uscì prima di noi altri sediari.
  D. R. Appena finita la benedizione, il detto Di Maggio prese la sfera grande dall'altare maggiore e la portò nella stanza della giunta, ove io vidi che chiuse la porta con chiave.
  D. R. Per penetrare nello alloggio del sudetto Di Maggio è impossibile, salvo che i malviventi si fossero introdotti dai finestroni.
  D. R. Per referto dei sagrestani ho inteso che quella notte accanto alla porta d'ingresso del suo alloggio vicino al finestrone avevano dormito quattro sagristani.
  D. R. Il contegno del Di Maggio quella mattina del divulgato furto, mi pareva alquanto confuso e non mi persuase la storiella da lui raccontata di avergli rubato le chiavi.

Salimbemi Giuseppe
(Fog. 21 vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. La sera del sei volgente, dopo finita la benedizione e che i fedeli erano sgombrati, io insieme ai seggiaiuoli e sagristani, dopo avere chiuso le porte esterne della chiesa dalla parte interna con le chiavi e coi ferri, passammo alla rivista in tutte le navate della chiesa e non abbiamo trovato alcun individuo; indi si entrò nella sagrestia e le chiavi furono consegnate ai sagristani; poscia con i seggiaiuoli ce ne siamo usciti dalla parte della sagrestia che sporge nella via Vittorio Emanuele, lasciando il sagrista maggiore Di Maggio e gli altri, nella sagristia.
  D. R. Non mi accorsi se il custode Maccarrone fosse uscito prima di me e degli altri.
  D. R. Non vidi levare dal prete Di Maggio la sfera grande dall'altare maggiore per portarla nella stanza della giunta, perchè in quel momento io mi trovavo sull'organo per rassettare i mantici.
  D. R. Le chiavi della sagrestia e del tesoro le conservava Di Maggio e le tratteneva presso di se nella sua stanza.
  D. R. Il contegno del Di Maggio quel mattino del divulgato furto mi pareva confuso.
  D. R. I ladri non potevano affatto penetrare nel suo alloggio.
  La storiella che egli riferiva quel mattino che i ladri potevano entrare dal finestrone che dà nel corso Vittorio Emanuele ciò non è verosimile, perchè come intesi dire, che quella notte dormirono dietro il detto finestrone accanto alla sua porta quattro sagristani come pure dalle finestre che dànno nella villetta, perchè in quella stanza dormiva il sagrista Concetto Torrisi.

Cimino Giuseppe
(Fog. 23 vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Finita la benedizione, la sera del sei andante alla Cattedrale pria che sgombrassero i fedeli e si chiudessero le porte, io vidi il prete Di Maggio, levare dall'altare maggiore la sfera grande e portarla nella stanza della giunta e vidi che egli chiuse con chiave la porta della sudetta stanza perchè in quel momento io mi trovava nella sagrestia a prendere i lumi per la rivista.
  Furono chiuse le porte esterne della chiesa dalla parte interna con chiave e ferri.
  Indi si passò alla rivista e non si notò la presenza di alcun individuo.
  Passammo nella sagrestia e consegnammo le chiavi al Di Maggio e ce ne siamo andati via dalla porta della sagrestia che sbocca nella via Vittorio Emanuele.
  D. R. Non mi accorsi se il custode Maccarrone sia uscito pria o dopo di noi.
  Nella chiesa e sue adiacenze è impossibile che fossero penetrati ladri.
  Accorsi nella chiesa, quando si divulgò il furto, ma non ebbi occasione di avvicinare, e sentire che diceva il Di Maggio.

Giuseppe Viola di Carmelo
(Fog. 24, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Io nelle festività che si celebrano alla Cattedrale, aiuto il mio cognato Gaetano Catania.
  Nella sera del sei volgente lo assistei e quando la popolazione sgombrò dalla chiesa, da tutti i seggiaiuoli e sacristani si chiusero le porte esterne dalla parte interna con chiave e ferri, e si passò alla rivista, e non si notò la presenza di alcun individuo occultato.
  Indi si entrò nella sacrestia, e si consegnarono le chiavi non ricordo se al sacristano maggiore, o ad altro sacrista, e tutti ce ne siamo usciti dalla porta che sporge nel corso Vittorio Emanuele.
  D. R. La dimani intesi il furto avvenuto nella chiesa cosa che mi sorprese, e quindi non sono in grado di riferire i discorsi che egli in tale congiuntura teneva.
  D. R. Non mi sono accorto che dopo finita la benedizione, il Di Maggio si avesse preso dall'altare la sfera grande per conservarla nella stanza della Giunta.
  A tutt'altre domande nulla sa rispondere.

Giacomo Signorelli
(Fog. 26, Vol. 2.--14 settembre 1889).

  D. R. La sera del sei corrente fui nella chiesa della Cattedrale per aiutare il mio principale.
  Finita la benedizione sgombrata la gente si chiusero le porte esterne dall'interno con ferri e chiavi.
  Si passò poi a minuta visita di detta chiesa e non si rinvenne alcun individuo.
  Indi le chiavi furono consegnate al sacrista maggiore e ce ne siamo usciti dalla porta della sacristia che dà nel corso Vittorio Emmanuele.
  La mattina intesi dire che un furto di sfere era stato fatto nella sera precedente in detta chiesa.
  Io ho creduto ciò una fandonia, perchè nella chiesa e sue adiacenze non può penetrare alcun individuo, e portatomi in chiesa per rilevare alquante sedie, entrai in sacrestia ed appresi la realtà dell'avvenimento.
  Vidi il sacristano maggiore e gli altri sacristanelli, ma col primo non tenni discorso e non seppi cosa esso diceva.
  D. R. Il custode Maccarrone non ho visto quella sera se sortì prima di noi, ma possibilmente sia sortito prima, perchè non ha obbligo alla visita della chiesa.

Francesco Andronico
(Fog. 28, Vol. 2.--14 settembre 1889)

  D. R. Il mattino del 7 corrente alle ore tre e mezza antimeridiane uscii dalla mia casa di abitazione sia al Trappeto per portarmi nel fondo alla Zia Lisa, di cui il Sig. Lo Giudice Filippo è agente giudiziario, per assistere a talune consegne di vino come fattore e passando nanti la casa di Lo Porto Salvatore e precisamente nanti il suo portone, vidi un carrozzino ad un cavallo, fermato.
  Dimora attualmente presso Lo Porto il suo suocero Motta Vincenzo.
  La carrozzella era fermata nanti il cancello del portone, però a causa del buio, non mi fu dato vedere se dentro la stessa vi fossero persone però notai che il cocchiere nemmeno era in serpe.
  Per la stessa circostanza del buio non rilevai il numero che portava la carrozzella.
  Tirai dritto nel mio cammino e mi portai nel fondo alla Zia Lisa.
  Dopo sbrigato il lavoro colà feci ritorno per la mia abitazione, e passando per questa città di Catania, intesi notoriamente parlare del furto commesso nella notte alla Cattedrale di due ostensorii.
  Alla qual cosa fermai la mia attenzione, sul riguardo che il sacrestano maggiore di detta chiesa è intimo amico del Salvatore Lo Porto e del di costui suocero, e che quella carrozzella da me osservata nanti il cancello del detto Lo Porto, avesse avuto per fine di aver condotto colà il detto sacristano maggiore, formando giudizio che autore del furto fosse stato esso stesso sacristano maggiore, con partecipazione del suddetto Lo Porto e Motta.
  Tranne delle deposte circostanze nulla mi consta.

Sacerdote Giovanni Magri
(Fog. 30, vol. 2.--14 settembre 1889)

  D. R. La sera del 6 volgente mese, senza essere stato invitato, il sacrista maggiore della Cattedrale Sacerdote Domenico Di Maggio, frettoloso si presentò nella chiesa Ogninella, ove io fungo da rettore, e precisamente nell'atto che sortiva per la benedizione.
  Egli volle prendere parte alla funzione, io gli cessi la cotta ed egli funzionò come mastro di cerimonia.
  Finita la benedizione se ne andò.
  Egli dimorò in chiesa circa dieci minuti.

Corsaro Giuseppe
(Fog. 31, vol. 2.--14 settembre 1889)

  D. R. Dopo la funzione religiosa del quarantore in questa Cattedrale chiesa [sic] e dopo che i fedeli aveano sgombrata la chiesa; assieme agli altri sagrestani e seggiaiuoli si chiusero le porte esterne, di detta chiesa con chiavi e ferri; dopo ciò si passò alla rivista in tutte le navate, nel coro ed in altre località, e non si notò la presenza di alcuno individuo.
  Si passò nella sagrestia, si chiuse la porta di comunicazione alla chiesa ed i sediarii se ne sono andati via dalla porta che immette nel corso Vittorio Emanuele.
  Il sacrestano maggiore Di Maggio avea chiusa la porta della giunta con chiave prima di farsi la visita.
  Io e gli altri sacristani siamo rimasti nanti la sudetta porta, ed il detto sacrista maggiore; non ricordo bene se salì sopra per pigliarsi il ferraiuolo e sortì, facendo ritorno verso le ore 10 e mezzo; al suo ritorno, dopo di aver chiuso la porta che dà nel Corso Vittorio Emanuele con chiave e ferri dall'interno tutti salimmo sopra.
  Esso Di Maggio s'introdusse al suo alloggio. Alcuni dei miei compagni si coricarono nella stanza loro assegnata, ed io con altri tre, nel pianerottolo del finestrone accanto alla porta d'ingresso del suo alloggio.
  Nel corso di quella notte io non intesi rumore alcuno, come di entrata ed uscita dall'alloggio del detto sacrista.
  Le soggiungo, che quando si ritirò esso Di Maggio, era in compagnia di un altro che lo lasciò appena arrivato alla soglia.
  D. R. Le chiavi della giunta e della sacrestia del capitolo le teneva esso Di Maggio.

Antonino Romeo.
(Fog. 33, vol. 2--14 settembre 1889).

  Io assistetti all'ultima funzione del quarantore nella sera del sei corrente.
  Non assistetti alla rivista della chiesa perchè me ne stiedi in sacrestia. Indi me ne uscii fuori.
  Ritornato vidi i sacristani che stavano innanti la porta che dà nel corso Vittorio Emanuele.
  Me ne sono salito sopra assieme ad altri tre sacristani e mi sono coricato con essi vicino al finestrone accanto alla porta dell'alloggio del sacrista maggiore.
  Quella notte a causa del sonno profondo non avvertii alcun rumore, nemmeno mi sono accorto quando rincasò il detto sacrista maggiore.

Distefano Andrea
(Fog. 34, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Siccome mio fratello Camillo Distefano è sacristano della badia S. Agata, l'ultima sera del quarantore assistette alle funzioni della Cattedrale, e siccome egli si coricava in essa chiesa, e precisamente nella stanza destinata ai sacristani, così quella notte io dormii in detta chiesa assieme ad altri tre ragazzi sacrestani, e precisamente ci coricammo vicino il finestrone che resta accanto alla porta d'ingresso del sacristano maggiore.
  Nel corso di quella notte non avvertimmo alcun rumore.
  Quando si ritirò il sagrista maggiore, io lo vidi ritirare ed entrare nella sua stanza, perchè ancora non ero addormentato, e si chiuse la porta dalla parte interna col ferro.

Bonaventura Maugeri
(Fog. 35, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Io sono sacrista della Cattedrale. L'ultima sera del quarantore, dopo essersi finite le funzioni e la chiesa sgombrata dalla gente, si chiusero le porte esterne di essa chiesa con chiavi e ferro dalla parte interna, si passò alla visita della chiesa, e non fu notata la presenza di alcun individuo.
  La visita si fece assieme ai sediarii, si passò nella sacrestia e si riunirono tutte le chiavi, che quando si ritirò il sacrista maggiore gli furono consegnate.
  Dico le chiavi della chiesa, mentre le altre della sagrestia e della giunta le aveva lui addosso.
  I sediarii uscirono dalla parte che dà nella via Vittorio Emanuele, e gli altri ci fermammo sulla soglia di detta porta, perchè il sacrista maggiore se ne era uscito ed attendavamo il suo ritorno, che avvenne verso le 10 e mezzo.
  Taluni dei miei compagni si coricarono nella loro stanza.
  Io e gli altri ci siamo coricati sotto il finestrone vicino alla porta di alloggio del suddetto sacrista maggiore.
  Nel corso di quella notte, nè io nè gli altri, abbiamo avvertito rumore, nè aprire o chiudere la porta di alloggio del ripetuto sacrista, perchè vinti dal sonno.

Isaia Nicolò
(Fol. 36, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Posso testificare, con tutto onore e coscienza, che la serratura di chiusura alla porta della giunta si avea un segreto che io stesso ho fatto fare sedici anni fa dal maestro chiavettiere che abita dietro il convitto di nome Orazio, e che il sacrista Di Maggio conosceva il detto segreto, e quindi a nessun altro era dato di aprire quella porta.

Concetto Torrisi
(Fol. 37, vol. 2° -- 14 settembre 1889).

  D. R. La chiave che serviva per chiudere la porta della giunta, ove si custodiscono gli oggetti di valore, avea un segreto, e questo segreto lo sapeva il sagrestano Di Maggio.
  Nel mese di agosto u. s., Motta Vincenzo portò nella sagrestia due catenacci, ma non posso dire se li ha consegnati al Di Maggio, ma probabilmente li ha consegnati a costui.
  Essi catenacci, dopo quindici giorni dell'avvenuto furto alla Cattedrale, li vidi in un cassettone della sacristia.
  D. R. Ignoro il motivo per cui il Motta portò quei catenacci.
  Io soggiungo che il sacrista Di Maggio, aveva la chiave della serratura, che chiudeva il suo alloggio, col segreto.

D'Agata Salvatore
(Fol. 38, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Una sera di settembre ultimo, di cui non ricordo il giorno, verso un'ora di notte uscii indispettito dalla mia casa a causa dei miei figliuoli, e passando avanti la bottega di Giuseppe Fazio, costui per farmi distrarre, mi fece entrare nella sua bottega facendomi vedere un giochetto di un ometto che salterellava dentro una bottiglia.
  Poi mi fece osservare altri giochetti, con altri pupattoli che vende nella sua bottega, e così stiedi colà sino a tre ore di notte circa.
  La dimane della sudetta sera, corse voce nel paese che era stato perpetrato un furto di due ostensorii nella Cattedrale di questa.
  D. R. Mia moglie, fu presente ai giuochi, ma venne nella cennata ora a chiamarmi per ritirarmi. [Sembra che qui manca la parola "non". --NdR]

Stella Laudani
(Fol. 39, vol. 2°--14 settembre 1889).

  D. R. Io non fui presente nella casa di Fazio quella sera che egli fece vedere a mio marito taluni giuochi, solamente accedei in casa di lui verso le tre ore di notte per chiamare mio marito e ritirarmi.
  La dimane appresi per voce pubblica che nel giorno innanzi si era consumato un furto alla Cattedrale di questa, di due sfere.

La Rosa Agata fu Giuseppe
(Fol. 40, vol. 2--14 settembre 1889).

  D. R. In una sera dei primi di settembre ora scorso, verso le ore 3 di notte, passò la mia vicina Stella Laudani e mi disse che si portava nella bottega del barbiere Fazio per chiamare a suo marito.
  Poco dopo li vidi col fatto uscire dalla detta bottega, e ripassando dalla mia casa ci scambiammo il saluto.
  Non ricordo se vidi il Fazio, ma può darsi.

Sacerdote Antonino Chines
(Fol. 41, vol. 2.--14 settembre 1889).

  D. R. Posso assicurare la giustizia, che nella Cattedrale esistevano due ostensorii, uno piccolo di oro, l'altro grande indorato e tempestato di gemme, e con una nuvola di smalto attorno i raggi.
  Tali ostensorii io li vedevo e li maneggiavo sull'altare maggiore nella mia qualità di cappellano.
  La mattina del 7 settembre scorso, recatomi alla Cattedrale, appresi che i detti due ostensorii erano stati rubati, ma ignoro qualunque circostanza relativa al furto.

Sac. Abramo Giuseppe
(Fol. 42, vol 2. -- 14 settembre 1889.

  D. R. Posso assicurare che in questa Cattedrale esistevano due ostensori: uno piccolo d'oro, l'altro più grande indorato e tempestato di pietre preziose, e con una nube di smalto ed un angiolo d'oro attorno e sotto i raggi.
  Tali ostensori vennero disgraziatamente rubati la notte del 6 al 7 settembre scorso, siccome appresi la mattina seguente.
  Gli ostensori sudetti si conservavano in un ripostiglio sotto chiave che tenevano i superiori, e si erano usciti appositamente per servire nei giorni del quarantore, rimanendo affidati al sacristano maggiore per conservarli in apposita stanza, di cui egli teneva le chiavi.
  Il detto sagrestano maggiore, si chiama Domenico Di Maggio.
  Nessuna circostanza conosco relativamente agli autori del furto.

Carbone Rita
(Fol. 43, vol. 2.-- 14 settembre 1889).

  D. R. In occasione che io e le mie sorelle frequentavano la Cattedrale, contrassimo amicizia col prete Di Maggio, amicizia pura e sincera, e quindi egli, di quando in quando, frequentava la nostra casa e stava con noi in conversazione, e siccome noi ci trovavamo in ristrettissime finanze, egli ci diede qualche sussidio in cose di vettovaglie e di denaro in pochissime lire, e codesta sua carità faceva sì che gli eravamo molto grati, e nelle lettere che scriveva mia sorella Agatina al detto Di Maggio a nome di tutta la famiglia lo ringraziava delle amorevolezze usate a nostro riguardo.
  D. R. Una sola volta, io, assieme alla mia famiglia, siamo stati nell'alloggio del Di Maggio e si fu la sera del 3 febbraio, passato anno, per vedere i cantanti e l'artifizio di fuoco.

Carbone Antonia di Salvatore
(Fol. 44, vol. 2.--14 settembre 1889).

  D. R. In occasione che io e le mie sorelle frequentavano la Cattedrale, contrassimo amicizia col prete Di Maggio e ciò rimonta a circa 3 anni addietro, e quindi si allacciarono pure ad oneste intime relazioni di amicizia, e siccome versavamo in triste posizione economica. egli, a titolo di carità, ci apprestò dei sussidii, e quindi io e la mia famiglia gli serbavamo gratitudine, e le lettere che scriveva la mia sorella Agatina al suo indirizzo a nome di tutta la famiglia altro fine non si avevano che quello testè detto.
  E se il detto prete, di quando in quando, frequentava la nostra casa, e noi la sua, non vi era alcuno scopo secondario.
  L'ultima volta che ci recammo in casa del detto Prete si fu il passato anno in occasione della festa di S. Agata, per vedere i cantanti e l'artifizio di fuoco.

Maria Carbone
(Fog. 45, vol. 2. -- 14 settembre 1889).

  D. R. Da tre anni circa addietro, contrassimo amicizia col prete Di Maggio, nell'occasione che io e le mie sorelle frequentavano la chiesa.
  E siccome la famiglia mi è versata in positivi bisogni, così ricorsimo alla di lui carità, ed egli ci apprestava qualche sussidio, e non essendo in grado di poterlo soddisfare, così nelle lettere che gli scriveva mia sorella Agatina, gli manifestava la nostra riconoscenza e gratitudine.
  Qualche volta siamo state nel suo alloggio e precisamente l'ultima volta si fu nel febbraio passato anno, in occasione della festa di S. Agata.
  Null'altro è a mia conoscenza. (1)

(1) N. B. -- Le precedenti dichiarazioni testimoniali, cioè, dal fol. 1 al 45, si riferiscono al carico relativo al sac. Di Maggio; si omettono quindi altre dichiarazioni, cioè, sino al foglio 63, perchè riflettono sempre il detto Di Maggio.

Amendolia Paolo
(Fog. 64, vol. 2° -- 22 marzo 1891).

  D. R. Circa due o tre mesi dopo il furto degli ostensori della Cattedrale, mi si presentò un giorno Paolo Parisi offrendomi in vendita molte pietre antiche di pochissimo valore, cioè, a quanto ricordo, circa trecento diamantini e circa trecento piccoli rubini.
  Io le esaminai e veduto che eran cose di ben poco conto, e non sospettando quindi sulla legittimità della loro provenienza, trattai per la compra delle stesse e conchiusi, infatti, il negozio per il prezzo di circa centoventi o centoventicinque lire, somma che io pagai in due rate e nel termine di giorno dieci.
  Delle dette pietre non mi rimangono ancora che circa duecento rubini che io ho portato meco indosso e che consegno alla giustizia.
  In settembre od ottobre ultimo mi si presentò un giorno lo stesso Paolo Parisi, offrendomi in vendita circa sei rotoli di argento vecchio in verghe.
  Io comprai il detto metallo al prezzo di lire 3 o 3, 25 l'oncia.
  Dopo alcuni giorni si presentò di nuovo il detto Parisi, offrendomi in vendita altri dieci rotoli di argento vecchio in verghe.
  Fu allora che io entrai in sospetto che quella merce che il Parisi portava potesse essere di furtiva provenienza, e di conseguenza manifestati i miei dubbi al Parisi, recisamente mi negai di comprare quell'argento.
  L'ultima volta di cui ho parlato, quando il Parisi venne da me, era circa una mezz'ora di notte ed appena il Parisi andò via io uscii di casa e potei accorgermi che egli si unì ad altri due individui che lo attendevano in quelle vicinanze.
  In uno di quei due riconobbi indubbiamente Francesco D'Aquino inteso il Cavaliere, e nell'altro parvemi di raffigurare la persona di Pasquale Cacciola.
  Non posso però assicurare che fosse stato realmente il Cacciola.
  L'ufficio da atto che il testimone ha esibito centonovantasei piccoli rubini che abbiamo sottoposto a sequestro in un bianco brano di carta le cui estremità sono state assicurate con un suggello su ceralacca rossa, rilevante il timbro dell'Ufficio d'istruzione e sulla parte opposta si è scritta la leggenda di specificazione con le nostre firme.

Paolo Sciacca
(Fog. 66, vol. 2°--5 aprile 1891)

  D. R. Nello scorso mese di marzo un giorno mi si presentò il fallegname Vito, figliastro dell'orefice Antonino Nicolosi, e mi pregò di vendergli un piccolo diamante.
  Tenuto conto della piccolezza della pietra, io non potei dubitare che fosse cosa di illegittima provenienza e perciò mi dichiarai pronto a contentarlo.
  Difatti vendetti quel diamante pel prezzo di lire tre a quell'incisore napoletano che abita in via Politi.
  Io però al fallegname Vito diedi lire due tenendo lira una per mio compenso.
  Circa tre giorni dopo, lo stesso individuo figliastro dello stesso Antonino Nicolosi, venne a trovarmi, e mi propose di vendergli una pietra rossa che io credetti fosse una bella granatina. Io del resto non m'intendo tanto bene di pietre preziose.
  Non avendo compreso, nè sospettato che fosse pietra di molto valore, mi dichiarai, come la prima volta, pronto a servire quel tale.
  Perciò mi recai dal gioielliere Antonino Puglisi, il quale trovavasi in piazza S. Francesco nella sua bottega in compagnia di suo figlio Carmelo e di un suo nipote.
  Appena presentai quella pietra al Puglisi, egli in atto di gran sorpresa mi dichiarò, che essa era un rubino di molto valore e che doveva essere uno di quelli appartenenti all'ostensorio rubato alla Cattedrale.
  Ciò udendo io mi atterii e scappai subito per consegnare quella pietra a colui che me l'aveva data; e di fatti tutto tremante per lo spavento la consegnai al detto Vito in Piazza Stesicoro-Etnea, dove avevamo stabilito che egli mi avrebbe aspettato.
  Il figlio del Puglisi quello da me indicato che era presente nella bottega del padre, e che aveva tutto veduto, vedendomi scappare mi tenne dietro e mi raggiunse nella stessa Piazza Stesicoro-Etnea, momenti dopo che io aveva restituita quella pietra al detto Vito.
  Ricordo meglio anzi, che colui che mi tenne dietro e mi raggiunse, non fu il figlio, ma il nipote del Puglisi.
  Egli raggiunto che mi ebbe voleva sapere cosa fatto io avessi di quella pietra, ed io mostrai a lui la persona a cui restituita la aveva.
  Non tralascio di far notare alla S. V. che quando restituii la pietra al detto Vito lo rimproverai acerbamente per il brutto tiro che fatto mi aveva dandomi a vendere una pietra rubata; ed egli mi raccomandò di far silenzio su quanto accaduto era.
  D. R. Dopo il furto del rubino di cui ho parlato, io non tralasciai d'informare l'incisore Napoletano a cui avevo venduto quel diamante.
  Costui anche egli impauritosi, mi diede subito quel diamante, perchè lo restituissi al detto Vito.
  Io difatti lo portai in casa di detto Vito e non avendolo trovato consegnai il diamante alla madre di lui, la quale mi restituì il prezzo della vendita.
  La madre del nominato Vito, alla quale feci le mie doglianze per l'operato di suo figlio cercando di giustificare costui mi disse che il diamante era stato comperato da lui stesso presso l'orefice Giuseppe Nicosia, e che il rubino era stato trovato in terra dal medesimo suo figlio.

Pellerito Vito
(Fog. 68, Vol. 2.--14 aprile 1891).

  D. R. È vero che io alquanti giorni prima del diciannove marzo u. s. diedi a Paolo Sciacca una pietra rossa, affinchè la vendesse e ne portasse il prezzo.
  Verso il mezzogiorno della stessa giornata, in cui gliela aveva data, egli mi trovò in Piazza Bellini, dove mi restituì la pietra rossa dicendomi di non averla potuto vendere e diedimi lire 2 come prezzo ricavato dalla vendita di quella bianca, dicendomi che la persona che era stata compratrice voluta più non l'aveva.
  Io pronto fui a restituire le due lire che ricevuto avevo dallo stesso Sciacca.
  D. R. Le due pietre di cui avevo parlato, io l'aveva trovato per istrada verso il Fortino, mentre ritornavo dal piano della Tavola.
  Esse quando le trovai erano avvolte in un pezzo di carta bianca.
  D. R. Son pronto a presentare alla giustizia, come realmente faccio, le dette pietre che io ancora ho in tasca.
  Diamo atto che il Pellerito messa la mano fuori, e presentato ci ha, una pietra rossa ed una piccola pietra bianca, che noi abbiamo sequestrato per le occorrenti indagini, ma che non abbiamo repertato dovendosi oggi stesso procedersi a diversi atti.

Puglisi Antonino
(Fol. 69, vol 2.--14 aprile 1891).

  D. R. Il giorno diciannove marzo ultimo, verso le dieci ant., si presentò nella mia bottega in piazza cereali certo Paolo Sciacca, inteso il Babbo il quale mi mostrò e mi offerse in vendita un bel rubino della grossezza di un seme di carrubba.
  Io risposi subito che non voleva acquistarla, ma egli si pose ad insistermi domandandomi per qual prezzo avrebbe potuto venderla.
  Io per tentare di scoprire di che si trattasse gli dissi che gli si sarebbero potute dare L. 25.
  Egli, udendo le mie parole mi porse subito il rubino dicendo: Vossignoria se lo pigli: Mio nipote Carmelo Puglisi che ascoltava quel discorso intervenne subito facendomi osservare che doveva trattarsi di una delle pietre appartenenti all'ostensorio rubato alla Cattedrale, poichè altrimenti, diceva egli, non si sarebbe potuto offrire per L. 25 una pietra preziosa così bella, che può ben vendersi per lire 100.
  Lo stesso mio nipote immediatamente si volse allo Sciacca chiedendogli con grande insistenza di chi avesse ricevuto quel rubino, ma lo Sciacca tutto confuso e tremante conservatosi il rubino in tasca andò via rapidamente dicendo solo per calmare le insistenze di mio nipote: Me l'han dato i parenti di Ninareddu.
  Mio nipote non si contentò dell'avuta risposta, ed andò dietro lo Sciacca per vedere dove costui si recasse.
  Al suo ritorno egli dissemi, che lo Sciacca aveva prima mostrato di volere entrare nella bottega dell'orefice Avolio e poscia in quella dell'orefice Torrisi e che vistosi pedinato da lui (mio nipote) aveva continuato il suo cammino sino in piazza Bellini, dove aveva fatto atto di consegnare qualche cosa a due persone.
  Soggiungevami mio nipote, che avendo veduto tornare indietro lo Sciacca, lo aveva avvicinato chiedendogli conto del rubino, che lo Sciacca avevagli risposto di averlo restituito a quei due, accennando a quelle stesse persone vedute poco pria; dallo stesso mio nipote.
  Mostrata al testimone la pietra esibita dal Pellerito ed analogamente richiesto
  R. Questa è una pietra falsa e di nessun valore e non è punto il rubino di cui ho parlato, il quale del resto era ben più piccola di quella che mi si mostra.
  Faccio inoltre notare alla S. V. che un rubino della grossezza e del valore della pietra che mi si mostra, varrebbe per lo meno lire trecento.

Puglisi Carmelo
(fog. 71 vol 2--14 aprile 1891)

  D. R. Il giorno 19 dello scorso mese mi trovai nella bottega di mio zio Puglisi Antonino quando Paolo Sciacca gli presentava e gli offriva in vendita un bel rubino della grossezza di un seme di carrubba.
  Quando intesi che lo Sciacca si mostrava pronto di cedere quella pietra per il prezzo di lire 25 feci sospetto che essa fosse una di quelle staccate all'ostensorio della Cattedrale.
  Fu perciò che mi rivolsi con insistenza verso lo Sciacca chiedendogli da chi egli avesse ricevuto quel rubino.
  Egli dissemi di averlo ricevuto dai parenti di Ninareddu e tutto tremante e frettoloso andò via come se i miei sospetti manifestati gli avessero grandemente intimorito.
  Io per curiosità gli andai dietro e così potei vedere che egli dopo aver mostrato di volere entrare pria nella bottega dell'orefice Avolio e poscia in quella dell'orefice Torrisi, si recò perchè erasi accorto che io lo pedinava, in piazza Bellini dove si avvicinò a due individui.
  Poscia ritornò ed io allora gli andai incontro chiedendogli conto della pietra, ed egli ancor tremante ed impaurito mi disse di averla restituita a quei due.
  Avendo attentamente osservato il rubino nella bottega di mio zio, sono in grado di riconoscerlo ove la S. V. me lo mostrasse. Mostratogli la pietra presentata da Pellerito e convenientemente domandato
  R. Questa è una pietra falsa e di nessun valore e non è già il rubino di cui ho parlato, il quale del resto era ben più piccola della pietra che mi si mostra.

Puglisi Michele
(Fog. 72, vol. 2.--14 aprile 1891)

  D. R. Il giorno di San Giuseppe mi trovava nella bottega di mio padre in piazza dei cereali ivi si trovava anche mio cugino Carmelo Puglisi quando si presentò Paolo Sciacca, inteso il Babbo, offrendo in vendita un bel rubino della grossezza di un seme di carrubba.
  Mio padre subito rispose di non volerlo comprare, ma poscia alle insistenze dello Sciacca disse che quella pietra si poteva pagare per lire 25.
  Lo Sciacca si trovò pronto cederla [sic] per quel prezzo. Fu allora che prese la parola mio cugino manifestando dei sospetti ed anche io a mia volta dissi che quel rubino doveva essere di quelli staccati dall'ostensorio della Cattedrale.
  Mio cugino domandò pure con insistenza allo Sciacca da chi avesse ricevuto quella pietra e lo Sciacca asserì di averla ricevuta dai parenti di Ninareddu.
  Poscia Sciacca andò via frettolosamente quasi impaurito dei discorsi che noi facemmo.
  Mio cugino andò dietro per vedere lo Sciacca dove andava.
  Quando mio cugino ritornò mi disse che lo Sciacca dopo di aver cercato di entrare in qualche bottega di orefice vistosi pedinato si era posto a passeggiare in Piazza Bellini dove era stato avvicinato da due individui.
  Minuti dopo il mio cugino andò incontro allo Sciacca chiedendogli conto del rubino e lo Sciacca rispose di averlo restituito a quei due.
  Lo Sciacca mezz'ora dopo il ritorno di mio cugino ritornò nella bottega di mio padre, nella quale oltre di me, si trovava certo Fasanaro che credo si nomini Federico e che abita in via Maddem casa propria.
  Lo Sciacca mi pregò di non palesare affatto di tutto quello che era successo poco pria circa il rubino.
  D. R. Se la S. V. mi mostrasse il rubino di cui ho parlato potrei benissimo riconoscerlo.
  Prima di essere licenziato il testimone gli si è mostrato dopo di avergli fatto prestare il giuramento di rito la pietra esibita dal Pellerito estraendola dall'involto di carta ed opportunamente richiesto risponde:
  La pietra che mi si mostra è falsa e di nessun valore, di essere poi il rubino di cui ho testè parlato non è mica vero.
  Successivamente abbiamo involto le due pietre in un brano di carta, le cui estremità sono state assicurate con un suggello in ceralacca rossa rilevante il timbro del nostro ufficio e sulla parte opposta abbiamo scritto la leggenda di specificazione con nostre apposite firme.

Puglisi Caudullo Emanuele
(Fol. 74, Vol. 2.--14 aprile 1891).

  Conosco benissimo i due ostensorii che furono rubati alla Cattedrale e posso sui medesimi fornire alla giustizia alcuni precisi ragguagli.
  Nel milleottocento trentotto il giorno sedici marzo il Vescovo Orlando mi incaricò di restaurare l'ostensorio grande che era in gran parte ricchi [sic] di molti brillanti, rubini, smeraldi e perle.
  Io vi lavorai diciassette giorni con tre lavoranti e l'ostensorio fu pienamente restaurato essendovi state ancora suppliti le pietre preziose mancanti.
  Posso in proposito anzi aggiungere, che tali pietre che si dovettero supplire furono comprate dal Francescano Di Bartolo Calì nipote del detto [Or]lando per il prezzo di onze quarantadue.
  Consegnato l'ostensorio il vescovo per mezzo del suo segretario mi diede in pagamento onze trenta, oltre sei pezzi di tarì dodici destinati pei lavoranti per ragalìa perchè mi avevano assistito.
  Il trono di detto ostensorio era d'oro di carati ventidue e pesava due rotoli, onze 11 e 3 quarti.
  Tutto l'ostensorio era d'un lavoro non comune.
  Secondo appresi dal canonico Benanti esso venne costruito nel 1777 dalla Baronessa Toscano ed entrò nel possesso della Cattedrale nel 1801.
  Nel 1872, portò in casa mia il piccolo ostensorio di oro perchè ne voleva fatto uno consimile per la sua chiesa del SS. Crocifisso della Buona Morte.
  Così il detto ostensorio stette circa 3 mesi in casa mia cioè tutto il tempo che mi fu necessario per la costruzione per l'altro simile ostensorio.
  Posso in tale guisa assicurare la Giustizia, che il trono del detto ostensorio era tutto di oro di carati 18 e pesava onze 19 e 3 quarti.
  Il detto trono era stato rubato nel 1731, ed era stato poscia ritrovato in piazza dei Martiri, precisamente nel punto dove trovasi la chiesa diroccata circa otto anni fa.
  D. R. Circa il valore o la qualità delle pietre preziose dell'ostensorio grande non posso fornire alla Giustizia dati precisi.
  Posso affermare però i brillanti, i rubini, i smeraldi e le perle erano moltissime e di diverse grandezze.
  Ricordo benissimo che la sfera o meglio il trono era contornato di due fila di perle orientali di grandissimo valore, esse sole valevano 4 volte di più di tutte le altre pietre preziose secondo intesi dire dal canonico Benanti, il valore complessivo dell'ostensorio grande si faceva ascendere a onze 6000.

Russo Michele
(Fol. 76, vol. 2.--4 maggio 1891).

  Circa un anno fa l'orefice Angelo Bonanno che era stato lavorante nella mia bottega venne a mostrarmi un diamante incastonato in un anello d'oro domandandomi se quella fosse una pietra vera o puramente falsa.
  Io avendo osservato quella pietra preziosa gli risposi ch'era un bel diamante e poteva valere con l'oro dell'anello da 40 a 45 lire.
  Anzi ricordo meglio, gli dissi che quell'anello con quel diamante poteva comprarsi da un orefice per quaranta a quarantacinque lire.
  In quella occasione il Bonanno disse che quell'anello mi si offriva in vendita da un suo amico.
  Il Bonanno andò via mostrando di avere poca volontà di comprare quell'anello.
  Senonchè passati dieci o dodici giorni per mezzo di un suo cugino mi mandò lo stesso anello con lo stesso diamante facendomi dichiarare che se io fossi stato disposto a comprarlo per il prezzo da me indicato, cioè per lire quarantacinque egli me lo avrebbe ceduto.
  Io risposi che era pronto a comprarlo e difatti mi presi l'anello ed immediatamente pagai la somma di lire quarantacinque.
  In seguito a ciò avendo dopo quattro o cinque mesi costruito una spilla di oro tolsi quel diamante dall'anello e lo incastonai nella detta spilla in mezzo a due zaffiri.
  La spilla di cui parlo è quella che io presentai nel carcere Giudiziario alla S. V. illustrissima in seguito ad invito fattomi dalla S. V. per mezzo del nominato orefice Bonanno.
  Mostrato al testimone la spilla sequestrata dopo di esserci accertati della identità ed integrità del suggello apposto al relativo reperto ed opportunamente richiesto risponde:
  Questa è la spilla della quale testè ho parlato.
  Dopo di che abbiamo avvolto la spilla in un brano di carta le cui estremità sono state assicurate con un suggello in ceralacca rossa rilevante il timbro del nostro ufficio e sulla parte opposta abbiamo scritta la leggenda di specificazione con apposite nostre firme.

Vincenzo Ecora
(Fol. 78, vol. 2.--6 maggio 1891).

  D. R. Non ho avuto relazione alcuna giammai con Francesco Nicotra ed Alfio Spampinato dei quali la S. V. mi parla.
  Io non conosco neppure i detti individui e quindi non posso aver mai costruito anelli od altro per alcuno di essi individui.
  Faccio notare alla S. V. che nella stessa strada in cui trovasi la mia bottega vi è anche la bottega di un altro orefice di cognome Aiello. Null'altro è a mia conoscenza.

Torrisi Giuseppe
(Fol. 79, Vol 2--16 maggio 1891)

  D. R. Spesso per guadagnare qualche cosa soglio comprare degli olivi per tagliarli e venderli alle fabbriche di zolfo e di liquirizia.
  Per tagliare i detti olivi quando li ho comprati ho chiamato fra gli altri a lavorare Salvatore Spampinato che io conosco da circa tre anni.
  L'ultima volta che per tagliare olivi Salvatore Spampinato fu in mia compagnia fu nell'agosto del 1889.
  Non posso precisare il giorno in cui ci recammo in Misterbianco negl'indicati anni e mesi per tagliare i detti olivi, nè il giorno in cui di là facemmo ritorno in Catania.
  Ricordo però che io e Salvatore Spampinato restammo per il detto scopo in Misterbianco quindici o venti giorni.
  D. R. Lavorarono con me e col detto Salvatore Spampinato, Francesco Messina padre e Francesco Messina figlio, il primo tagliando legna sul luogo come faceva lo Spampinato, ed il secondo andando e venendo con me in Catania per trasportare le legna tagliate.
  D. R. Salvatore Spampinato durante i suindicati quindici o venti giorni, come io penso, più volte fu in Catania specialmente per passare in sua famiglia la domenica nel quale giorno a Misterbianco non lavoravamo.
  D. R. Stamane vicino al portone ho incontrato Antonino Spampinato figliastro del nominato Salvatore Spampinato.
  Vedendolo lo avvicinai e gli domandai perchè io fossi stato citato dinanzi alla giustizia.
  Egli mi rispose che avrei dovuto deporre sul fatto del taglio degli olivi in Misterbianco, nel quale ebbe parte Salvatore Spampinato come ho già deposto.

Salvatore Famà
(Fol. 81, vol. 2.--16 maggio 1891)

  D. R. Deve essere certamente un equivoco che ha spinto la Giustizia pel fatto di cui mi si domanda.
  Io non sono stato mai in carcere e non conosco affatto Vincenzo Motta, Giuseppe Fazio e le loro famiglie.
  Io sono addetto alla massaria di Salvatore Spampinato a S. Francesco all'Arena, e sto sempre là, dove lavoro e dove per lo più ricavo i mezzi per la mia sussistenza.
  D. R. Non conosco affatto Concetto Torrisi.
  D. R. Quando la Giustizia venne a S. Francesco per fare ricerca in casa di Salvatore Spampinato tanto la prima quanto la seconda volta io era presente.

Francesco Messina
(Fog. 82, Vol. 2.--16 maggio 1891).

  D. R. Sono socio di Giuseppe Torrisi col quale compro spesso degli olivi e degli altri alberi per tagliarli e poscia venderli con qualche guadagno.
  Tanto io quanto il Torrisi siamo stati solito fra gli altri lavoranti chiamare Salvatore Spampinato.
  Ricordo appunto che l'ultima volta che chiamammo il detto Salvatore Spampinato per tagliare degli alberi di olivo si fu nell'anno 1889 e nel territorio di Misterbianco.
  Non posso precisare nè quando partimmo da Catania per recarci a Misterbianco nè quando di là facemmo ritorno a Catania.
  Ricordo bene però che restammo in Catania ove rimanevamo la Domenica per ripartire poscia per Misterbianco il lunedì di mattina.
  Se non m'inganno il fatto di cui parlo dovette avvenire nel mese di agosto, e forse anche nei principii di settembre.
  Ricordo con precisione che nel tempo che eravamo a Misterbianco erano incominciati i fichidindia e l'uva era quasi matura.
  D. R. Sapevo che ero stato citato per i fatti di cui sopra ho parlato, ma me ne aveva informato mia moglie senza dirmi da chi essa lo avesse appreso.

Alfio Torrisi
(Fog. 84, Vol. 2. -- 16 maggio 1891).

  D. R. Circa due anni fa e precisamente nel milleottocentoottantanove io trasportai col mio carretto delle legna di oliva da Misterbianco in Catania per conto di Torrisi Giuseppe e di Francesco Messina.
  Fra coloro che tagliavano le legna in Misterbianco per conto dei suddetti individui vi era Salvatore Spampinato il quale a detto scopo rimase in Misterbianco circa quindici o venti giorni.
  Il fatto avvenne a quanto mi sembra nel mese di agosto fino ai primi di settembre.
  Devo fare notare alla S. V. che la Domenica non si lavorava e di conseguenza Salvatore Spampinato la sera del sabato ritornava in Catania a donde ripartiva il mattino del seguente lunedì.
  D. R. Le legna che trasportavamo da Misterbianco in Catania io le consegnai in Catania al signor Neddu Fichera che abita in via Madonna della Saletta per la sua fabbrica di zolfo.
  Delle dette legna ne portai pure ad altre persone che non posso precisare.

Aiello Francesco
(Fol. 85, vol. 2.--16 maggio 1891).

  D. R. Conosco Francesco Nicotra perchè costui sopraintendeva ad una bottega in via S. Orsola.
  Durante il tempo in cui il detto Nicotra attendeva nella detta bottega venne da me a farsi costruire un anello con un brillante che egli stesso mi diede.
  Io infatti gli costruii l'anello secondo il suo desiderio.
  Ricordo che il brillante era di ottima qualità.
  Se mi mostrasse quell'anello potrei bene riconoscerlo e riconoscerci anche il brillante che vi incastonai.
  Se il brillante però fosse stato già tratto dallo anello difficilmente potrei riconoscerlo essendo già trascorso tanto tempo da quando lo maneggiai.
  Richiesto il reperto dalla Cancelleria del Tribunale dopo essersi assicurati della integrità dei suggelli fu estratta la spilla che in esso reperto si conteneva e mostratala al ripetuto Aiello analogamente domandato
  R. Il brillante che trovasi in mezzo a due zaffiri incastonati nella spilla che mi si mostra nella dimensione e nella qualità mi sembra simile a quello che io incastonai nell'anello del Nicotra.
  Del resto faccio notare alla S. V. che Antonino Di Bella, orefice che nel tempo in cui avvenne il fatto di cui ho parlato, lavorava presso di me, potrebbe benissimo riconoscere il brillante ove fosse realmente quello dell'anello del Nicotra.
  Dietro di che noi Giudice anzidetto abbiamo involto la suddetta spilla in un pezzo di carta bianca, la quale venne attaccata con ceralacca rossa nelle punte esterne imprimendovi sopra il detto nostro bollo d'ufficio e sulla parte opposta abbiamo scritto la leggenda di specificazione con apposite nostre firme.

Ronsisvalle Liborio
(Fol. 87, Vol. 2.--16 maggio 1891).

  D. R. Conosco Alfio Spampinato perchè se non sbaglio dal maggio dello scorso anno mi son fatto costruire da lui le scarpe per uso mio e della mia famiglia.
  Qualche volta quindi soleva entrare nella mia bottega in via Monserrato.
  Non conosco affatto Giuseppe Consoli il fabbro ferraio che la S. V. mi dice abita in via Monserrato di rimpetto la bottega già di Alfio Spampinato.
  D. R. Conosco Francesco Nicotra per averlo veduto due volte nell'inverno ultimo nella bottega del detto Alfio Spampinato, una volta mentre io passava dinanzi la sua bottega ed una volta mi trovavo nella medesima.
  Fu appunto in quest'ultima volta che lo conobbi, poichè quando egli andò via domandai chi colui fosse.
  D. R. In mia presenza, a quanto mi ricordo, nella bottega dello Spampinato non fu fatto alcun discorso relativamente al modo di vestire del detto Nicotra.
  Null'altro è a mia conoscenza.

Randazzo Biagio
(Fog. 89, Vol. 2.--16 maggio 1891).

  D. R. Conosco, come la S. V. non ignora, tanto Giuseppe Consoli il fabbro ferraio, quanto Francesco Nicotra, ma non ricordo se essi si fossero trovati insieme mai nella bottega dello Spampinato.
  Dunque non posso dire se fra i detti due individui vi fosse stato mai qualche discorso relativamente al modo di vestire dello stesso Nicotra,
  D. R. Lavorava spesso nella bottega di Alfio Spampinato anche il calzolaio Girolamo Scordia che abita in via Cibali nella casa di Don Neddu D'Amico.

Guglielmino Antonio
(Fol. 90,. vol. 2°--16 maggio 1891).

  D. R. Conosco tanto Giuseppe Consoli il fabbro ferraio, quanto Francesco Nicotra, ma secondo quanto ricordo essi non si trovarono mai insieme in mia presenza nella bottega di Alfio Spampinato.
  Quindi è impossibile che io avessi inteso nella bottega tra i detti due individui discorso alcuno relativamente al modo di vestire dello stesso Nicotra.

Anfuso Giovanni
(Fol. 91, vol. 2° -- 18 maggio 1891).

  D. R. Possiedo un piccolo fondo in contrada chiusa Garifo in quel di Misterbianco.
  Nello scorso anno del 1886 [1889!], vendetti alquanti vecchi alberi a Salvatore Spampinato ed a suo figlio Antonino.
  La vendita io la conchiusi con Antonino Spampinato, il quale mi diede una caparra.
  Poscia padre e figlio, l'ultima domenica di agosto del detto anno, mi pagarono l'intiero prezzo della vendita meno L. 50, che furono dopo tanto tempo pagate ad un mio fratello.
  In non so per quanto essi avessero tagliato i detti olivi e a chi li avessero venduto, perchè nella stessa domenica me ne sono ritornato alla Bicocca nel fondo del marchese Sangiuliano dove abito.
  D. R. Ricordo precisamente che l'indicato pagamento avvenne l'ultima domenica di agosto perchè quel giorno era la festa di S. Sebastiano.
  D. R. Quando mi fu pagato il prezzo nell'indicato giorno ancora non si erano incominciati a tagliare gli olivi da me venduti.

Francesco Messina
(Fol. 92, vol, 2°--18 maggio 1891),

  D. R. Nell'agosto passato, e forse nei primi di settembre dello scorso anno, trasportai per conto di Giuseppe Torrisi delle legna di ulivi col carretto da Misterbianco a Catania.
  Tale trasporto durò circa 3 o 4 settimane, durante le quali Salvatore Spampinato stava in Misterbianco a tagliare le dette legna per conto di mio padre e del Torrisi.
  Però il giorno di domenica non si lavorava e perciò lo Spampinato la sera del sabato ritornava in Catania per ripartire da Catania il mattino del lunedì.
  Le legna che io stesso trasportava in Catania, venivano consegnate alla fabbrica del signor Neddu Fichera.

Giacomo Fichera
(Fol. 93, vol. 2°--19 maggio 1891).

  D. R. Avendo ieri saputo dalla S. V. il fatto per cui sono stato citato, ed avendo, per rispondere con più precisione, consultato i miei registri, mi presento per riferire alla Giustizia quanto è a mia conoscenza.
  In diversi anni ebbi occasione di comprare delle legna da Francesco Messina e da Giuseppe Torrisi, i quali a quanto io conosco, sono in società nella compra e vendita di dette legna.
  Da costoro per uso della mia fabbrica comprai anche delle legna nell'anno 1889.
  Però la sola compra che feci da loro nel detto anno si fu nel mese di ottobre.
  Erano legna di alberi di ulivo.
  La consegna delle dette legna mi si cominciò a fare nello stesso mese di ottobre, ed il conto finale con il relativo pagamento, fu fatto in aprile dello scorso anno.
  D. R. Non è possibile che io avessi comprato delle dette legna e dalle dette persone nei mesi di agosto e settembre, poichè la raffineria nei detti mesi non è in azione, e perciò non può consumare delle legna, e perchè altresì se io avessi comprato delle legna nei detti mesi, si dovrebbe rilevare dai miei registri.

Amendolia Paolo
(Fol. 94, vol. 2°--21 maggio 1891).

  D. R. Quando io feci la mia dichiarazione alla S. V. relativamente alle pietre preziose vendutemi da Paolo Parisi io non ricordo [sic] che alquante di quelle pietre erano state incastonate in un finimento d'oro.
  E non lo ricordavo specialmente perchè il detto finimento lo aveva dato in pegno avendo avuto bisogno di denaro, e quindi appena ho potuto pagare la somma che ho avuto in prestito, ho ritirato il pegno che io presento alla S. V.
  Siccome ho pur saputo che, le pietre di cui trattasi e che trovansi incastonate nel finimento da me presentato alla S. V., provengono dagli ostensorî rubati alla Cattedrale ed appartengono alla chiesa, così mi son determinato di restituirle alla chiesa stessa, senza domandare compenso alcuno nemmeno per l'oro che io vi ho impiegato.
  Diamo atto che il testimone ha presentato uno scatolo foderato di velluto rosso e contenente un fermaglio avente 10 rubini ed un altro piccolo e con otto brillantini della stessa grandezza dei piccoli rubini, un anello con 4 rubini piccoli ed un grande, e con 8 diamanti, ed un paio di orecchini aventi ciascuno 6 diamantini ed un rubino, oggetti tutti che abbiamo posto sotto legale sequestro.
  Dopo di che abbiamo noi Giudice anzidetto avvolto lo scatolo in parola contenente gli oggetti di cui sopra è cenno in un foglio di carta bianca le cui estremità sono state assicurate con un suggello di ceralacca rossa rilevante il timbro del nostro ufficio e nella parte opposta abbiamo scritto la leggenda di specificazione con apposite nostre firme.

Sapienza Alfio
(Fol. 96, vol. 2°--25 maggio 1891).

  D. R. Conosco Francesco Nicotra e Giuseppe Consoli, so che costoro erano amici e qualche volta li vidi insieme.
  D. R. Non so se fra di essi qualche volta vi fosse stato qualche quistione.
  D. R. L'ultima volta che li vidi insieme fu, a quanto parmi, circa un anno fa.

Di Mauro Carmelo
(Fol. 97, vol. 2°--25 maggio 1891)

  D. R. Conosco il fabbro ferraio Giuseppe Consoli e Francesco Nicotra e so che costoro erano amici tanto che qualche volta li vedevo insieme.
  D. R. Non so se fra i detti Consoli e Nicotra fosse mai avvenuta qualche quistione.

Castorina Giuseppe
(Fol. 98, vol. 2°--31 maggio 1891).

  D. R. Conosco da circa 2 anni il fabbro ferraio Giuseppe Consoli e feci la sua conoscenza nella occasione che egli veniva di tanto in tanto a farsi radere la barba da me.
  Veniva da me a detto scopo con lunghi intervalli, perchè, sebbene egli non si facesse crescere la barba, tuttavia egli alle volte si faceva radere la barba da altri barbiere che non conosco.
  Quando si aperse il teatro Massimo la seconda volta, il Consoli vi entrò come corista, ed all'uopo andava alla scuola di canto da padre Nicosia.
  Poco tempo prima che si aprisse il teatro Massimo, ricordo benissimo, che il Consoli si era già cresciuta la barba.
  Anzi ricordo pure, che nel tempo che al teatro si facevano le prove egli aveva già cresciuta la barba.
  Durante il tempo che egli si fece crescere la barba io ebbi occasione di acconciargliela una o due volte.

Sciacca Giuseppe
(Fog. 99, vol. 2.--31 Maggio 1891).

  D. R. Conosco Giuseppe Consoli e feci la sua conoscenza, nell'occasione che egli circa sette anni fa, quando era tornato dal servizio militare, veniva a farsi radere la barba nella bottega del barbiere Carmelo, di cui non ricordo il cognome.
  Io era allora commesso nella detta bottega.
  Però, sei o otto mesi dopo, lasciai la bottega dell'indicato barbiere e divenni commesso nel salone di Gaetano Camilleri e mi allocai come commesso nel salone di Villani Sebastiano.
  Dopo circa anni due ritornai di nuovo a prendere servizio presso il Camilleri, presso cui ancora mi trovo.
  Dal tempo in cui io conobbi il Consoli, rimasi con lui sempre in buona amicizia, perciò posso dire, che circa quattro anni fa e mezzo, egli si era fatto crescere la barba ed una volta venne a casa mia per farsela accorciare.
  Dopo qualche tempo se la levò di nuovo intieramente, ma io non so dove se la facesse radere.
  Ultimamente lo vidi di nuovo con la barba cresciuta, e circa due mesi fa, un giorno gliela accorciai io nel salone del sopra menzionato Gaetano Camilleri.
  D. R. Non so da quanto tempo il Consoli si fosse cresciuta la barba quando venne a farsela accorciare da me nel salone del Camilleri, e non posso neppure dire se se la fosse cresciuta da poco o da molto tempo, poichè io d'altronde lo vedevo ben di rado.

Allegra Santo
(Fol. 101, Vol. 2--5 giugno 1891)

  D. R. Ricordo benissimo che il giorno 25 del mese di febbraio del corrente anno, ed or decorso, si presentarono in casa mia un giorno in contrada S. Giorgio un delegato ed altri due agenti di P. S. ed in seguito a perquisizioni mi sequestrarono alcune lettere statemi inviate dal sacerdote della Cattedrale Concetto Torrisi.
  Se la S. V. mi mostrasse le dette lettere potrei benissimo riconoscerle.
  Il sopra nominato Torrisi è mio amico fin da tempo che lui venne ad abitare con la sua famiglia in contrada S. Giorgio.
  Contrassi con lui tale intimità di relazione di amicizia, perchè prima che egli fosse divenuto sacristano, molte volte mi trovai insieme a lui a lavorare.
  Mostrategli le quattro lettere state sequestrate in casa sua contrada S. Giorgio, ed analogamente domandato
  R. Le lettere che mi si mostrano sono appunto quelle che, come ho detto, mi furono sequestrate il giorno 25 febbraio in casa mia dagli agenti di Pubblica sicurezza.

Torrisi Sebastiana
(Fol. 102 Vol, 2 -- 14 giugno 1891)

  D. R. Poco distante dalla contrada detta Scala del Pero, sulla via che mena a S. Giovanni Galermo, ho una bettola nella quale attendo sempre alle richieste degli avventori, perchè mio marito ch'è contadino sta giornalmente in campagna attendendo alla agricoltura.
  Nella mia bettola viene sempre molta gente che io non conosco e che non mi curo di conoscerla badando soltanto al vino che essa consuma e mi paga.
  D. R. Non conosco Francesco Nicotra, Antonino Consoli, Alfio Spampinato inteso Capraro e Carmelo Riela, quindi tutti costoro possono essere venuti nella mia bottega ed essersi riuniti anche più volte senza che io possa affermare nulla in proposito.
  Imperocchè nel via continuo di gente per lo più da me sconosciuta, la S. V. Ill.ma benissimamente deve comprendere, che io non posso neppure notare la particolare fisonomia.
  Null'altro è a mia conoscenza.

Mauro Giuseppe
(Fol. 103, Vol. 2°--17 giugno 1891).

  D. R. Il giorno che si scoperse il furto degli ostensorii della Cattedrale esistente in Catania nella medesima, anche io fui uno di coloro che accorsero nella sagristia dopo che già era venuta l'Autorità Giudiziaria.
  Non ricordo però di aver veduto nella sagristia seduto sopra un tavolo Francesco Maccarone il custode della Cattedrale.
  Ad ogni modo non è punto vero che egli allora mi avesse incaricato di portare qualche ambasciata a Monsignor Caff, che la voce pubblica accusava del furto Vincenzo Motta e la costui famiglia.
  Del resto è scorso ormai tanto tempo che io non potrei nemmeno ricordarlo.
  Null'altro è a mia conoscenza.

Caponnetto Antonino
(Fog. 104, Vol. 2.-- 17 giugno 1891).

  D. R. Dopo che fu fatta la causa contro il sacerdote Di Maggio e Vincenzo Motta, costui la Domenica prossima, successiva alla sua liberazione dal carcere, si recò nella Cattedrale, venne nella Cappella del SS. Crocifisso, dove io sono custode, e volle che io gli accendessi otto lampade.
  Io guardavo di male occhio il sopra menzionato Vincenzo Motta, specialmente pel furto degli ostensorii del quale la voce pubblica lo riteneva autore, e perciò la sua richiesta mi fece rabbia, tanto che cercava di prendere tempo sotto tutt'altri pretesti e ciò per non accendere le lampade.
  Però egli insisteva in modo alquanto burbero, poichè io dovetti cedere, come io doveva, ed era eziandio mio obbligo.
  Imperocchè è mio ufficio di accendere nella cappella le lampade sulla richiesta dei fedeli, i quali lasciano poi per la cappella una elemosina a loro talento.
  Accese le 8 lampade il proprio indicato Motta Vincenzo, stette ad ascoltare la messa con grande devozione che si stava celebrando, e quindi lasciò 40 centesimi ed andò via per i fatti suoi.
  Durante il tempo che il Motta stette nella cappella, io non riferii il fatto a nessuno, anche perchè non avevo la possibilità, dovendo badare al mio ufficio nella cappella senza potermene allontanare un piccolo istante.
  Faccio in proposito notare alla S. V. Ill.ma, che nei giorni di domenica e nei giorni di venerdì, nella cappella del SS. Crocifisso vi è molto concorso di gente, in tal guisa non mi posso un istante allontanare finchè ancora vengono e possono venire dei fedeli.
  D. R. Assicuro la S. V., che quel giorno nella Cattedrale io non raccontai il fatto a nessuno, e molto meno poi al custode della Cattedrale Francesco Maccarrone, che io neppure ricordo di avere allora veduto.
  La sera di quel giorno, e nei giorni seguenti narrai a molte persone quel fatto che a me aveva prodotto molta impressione.
  Non ricordo affatto però se lo avessi narrato al detto Maccarrone.
  D. R. Non è a mia cognizione se mai fra Vincenzo Motta e Francesco Maccarrone vi fosse stata quistione alcuna.

Lo Re Francesco
(Fol. 106, vol. 2--27 giugno 1891).

  D. R. Come la Signoria Vostra non ignora fui in carcere come imputato al tentativo di furto al tesoro di S. Agata, e fui rinchiuso nella stanza di N. 8 della corsea [sic] di dodici.
  Alcuni giorni pria della mia liberazione, avendo bisogno di mandare una lettera alla mia famiglia, mi rivolsi al detenuto Giuseppe Fazio che la [sic] faceva da scrivanello.
  Fu in quella occasione che il Fazio mi domandò che cosa si dicesse alla Cattedrale intorno agli autori del furto degli ostensori.
  Io gli rispose che generalmente si accusava lui e la famiglia di Vincenzo Motta.
  Il Fazio ascoltando le mie parole cercò di persuadermi a deporre gli altri cinque sacristanelli della Cattedrale in modo di smentire la frequente relazione tra la famiglia Motta ed il sacerdote Di Maggio. Specialmente mi raccomandava di dire, e di far dire agli altri 5, che il Motta e la costui famiglia non venivano punto alla Cattedrale presso il Di Maggio -- Aggiungeva inoltre, che se io e gli altri avessimo fatta la desiderata deposizione nel modo che egli diceva, avremmo avuto in compenso la somma di lire 200.
  Quando avveniva questo discorso io mi trovava nella mia stanza dietro il cancello in compagnia di Francesco Daniele, mentre Giuseppe Fazio si trovava nel corridoio. Il Daniele avendo ascoltato il discorso del Fazio cominciò a proferire contro costui delle male parole dicendogli fra l'altro: Ladri e svergognati, avete rubato le sfere e pretendete che gli altri si compromettano per farvi falsa testimonianza?
  Dopo ciò il Daniele stesso si avventò contro il Fazio, e se non ci fosse stato di mezzo il cancello forse gli avrebbe messo le mani addosso.
  In quel momento sopravvenne una guardia carceraria e fece cessare quel tafferuglio.
  D. R. Concetto Torrisi ricorda male, perchè io non lo incontrai, nè gli portai ambasciata, mentre egli ritornava da S. Giorgio.
  Invece forse gli narrai il fatto alla Cattedrale dove mi recai dopo che uscii dal carcere.

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.