Processo a Stampa pei Furti di S. Agata
Vol. III. -- Verbale di Dibattimento


VOL. III.--VERBALE DI DIBATTIMENTO
Svoltosi dal 19 Ottobre al 10 Dicembre 1891.

UDIENZA DEL 19 OTTOBRE

  L'anno 1891, il giorno 19 ottobre, in Catania, nel locale della Corte di Assise di S. Francesco.
  Il Tribunale penale di Catania, composto dei signori Avvocati:
  1. Giovinazzi Vincenzo -- Vice Presidente.
  2. Messere Federico -- Giudici.
  3. Bonanno Francesco »
  4. Soraci Giuseppe, aggiunto giudiziario, funzionante da Giudice supplente.
  Con l'intervento dell'Avvocato signor Cav. Giuseppe Enrico Mondio Sostituto Procuratore del Re da P. M. e con l'assistenza del Vice Cancelliere sig. Giuseppe Lombardo.
  Si è riunito nella sala delle pubbliche udienze per discutere la causa a carico di:
  1. Motta Vincenzo fu Antonino, di anni 72, contadino da Misterbianco, domiciliato in San Giovanni La Punta, detenuto.
  2. Maccarone Francesco fu Nicolò, di anni 55 da Acireale, custode della Cattedrale di Catania, detenuto.
  3. Riela Carmelo, fu Vincenzo, di anni 51, appaltatore da Catania, detenuto.
  4. D'Aquino Francesco, fu Giovanni, conciapelle da Catania, latitante.
  5. Consoli Antonino, di Giuseppe, di anni 40 orefice, da Catania, detenuto.
  6. Parisi Paolo fu Matteo, di anni 60, sensale da Catania, detenuto.
  7. Nicotra Francesco di Antonino di anni 23 industrioso da Catania, detenuto.
  8. Mazzola Gaetano d'Ignoti, di anni 37 murifabbro da Catania, detenuto.
  9. Spampinato Salvatore fu Antonino di anni 57 contadino da Catania, detenuto.
  10. Consoli Giuseppe, di Matteo, di anni 30 fabbro ferraio, da San Giovanni La Punta, domiciliato in Catania, detenuto.
  11. Sciacca Carmelo fu Vincenzo di anni 50 ramaio da Catania, detenuto.
  12. Fazio Giuseppe, fu Giovanni, di anni 39, da Barcellona Pozzo di Gotto, barbiere, domiciliato in Catania, detenuto.
  13. Torrisi Concetto, fu Giuseppe, di anni 24 contadino da Catania, detenuto.
  14. Viola Giuseppe di Carmelo, di anni 23, calzolaio da Catania, detenuto.
  15. Spampinato Alfio di Domenico, di anni 23, calzolaio da Catania, detenuto.
  16. Corsaro Raimondo fu Giuseppe di anni 31, cocchiere da Catania, latitante.
  17. Lo Porto Salvatore fu Francesco, di anni 70 contadino da S. Giovanni La Punta, detenuto.
  18. Nicotra Salvatore di Antonino, di anni 20, industrioso da Catania, detenuto.
  19. Pellerito Vito fu Antonino, di anni 22, falegname, da Catania, escarcerato.
  20. Carrara Orazio, fu Lorenzo, di anni 36 carpentiere da Catania, detenuto.
  21. Ferlito Salvatore, inteso Barone di Francesco, di anni 25, barbiere da Catania, detenuto.
  22. Pappalardo Pietro di Andrea, di anni 20, civile da Catania, detenuto.
  23. Mangano Francesco fu Antonio, di anni 30 murifabbro e cocchiere da Catania, detenuto.
  24. Nicolosi Antonino, fu Francesco, di anni 53 orefice da Catania, detenuto
  25. Cacciola Pasquale fu Michele, di anni 56 costruttore di Parafulmini, da Catania, detenuto.
  26. Isaja Alfio, di Nicolò, di anni 26 fallegname da Catania, detenuto.
  27. Barresi Girolamo fu Stefano, di anni 45 falegname da Palermo, provvisoriamente escarcerato.
  28. Spampinato Antonino, fu Santo, di anni 28 contadino da Catania.
  29. Cannizzaro Nunzio fu Vincenzo, di anni 71 fabbro ferraio da Catania.
  30. Nicotra Antonino fu Giuseppe di anni 67 pettinaio da Catania, provvisoriamente escarcerato.
  31. Pappalardo Salvatore, di Andrea, di anni 36 sensale da Catania.

IMPUTATI

  Il 2° il 3° il 4° il 5° il 6° il 7° l'8° il 9° il 10° l'11° il 13° ed il 15° di furto di due ostensorii, qualificato, secondo l'abrogato codice, per la persona, per la cosa e pel valore; ed aggravato, secondo il codice vigente, perchè consumato da più di tre persone, e con abuso della fiducia, derivante da relazioni d'ufficio, per avere, essendo più di tre persone, la notte del 6 al 7 settembre 1889, in Catania, giovandosi della qualità di sacristani, che avevano i loro correi Di Maggio e Torrisi, sottratti due ostensori d'oro di valore (molto rilevante) superiore a L. 500, ed in danno dell'Amministrazione della Cattedrale.
  Il 1° il 12° il 14° il 16° il 17° di complicità nell'indicato delitto; per avere, previo concerto, cogli autori del reato, il 1° il 12° ed il 17° ricevuti e nascosti presso loro stessi gli ostensorii rubati, il 14° prestato assistenza durante e dopo la consumazione del reato, ed il 16° trasportati parte dei ladri e la preda furtiva nella sua carrozza.
  Il 19° di ricettazione di una pietra preziosa proveniente dello indicato delitto -- per essersi scientemente intromesso nella vendita di un rubino di quelli dell'ostensorio grande rubato.
  Il 2° il 3° il 4° il 5° il 6° il 7° l'8° il 9° il 10° il 13° il 15° il 18° il 20° il 21° ed il 22° di furto di una quantità d'argento di quello che rivestiva ed adornava il ferculo di S. Agata, furto continuato (per tutti meno del 10° e del 22° che intervennero l'uno nella 2ª e l'altro nella quinta sottrazione), perchè commesso in sei successive volte dal 7° e del 13°, in due volte dal 2° dal 3° dal 4° dal 5° dal 6° dall'8° e dal 9° e dal 21°, ed in tre volte dal 15° e dal 18° ed aggravato, perchè commesso da più di tre persone ed aprendo le relative porte con le chiavi vere indebitamente avute, e con chiavi false --per avere dal 15 ottobre 1890, al gennaio 1891, in delle successive volte, in Catania, essendo sempre più di tre persone, ed aprendo ora con le chiavi vere indebitamente avute, or con chiavi false, sottratto dal ferculo di S. Agata una quantità d'argento del valore complessivo di L. 25000 in danno della Amministrazione della Cattedrale di Catania.
  Il 16°, il 23°, il 24°, il 25°, il 26°, ed il 29° di complicità nell'indicato delitto; per avere, previo concerto con gli autori del reato, il 16° ed il 23° trasportato con le loro carrozze parte dei ladri con parte dell'argento rubato, il 24° ed il 25° fatto nell'interesse dei ladri la fusione di parte del detto argento; il 26° fornite le chiavi vere per l'apertura delle porte del magazzino del ferculo, e per la fabbricazione delle chiavi false, ed il 29° costruite le dette chiavi false per l'apertura delle dette porte.
  Il 27°, il 28°, il 30° ed il 31° di sciente ricettazione di argento proveniente dall'indicato delitto; per essersi il 27° ed il 31° intromesso scientemente nella vendita di parte dell'indicato argento; e per avere il 28° ed il 30° scientemente permesso in casa propria, ed aiutata, la fusione del medesimo argento rubato.
  Il D'Aquino inoltre di lesioni volontarie commesse con arma da fuoco (rivoltella), la sera del 25 gennaio 1891, in Catania: lesioni che produssero malattia ed incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni, una per più di venti giorni in offesa di Longo Biagio, e l'altra per dieci giorni in offesa di Tomarchio Sebastiano.
  Chiamati gl'imputati dall'usciere di servizio Sig. Signorelli Giuseppe, tutti sono comparsi, ad eccezione dei nominati D'Aquino e Corsaro.
  Il Pubblico Ministero chiede che voglia il Tribunale procedere al dibattimento in contumacia degl'imputati D'Aquino e Corsaro, i quali sono stati regolarmente citati.
  Il Tribunale annuisce alla richiesta del P. M.
  Non sono comparsi gli offesi Longo e Tomarchio.
  Gl'imputati che hanno risposto allo appello sono tutti assistiti dai difensori nell'ordine seguente:
  1. Motta Vincenzo dall'Avvocato signor Lipani Giuseppe.
  2. Maccarrone Francesco dall'avv. signor Di Benedetto Angelo.
  3. Riela Carmelo dagli Avvocati signori Faranda Prof. Francesco e Di Benedetto Angelo.
  4. Consoli Antonino dall'Avv. signor Miraglia Prof. Giuseppe.
  5. Parisi Paolo dall'avv. signor De Felice Antonino.
  6. Nicotra Francesco dagli Avvocati sigg. Arcidiacono Vincenzo e Ruffo Salvatore.
  7. Mazzola Gaetano dall'Avv. signor Di Mauro Salvatore.
  8. Spampinato Salvatore dagli Avvocati signori Russo Pietro e Monterosso Giuseppe.
  9. Consoli Giuseppe dall'Avv. signor Di Mauro Salvatore.
  10. Sciacca Carmelo dall'Avv. signor Gaspare Amico.
  11. Fazio Giuseppe dall'Avvocato signor Lipani Giuseppe.
  12. Torrisi Concetto dagli Avvocati signori De Felice Antonino e Reforgiato Giuseppe.
  13. Viola Giuseppe dagli Avvocati signori Di Lorenzo Nicolò e Di Mauro Salvatore.
  14. Spampinato Alfio dallo Avv. Miraglia Professor Giuseppe.
  15. Lo Porto Salvatore dall'Avvocato Lipani Giuseppe.
  16. Nicotra Salvatore dagli Avvocati Arcidiacono Vincenzo e Ruffo Salvatore.
  17. Pellerito Vito dagli Avvocati signori Russo Pietro e Russo Emanuele.
  18. Carrara Orazio dall'Avv. signor Miraglia Prof. Giuseppe.
  19. Ferlito Salvatore dall'Avv. signor Miraglia Prof. Giuseppe.
  20. Pappalardo Pietro dal predetto signor Miraglia.
  21. Mangano Franc. dal detto signor Di Mauro.
  22. Nicolosi Antonino dagli Avvocati sigg. Russo Pietro e Russo Emanuele.
  23. Cacciola Pasquale dall'Avv. signor Torrisi Salvatore.
  24. Isaia Alfio dall'Avv. Faranda Profes. Francesco.
  25. Barresi Girolamo dagli Avvocati sigg. Pantano Adolfo e Romero Giovanni.
  26. Spampinato Antonino dagli Avvocati sigg. Russo Pietro e Monterosso Giuseppe.
  27. Cannizzaro Nunzio dal Procuratore Legale Sig. Buccheri Orazio.
  28. Nicotra Antonino dai predetti Avvocati signori Arcidiacono e Ruffo.
  29. Pappalardo Salvatore dall'Avv. signor Miraglia Prof. Giuseppe.
  Il Presidente ha richiamato l'attenzione di tutti gl'imputati avvertendoli che si fa la loro causa.
  Quindi il Vice Cancelliere, ad invito della Presidenza, ha dato lettura delle liste dei testimoni da esaminare tanto a carico, che a discarico; dei primi hanno tutti risposto allo appello, meno di Ferro Marco -- Fichera Giacomo -- Di Mauro Giuseppe -- Ventimiglia Francesco -- Maranto Sebastiana -- D'Alessandro Primo -- Lessi Sebastiano -- Cardile Domenico -- Brancato Vito -- Lo Giudice Candido -- Arangio Salvatore -- Di Bella Federico.
  Il Presidente fa rilevare che il testimonio Ferro Marco morì in Palermo, e che quanto a Cardile, a Brancato, a Lo Giudice, e alla Maranto sono pervenuti legali attestati di malattia.
  Di tutti i testimoni a discarico, i seguenti non hanno risposto all'appello, cioè: Vacca Domenico -- Bianco Motta Francesco -- Consoli Carmelo -- Monsignor Caff -- Mauro Francesco -- Catania Luigi -- Morvilla Pietro -- Ragonesi Concetto -- Frontini Vincenzo -- Benigno Salvatore -- Simone Filippo -- Distefano Gaetano -- Tropea Raimondo -- Verdura Francesco -- Piazza Salvatore -- Aveni Gioachino -- Strano Domenico -- Di Bella Avv. Saverio -- Lanza Agatina -- Lanza Grazia -- Marchese Di Sangiuliano -- Castro Monsignor Francesco -- Scandurra Alfio -- Honger Ernesto -- Castorina Giuseppe -- Petrosino Avv. Rosario -- Tosto Giuseppa -- Nicotra Giuseppe -- Silvestri Giuseppe -- Platania Serafino -- Recupero Salvatore -- Mulino Angelo -- Scandurra Rosario -- Giammona Salvatore -- Di Bartolo Avv. Salvatore -- Mangano Avv. Giuseppe -- Cantarella ingegniere Giuseppe -- Marino Paolo -- Curiale Rosario -- Messina Domenico -- Guglielmino Giuseppe - Grasso Giuseppe -- Brusà Giovanni -- Bruno Primo.
  Si fa rilevare che ai testimoni Tropea Raimondo e Verdura Francesco la difesa di Mazzola vi aveva già rinunziato.
  La difesa di Nicotra Salvatore rinunzia alla udizione del teste a discarico Guglielmino Giuseppe.
  Il Presidente d'accordo con le parti si è riserbato di provvedere in seguito sulla audizione dei testimoni a carico e a discarico non comparsi; ed ha eccitato le parti medesime a proporre le ripulse che potrebbero avere contro i testimoni; come ogni altra obiezione che possa essere preliminarmente decisa.
  A questo punto l'Avv. signor Simoncini Vincenzo ha dichiarato che egli, qual procuratore legale dei Monsignori Caff Antonino e Castro Francesco, l'uno Priore e l'altro Tesoriere della Cattedrale di questa città, giusta procura esistente in processo, si costituisce parte civile nel presente giudizio nello interesse dei suoi rappresentati; e che avendo egli pure l'autorizzazione speciale di scegliere un procuratore legale, sceglie il signor Antonino Musumeci Di Bartolo, che è qui presente.
  L'avvocato signor Arcidiacono Vincenzo, chiede che il Presidente ordini la lettura della procura di cui ha fatto cenno l'avvocato sig. Simoncini.
  Il vice Cancelliere, dietro ordine del Presidente, ha dato lettura della procura in parola; ed allora l'avv. Arcidiacono ha chiesto che il Tribunale respinga la costituzione di parte civile perchè inammissibile, non essendo giustificata la qualità di Priore e di Tesoriere dei Monsignori Caff e Castro, i quali poi, per costituirsi parte civile, dovrebbero avere l'autorizzazione del Consiglio Diocesano.
  L'avv. signor Simoncini ha chiesto che sia ammessa la sua istanza di costituzione di parte civile, e che sia respinta l'eccezione della difesa, perchè la qualità dei signori Caff e Castro è a tutti nota, ed eglino sono legalmente rappresentati della chiesa che fu offesa e danneggiata.
  Il Pubblico Ministero ha chiesto che sia accolta la istanza di costituzione di parte civile.
  L'avv. sig. Arcidiacono ha replicato insistendo nella sua richiesta, e facendo pure osservare che il ferculo rubato è di proprietà Municipale, e che quanto alle sfere, il vero proprietario è il Cardinale signor Dusmet.
  L'avv. prof. signor Faranda, ha assunto che se i signori Caff e Castro non giustifichino le loro qualità di rappresentanti l'ente offeso, e non si giustifichi pure che questo ente offeso sia la Chiesa, non sono autorizzati a costituirsi parte civile.
  L'avv. signor Simoncini, ha replicato insistendo nella sua istanza, ed ha esibito due certificati in carta da bollo, dai quali risulta la qualità di Priore e di Tesoriere dei signori Caff e Castro.
  L'avv. prof. Faranda in ultimo ha replicato facendo osservare ch'egli riconosce l'ammessibilità della domanda di costituzione di parte civile qualora si assodi che l'ente rubato sia la Chiesa e questa sia rappresentata dal Priore e dal Tesoriere; ma egli ritiene che la chiesa è rappresentata dal Capitolo. Ha chiesto quindi il rigetto della istanza di costituzione di parte civile.
  ORDINANZA -- Il Tribunale ha ritenuto che la qualità di monsignor Caff, quale Priore, e di monsignor Castro Vicario Generale, quale Tesoriere presso questa Cattedrale, è legalmente provata dai certificati esibiti: come parimenti provata è la rappresentanza del loro procuratore ed avvocato, secondo la procura ad hoc pel notaio sig. Di Marco del 4 giugno 1891--Nessun dubbio poi che abbiano tale dritto alla base delle assunte e provate qualità.
  Visto l'art. 281 proc. pen.
  Rigetta la eccezione proposta dalla difesa contro la costituzione della parte civile, che dichiara legale, ed ordina procedersi oltre.
  La difesa ha dichiarato formalmente di appellare avverso tale ordinanza.
  L'avv. sig. Di Benedetto ha elevato la eccezione d'incompetenza, assumendo che trattasi di reato di cui deve occuparsi la Corte D'Assise, perchè la pena d'applicarsi eccede i dieci anni di reclusione per l'aggravante del valore molto rilevante degli oggetti rubati; ed ha chiesto che il Tribunale dichiari la propria incompetenza, e rinvii gli atti a chi di ragione.
  La parte civile ha chiesto al Tribunale il rigetto di tale eccezione, e subordinatamente, che voglia soprassedere di deliberare riservandosi di pronunziare nella sentenza di merito, dopo le risultanze del pubblico dibattimento.
  Il pubblico ministero ha chiesto pure che il Tribunale voglia riserbarsi di deliberare sulla incompetenza all'esito del dibattimento.
  La difesa ha insistito nella sua richiesta.
  ORDINANZA -- Il Tribunale ha ritenuto che sia, più che utile, necessario, accertare i fatti, onde a ragion veduta vagliare la eccezione d'incompetenza, la quale sopra di questi adagiasi.
  Visto l'art. 281 proc. pen.
  Riserba di provvedere sulla proposta eccezione congiuntamente al merito, in esito del dibattimento ed ordina proseguirsi oltre nello stesso.
  La difesa dichiara formalmente di appellare avverso tale ordinanza.
  La difesa dell'imputato Motta Vincenzo chiede al Tribunale che lo stesso Motta, venga subito escarcerato, mentre egli per un giudicato precedente fu assolto, ed osta quindi al presente giudizio la teoria del bis in idem.
  La parte civile ed il P. M. chiedono che si riserbi ogni provvedimento all'esito del dibattimento.
  La difesa del Motta in ultimo, ha replicato insistendo nella sua dimanda.
  ORDINANZA -- Il Trib. ha ritenuto che con sentenza dell'11 ottobre 1890, V. Motta venne assolto dall'imputazione di furto, quale autore, per non provata reità, e di presente è tradotto per ricezione e nascondimento; ma indipendentemente da ciò, onde la figura del reato si accerti, torna utile espletare il dibattimento.
  Visto l'art. 281 proc. pen.
  Riserba di provvedere sullo incidente, congiuntamente al merito.
  La difesa di Motta dichiara formalmente di appellare avverso tale ordinanza perchè trattandosi di eccezione perentoria, il Tribunale avrebbe dovuto decidere.

UDIENZA DEL 20 OTTOBRE

  L'avv. sig. Di Benedetto ha chiesto al Tribunale che sospenda di esaminare la presente causa, in vista dell'Appello proposto dagl'imputati avverso le tre ordinanza emesse ieri dal Tribunale medesimo.
  Gli avvocati signori Lipani, Romero ed Amico si sono associati a tale richiesta.
  La parte civile si è rimessa alla Giustizia del Tribunale.
  La difesa ha insistito nella sua istanza.
  ORDINANZA -- Il Tribunale ha ritenuto che colle pronunzie emesse ieri, relative all'incompetenza, ed alla cosa giudicata, nulla definivasi e tutto riserbavasi: dunque non è il caso di una sentenza diffinitiva che, con lo appello proposto nel corso del dibattimento ne implichi la sospensione.
  In quanto poi alla pronunzia relativa all'ammissione della parte civile in giudizio, osserva che la stessa non ha diffinitivamente ed irretrattabilmente deciso il merito a una eccezione perentoria di merito, epperò la si debbe ritenere un'ordinanza ch'è estranea in merito, quindi appellabile colle altre congiuntamente alla sentenza diffinitiva.
  Visto l'art. 281 proc. pen.
  Rigetta l'eccezione di sospensione del giudizio ed ordina procedersi oltre.
  La difesa ha protestato di appello avverso tale ordinanza.
  Il collegio della difesa ha domandato per tutti gl'imputati la libertà provvisoria.
  La parte civile ed il pubblico Ministero hanno chiesto il rigetto di tale domanda.
  Il Collegio della difesa ha insistito nella sua istanza.
  Il Tribunale raccolti i voti in segreto all'udienza, ha deciso non trovar luogo allo stato a provvedere su tale dimanda di libertà provvisoria, perchè intempestivamente proposta.
  Il collegio della difesa ha proposto di appellare avverso questa decisione.

Interrogatorio di Concetto Torrisi

  Interrogato opportunamente dal Presidente sul furto degli ostensorî
  R. Io non ho partecipato al furto -- Quello che ho dichiarato me lo hanno fatto dichiarare essendo chiuso in cella di punizione per 40 giorni, più per essere stato anche segregato altri 40 giorni. E se io ho fatto quelle dichiarazioni è stato perchè Nicotra Francesco, nipote di latte di padre Di Maggio, mi aveva pure invitato di rubare tutto l'argento e deporlo dietro la porta della sagrestia, che guarda via Vittorio Emanuele, ove poi detto Nicotra si sarebbe condotto per prenderlo.
  A domande e richiami del Presidente
  R. Quanto ho finora detto è un mendacio: è la paura per le minacce ricevute da Francesco Nicotra in tutti i momenti, ed anche or ora che me lo ha fatto dire--La verità è quella dichiarata innanzi l'autorità giudiziaria così come la dissi nell'interrogatorio da me reso il primo maggio 1891, che confermo pienamente--In quanto al vecchio di cui ho parlato dichiaro sia Vincenzo Motta.
  Esplicitamente affermo di non avere veduto, tra coloro ch'entrarono nella sagristia Maccarone Francesco, che io conosceva benissimo.
  Però era Nicotra Francesco che m'indettava e mi suggeriva cotesto nome, nell'atto di confronto. Io però, come ho detto, non l'ho mai visto.
  A domanda della difesa di Maccarrone
  R. Maccarrone, io come io, non l'ho mai veduto in contatto per quest'affare (furto degli ostensorii) col Di Maggio, col Nicotra e con gli altri della compagnia; e molto meno si è tra noi parlato di questo furto.
  A domanda della stessa difesa
  R. Tra Maccarrone Francesco e Di Maggio non posso dire se vi era amicizia o inimicizia -- Solo esisteva questo fatto; che il primo non approvava la condotta del secondo ricevendo talune persone.
  A domanda dell'avv. Lipani
  R. Io mi son determinato e mi determinai a dire la verità, sia per scrupolo di coscienza, sia perchè tanto mi consigliarono molti, e fra gli altri la guardia carceraria Marinelli, il sottocapo Iannucci ed altri; ma non già per consiglio o suggerimento di altri compagni detenuti, perchè nei giorni in cui resi il mio interrogatorio ad hoc, mi trovavo segregato dagli altri.
  Dopo l'interrogatorio reso, io proseguii a stare segregato.
  Vincenzo Motta frequentava spesso la casa del prete Di Maggio, anzi spesso vi si coricava.
  A domanda dell'Avv. professore Miraglia
  R. Di Maggio voleva giustificare la propria persona addebitando a me il furto delle sfere.
  A domanda della difesa di Nicotra Francesco
  R. Quando sono stato arrestato la prima volta Nicotra Francesco era ancora libero.
  Posto in libertà ed arrestato una seconda volta trovai nel carcere Francesco Nicotra.
  R. Non è vero che, durante la mia segregazione della quale ho parlato, abbia ricevuto nella mia stanza Grecuzzo Mario ed il Cappellano dello Stabilimento.

UDIENZA DEL 21 OTTOBRE

  Il Presidente ha fatto sapere che per ragion di malattia del Giudice S. Messere, questi è supplito dall'Aggiunto giudiziario signor Soraci, quindi ha richiamato l'attenzione degl'imputati, avvertendoli che si continua il dibattimento della loro causa -- Ha poi invitato le parti a dire se avessero eccezioni od osservazioni da fare, ma nessuno ha risposto.
  Dopo di che il Presidente ha fatto condurre alla sua presenza l'imputato Concetto Torrisi, meglio qualificato nel verbale di ieri, il quale, interrogato opportunamente
  R. Come ieri ho detto, ripeto che il nostro progetto si era di prendere tutta l'argenteria in uso quotidiano nella cattedrale, e fu dopo e durante questo progetto che io vidi Francesco Nicotra rilevare l'impronta della serratura nella porta del ferculo di S. Agata e nella porticina del tesoro del Sacramento; senonchè, essendosi fatte le funzioni con la sfera grande, di grande valore, e ciò per ordine di Monsignore, così si pensò di profittare di questa, che riusciva più utile e più vantaggiosa; quantunque volte qui debbo affermare quel che più volte ho detto, cioè: di essere io uno strumento passivo del prete Di Maggio; ed il cambiamento dei fatto progetti fu sempre per suggerimento di costui. -- Non ricordo se ieri abbia dichiarato quello che ora dico, cioè: che qui presente, fra gl'imputati non veggo il giovine smilzo e delicato di cui ho fatto cenno nei miei interrogatorii.
  A domanda dell'Avvocato signor De Felice Antonino
  R. Io ho detto sempre di aver visto tre persone entrare nella giunta ma fu Nicotra Francesco poi che in un atto di confronto, mi soggiunse fossero entrati altri due; ma io non li vidi.
  A domanda
  R. Non manifestai i progetti concepiti da Di Maggio alla vista della sfera di valore per le minaccie fattemi dal Nicotra Francesco.
  A domanda della difesa di Maccarrone
  R. Quando nella sera del furto io, con gli altri sacristani, chiusi le porte della Chiesa, non vidi Maccarrone Francesco, nè ebbi opportunità di notarlo dopo sino allo arrivo del prete Di Maggio; ed in questo intervallo di tempo, io e tutti i sacristi eravamo sul limitare che guarda la via Vittorio Emanuele.
  A domanda dell'Avvocato signor Pietro Russo
  R. Quando uscii la prima volta dal carcere, non andai a ringraziare alcuno, ma me ne stiedi sempre in campagna.
  Interrogato quindi sul furto dello argento al ferculo di S. Agata
  R. Ne ho inteso parlare certamente; ma io personalmente nulla conosco ed escludo recisamente di avervi preso parte--Se qualcuno m'accusa o declina il mio nome, lo fa ad insinuazione di Francesco Nicotra.--Ritengo che l'astio di Nicotra dipenda dalla convinzione che ha, di avere io propalato i furti.
  A domanda della difesa di Viola
  R. Il massaro della Cattedrale, o sediaro, [sic] si era Gaetano Catania: però, nel fatto, per lui si adoperava il cognato Viola, congiuntamente ad altri.
  A domanda dell'Avvocato signor Russo Emanuele
  R. Non conosco Pellerito Vito e Nicolosi Antonino.
  A richiesta del Pubblico Ministero, e con l'accordo di tutte le parti, si è data lettura delle sole risposte date dall'Imputato Torrisi nell'atto di confronto avuto col sacerdote Di Maggio il giorno 2 maggio 1891 (fol. 407 processo ostensorii).

Interrogatorio di Nicotra Antonino

  Interrogato opportunamente
  R. Confermo alla lettera il mio interrogatorio del dodici febbraio 1891 (fol. 150 del processo del furto del ferculo). Soggiungo che Francesco D'Aquino, quando mi fece il discorso narrato in quell'interrogatorio mi disse pure: «Voi non sapete chi è Ciccio D'Aquino e Paolo Parisi?».
  A domanda
  R. Confermo quando ho detto nel mio interrogatorio del diciasette febbraio 1891 (fol. 174 processo pel furto del ferculo) per quanto riguarda le botti prese o vendute: ed in quella occasione mio figlio Francesco parlando di Salv. Spampinato mi disse: «Questo è quello delle sfere» Ma io non compresi la forza di quell'espressione; però non si fece il nome di Alfio Spampinato e di Carmelo Sciacca inteso Nasone--Io in precedenza conoscevo Salvatore Spampinato, ed anche Alfio, anzi questi, qualche volta, veniva in casa mia coi miei figli; Salvatore Spampinato, per quanto a me costa, non era stato mai in casa mia -- Fui dispiacente e addolorato da quel racconto; ma non compresi le parole: «Questo è quello delle sfere».
  A domanda
  R. Se nel mio interrogatorio indicai altre persone come dettemi da mio figlio, come partecipi del atto delle sfere, oltre lo Spampinato Salvatore, si fu perchè il mio compagno di detenzione Giuseppe Grasso mi consigliò di nominare una persona qualunque; anzi mi nominò Sciacca Carmelo inteso Nasone.
  A domanda
  R. Confermo quanto ho detto in relazione alle visite notturne dei miei figli Francesco e Salvatore, non che di Alfio Spampinato, e di averli mandato fuori da casa perchè non voleva conversazioni e perchè vidi cose bianche che dovevano essere argento, e che io spazzai fuori.
  Confermo pure l'incontro avuto in piazza Mazzini con Francesco D'Aquino (interrogatorio a foglio 174 processo ferculo); però ritenni la colpabilità di D'Aquino ma non sospettai quella di mio figlio Francesco, Paolo Parisi ed un altro che non so nominare.
  Il D'Aquino in quell'incontro mi disse che Paolo Parisi doveva parlare a mio figlio Francesco.
  A dimanda
  R. La mia casa si compone di due camere e di una capanna--Io dormo in una i miei figli nell'altra; ed è in questa che si riunirono per l'affare alle conversazioni e dei goccioli d'argento.
  Datagli lettura della sua dichiarazione a fol. 439 del processo pel furto al ferculo, ed opportunamente interrogato
  R. Ratifico alla lettera la deposizione della quale mi si è data lettura.

Interrogatorio di Nicotra Francesco

  A domanda opportuna
  R. Quello che ho detto e trovasi scritto nei varii miei interrogatorii è tutto falso; è vera menzogna; io sono innocente e sono una vittima.
  Esortato dal Presidente a dire la verità
  R. Non posso parlare perchè temo.
  Rassicurato ed interrogato
  R. Trovandomi in un mio negozio di paste, venne a trovarmi il prete Domenico Di Maggio, che io già conoscevo, per comprare della pasta; e poscia mi si presentò una seconda volta congiuntamente a Motta Vincenzo, con una delle cui figlie e con lui aveva relazioni intime--Fu per questo ed in tale occasione, che il Motta m'invitò di condurmi nella sua casa in contrada Trappeto di S. Giovanni La Punta, ove trovai e conobbi Francesco D'Aquino--Ad invito di esso Motta, mi vi doveva condurre una seconda volta; ma invece, riunitici nella casa di D'Aquino che abitava in Catania vicino via Maddalena, si combinò di accedervi dopo le funzioni sacre nella Cattedrale--Nella casa del D'Aquino, la sera del furto delle sfere, venne il detto Di Maggio, dicendoci che tutto era pronto, e che fossimo andati a prendere ciò che sapevamo; ed io credevo che fossero le vettovaglie ed i cibi apparecchiati per una divertita, che in casa di D'Aquino si era stabilita.
  Per altro il Di Maggio disse: «Io mi raccomando alla probità»--Là sul posto ci raggiunse Francesco Maccarrone in compagnia di Antonino Consoli, e si aspettava anche un altro, che nominava; onde andammo a cercarlo in casa; ma l'incontrammo in piazza dei martiri e, preso posto nella nostra carrozza, uniti ritornammo per la porta piccola della chiesa in via Vittorio Emanuele, che trovammo già aperta e presenziata dal detto Di Maggio e da Concetto Torrisi--L'individuo che incontrammo in piazza dei Martiri, come sopra ho detto, era Carmelo Riela -- Nella carrozza quindi si trovavano, oltre del cocchiere, il Riela, il Maccarone, Consoli Antonino e il D'Aquino.
  Nessuno di noi incarrozzati entrò nella sacrestia ove suppongo che avessero preso posto gli altri--Certamente vidi Motta e fu nel voltare il capo e nel guardare colà -- Preso l'oggetto consegnatoci lo si portò al Trappeto, ove si trovò Fazio Giuseppe, cui venne dato, e presso del quale cenammo--Oltre quelli della nostra compagnia, non ricordo chi e se vi fossero state altre persone a cenare.
  Gli ostensori, dopo quattro o otto giorni, dalla casa di Fazio passarono, per come mi fu detto, nel fondo di Lo Porto Salvatore -- Non so se il fondo sia veramente di costui, e credo non ne sapesse nulla--Per questo fatto Fazio era stato carcerato, ed alla sua sortita dal carcere gli ostensori furono disfatti dal detto Consoli e compagnia bella -- Oltre dei compagni sopra menzionati, dappresso il vescovato vi erano pure altre persone, tra le quali ricordo Giuseppe Consoli.
  Quanto a Viola dichiaro che, per quanto io mi sappia, non posso dire di averlo visto, nè se era sul luogo dell'operazione e se abbia partecipato.
  Le pietre preziose degli ostensori furono date a Consoli Antonino, a D'Aquino e credo anche a Riela.
  Il cocchiere che ci condusse è Corsaro Raimondo, e non so se si trovò per caso o per concerto, perchè fu preso da loro; però, secondo io penso, egli era sciente e cosciente dell'operazione.
  Seppi che le pietre rubate in parte si erano vendute da Parisi Paolo--Aggiungo sul proposito che D'Aquino conoscendo di una mia gita a Palermo, mi consegnò due rubini e due brillantini per farli colà prezzare.
  Lungo il viaggio m'incontrai con Sciacca Carmelo inteso Nasone, e ci comunicammo lo scopo del nostro rispettivo viaggio.
  Questi si esibì di farmi conoscere colà gl'intendenti della materia per mezzo di Girolamo Barresi. Tutti coloro dissero ch'erano oggetti di poco valore, e per questa ragione riportai indietro le pietre e le restituii al D'Aquino.
  Ritengo che la casa ove gli ostensori furono portati al Trappeto sia di Motta -- Certamente là io mi condussi in precedenza, come ho detto, e là vi abita, oltre del Motta, il genero di costui Giuseppe Fazio.
  In conseguenza di quanto ho detto, la giustizia ben vede, ed io lo affermo, che nulla sapevo del furto fino al momento in cui si aprì l'involto consegnatoci.
  A domanda
  R. Io mi condussi a Palermo per oggetti del mio negozio in pasta; cioè: per ottenere che passassero per transito le mie paste che si consegnavano ai piroscafi.
  A domanda
  R. Io, nel viaggio che ho fatto con Sciacca Carmelo, non dissi che le pietre di cui parlammo erano di provenienza furtiva.
  A domanda dell'avvocato sig. Amico
  R. Sono stato unito coi coaccusati nei cameroni in questo carcere; ma non ricordo specialmente con chi di loro, meno che Spampinato Alfio.
  A domanda della difesa di Maccarrone
  R. Ho detto che Maccarrone venne nella casa di D'Aquino; ora soggiungo che fu verso le dieci circa di notte.
  A domanda della difesa di Lo Porto
  R. Non posso precisare quanto tempo gli oggetti stettero nascosti nel potere di Lo Porto.
  Interrogato sul furto dello argento del ferculo
  R. Alla fine di ottobre 1890, per invito di D'Aquino e Parisi, mi condussi in Napoli a vendere circa dodici chili di argento, siccome avvenne -- Al ritorno partecipai all'operazione avvenuta alla contrada S. Francesco Di Paola all'Arena presso Salvatore Spampinato, ove fu fuso il secondo argento. Là andai in compagnia di Carrara Orazio, sebbene non posso dire che costui abbia preso materialmente parte al furto--Acquistai il carbone e quanto necessitava per la fusione dell'argento col denaro datomi dal D'Aquino o dal Parisi.
  V'intervennero Antonino Consoli, D'Aquino, Parisi e Riela -- Vi partecipò ai compensi Salvatore Spampinato in lire duecento, l'orefice Nicolosi Antonino, che aveva eseguita la fusione, in lire sessanta, ed anche Torrisi Concetto.
  A domanda
  R. Intervenne alla fusione a S. Francesco all'Arena anche Maccarrone Francesco.
  A domanda
  R. Torrisi col dire che io ricavava le impronte delle serrature, vuol vendicarsi di me perchè ho mascherato lui e gli altri.
  A domanda
  R. Non posso accertare se veramente Alfio Isaia abbia dato le chiavi, per come dissi altra volta: e se io dissi fu perchè gli altri me lo manifestavano; ma io nulla so per propria coscienza.

UDIENZA DEL 23 OTTOBRE

  A domanda della difesa di Maccarone Francesco, l'imputato Nicotra Francesco ha risposto:
  Maccarone Francesco, io non l'ho veduto nell'atto in cui si fondeva l'argento nella contrada San Francesco all'Arena presso Salvatore Spampinato, e lo vidi dopo per quest'affare.
  A domanda dell'avvocato Miraglia
  R. È vero che, trovandomi nel carcere e passeggiando un giorno col giudice Istruttore, vidi il sacerdote Di Maggio afflitto e sconsolato; gli domandai la ragione, e poscia gli soggiunsi:
  «State pure lieto; siete innocente; avrete la libertà». Però queste cose io pronunziava perchè voleva salvarlo dalle conseguenza della imputazione fattagli; ma quando Torrisi Concetto fece il suo nome, e nel confronto mi schiacciò coi fatti a colui addebitati, allora, cioè, in conseguenza di ciò successivamente deposi ed affermai la sua reità siccome mi constava.
  A domanda dello stesso sig. Avv. Miraglia
  R. Quando fu interrogato Torrisi al dibattimento, io dissi che il giorno innanzi egli era stato in contatto col famoso Grecuzzo; Torrisi ciò negò, e ben diceva, perchè quanto io affermava era lo effetto di un combinato o convegno fatto tra noialtri detenuti onde io mi fossi smentito ritrattandomi.
  A domanda della difesa di Cacciola
  R. Dissi che Cacciola Pasquale ignorava la provenienza dello argento fuso presso di lui, perchè così mi avevan detto.
  A domanda del Presidente
  R. Il terzo furto dell'argento, se non prendo errore, fu consumato nel ventisette circa di Dicembre 1890, per opera mia e di Concetto Torrisi; il quale mi parlò e m'indusse a ciò, secondo egli diceva, per non aver nulla percepito dai primi furti dell'argento.
  Io però avvertii anche mio fratello Salvatore ed Alfio Spampinato che si fossero trovati là sul posto.
  Io fui quello che ricevetti da Torrisi l'argento rubato, mentre gli altri se ne stavano di là non molto lontano, nel largo Università. Dopo uniti portammo l'argento, uniti lo fondemmo, e naturalmente uniti ci dividemmo il denaro.
  Questo argento fu il primo che si fuse nella mia abitazione.
  Dichiaro che in questo fatto non parteciparono Pietro Pappalardo e Salvatore Ferlito.--E qui debbo soggiungere che non vi sono stati altri furti successivi di argento, se si è parlato di doppia fusione avvenuta in mia casa, è riferibile non già a doppio o più furti, ma alla doppia operazione per uno stesso fatto.
  A domanda
  R. Ho detto, scambiando i fatti dello scioglimento dello argento con pluralità di furti, che io ne abbia enumerati sei in tutto: però il fatto vero è quello che or ora ho manifestato e soggiungo che accennai anche alla pluralità dei fatti perchè mi si disse che tornava indifferente il numero delle volte in cui erano stati commessi i furti; e ciò mi si disse da coloro che m'interrogavano.
  A domanda della difesa
  R. Coloro che m'interrogavano sono coloro che risultano dal processo, cioè il Giudice Istruttore Salvatore De Luca, il Pubblico Ministero cavaliere sig. Mondìo e il Cancelliere signor Lombardo.
  A domanda
  R. Questi signori nominati mi dicevano essere lo stesso ammettere una, due, tre o più le volte in cui commisero i furti, nell'occasione che io e Spampinato Alfio volevamo rettificare i fatti, cioè il numero delle volte vere in cui il furto si era commesso.
  A domanda
  R. Io accettai la responsabilità dei fatti consumati perchè aveva la famiglia in carcere, ed io, come scapolo, volli dimostrare i fatti veri e salvarla.
  A domanda del P. M.
  R. Per quanto sappia io non ho mai nominato in questo furto Pietro Pappalardo, tranne che non mi sia sbagliato. Quanto a Ferlito l'ho nominato per uno sbaglio che ora rettifico.
  A domanda del Presidente sul furto degli ostensorii in ordine allo interrogatorio a fol. 275, del 2 febbraio 1891
  R. Prima di tutto dichiaro che a mio padre quando congiuntamente a Spampinato Salvatore, andai a prendere le botti, non dichiarai il furto delle sfere, e molto meno feci i nomi dei ladri, e specialmente quelli di Spampinato Alfio e Carmelo Sciacca.
  In quanto poi a coloro che parteciparono al detto furto, dico che Salvatore ed Alfio Spampinato ed il cennato Sciacca, non ci presero parte. -- Spiego che il genero di Motta, sia Fazio Giuseppe, cioè colui che ricevette le sfere al Trappeto; per conseguenza è escluso qualunque altro genero del Motta.
  In tali sensi io ratifico, circa le persone quanto ho detto in quell'interrogatorio.
  La fusione dell'oro e dell'argento delle sfere avvenne nella casa di Fazio Giuseppe, e non già nella casa di altri.
  E qui pure aggiungo che, durante il periodo in cui ho reso detto interrogatorio, stava poco bene e per tale ragione forse sono caduto in qualche inesattezza.
  Domandato sul suo interrogatorio a fol. 279 del 19 febbraio 1891
  R. Non ricordo se partecipò al furto delle sfere Gaetano Mazzola; certamente egli partecipò a quello del ferculo, e lo desumo dal perchè lo vidi a S. Francesco all'Arena in casa di Spampinato,e non so precisare ove abbia avuto luogo perchè io nulla ho percepito delle sfere.
  Con tali modifiche confermo detto mio interrogatorio, dichiarando anche una seconda volta che in detta epoca, e per 3 mesi di seguito, fui sempre ammalato per flussione emorroidaria.
  A questo punto d'accordo colle parti, si è data lettura del verbale di confronto tra Nicotra Francesco e Torrisi Concetto, del 6 maggio 1891, a foglio 421, del processo del furto degli ostensorii.
  A domanda della difesa di Parisi
  R. Il D'Aquino dette incarico a Paolo Parisi, di vendere le pietre preziose, il cui numero ignoro; ma questo disconosceva la provenienza -- Costui, Parisi, nel furto delle sfere non ebbe parte.
  A domanda
  R. Dichiaro che riunioni non ce ne sono state mai, nè per due volte in Ognina, nè sotto il tunnel del giardino Bellini, nè in contrada S. Nullo, nè in altri luoghi.
  Domandato sugl'interrogatorii ai fogli 318 del 5 marzo 1891, e 321 dell'8 marzo 1891
  R. Nego le riunioni delle quali ho fatto parola in quegl'interrogatorii. Dichiaro che Mazzola e Salvatore Spampinato non vi parteciparono.
  A domanda
  R. Non ci è stata mai organizzazione tra noi per commettere i furti, ma fu una combinazione nel riuscirci e commettere tali reati.
  A domanda del P. M.
  R. Come ho detto, io mi trovavo infermo non solo, ma con la carcerazione dei componenti della mia famiglia, e quindi per salvarli, dichiarava quel che dichiarai.
  A domanda
  R. La verità di tutti i fatti io l'ho compendiata in una lettera di quattro fogli diretta al Procuratore del Re sig. Mondio; ed è a questa che specialmente mi riferisco, la quale contiene nè più nè meno di quello che all'udienza ho dichiarato; lettera scritta nello scorcio del maggio 1891; e nella stessa esternava il desiderio che fosse unita al processo.
  A domanda
  R. Tale lettera fu scritta di mia piena e libera volontà.
  A domanda del P. M.
  R. Ê vero che io pregai il detto procuratore del Re, sig. Mondio a non alligare in atti quella lettera.
  A domanda
  R. Io feci la lettera perchè fosse tenuta presente nel processo; dopo modificai tale mio divisamento perchè mi si disse, da persona che non ricordo, che potevane venirmene danno--Quella lettera fu letta anche da uno degli Spampinato, che ora non ricordo, e ne parlai in camerata, ove erano taluni degli attuali giudicabili, cioè: mio fratello Salvatore, Alfio Spampinato, Salvatore Spampinato, Nicolosi Antonino e non ricordo altri.
  Richiamato sull'interrogatorio del tre maggio 1891, a fol. 434, del processo pel furto al ferculo: interrogatorio che si è letto di accordo con le parti.
  R. Lo confermo in tutte le sue parti, meno in quella in cui si parla delle minacce che più non ricordo.
  A domanda
  R. Quanto a Francesco Paolo Mangano dichiaro che non posso accertare di essere colpevole, e ritengo che egli venne sul punto a S. Francesco all'Arena per prendere il signor Riela e compagni, per pura combinazione.
  Disconosco che egli abbia portato e riportato lo argento rubato.
  A domanda
  R. Il diciotto febbraio 1891 io mi trovava in cella, Mangano e Mazzola non furono mai nella mia camerata.
  A domanda dell'Avv. signor Arcidiacono
  R. Quella tale guardia che mi portò il biglietto di Riela è sotto processo.
  Con la stessa ho fatto atti di confronto relativi alle promesse ed al biglietto del Riela.
  L'avv. signor Lipani ha chiesto il rinvio della causa perchè la difesa non ha potuto pigliar cognizioni nei termini della legge prescritti, della lettera diretta dall'imputato Francesco Nicotra al Procuratore del Re signor Mondìo: lettera che dovea essere unita al processo, per come egli dice, perchè atto del processo. Ha chiesto pure che tale lettera sia unita agli atti processuali.
  L'Avv. signor Di Benedetto si è associato alla richiesta del suo collega signor Lipani, aggiungendo che l'ordinanza della Camera di Consiglio è nulla, dappoichè essa dovea esaminare pure tale documento, ch'è un interrogatorio necessario a norma dell'art. 434 p. p. dopo regolare istruzione sul documento medesimo.
  La parte civile ed il P. M. han chiesto il rigetto della istanza della difesa e che si proceda oltre al dibattimento tenuto conto che la lettera in parola non è un atto legale, ma una lettera privata che il Nicotra dirigeva al Cav. Mondìo.
  La difesa ha insistito nella sua istanza per rinvio della causa.
  La parte civile ha replicato chiedendo il rigetto di tale istanza.
  La difesa è tornata ad insistere.
  ORDINANZA--Il Tribunale osserva che l'imputato Francesco Nicotra faceva capitare in maggio 1891 ed in linea privata, al Sig. Mondìo Enrico Sostituto Procuratore del Re, una lettera per allegarsi al suo processo. Se non chè indi a sua richiesta ed espressa preghiera, accettata, domandò ed ottenne di non tenersene conto e non esibirsi, dandosi per altro luogo ai suoi interrogatorii e successive dichiarazioni sino all'odierna udienza.
  Dunque non evvi titolo o notizia acquisita al processo per la cui mancanza si possa muovere lamentanza, quando tale titolo o notizia non costituì, nè costituir potea un atto del processo.
  Laonde la eccezione è infondata e va respinta.
  Visto l'art. 281 proc. pen.
  Rigetta la proposta eccezione ed ordina procedersi oltre.
  La difesa ha protestato di appello avverso tale deliberazione.

UDIENZA DEL 24 OTTOBRE

  Il procuratore legale, sig. Garofalo Luigi ha dichiarato che nell'interesse del Municipio di Catania si costituisce parte civile in questo giudizio; ed all'uopo ha esibito la relativa procura rogata ieri dal Notaio Giuseppe De Marco, ed un verbale con cui la Giunta autorizza il Sindaco a costituirsi parte civile.
  Ad ordine del Presidente si è data lettura del verbale di autorizzazione della Giunta.
  La difesa si oppone alla costituzione di parte civile perchè crede che doveva prima intervenire la autorizzazione del Consiglio Comunale e non dalla Giunta.
  Il Procuratore legale sig. Garofalo ha fatto osservare che il Municipio è comproprietario del ferculo di S. Agata, tanto che detiene una terza chiave, senza della quale non può aprirsi la porta del magazzino ov'è riposto il ferculo, e quindi ha il dritto di costituirsi parte civile.
  L'avv. sig. Simoncini della parte civile ha rilevato che è ammissibile la costituzione di parte civile nella rappresentanza del Municipio di Catania ch'è comproprietario del ferculo.
  Il P. M. ha chiesto l'ammissione della parte civile, avendo il Municipio di Catania dei dritti sul ferculo di S. Agata, come risulta anche dal processo scritto.
  La difesa ha insistito sul rigetto perchè si sconosce sinora chi sia il legittimo proprietario del ferculo, ed in questo momento deve opporsi alla costituzione di parte civile di chi primo si presenta.
  ORDINANZA--Il tribunale osserva: il Municipio di Catania ha domandato d'intervenire in giudizio e costituirsi parte civile, con autorizzazione della Giunta, datata 22 Ottobre. Il tribunale però ritiene che occorra l'autorizzazione del Consiglio anco perchè in quella, nulla accenna ad urgenza. Visto l'art. 281 proced. penale.
  Dichiara allo stato inammissibile la costituzione di parte civile per parte del Municipio, ed ordina procedersi oltre.

Interrogatorio di Motta Vincenzo

  Domandato opportunamente
  R. Mi riferisco al mio interrogatorio (fol. 318 processo ferculo) e ripeto anche una volta che io nulla so nè del furto degli ostensori, nè della carrozza, che in quella notte venne a fermarsi innanti la mia casa, nè delle riunioni per consumarsi i furti, nè di ricettazione di oggetti rubati. Tutto ciò che gl'imputati e i testimoni possono dire in contrario non è che una calunnia.
  A domanda del Presidente
  R. Non conosco Nicotra Francesco che ora per la prima volta ho visto, nè Salvatore Spampinato. Con costoro non ho che dividere; certamente non ho inimicizia, non ho ragioni per ritenerli miei nemici.
  A domanda del Presidente
  R. È vero che tra me ed il prete Di Maggio ci erano delle relazioni, che direi intime, perchè lo conosceva quasi da bambino; ed ecco perchè io frequentava la sua persona e la sua casa che corrisponde nella Sacristia della Cattedrale, e mi vi son trattenuto una volta sola per quattro giorni. Cotesta intimità si estendeva ancora a tutti i membri della mia famiglia.
  Però tale intimità non arrivava alla confidenza di poterci introdurre nella sua casa a nostro piacimento, e nulla so della chiave di cui V. S. mi parla, che si è trovata nella nostra abitazione, e che apriva anche quella del Di Maggio.
  A domanda del Presidente
  R. La casa ove io abito appartiene a Salvatore Lo Porto mio genero, e si compone di un piano inferiore di una stanza, dove abito io, di uno stanzino per rimettere masserizie di un palmento o dispensa; e di un piano superiore che si compone di quattro stanze. Il piano superiore è abitato da mio genero Lo Porto; però lo stanzino ed il palmento o dispensa del piano inferiore servono pure per uso di detto mio genero che ne conserva le chiavi. Il piano superiore è in comunicazione con la dispensa per una scala interna, e la dispensa si tiene sempre chiusa.
  A domanda del P. M.
  R. Io qualche volta mangio con mio genero, qualche volta mangio solo per conto mio.
  Tra la casa or ora descritta al Trappeto e quella ove abitava l'altro mio genero Giuseppe Fazio, in S. Giovanni La Punta, intercede la distanza di due miglia circa.

Interrog. di Fazio Giuseppe.

  Domandato in ordine al suo interrogatorio a fog. 340, processo ferculo, di cui, con lo accordo delle parti, gli si è data lettura
  R. Mi riporto al mio interrogatorio, di cui mi si è data lettura, e ripeto che sono innocente della imputazione che mi si fa. È vero che nell'epoca in cui si riferisce il fatto incriminato io nella qualità di barbiere, dimorava in S. Giovanni La Punta, che dista dalla contrada Trappeto, ove abitavano e abitano mio suocero Motta e mio cognato Lo Porto, circa due miglia; però nulla conosco di carrozza là arrivata, nulla dei ladri che portarono gli ostensorii e là li nascosero.
  Richiamato nell'atto di ricognizione a fog. 322, dell'8 marzo 1891, (processo ostensori)
  R. Quell'atto non fu fatto nelle forme di legge perchè i simili e consimili, che con me si situarono, erano persone riconosciute.
  A domanda del Presidente
  R. Ciò che ho detto per l'atto di ricognizione, di cui or ora ho parlato, ripeto pure per quello eseguito con Nicotra Francesco.
  A domanda
  R. Del personale inserviente presso la Cattedrale non conoscevo nessuno, meno del prete Di Maggio col quale era in amicizia, tanto che mi ha tenuto al fonte battesimale due figli.
  A domanda
  D. È una calunnia che io abbia cooperato a disfare gli ostensori, o che presso di me si sieno fusi.
  A questo punto l'imputato, spontaneamente ha raccontato:
  Mentre mi trovavo all'infermeria segregato, venne a trovarmi il condannato Grecuzzo Mario, il quale si sforzava per indurmi a confessare il reato, che io non ho commesso e per persuadermi diceva d'aver saputo la mia reità dagli altri condannati, e che potevo così conseguire la libertà. Simili preghiere mi furono anche rinnovate altre volte nella camera della direzione ed alla presenza del direttore, il quale si accoppiava con qualche piccola istanza.

Interrogatorio Lo Porto Salvatore.

  Domandato in ordine al suo interrogatorio a foglio 346 processo ostensorii
  R. Come ho detto nel mio interrogatorio sul quale V. S. mi ha richiamato, che confermo ed a cui mi riferisco, sono innocente; non ho in modo alcuno partecipato al furto degli ostensorii.
  È falso quindi che nella notte del reato i ladri si fossero condotti nella mia abitazione consegnando gli ostensorii, tra gli altri a me, ed è falso del pari che nel mio orto o nella mia casa si fossero nascosti.
  Parimenti quindi è falso che, dopo qualche tempo, io li abbia restituito a taluno dei ladri.
  A domanda del Presidente
  R. L'abitazione ove io mi trovo è di mia esclusiva proprietà, e mentre io occupo il piano superiore di quattro camere, mio suocero Motta occupa invece una camera a pian terreno.
  Vi è pure in questo piano una dispensa o palmento ed uno stanzino, in tutto tre vani; però questi ultimi due vani io li tengo chiusi con chiave, perchè nella dispensa ci ho del vino.
  Nelle due abitazioni cennate vi sono due ingressi distinti; però vi è una scala interna che corrisponde al palmento o dispensa che dir si voglia.
  A domanda
  R. Il prete Di Maggio con me era in ordinaria amicizia, ma con mio suocero era piuttosto intimo.
  A domanda
  R. Ignoro se siasi sequestrata presso di mio suocero qui in Catania una chiave, che apriva la porta di abitazione del Di Maggio nella sacrestia.
  A domanda
  R. Io non ho mai avuto inimicizia con Nicotra Francesco o con altri, e non posso dire mi si voglia far del male per il male.
  A domanda del P. M.
  R. Io e mio suocero, quasi allo spesso, pranzavamo uniti, e si pranzava giù nelle stanze di mio suocero; però vi si accedeva sempre dagl'ingressi esterni e mai dalla scaletta interna, dalla quale ho fatto parola, meno nei giorni piovosi.
  A domanda dell'avv. signor Lipani
  R. La scaletta interna di cui ho parlato, ed è fermamente e fissa, [sic] è costruita con tavole.

Interrogatorio Mangano Francesco

  Domandato opportunamente, dandogli lettura del suo interrogatorio a fol. 419 processo ferculo
  R. Come altra volta dichiarai dinanzi all'Istruttore, ripeto che sono innocente, o si verrà in un equivoco, o in una vera calunnia. Io nulla so dei ladri che rubarono l'argento al ferculo di S. Agata; ed è poi assolutamente insussistente che io lo abbia con la mia carrozza portato per conto dei ladri, avendo scienza di cotesti fatti, e molto meno che materialmente ci sia andato. -- Il solo che mi ha nominato è Francesco Nicotra; ma per sbugiardarlo, è inutile ripetere più ciò che ho detto nel mio interrogatorio, di cui testè mi si è data lettura.
  A domanda
  R. Io altra volta fui imputato, si dice, da un certo Salvatore Nicotra, che io non conosco, ma può darsi che sia l'attuale imputato Salvatore Nicotra.
  A domanda del P. M.
  R. Coi fratelli Nicotra Salvatore e Francesco, non ho amicizia alcuna, e non li ho mai conosciuti, almeno se non mi sbaglio.

Interrogatorio di Girolamo Barresi

  Domandato opportunamente, dandogli lettura con lo accordo delle parti, dei suoi interrogatorii ai fol. 422, Processo Ferculo del 24 febbraro [sic] 1891, e 311 Processo Ostensorii, del 3 marzo 1891
  R. Sul proposito ho già confessato la verità nei miei interrogatorii testè lettimi, che ratifico.
  Solo debbo soggiungere e spiegare che l'individuo che si trovava in compagnia di Sciacca, questi me lo presentò come suo compare col nome di Francesco, e come commesso viaggiatore, e solo ora in questo procedimento ho appreso si chiami Francesco Nicotra.
  A domanda
  R. Nei due affari, per cui ebbi mandato, il primo (relativo alle pietre bianche e rosse di nessun valore) nulla mi fruttò, perchè ebbi sola commissione di farle vedere per conoscere che pregio avevano: e l'orefice essendosi avveduto ch'erano rotte ed inutili, disse che non valevano neppure un soldo: e per tale mio incomodo, a cui mi prestai per semplice favore, non ebbi alcun compenso.
  Ma per la vendita dello argento mi ebbi lire venticinque dal compratore.
  A domanda
  R. Fui negativo nel primo interrogatorio, perchè, vedendo il ferculo di S. Agata spogliato di argento, mi commossi e mi spaventai. Per l'istessa ragione non accolsi le profferte di amicizia fattemi dal Nicotra nel confronto, e finalmente io non garentii col nome e col cognome di Francesco La-Rosa, e solo lo presentai come persona da me precedentemente conosciuta.
  A domanda della difesa
  R. Non ho mai detto che Nicotra e Sciacca erano di comune accordo per l'affare delle pietre bianche e rosse--La verità era ed è che Nicotra le diede a Sciacca per la ragione sopra cennata.
  A domanda della difesa
  Quando il negoziante Brancato Vito m'interrogò sulle condizioni di Nicotra, alle quali risposi affermativamente, non mi disse il nome ed il cognome, ma solamente se lo conosceva; ed io non intesi se Nicotra si fosse qualificato La-Rosa perchè mi trovava alquanto distante, ma nella stessa stanza.
  Ad istanza della difesa, domandato l'imputato Francesco Nicotra
  R. In presenza di Brancato non s'interloquì di La Rosa, di Nicotra; ma di semplice persona, ed aggiungo pure che Barresi ignorava che io mi chiamassi di cognome Nicotra, e che posteriormente mi fossi qualificato con l'altro cognome di La Rosa.

Interrogatorio di Viola Giuseppe

  Interrogato opportunamente
  R. Come ho detto altra volta alla giustizia ripeto di essere innocente del fatto che mi si addebita.
  Io ignoro tutto, e tutto disconosco, sia le passeggiate in piazza dei Martiri con gl'imputati Nicotra Francesco, Spampinato Alfio e Concetto Torrisi, sia i discorsi relativi al reato consumato -- Ignoro poi, e non posso rispondere dei discorsi fatti da altre persone nell'osteria di Donna Iana, ove si fece il mio nome, e si parlò di compensi possibili da accordarmisi, e ciò risposta a quanto la S. V. mi dice.
  A domanda del P. M.
  R. Non ho inimicizia di sorta con Francesco Nicotra ed Alfio Spampinato.

Interrogatorio di Pietro Pappalardo

  Interrogato opportunamente
  R. Come ho detto nel mio interrogatorio scritto, ripeto essere innocente dello addebito fattomi, non avendo in modo alcuno partecipato al furto dello argento del ferculo di S. Agata; e se a Francesco Nicotra e ad altri è piaciuto fare il mio nome, o si sono ingannati, o mi calunniano, perchè io nulla conosco di quel reato.
  Con il suddetto Nicotra io non ho avuto mai ragione di inimicizia o di livore.
  A domanda del P. M.
  R. Con Nicotra Francesco non aveva intimità di amicizia; ma eravamo amici, e qualche volta mi univo con lui perchè abitiamo nello stesso quartiere.
  Con Spampinato Alfio, che conosceva di vista, non mi sono mai unito.

Interrogatorio di Francesco Maccarrone

  Domandato opportunamente in ordine al suo interrogatorio dell'11 marzo 1891, fol. 330, processo ostensorii, del quale, con l'accordo delle parti, gli è stata data lettura
  R. Mi riferisco al mio interrogatorio, ove ho ampiamente sviluppato le ragioni della mia innocenza, ed è appunto quello di cui mi è stata data lettura.
  Non ho conoscenza di sorta coi coaccusati, meno del Nicotra Francesco che conobbi quando, ragazzo era nel seminario, e meno ancora del Parisi Paolo, che conobbi in Acireale nel 1860 circa.
  Ritengo che Nicotra Francesco mi calunii perchè io era nemico del prete Di Maggio, che si chiamava suo zio perchè cresciuto esso Di Maggio da una zia del Nicotra.
  Nessuna ombra d'inimicizia poi ho con gl'imputati Spampinato--Col Torrisi Concetto non ho mai avuto inimicizia di sorta.
  Richiamato sul suo interrogatorio a f. 333 e sul verbale di costatazione fatta dall'ufficio istruente (fol. 339) processo ostensorii
  R. Confermo quanto ivi sta detto, con questa sostanziale modifica. Io mi trovava rinchiuso nell'ultima cella a sinistra di chi entra nel corridojo delle celle numero uno, e la persona che per prima parlò, trovavasi in una delle celle di fronte, senza che io possa precisar quale -- Ignoro quali persone si trovassero nelle dette celle, meno il Parisi, la cui voce conobbi, e ch'era alla mia linea.
  A domanda della difesa
  R. La voce da me non conosciuta, era una voce piuttosto giovanile -- Oltre di quello che ho detto, facevano altri discorsi, il cui senso non ho mai compreso.
  La difesa dello stesso Maccarrone ha domandato se la voce sconosciuta accennasse ad epoca dello arresto, e l'imputato Maccarrone ha risposto:
  Riferiva il suo arresto a quaranta giorni innanzi.
  Domandato dalla Presidenza l'imputato Maccarrone a dire come concilia la risposta negativa data prima, cioè quella che non aveva compreso il senso degli altri discorsi che facevano, con questa data ora, alla domanda della difesa
  R. Perchè in coscienza questo mi costa.
  A domanda del P. M.
  R. Non posso dire se i lamenti fatti dalla voce
  [qui finisce l'ultima pagina della copia cartacea in mio possesso -NdR]

Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.