Cronologia degli eventi menzionati
nel Processo a Stampa per i Furti al Tesoro di S. Agata,
alla Cattedrale di Catania nel 1889-1890
(incompleta)


1731
L'ostensorio piccolo fu rubato e poscia ritrovato in piazza dei Martiri. [O-2/74]

1777
La Baronessa Toscano fece costruire l'ostensorio grande. [O-2/74]

1801
L'ostensorio grande entra nel possesso della Cattedrale. [O-2/74]

16 marzo 1838
Il Vescovo Orlando incarica Emanuele Puglisi Caudullo di restaurare l'ostensorio grande. [O-2/74]

1872
L'ostensorio piccolo venne portato in casa di Puglisi Caudullo Emanuele, dove stette per 3 mesi, per farne una copia per la chiesa del SS. Crocifisso della Buona Morte. [O-2/74]

1873
Nicolò Isaia fece fare il segreto della porta della Giunta dal "maestro chiavettiere che abita dietro il convitto di nome Orazio". [O-2/36]

1886
Giovanni Anfuso vende dei vecchi alberi d'ulivo nel suo fondo in contrada Garifo di Misterbianco a Salvatore ed Antonino Spampinato, che pagarono l'ultima domenica di agosto 1886 (la festa di S. Sebastiano). [O-2/91]

1886-1888
Rita Carbone. "In occasione che io e le mie sorelle frequentavano la Cattedrale, contrassimo amicizia col prete Di Maggio, amicizia pura e sincera, e quindi egli, di quando in quando, frequentava la nostra casa e stava con noi in conversazione, e siccome noi ci trovavamo in ristrettissime finanze, egli ci diede qualche sussidio in cose di vettovaglie e di denaro in pochissime lire, e codesta sua carità faceva sì che gli eravamo molto grati, e nelle lettere che scriveva mia sorella Agatina al detto Di Maggio a nome di tutta la famiglia lo ringraziava delle amorevolezze usate a nostro riguardo." [O-2/43]

3 febbraio 1888
Rita Carbone: "Una sola volta, io, assieme alla mia famiglia, siamo stati nell'alloggio del Di Maggio e si fu la sera del 3 febbraio, passato anno, per vedere i cantanti e l'artifizio di fuoco." [O-2/43]

OSTENSORII

Descrizioni dettagliati degli ostensorii in 2/41 e 2/42. Vedi anche O-1/308.

circa 7 giugno 1889
Salvatore Spampinato: "Circa tre mesi prima che fosse commesso il furto delle sfere, si era proposto e discusso fra coloro che vi dovevano pigliar parte, io ricordo all'uopo si tennero delle riunioni al Piano del Borgo e al Piano di S. Agata. Le persone che intervenivano alle riunioni erano: Vincenzo Motta, Antonino Consoli, Francesco Nicotra, Francesco D'Aquino, inteso il mammano, Alfio Spampinato ed io." [O-1/314]

Si tiene una riunioni ad Ognina in casa di Carmelo Riela dove si tratta del furto degli ostensori. [Almeno, Riela lo nega in O-1/345]

Riunione in contrada S. Nullo, alcuni mesi prima del furto, dove si tratta per l'ultima volta del furto degli ostensori. [O-1/345] Secondo S.Spampinato, i presenti erano Francesco Nicotra, mio nipote Alfio, Francesco D'Aquino, Paolo Parisi, Carmelo Riela e Francesco Maccarone. [O-1/321]

agosto 1889
Giuseppe Torrisi, col suo socio Francesco Messina padre e lavoranti Francesco Messina figlio e Salvatore Spampinato vanno in Misterbianco per tagliare ulivi, trasportati poi da Torrisi e Messina figlio a Catania nella carrozza di Alfio Torrisi, venduti poi a Giacomo Fichera per la sua fabbrica di zolfo. [O-2/79, 81, 82, 84]
Il Fichera dice che ha comprato invece soltanto una volta ad ottobre 1889. [O-2/93]

Concetto Torrisi: "Nel mese di agosto u. s., Motta Vincenzo portò nella sagrestia due catenacci, ma non posso dire se li ha consegnati al Di Maggio, ma probabilmente li ha consegnati a costui.
Essi catenacci, dopo quindici giorni dell'avvenuto furto alla Cattedrale, li vidi in un cassettone della sacristia." [O-2/37]

Alfio Spampinato: "Molti giorni pria che il furto fosse avvenuto, mentre stava per recarmi in Cibali in incontrai [sic] Francesco Nicotra, il quale, fermandomi, mi rivelò che aveva divisato di rubare in compagnia di altre persone i detti Ostensori; poichè, diceva egli, era in relazione con una persona la quale nel tempo stabilito avrebbe fatto trovare i detto oggetti dietro la porta della sagristia via Vittorio Emanuele." [O-1/300]

Concetto Torrisi: "Continuamente frequentava [l'alloggio del Di Maggio] il suo intimo amico Vincenzo Motta con la sua figlia, frequentava più spesso il suo alloggio una sorella del detto Vincenzo Motta che abita in Catania, ma non so dove. Assieme a costei vi era una sua nipote figlia del detto Don Vincenzo. Cinque o sei, dico meglio, per circa dodici giorni continui dormì col Di Maggio il suddetto Motta, ma se ne era andato due o tre giorni prima del Quarantore." [O-2/4]

Primi di settembre 1889
F. Nicotra si avvicina a G. Consoli alla Villa Bellini di notte. Lo invita alla Cattedrale e lo porta alla Cattedrale dove si consuma il furto degli ostensori. [O-1/468]

4 settembre 1889
Il sagristano Concetto Torrisi acconsente alle insistenze di padre Di Maggio di partecipare al furto degli ostensori. [O-1/407]

6 settembre 1889
Per la prima volta in molto tempo, l'ostensorio grande viene usato per la messa della sera, invece del quello solito piccolo. [?/?]
Dopo la benedizione, e sgombrati i fedeli, si passa alla rivista della Cattedrale e non si rivela la presenza di alcun estraneo. Di Maggio richiude la sfera grande al suo posto, che chiude a chiave, e tutti escono tranne per Torrisi e i sagristanelli (?) [O-2/1 e segg.]
Di Maggio si reca ad una chiesa in Ogninella senza essere invitato e prende il posto del prete nella ceremonia in corso per dieci minuti. [O-2/30] Tornò alla Cattedrale alle 22:30. [O-2/35]

Salvatore Faia, il 8 marzo 1891, dice: "Quattro o cinque mesi fa, mentre trovavami con la mia carozza [sic] in piazza del Duomo, verso le due e mezzo pom., si presentò a me un certo, inteso il Cavaliere, che io ben conosceva e conosco, e mi invitò se io volessi portarlo a S. Francesco all'Arena con la mia carrozzella.
Avendo io aderito, mi fece andare in vicinanza della pescheria dove egli comprò quattro o cinque merluzzi. Indi collocatosi nella mia carrozza partimmo subito per S. Francesco all'Arena.
Giunti a S. Francesco, quel tale mi fece fermare dinanzi ad una bettola.
Colà mi fece attendere pregandomi di coadiuvare la bettoliera nella preparazione del pesce che si sarebbe più tardi mangiato da lui e da altri compagni suoi, che, secondo egli diceva, erano in quelle vicinanze.
Dopo che furono fatti i pesci, vennero nella bettola quel tale inteso il Cavaliere, Paolo Parisi, certo Spampinato Salvatore ed un giovanotto più corto e snello.
Ricordo che una porzione di quel pesce fu conservata per un altro che doveva arrivare più tardi e che difatti giunse quando gli altri avevano già finito di mangiare il pesce. Ricordo che era lungo di statura, aveva un fazzoletto legato alla testa ed un fucile alla spalla.
Verso mezz'ora di notte ci avviammo per ritornare in Catania e portai nella mia carrozza quel tale inteso in cavaliere, il Parisi, lo Spampinato e quel giovanetto snello."

Salvatore Spampinato: "Una notte venne a chiamarmi in casa Francesco Nicotra, dicendomi che il Consoli ed il D'Aquino col cocchiere erano già pronti, e trovavansi a mangiare in una bettola verso il Tonno. Io andai con lui e nel piano del borgo ci riunimmo con mio nipote Alfio Spampinato.
Là aspettammo alquanto, finchè scesero in carrozza il Consoli ed il D'Aquino, coi quali salì anche in carrozza il Nicotra. Mentre la carrozza avviavasi verso la via Vittorio Emanuele, io e mio nipote Alfio, muovemmo parimenti, però a piedi, per recarci in via Vittorio Emanuele dove era il convegno. Là separatamente ed in punti diversi aspettammo l'ora stabilita per il furto, cioè l'una antemeridiana." [O-1/314]

Notte del 6-7 settembre 1889
Furto dei due ostensorii.
I funzionari della Cattedrale raccontano la chiusura della chiesa la sera del 6 e la scoperta del furto la mattina del 7. [O-2/1 e segg.]

Padre Di Maggio sveglia Concetto Torrisi verso la mezza notte, ecc. [O-1/399, O-1/407]
Le sfere vengono portate in carrozza dalla porta della Sagrestia al Trappeto, dove vengono nascoste.
In carrozza: Francesco Nicotra [O-1/350], Salvatore Spampinato [O-1/348], Antonino Consoli [accusato in O-1/350].

7 settembre 1889, ore 01:00
Salvatore Spampinato: "Giunta la detta ora, due dei miei compagni si avvicinarono alla porta della sagrestia in via Vittorio Emmanuele, la porta si aperse e quei due, avute le sfere, le portarono nella carrozza dove si collocarono insieme a me e mio nipote Alfio Spampinato. Sicchè nella carrozza oltre di noi due, zio e nipote, si trovavano Francesco Nicotra, che stava accanto al cocchiere, nonchè il Consoli ed il D'Aquino." [O-1/314]

Il 21 ottobre 1891, Raimondo Corsaro è imputato di aver "trasportati parte dei ladri e la preda furtiva nella sua carrozza"; [p.126]

Salvatore Spampinato: "La carrozza partì immediatamente per S. Giovanni La Punta e si fermò al Trappeto dinanzi alla porta di Vincenzo Motta, il quale, secondo i presi accordi, si fece trovare là pronto in compagnia di un altro che sentivo indicare come suo genero. Consegnati ad essi due gli ostensorii rubati, ce ne ritornammo tutti in Catania." [O-1/314]

7 settembre 1889, ore 03:30
Francesco Andronico esce di casa sua al Trappeto e vede la carrozza ferma davanti al cancello della casa di Salvatore Lo Porto. [O-2/28]

Alfio Spampinato: "Dopo molti giorni intesi correr voce che quel furto fosse stato commesso, ed io subito argomentai, che autori fossero stati Francesco Nicotra e suoi compagni. Infatti il giorno seguente passando in via Vittorio Emanuele, proprio dinanzi la porta della sagristia alla Cattedrale, verso mezz'ora di notte incontrai Francesco Nicotra al quale domandai in tuono [sic] allusivo: Che facesti? ed egli subito mi rispose, feci tutto. Io compresi che egli aveva commesso il detto furto." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Dopo qualche giorno incontratolo nuovamente dinanzi la Chiesa dei Minoriti, egli mi avvicinò ed esplicitamente mi confessa [sic] che avea commesso il sudetto furto e che gli ostensori si trovavano nascosti al Trappeto." [O-1/300]

Salvatore Spampinato: "Dopo alquanti giorni, per timore delle continue ricerche della Giustizia, le stesse persone ci recammo nuovamente al Trappeto per riprendere le sfere e portarle altrove.
Giunti colà alla stessa casa del Motta, io non vidi costui perchè era in carcere, nè vidi bene le altre persone che in quella casa ricevettero i miei compagni, perchè io rimasi fuori. Riprese le sfere dal giardino dove trovavansi nascoste, ritornammo alla Grotta della Colomba sotto Misterbianco, nella quale nascondemmo le dette sfere." [O-1/314]

Alfio Spampinato: "Dopo i fatti da me narrati, vedevo spesso riunirsi nel Piano del Borgo dopo l'avemaria, Francesco Nicotra, Salvatore Nicotra, Neddu Sciacca, Antonino Consoli, Paolo Parisi, Gaetano Mazzola, mio zio Salvatore Spampinato e quel tale con la barba a pizzo, inteso Mammano, che io credo sia Francesco D'Aquino. Da tali riunioni misteriose argomentai che si trattasse del furto delle sfere della Cattedrale, ed un giorno anzi ne domandai a Neddu Sciocca, [sic] il quale mi confermò nella mia credenza e mi suggerì anzi di farmi dare qualche cosa perchè io era a conoscenza di tutto.
Fu allora che lo stesso Sciacca annunziò che fra qualche giorni sarebbero andati a prendere i raggi a mezza luna, dove si suol mettere l'ostia consagrata, di uno però dei due ostensori e precisamente del più grande." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Dopo alquanti giorni rincontrato Francesco Nicotra, gli domandai che cosa avessero fatto, ed egli mi rispose che già in casa di Neddu Sciacca era stata fatta la fusione dell'oro e dei raggi e della mezza lunetta, e che il metallo ricavato era stato venduto dallo stesso Sciacca per il prezzo di L. 1500, essendo risultato del peso di un rotolo e mezzo. Io allora gli dissi che a me dovevano dare qualche cosa, ed egli mi dette soltanto L. 10, promettendomi che mi avrebbe dato ben di più quando si sarebbero vendute le pietre preziose che erano di un gran valore.
Quando avvenne quest'ultimo discorso, Francesco Nicotra era in compagnia di suo fratello Salvatore ed eravamo tutti e tre nel piano del Borgo.
Fu appunto in tale occasione che io seppi che gli ostensori dal Trappeto erano stati trasportati nella grotta delle Colombe sotto Misterbianco, nella quale ancora si trovavano." [O-1/300]

17 ottobre 1889
Salvatore Spampinato: "Fui invitato di recarmi alla Grotta con tutti gli altri circa 40 giorni dal furto. Andai di fatto con gli altri [...], prendemmo le sfere dalla Grotta e le portammo a San Francesco nella mia abitazione, dove rimasero circa otto giorni." [O-1/314]

Alfio Spampinato: "Dopo molti giorni dall'ultimo discorso Francesco Nicotra mi invitò ad andare con lui e con i compagni a prendere le sfere dalla indicata grotta per trasportarle nel fondo di mio zio Spampinato Salvatore a San Francesco all'Arena, dove era stato stabilito che si sarebbe fatta la fusione del metallo. Io non aderii all'invito, dicendo che avevo da fare, ed il Nicotra mi disse che avrei potuto incontrarlo la stessa sera verso un'ora di notte, mentre egli coi suoi compagni ritornavano portando le sfere." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Il diamante antico [...] con cui Francesco Nicotra fece costruire uno anello dall'orefice in via Morti era [...] uno staccato dall'Ostensorio. Esso anzi nella forma e nella grandezza era uguale a quelli componenti la scatola che io vidi a S. Francesco all'Arena. Francesco Nicotra mi disse di essersi preso quel diamante nella grotta delle Colombe, quando egli e i suoi compagni vi andarono per prendere e trasportare gli oggetti rubati, presso mio zio." [O-1/300]

Francesco Nicotra: "La pietra con la quale mi feci costruire lo anello che poi vendetti all'orefice Bonanno, è appunto una di quelle dell'ostensorio grande." [O-1/308]

Alfio Spampinato: "Io difatti dopo l'avemaria mi recai nella via principale di Cibali, nella quale, in vicinanza della casina del sig. Fischetti incontrai che ritornavano Francesco Nicotra, suo fratello Salvatore, Gaetano Mazzola, Paolo Parisi, Antonino Consoli, mio zio, Salvatore Spampinato, Neddu Sciacca ed il Mammano che credo sia il D'Aquino. Io mi unii a loro e durante il cammino Francesco Nicotra mi diceva che gli ostensorii erano stati ridotti in pezzi che venivano portati dai suoi compagni e da lui, una parte per ciascuno. Giunti che fummo al piano Borgo io mi licenziai da loro ed essi continuarono il loro cammino verso S. Francesco all'Arena dove dovevano depositare gli oggetti rubati." [O-1/300]

17 ottobre - 24 ottobre 1889 circa
Salvatore Spampinato: "[Le sfere rimasero a S. Francesco nella mia abitazione circa otto giorni.] Durante questo tempo furono fatte delle trattative per mezzo di Neddu Sciacca coll'intento di preparare il conio e tutto l'occorrente per la falsa fabbricazione di monete d'oro. Imperocchè tutti ritenevamo che il metallo delle sfere rubate fosse tutto oro. [...] Ricordo anzi in proposito, che durante quegli otto giorni erano rimasti in mio potere in deposito L. 500, che dovevano giovare per la spesa d'impianto della detta fabbricazione, e lo stesso Sciacca avea portato da me, e fatto vedere ai compagni, un conio, che credo fosse per marenghi con l'effegie di Napoleone terzo." [O-1/314]

Francesco Nicotra, il 25 maggio 1891, dopo aver passato 3 o 4 giorni insieme a Carmelo Sciacca nell'infermeria del carcere, dice: "Lo Sciacca fu chiamato da Francesco D'Aquino e fatto venire in contrada S. Francesco sotto il pretesto che ci si dovea accomodare una macchina d'attingere acqua. Se non che quando lo Sciacca fu nel luogo, e gli si manifestò che era stato tratto colà per fondere il metallo dello ostensorio, egli recisamente rifiutò e voleva tornarsene in Catania--Però il D'Aquino e gli altri colà convenuti, con gravi minaccie lo costrinsero a rimanere ed a fondere l'indicato metallo." [O-1/446]

24 ottobre 1889 circa
Salvatore Spampinato: "Quando lo Sciacca si mise all'opera per la fusione del metallo, si accorse che invece trattavasi di argento dorato. Dimodochè si dovette smettere l'idea della fabbricazione delle false monete, [...] si dette opera alla fusione dello argento e si ricavò circa sei rotoli del detto metallo in verghe, che fu portato a vendere in Catania, tranne circa due rotoli che rimase nascosto vicino la mia abitazione all'Arena. Nello stesso punto rimasero nascoste le pietre che erano state staccate dalla sfera grande e chiuse in una scatola di latta. [...] Coloro che presero parte alla fusione del metallo presso di me, furono Neddu Sciacca, Antonino Consoli, Francesco D'Aquino, e Francesco Nicotra." [O-1/314]

Alfio Spampinato: "Dopo molti giorni da questi fatti invitato dallo stesso Francesco Nicotra, mi recai a S. Francesco all'Arena, presso mio zio Salvatore e là trovai riuniti le stesse persone da me testè nominate, meno Salvatore Nicotra, le quali con un mantice, con fuoco e con crogiulo [sic] erano intenti alla fusione del metallo degli ostensorii. Finita l'operazione, il metallo, che risultò essere argento, venne ridotto in verghe ed affidato per la vendita allo Sciacca meno circa due rotoli che rimase sotterrato colà stesso vicino la casa abitata da mio zio. L'argento ricavato fu in tutto circa sette rotoli. Anche le pietre preziose appartenenti all'ostensorio grande, che erano state da questo distaccate nella predetta grotta, rimasero sotterrate insieme ai due rotoli di argento vicino l'abitazione di mio zio nell'indicato luogo. [...] Le dette pietre [...] erano conservate in una scatola di latta della capacità di una giumella, sebbene bisogna tener conto per quanto piccolo che comprava l'argento e l'oro nel quale trovavansi ancora le medesime incastonate. [...] Le pietre preziose [...] erano molte e di diversa grandezza. Circa una decina erano bianche, con diamanti dalla grandezza di un pisello circa una trentina erano rosse e della larghezza di due centesimi, ce n'erano moltissime poi bianche e rosse, ma molto più piccole delle bianche ora indicate. [...] Oltre alle pietre da me indicate nello scatolo di latta [...] trovavansi una trentina di perle della grossezza di un pisello tutte unite e formanti come un grappolo." [O-1/300]

In casa di Salvatore Spampinato a S. Francesco all'Arena, quando si stava rompendo gli apostoli d'argento per poi liquefarli, Antonino Consoli ne prese uno che aveva il naso un po' ammaccato e se lo mise sotto l'ascella dicendo: "Questo me lo piglio perchè è mio fratello." [O-1/350]

Salvatore Spampinato: "Quando si era fatta la liquefazione dell'argento, il Nicotra e Neddu Sciacca si erano prese per campione cinque pietre ed una perla per cercare di farne vendita in Palermo." [O-1/314]

Salvatore Spampinato: "Prima però che costoro si fossero prese quelle pietre, era venuto presso di me all'Arena mio nipote Alfio Spampinato e si era preso quei due rotoli d'argento, che erano rimasti nascosti presso la mia abitazione." [O-1/314]

Alfio Spampinato: "Una sera vedendo al Piano del Borgo riuniti i su accennati amici, mi avvicinai ad essi, e domandai la mia parte. Coloro allora discutendo, su quanto io chiedeva, deliberarono di lasciarmi per mia parte quei due rotoli d'argento rimasto nascosto a S. Francesco all'Arena. Io difatti andai colà e mi presi quell'argento che andai a nascondere in via del Vallone." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Dopo qualche giorno, incontrato Francesco Nicotra, gli domandai che cosa avessero fatto delle pietre, ed egli mi rispose, che fra alcuni giorni sarebbero partiti per Palermo, egli e Neddu Sciacca per cercare di vendere colà." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Partirono come poi seppi, il Nicotra e lo Sciacca per Palermo, per tentare la vendita delle pietre, ma al loro ritorno Francesco Nicotra mi disse che non avevano potuto venderle, perchè veniva loro offerto un prezzo molto misero." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Dopo alquanti giorni, avendo nuovamente domandato al Nicotra che cosa avessero fatto delle pietre, egli mi annunziò che se l'erano prese per lire cinquanta il Mammano e taluni suoi compagni che ora non ricordo. Io però non prestai alcuna fede ai suoi detti, specialmente perchè in quel tempo Francesco Nicotra, spendeva e spandeva, non solo, ma si era dato anche a fare il negoziante di panno in società con Salvatore Ferlito, inteso il Barone. Non avendo più da pensare alle pietre, io allora credetti bene di vendere i due rotoli d'argento che mi erano stati dati, e perciò un giorno di Sabato portai quel metallo a Neddu Sciacca preganlo [sic] di vendermelo.
Egli mi disse di ritornare là, Domenica." [O-1/300]

Alfio Spampinato: "Ritornai difatti il detto giorno nelle ore pomeridiane e seppi che lo Sciacca era stato arrestato. Di conseguenza non seppi più nulla ancora di quell'argento." [O-1/300]

13 novembre 1889 circa
Salvatore Spampinato: "Dopo circa venti giorni il d'Aquino ed il Nicotra vennero a prendersi le pietre, in mezzo alle quali vi erano delle perle. Dico meglio, vennero D'Aquino Francesco e Consoli, a prendere le dette pietre." [O-1/314]

novembre o dicembre 1889
Paolo Amendolia: "Circa due o tre mesi dopo il furto degli ostensori della Cattedrale, mi si presentò un giorno Paolo Parisi offrendomi in vendita molte pietre antiche di pochissimo valore, cioè, a quanto ricordo, circa trecento diamantini e circa trecento piccoli rubini.
Io le esaminai e veduto che eran cose di ben poco conto, e non sospettando quindi sulla legittimità della loro provenienza, trattai per la compra delle stesse e conchiusi, infatti, il negozio per il prezzo di circa centoventi o centoventicinque lire, somma che io pagai in due rate e nel termine di giorno dieci." [O-2/64]

dicembre 1889
Secondo F. Nicotra, in una notte del dicembre 1889, Concetto Torrisi fa entrare nella Cattedrale Antonino Consoli e lo fa nascondere in una stanza nella scala del campanile. Antonino Consoli è poi uno di coloro che cercano di scassinare la porta del tesoro di S. Agata. [O-1/350]

FERCULO

???
Riunione nel [tunnel del]la villa Bellini per il furto alla bara di S. Agata. [F-1/348]

11 settembre 1890
Concetto Torrisi dice, il 2 maggio 1891, che in questa data se ne andò dalla Cattedrale a S. Gregorio per villeggiatura, tornando giorno 27. [O-1/413]

15 ottobre 1890
Primo furto al ferculo [p.126]
Gaetano Mazzola va assieme a Francesco Nicotra in carrozza a S. Giuseppe all'Arena presso lo Spampinato. Carmelo Riela giunse verso le 4 pom. [F-1/416]

settembre od ottobre 1890
Paolo Amendolia: "In settembre od ottobre ultimo [1890] mi si presentò un giorno lo stesso Paolo Parisi, offrendomi in vendita circa sei rotoli di argento vecchio in verghe.
Io comprai il detto metallo al prezzo di lire 3 o 3, 25 l'oncia.
Dopo alcuni giorni si presentò di nuovo il detto Parisi, offrendomi in vendita altri dieci rotoli di argento vecchio in verghe.
Fu allora che io entrai in sospetto che quella merce che il Parisi portava potesse essere di furtiva provenienza, e di conseguenza manifestati i miei dubbi al Parisi, recisamente mi negai di comprare quell'argento.
L'ultima volta di cui ho parlato, quando il Parisi venne da me, era circa una mezz'ora di notte ed appena il Parisi andò via io uscii di casa e potei accorgermi che egli si unì ad altri due individui che lo attendevano in quelle vicinanze.
In uno di quei due riconobbi indubbiamente Francesco D'Aquino inteso il Cavaliere, e nell'altro parvemi di raffigurare la persona di Pasquale Cacciola." [O-2/64]

27 ottobre 1890
Saputo che Francesco Ventimiglia doveva fare un viaggio in Napoli, Francesco D'Aquino lo va a trovare e raccomanda Francesco Nicotra come compagno di viaggio.
F. Ventimiglia: "Stabilito il giorno della mia partenza, venne in casa mia un zio di mia moglie [Francesco D'Aquino], e mostrando di conoscere che io dovevo recarmi in Napoli, mi pregò di fargli il piacere di prendere in mia compagnia un suo amico che mi avrebbe presentato la stessa sera.
Io aderii al suo desiderio avendomi egli assicurato che trattavasi di un ottimo giovane commerciante o commesso viaggiatore che doveva recarsi a Napoli per affari di commercio.
Difatti quella sera stessa in piazza del Duomo il D'Aquino mi presentò l'annunciato suo amico, raccomandandomelo come una persona distintissima e degna di ogni riguardo.
Io strinsi la mano a quel giovane, ed insieme stabilimmo di trovarci la dimani alla stazione, d'onde saremmo partiti insieme per Messina." [F-2/41]

28 ottobre 1890
F. Ventimiglia: "Così avvenne e ricordo che nel vagone, durante il viaggio da Catania a Messina, egli mi disse che si chiamava Francesco Nicotra.
Giunti a Messina comprammo dei commestibili per consumarli in viaggio, e quindi ci mettemmo sul piroscafo che partiva per Napoli, dove giunti prendemmo alloggio nell'albergo New York in via Piliero N. 21 di proprietà di Raffaele Bracale.
Il giorno istesso del nostro arrivo scesi dallo albergo, addammo [sic] insieme a desinare in una trattoria in Piazza S. Ferdinando -- Poscia ciascuno di noi due attese ai fatti suoi e ci riunivamo soltanto la notte nell'albergo, in cui dormivamo nella stessa stanza.
La prima notte egli nel ritirarsi domandò a me ed al cameriere dell'albergo, se fosse venuta qualche persona a cercare di lui ed il cameriere gli rispose che era venuto un individuo, il quale aveva detto che sarebbe ritornato il giorno appresso." [F-2/41]

29 ottobre 1890
F. Ventimiglia: "Il giorno appresso il Nicotra, verso mezzogiorno, pria di uscire dall'albergo (essendo egli del resto stato in quel giorno più volte fuori) mi disse che se fosse venuto a cercar di lui qualche persona gli avrei fatto un favore di farlo aspettare in istanza.
La medesima raccomandazione fece egli al cameriere.
Dopo qualche tempo io dovetti uscire dallo albergo per miei affari, ed al mio ritorno un po' prima dell'Avemaria, entrando in istanza sorpresi il Nicotra, il quale stava dinanzi al tavolino e su cui stava aperta la sua valigia, e guardando in essa, vidi in un lato delle verghe di metallo che io giudicai fossero o di piombo, o di argento, oppure di stagno.
Il Nicotra nel vedermi si confuse ed arrossì.
Io che mi occorsi di ciò ricordando la persona che mi aveva raccomandato (individui di cattivi precedenti) e vedendo quel metallo sospettai che si trattasse di qualche cosa di cattivo, e quindi feci un'ammonizione al Nicotra dicendogli che faceva male ai suoi affari, e che avrebbe fatto meglio a tenersi fermo nella via dell'onestà.
Egli non seppe che rispondere, limitandosi soltanto ad affermare che trattavasi di cose da nulla." [F-2/41]

30 ottobre 1890
F. Ventimiglia: "Però quel discorso non gli dovette piacere, sicchè il giorno appresso senza manifestare ragione alcuna, prima di mezzogiorno, abbandonò l'albergo New York per andarsene in un altro.
Io restai in Napoli nello stesso albergo, come parmi sino al giorno cinque del mese di novembre, o sino al giorno quattro, io ebbi occasione d'incontrare più volte in Napoli il detto Nicotra, il quale non menava di certo una buona vita perchè lo solevo incontrare in compagnia di donne da strapazzo.
Non avendo potuto vendere gli oggetti di antichità, io dopo avermi fatto spedire del denaro dalla mia famiglia, lasciando gli stessi nell'albergo, partii per Catania." [F-2/41]

(... aggiungi altro da F-2/41, da "su quel piroscafo" in poi... )

31 ottobre 1890
Un telegramma viene spedito dalla ditta G. Fusco in Napoli a Natale Cutore in Catania chiedendo informazioni su Francesco Nicotra che aveva offerto in vendita circa 14 kg di argento. [F-2/29]

Secondo furto al ferculo: Carmelo Sciacca partecipa soltanto questa volta [p.126].
Gaetano Mazzola va assieme a Francesco Nicotra in carrozza a S. Giuseppe all'Arena presso lo Spampinato. Carmelo Riela giunse verso le 4 pom. [F-1/416]

30 novembre 1890
Concetto Torrisi dice, il 2 maggio 1891, che in questa data se ne andò definitivamente dalla Cattedrale e da Catania. [O-1/413]

27 dicembre 1890 circa [p.131]
Terzo furto al ferculo
F. Nicotra dice: "Io fui quello che ricevetti da Torrisi l'argento rubato, mentre mio fratello Salvatore ed Alfio Spampinato che si fossero trovati là sul posto se ne stavano di là non molto lontano, nel largo Università. Dopo uniti portammo l'argento, uniti lo fondemmo, e naturalmente uniti ci dividemmo il denaro. Questo argento fu il primo che si fuse nella mia abitazione. Non parteciparono Pietro Pappalardo e Salvatore Ferlito." [p.131]

Quarto furto al ferculo

Quinto furto al ferculo: Pietro Pappalardo interviene soltanto questa volta [p.126]

25 dicembre 1890
Concetto Torrisi dice che in questa data fece ritorno a Catania per un giorno. [O-1/413]

1 gennaio 1891
Concetto Torrisi dice che fece ritorno a Catania per due giorni separati: giorno 1 ed uno nella prima settimana di gennaio. [O-1/413]

gennaio 1891
Sesto ed ultimo furto al ferculo [p.126].

Alfio Spampinato: "Ricordo che nel mese di gennaio ultimo Francesco Nicotra venne nella mia bottega in compagnia di un tale di statura un poco più alta della mia, il quale aveva in testa un berretto di pelo. [...] Nel carcere ho veduto un tale che mi è stato indicato come Concetto Torrisi, ed esso parmi che sia quello stesso che entrò in casa mia nel gennaio ultimo in compagnia del Nicotra Francesco." [O-1/300]

8 gennaio 1891 circa
Verso le 5:30 pom. Michele Marletta, vedendo Orazio Carrara, Gaetano Mazzola e "il calzolaio Speranza" fermi all'angolo del caffè Nazionale della piazza del Duomo, dice "Guardate, che bella compagnia!!" [?-?/???]

27 gennaio 1891
Nelle prime ore della notte, i sagristani sentono latrare il cane di guardia della Cattedrale. Alcuni scendono e trovano il cane con un pezzo di spugna in bocca. [F-2/6,7,8,9]
La mattina, l'Economo del Municipio si presenta alla cattedrale per spolverare la bara di S. Agata, e trovano il cancello sfondato e la bara rovinata. [F-2/10]

27 gennaio 1891 (sabato)
Alle 2 di notte, Virgilio e Giuseppe Scuderi, Sebastiano Leotta, Francesco Virgilio e sei Indelicati partono da Catania per trasportare una macchina dalla stazione di Aci Reale all'opificio di Venerando Scandurra. Arrivano ad Aci Reale verso le 5 o le 5:30, terminando il lavoro alle 2 pom., rientrando a Catania verso le cinque. [F-2/13,14,15]

19 marzo 1891 -- IL DIAMANTE ED IL RUBINO: Vito Pellerito - Paolo Sciacca - I Puglisi

Paolo Sciacca: "Nello scorso mese di marzo un giorno mi si presentò il fallegname [sic] Vito, figliastro dell'orefice Antonino Nicolosi, e mi pregò di vendergli un piccolo diamante. Tenuto conto della piccolezza della pietra, io non potei dubitare che fosse cosa di illegittima provenienza e perciò mi dichiarai pronto a contentarlo. Difatti vendetti quel diamante pel prezzo di lire tre a quell'incisore napoletano che abita in via Politi. Io però al fallegname Vito diedi lire due tenendo lira una per mio compenso." [O-2/66]

Vito Pellerito: "Alquanti giorni prima del diciannove marzo u. s. diedi a Paolo Sciacca una pietra rossa, affinchè la vendesse e ne portasse il prezzo." [O-2/68]

Paolo Sciacca: "Circa tre giorni dopo, lo stesso individuo figliastro dello stesso Antonino Nicolosi, venne a trovarmi, e mi propose di vendergli una pietra rossa che io credetti fosse una bella granatina. Io del resto non m'intendo tanto bene di pietre preziose. [...] Perciò mi recai dal gioielliere Antonino Puglisi, il quale trovavasi in piazza S. Francesco nella sua bottega in compagnia di suo figlio Carmelo e di un suo nipote." [O-2/66]

Michele Puglisi: "Il giorno di San Giuseppe mi trovava nella bottega di mio padre in piazza dei cereali ivi si trovava anche mio cugino Carmelo Puglisi quando si presentò Paolo Sciacca, inteso il Babbo, offrendo in vendita un bel rubino della grossezza di un seme di carrubba. Mio padre subito rispose di non volerlo comprare, ma poscia alle insistenze dello Sciacca disse che quella pietra si poteva pagare per lire 25. Lo Sciacca si trovò pronto cederla [sic] per quel prezzo." [O-2/72]

Antonino Puglisi: "Il giorno diciannove marzo ultimo, verso le dieci ant., si presentò nella mia bottega in piazza cereali certo Paolo Sciacca, inteso il Babbo il quale mi mostrò e mi offerse in vendita un bel rubino della grossezza di un seme di carrubba. Io risposi subito che non voleva acquistarla, ma egli si pose ad insistermi domandandomi per qual prezzo avrebbe potuto venderla. Io per tentare di scoprire di che si trattasse gli dissi che gli si sarebbero potute dare L. 25. Egli, udendo le mie parole mi porse subito il rubino dicendo: Vossignoria se lo pigli." [O-2/69]

Antonino Puglisi: "Mio nipote Carmelo Puglisi che ascoltava quel discorso intervenne subito facendomi osservare che doveva trattarsi di una delle pietre appartenenti all'ostensorio rubato alla Cattedrale, poichè altrimenti, diceva egli, non si sarebbe potuto offrire per L. 25 una pietra preziosa così bella, che può ben vendersi per lire 100." [O-2/69]

Paolo Sciacca: "Appena presentai quella pietra al Puglisi, egli in atto di gran sorpresa mi dichiarò, che essa era un rubino di molto valore e che doveva essere uno di quelli appartenenti all'ostensorio rubato alla Cattedrale." [O-2/66]

Antonino Puglisi: "Lo stesso mio nipote immediatamente si volse allo Sciacca chiedendogli con grande insistenza di chi avesse ricevuto quel rubino, ma lo Sciacca tutto confuso e tremante conservatosi il rubino in tasca andò via rapidamente dicendo solo per calmare le insistenze di mio nipote: Me l'han dato i parenti di Ninareddu." [O-2/69]

Carmelo Puglisi: "Egli dissemi di averlo ricevuto dai parenti di Ninareddu e tutto tremante e frettoloso andò via come se i miei sospetti manifestati gli avessero grandemente intimorito.
Io per curiosità gli andai dietro e così potei vedere che egli dopo aver mostrato di volere entrare pria nella bottega dell'orefice Avolio e poscia in quella dell'orefice Torrisi, si recò perchè erasi accorto che io lo pedinava, in piazza Bellini dove si avvicinò a due individui." [O-2/71]

Paolo Sciacca: "Ciò udendo io mi atterii e scappai subito per consegnare quella pietra a colui che me l'aveva data; e di fatti tutto tremante per lo spavento la consegnai al detto Vito in Piazza Stesicoro-Etnea, dove avevamo stabilito che egli mi avrebbe aspettato." [O-2/66]

Vito Pellerito: "Verso il mezzogiorno della stessa giornata, in cui gliela aveva data, egli mi trovò in Piazza Bellini, dove mi restituì la pietra rossa dicendomi di non averla potuto vendere e diedimi lire 2 come prezzo ricavato dalla vendita di quella bianca, dicendomi che la persona che era stata compratrice voluta più non l'aveva." [O-2/68]

Paolo Sciacca: "Quando restituii la pietra al detto Vito lo rimproverai acerbamente per il brutto tiro che fatto mi aveva dandomi a vendere una pietra rubata; ed egli mi raccomandò di far silenzio su quanto accaduto era." [O-2/66]

Paolo Sciacca: "Il nipote del Puglisi quello da me indicato che era presente nella bottega del padre, e che aveva tutto veduto, vedendomi scappare mi tenne dietro e mi raggiunse nella stessa Piazza Stesicoro-Etnea, momenti dopo che io aveva restituita quella pietra al detto Vito. Egli raggiunto che mi ebbe voleva sapere cosa fatto io avessi di quella pietra, ed io mostrai a lui la persona a cui restituita la aveva." [O-2/66]

Carmelo Puglisi: "Poscia ritornò ed io allora gli andai incontro chiedendogli conto della pietra, ed egli ancor tremante ed impaurito mi disse di averla restituita a quei due." [O-2/71]

Michele Puglisi: "Lo Sciacca mezz'ora dopo il ritorno di mio cugino ritornò nella bottega di mio padre [...]. Lo Sciacca mi pregò di non palesare affatto di tutto quello che era successo poco pria circa il rubino." [O-2/72]

Paolo Sciacca: "Dopo il furto del rubino di cui ho parlato, io non tralasciai d'informare l'incisore Napoletano a cui avevo venduto quel diamante. Costui anche egli impauritosi, mi diede subito quel diamante, perchè lo restituissi al detto Vito. Io difatti lo portai in casa di detto Vito e non avendolo trovato consegnai il diamante alla madre di lui, la quale mi restituì il prezzo della vendita. La madre del nominato Vito, alla quale feci le mie doglianze per l'operato di suo figlio cercando di giustificare costui mi disse che il diamante era stato comperato da lui stesso presso l'orefice Giuseppe Nicosia, e che il rubino era stato trovato in terra dal medesimo suo figlio." [O-2/66]

Vito Pellerito: "Le due pietre di cui avevo parlato, io l'aveva trovato per istrada verso il Fortino, mentre ritornavo dal piano della Tavola. Esse quando le trovai erano avvolte in un pezzo di carta bianca." [O-2/68]

22 marzo 1891
Paolo Amendolia: "Delle dette pietre [i 300 diamantini e 300 rubini degli ostensori] non mi rimangono ancora che circa duecento rubini che io ho portato meco indosso e che consegno alla giustizia." [O-2/64]

14 aprile 1891
Vito Pellerito: "Diamo atto che il Pellerito messa la mano fuori, e presentato ci ha, una pietra rossa ed una piccola pietra bianca, che noi abbiamo sequestrato per le occorrenti indagini, ma che non abbiamo repertato dovendosi oggi stesso procedersi a diversi atti." [O-2/68]

Mostrata [ad Antonino Puglisi] la pietra esibita dal Pellerito ed analogamente richiesto, risponde: "Questa è una pietra falsa e di nessun valore e non è punto il rubino di cui ho parlato, il quale del resto era ben più piccola di quella che mi si mostra." [O-2/69]

Mostrato [a Carmelo Puglisi] la pietra presentata da Pellegrito [sic] e convenientemente domandato, risposnde "Questa è una pietra falsa e di nessun valore e non è già il rubino di cui ho parlato, il quale del resto era ben più piccola della pietra che mi si mostra." [O-2/71]

Michele Puglisi: "Se la S. V. mi mostrasse il rubino di cui ho parlato potrei benissimo riconoscerlo.
Prima di essere licenziato il testimone gli si è mostrato dopo di avergli fatto prestare il giuramento di rito la pietra esibita dal Pellerito estraendola dall'involto di carta ed opportunamente richiesto risponde: La pietra che mi si mostra è falsa e di nussun valore, di essere poi il rubino di cui ho testè parlato non è mica vero." [O-2/72]

25 aprile 1891
Sul pianerottolo al primo piano del Carcere di Catania dinanzi ad un tavolo, Carmelo Perina sta scrivendo una lettera su carta da bollo per conto di Carmelo Riela, indirizzato a Francesco Nicotra, con Giulio Belluso dinanzi ad un altro tavolo. Quando il capo guardia Salvatore Arangio e sotto capo guardia Primo D'Alessandro salgono, Sebastiano Lessi, la guardia carceraria di turno, chiede loro se è lecito per i detenuti scrivere su carta da bollo. I due capi si mostrano sorpresi e Lessi dice di avere visto il detenuto Riela scrivere sopra un foglio di carta bollata. Arangio ordina di perquisire i tre detenuti, e la lettera viene trovata addosso a Perina, firmata da Riela. Sequestrono la lettera,e Perina e Riela vengono portati separatamente dinanzi il direttore del carcere. Arangio: «Riela era pallido e tremante, e quando si trovava dinanzi al Direttore disse "io sono rovinato, io sono disgraziato, mi aiuti."» [F-2/135]
La lettera: [F-1/425].
Salvatore Arangio racconta l'episodio in [F-2/135].
Carmelo Perina racconta l'episodio in [F-2/95].
Carmelo Riela si rifiuta di parlarne in [F-1/428].
Francesco Nicotra su come reagì alla notizia: [F-1/434].

maggio 1891
Francesco Nicotra fa recapitare una lettera anonima al Sostituto Procuratore del Re, Enrico Mondìo in difesa di Riela. [p.132]

25 maggio 1891
Dopo aver passato 3 o 4 giorni insieme a Carmelo Sciacca nall'infermeria del carcere, Francesco Nicotra dice che lo Sciacca fu invitato a S. Francesco con un pretesto, poi costretto a fare la fusione dell'argento con delle minacce. [O-1/446]

19 ottobre 1891
Udienza alla Corte di Assise [p. 125 e segg.]
Vincenzo Motta, Giuseppe Fazio e Salvatore Lo Porto sono imputati di aver "ricevuti e nascosti presso loro stesso gli ostensori rubati"; [p.126]
Giuseppe Viola è imputato di aver "prestato assistenza durante e dopo la consumazione del reato"; [p.126]
Raimondo Corsaro è imputato di aver "trasportati parte dei ladri e la preda furtiva nella sua carrozza"; [p.126]
Vito Pellerito è imputato di essersi "scientemente intromesso nella vendita di un rubino di quelli dell'ostensorio grande rubato". [p.126]


Quest'archivio preparato da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>