Resoconto del Processo pei Furti di S. Agata, pp. 88-133

[seguito dell'UDIENZA DEL 24 OTTOBRE]

[Interrogatorio di Maccarrone Francesco]

Non posso dire se i lamenti fatti della voce sconosciuta per i lamenti dei suoi 40 giorni di carcere, avesse avuto luogo prima, dopo del fatto accennato nel mio interrogatorio del 11 Marzo 1891 [O-1/330], certamente fu in giorno diverso.

Per altro è certo é stato anteriore all'interrogatorio del mio arresto.

La seduta è sciolta alle ore 3 1/2.

[...]

[p.89]

[...]

Interrogatorio Cacciola Pasquale

Una sera mentre ero di ritorno dalla casa del Dottor Cannizzaro m'incontrai con Paolo Parisi il quale avendo saputo che mia moglie era ammalata volle venire a farle una visita. Nell'andare via mi disse che l'indomani avrebbe voluto dirmi una cosa.

Incontratomi l'indomani con Paolo Parisi questi dopo avermi domandato come si stava per lavoro, mi disse:

Sai certi amici miei hanno da fondere dell'argento, vuoi tu fonderlo?....

Mi rassicurò sulla provenienza dello argento e quindi mi soggiunse: se tu mi dici di sì io prendo una carrozzella ed andrò a prenderlo.

La notte non appena spenti i lumi essendo io in piedi perchè mia moglie era ammalata e le mie figlie dormivano venne bussato alla porta. Si presentò Parisi P. tutto frettoloso porgendomi una coffa ripiena e coperta di paglia sulla sommità--Mi sorprese la sua aria di mistero, parlandomi sommessamente raccomandandomi silenzio ed invitandomi a nascondere quella coffa.

Dopo si presentò alla mia casa Francesco D'Aquino il quale in nome di Parisi mi presentò un fazzoletto grande ripieno che collocai nella coffa statami portata dal Parisi. Cosa che aumentò i miei sospetti.

Risoluto di farla finita, per non destar sospetti in famiglia pensai di allontanare con una scusa le mie due figlie, tantoppiù che Parisi quando venne a portarmi la coffa mi avea pure raccomandato di fare allontanare le dette mie figlie.

Quando esse si furono allontanate io scesi in istrada dove D'Aquino aspettava e risolutamente gli dissi che non volevo sapere più nulla e che si portasse via l'argento.

D'Aquino ai miei detti si inquietò e dopo aver profferito a mio indirizzo ingiuriose parole e minacce si allontanò e raggiunto vicino alla Villa Bellini Parisi il quale era in compagnia di un individuo snello e piuttosto corto che io non conobbi, entrambi vennero verso di me.

Non tralasciai però di mettere in campo dei pretesti per evitare quella operazione, ma tutto fu appianato.

L'argento che io fusi non era riconoscibile, perchè era stato prima bene ammaccato e tagliato, tanto che io non potei comprendere da dove fosse stato tolto.

La sera verso mezz'ora di notte venne Parisi a prendere l'argento, che io stesso accompagnai portando le verghe.

I cennati D'Aquino e Parisi mi fecero comprendere che il proprietario essere poteva un prete ed io me ne convinsi perchè parte dell'argento fuso consisteva in catenelle, anzi i medesimi mi fecero intendere che altro argento s'avrebbe dovuto fondere.

Aggiungo infine che delle L. 20 che io ho ricevuto da Pariri 12 io ce l'ho restituite essendo stato quello un prestito.

A domanda della difesa risponde:

Ho detto la verità perchè sentivo per coscenza doverla manifestare, e se nel primo interrogatorio fui negativo avvenne perchè mi domandavano del furto di S. Agata, mentre io sapevo che l'argento fuso fosse stato di un particolare; ma quando mi si dette ad intendere una certa relazione tra il fatto in parola ed il furto di S. Agata dissi ogni cosa.

A domanda risponde:

Ho detto che il discorso fatto dal Parisi fu fatto in settembre 1890, aggiungo essere stato fatto verso la metà ossia 15, 16 e ricordo tale data perchè il giorno appresso alla fusione dell'argento fui invitato dal signor Paolo Caltabiano da Risposto per accomodare colà i parafulmini.

Interrogatorio Nicolosi Antonino

Nel mese di Ottobre un giorno che non ricordo venne innanzi la mia bottega Paolo Parisi, dicendomi che un amico voleva che io gli prezzassi varii oggetti.

Io risposi che quel giorno essendo occupato nol [sic] potevo, e Parisi mi soggiunse: allora domani o domani l'altro.

Dopo alquanti giorni un certo Ciccio inteso il Cavaliere si presentò da me nella mia bottega dicendomi che Paolo Parisi mi avea già parlato della progettata gita in campagna e della operazione che doveva farsi, m'invitava quindi ad andare con lui.

Io persistetti nel rifiuto dicendo che avevo da fare.

Ritornato dopo circa un'ora ritornò ad insistere tanto e così energeticamente che io cedetti.

Salito in Piazza del Carmine in una Carrozzella fui condotto a S. Francesco l'Arena in casa di Salvatore Spampinato.

Tutto ivi era preparato per la fusione tanto che appena ivi io giunsi fu acceso il fuoco, e si principiò la fusione dell'argento che loro portavano a poco a poco, non so da dove. L'operazione continuò sino a notte, e si riprese poi l'indomani e terminò verso le ore nove e mezzo.

Finita l'operazione in compagnia dello stesso Cicciu il Cavaliere ritornai in Catania; se non chè arrivati alla Zia Lisa ci dividemmo ed ognuno andò per la sua via.

In compenso io mi ebbi dopo circa 4 o 5 giorni da Ciccio il Cavaliere e Francesco Nicotra i quali vennero fino alla mia casa, L. 60 in compenso dell'opera che avevo prestato a S. Giuseppe l'Arena.

Nessun'altra persona io vidi oltre il Parisi, il Nicotra, il Cavaliere e lo Spampinato; però uscito fuori per un bisogno corporale vidi tre o quattro individui, tra di cui alcuno armato di fucile, ma non posso dire se fossero cacciatori od altro, perchè per la distanza e per l'ora io non potei raffigurarli.

Io non posi attenzione al cocchiere per cui non lo conosco.

Interrogato risponde:

E' vero che io dissi che uno dei miei lavoranti, nel mentre si fondeva l'argento, annunciò la venuta del Riela; ma devo dichiarare: che io dissi questo, per levarmi d'attorno le insistenze del giudice istruttore.

Interrogato risponde:

In coscenza non so se il Riela sia difatti venuto.

[...]

[p.93]

Interrogatorio Cannizzaro Nunzio

(E` un vecchio cadente e sordo per giunta.)

[...]

Interrogato risponde:

In Settembre, si presentò da me un tale soprannominato [p.94] il Cavaliere, e m'incaricò di costruirgli una o due chiavi con le barbe sfornite di vani, perchè i vani li avrebbe fatti lui.

Dopo pochi giorni venne a ritirare le chiavi e m'invitò a vendergli una lima.

Ritornò ancora per farsi costruire altre due chiavi ed io le feci.

Per la costruzione di queste chiavi, nulla mi diedero, ed io diverse volte andai dal Cavaliere per avere il denaro.

Avvicinando il Cavaliere, vidi qualche volta il Parisi e il Nicotra e finalmente mi ebbi tre lire dal Cavaliere e dal Nicotra e poi in tutto quindici lire.

Interrogato e rimproverato dal giudice Soraci, che gli fa osservare: come la sua leggerezza abbia forse assicurata l'esecuzione del furto, risponde:

Io le feci perchè aggiustavano me, (cioè mi pagavano. [sic]

Interrogato risponde:

Il fatto successe nei primi di settembre.

Interrogato risponde:

Le chiavi le feci senza nessun modello.

Buccheri--Domanda se il Cannizzaro sa a che uso dovevano servira le chiavi:

Presidente--Fa osservare che il Cannizzaro nel suo interrogatorio [*] ha già confessato: che sapeva come le chiavi dovessero servire per commettere un furto.

Cannizzaro, essendo a piede libero, viene licenziato.

L'udienza è sospesa per cinque minuti.

Interrogatorio Salv. Spampinato

Interrogato risponde:

Un giorno m'incontrò D'Aquino soprannominato Cavaliere alla Plaia, e mi invitò ad una colazione in campagna, o ad un pranzo.

Una sera vennero Nicotra, Carrara, e Antonino Consoli a casa mia.

L'indomani vennero D'Aquino, Consoli e Parisi; mi dissero che vi era un giovanotto che dovea maritarsi e il padre non voleva; per la quale ragione questo figlio avendo preso al padre degli oggetti vecchi d'argento, mi chiesero il permesso di liquefarli in casa mia, o meglio nella mia capanna.

Io dissi che se non erano oggetti che potevano portare conseguenze avrei acconsentito.

Alle 10 venne D'Aquino e mi chiese se fosse venuto il Nicolosi. Io risposi di no.

Egli allora scesi [sic] in Catania a prenderlo.

Dopo portarono gli oggetti e Consoli disse: Sta per venire Riela.

I venuti erano in sette, tre restarono fuori e quattro entrarono nella capanna.

Quelli entrati furono Nicolosi, Parisi, Nicotra, D'Aquino.

Fuori rimasero Consoli, Carrara e Riela.

L'indomani Consoli e Carrara andarono in Catania.

Tornato Carrara portò dei pesci che mangiammo e dopo il pranzo, messici nella carrozzella ce ne tornammo in Catania.

Domandato risponde:

Che il fatto successe in ottobre.

Domandato risponde:

Nego assolutamente che vi sieno state riunioni nella villa Bellini e che io le abbia sapute.

Nego anche che io sappia qualche cosa del furto degli ostensorii e non ricordo di aver detto il contrario.

Interrogato risponde:

Non so come se ne sia andato il Riela.

I quattro che ritornarono in Catania erano.

D'Aquino, Nicotra, Parisi e Spampinato.

Gli altri tre rimasero. Nicolosi era già ritornato il mattino.

[...]

Al pranzo che si fece quando vennero i pesci presero parte tutti gl'intervenuti, ma avendo fretta chi mangiava un boccone andava subito via.

[...]

Qualcuno avea il fucile, e si divertiva a cacciare qualche uccello.

Interrogato risponde:

Mentre nella notte i quattro cennati lavoravano nello interno della capanna, i tre rimasti fuori giravano facendo la guardia, ed io vidi tali cose, perchè, quantunque fossi rimasto nella mia cameretta, pure per due o tre volte mi affacciai, per miei bisogni e perchè questa è la mia abitudine ed anche per farmi una fumata.

Interrogato risponde:

Non ho inteso dire, che era argento quello che si era fuso nella mia capanna ed io non lo sapeva.

Interrogato dal Presidente risponde:

Nego che vi sia stata preventiva riunione per commbinare questo fatto.

Nego quanto hanno detto i Nicotra padre e figlio, che, cioè, io sia stato a prendere le sfere, come nego quanto hanno detto Salvatore Nicotra e Alfio Spampinato.

Alle esortazioni del Presidente perchè dica la verità, risponde: tentennando la testa, mordendosi le labbra e sogghignando amaramente.

A domanda di Simoncini risponde:

Tutto quanto avevo detto prima erano favole delle mille ed una notte, la verità è quella che ho detto oggi, come compenso per aver ceduta la capanna per una notte ebbi 200 lire.

[...]

[p.97]

Interrogatorio Isaia Alfio

Interrogato risponde:

Non è vero che io presi le chiavi a mio padre per far fare le chiave false.

E` vero che dopo l'ultima festa, fui io che presi le chiavi e le riportai da mio padre.

Il giorno 27 gennaio vennero nella mia bottega i fratelli Puglisi, che sogliono pulira la bara -- Ritornarono e nel contempo venne mio padre.

Mio padre mi diede le chiavi per andare ad aprire onde far pulire la bara.

Aperto il cancello esterno del battistero -- Aperta la prima porta trovai la seconda porta aperta, rimasi colpito da quel fatto e la spinsi.

Inoltratomi, vidi un pezzo di tela che serviva a coprire il piedistallo della Santa.

Guardai dirimpetto e vidi una scaletta sotto lo sportello del portone--Tutto questo lo vidi dal pianerottolo superiore.

Io non scesi i tre gradini, anche perchè avevo visto altri oggetti.

Tutto questo lo vidi subito, appena presentatomi alla estremità del pianerottolo e si fu allora che dissi--hanno rubato.

Presidente -- Osserva che da una perizia risulta: che tutto questo non poteva vedersi, dal punto dove lo Isaia si trovava, e in un batter d'occhio.

A domanda di Di Benedetto risponde:

Io il 4 agosto fui portato da Bianco Motta dal profes. Durante.

Sono stato mezza giornata a Letoianni.

Stiedi caricato [sic] curandomi la gamba due mesi e giorni.

Al 15 ottobre Monsignor Caff scrisse a mio padre, che mandasse un suo figlio per fare certi lavori.

Mio padre mandò me, e la sera ritornai da mio padre stesso.

Si toglie l'udienza alle 3, 30.

UDIENZA DEL 27 OTTOBRE

Nella gabbia di legno stanno Nicotra Francesco, Salvatore Nicotra, Alfio Spampinato, Salvatore Spampinato, Giuseppe Consoli e Antonino Nicolosi.

Gli uccelli canori pare che aumentino di numero.

Torrisi al solito, è guardato a vista nella ruota.

Alle 10, 15 entra il tribunale.

Alle 10, 20 gli altri imputati prendono posto nel gabbione.

Alle 10, 30 l'udienza è aperta ed entra il pubblico sempre rumoroso.

Interrogat. Antonino Spampinato

Interrogato risponde:

Andato in casa di Salvatore mio zio una sera trovai [p.99] della gente fuori la roba e parlando fra di loro, si chiamarono coi nomi di Don Francesco, di /Riela/ ma io non sapevo di che si trattasse e dopo aver mangiato andai via.

L'indomani mattino io nelle prime ore del mattino andai via pei miei affari.

La sera ritiratomi dal lavoro, giunto alla cantina che è nello stradone, vidi una carrozza fermata e guardando dentro vidi mio zio ed altre persone.

M'invitarono a mangiar del pesce, io ne mangiai e poi andai via, nel mentre alcune delle persone che erano dentro l'osteria, messisi in carrozza partivano per Catania.

Questo fatto successe sembrami in settembre, almeno da quanto rammento, e ripeto che quantunque fossi stato in contatto colle persone di cui ho fatto cenno per due volte e nella casa di mio zio Salvatore e nella bettola, pure non sono al caso di precisarne il numero vero; ma con approssimazione presso mio zio ne vidi quattro fuori e nella bettola saranno state cinque o sei.

[...]

Interrogatorio Parisi Paolo

Interrogato risponde:

Dopo sei mesi dal fatto delle sfere, venne da me tale Francesco Nicotra, chiedendomi se io fossi il Parisi.

Risposi di sì -- Mi fece vedede delle pietre per vendersi e queste furono vendute ad un commesso viaggiatore tale Amendolia Paolo per la somma di lire 80 ed io ebbi 10 lire.

Passati quattro mesi vennero D'Aquino e Nicotra, e mi invitarono a cooperarmi per la fusione di un po' di argento. Io risposi che ero fuori esercizio e che l'avrei presentati ad un'altra persona.

L'indomani si andò in casa Cacciola dove portarono una coffa con argento e ivi venne fuso l'argento stesso.

Poscia io vendetti, sebbene non rammento a quale prezzo, l'argento che venne comprato da Amendolia Paolo.

Passati alquanti giorni fui invitato da D'Aquino e Nicotra per vendere altro argento.

Mi dissero che avevano procurato un locale dove fonderlo.

Dopo due giorni mi invitarono per la sera.

Io gli indicai Nicolosi e gli parlai per la vendita di questo argento.

Nicolosi mi disse che difatti D'Aquino gl'avea parlato.

Verso il tardi passarono in carrozza D'Aquino e un altro che non conobbi.

Salii con loro, mi portarono a S. Francesco l'Arena.

Trovai Spampinato Salvatore ed un altro vestito da campagnuolo che non conobbi.

Nel tardi venne D'Aquino e disse che il Nicolosi non era più venuto.

Più tardi il D'Aquino scese in Catania e ritornò con Nicolosi.

Le persone occupate alla bisogna erano: Nicotra, Spampinato, D'Aquino, io stesso, ed un altro che entrava ed usciva.

Vi era un altro, una specie di massaro; me io non lo conobbi.

Non osservai altre persone.

Appena mi accorsi che si trattava di cose di chiesa, io volevo andar via; ma mi constrinsero a rimanere e me ne appello al Nicolosi.

Secondo le mie osservazioni, gli oggetti che fondevano, li portarono in varie riprese.

L'operazione durò fino a mezzanotte circa.

Dopo quest'ora, alcuni dormirono altri no.

Io non dormii.

Io credo che nel crogiolo potesse andare un chilò d'argento.

Finita l'operazione andò via per il primo Nicolosi.

Ci trattenemmo fino all'avemaria.

Poi si passò dalla taverna dove vi erano molte persone, e mangiammo del pesce.

[...]

[p.104]

Interrogatorio Consoli Giuseppe

Interrogato risponde:

Io non ebbi parte nel furto, solo posso dire quanto appresso:

Una notte del settembre fui invitato dal Francesco Nicotra, nel mentre io me ne stavo nella villa Bellini, a recarmi alla cattedrale dove trovavansi degli amici che lo aspettavano e fra gli altri Motta e Carmelo Riela, che gli dovevano consegnare degli oggetti di valore per venderli.

La ragione dello invito si era il timore che il Nicotra aveva che gli rubassero gli oggetti.

Io andai, e si stiede [sic] un pezzo girozando [sic] per via.

Giunti vicino la sagrestia, trovammo una carrozza ad un cavallo ferma e, a qualche passo di distanza un gruppo di persone ferme. Fra queste persone ricordo Carmelo Riela.

Nicotra scambiò qualche parola con loro.

Nicotra fece un fischio e subito apertasi la porta della sagrestia, entrammo dentro la sagrestia, io Nicotra ed altre due persone.

Dentro trovammo due vestiti da preti, vi erano ancora due individui--Uno era Maccarrone, l'altro non lo conobbi.

Insieme coi preti vi era un altro uomo vecchiotto piuttosto.

Dopo scambiate poche parole, vidi che Nicotra e gli altri misero in un sacco due ostensorii, che portarono dentro la carrozza.

Si fu allora che io compresi trattarsi di un furto e raccapricciato scappai via, dopo aver salutato Nicotra.

Dopo non seppi altro del furto, nè interrogai più il Nicotra.

Non rammento se la sera in cui fui chiamato dal Nicotra chiamò Motta; ma io non lo vidi e non posso affermare nulla.

Domandato risponde:

Dietro di me e Nicotra entrarono due solo persone, oltre quelli che trovammo dentro, non conobbi chi fossero.

Le persone che rimasero fuori erano cinque.

[...]

A domanda di Di Benedetto risponde:

Dentro la chiesa trovammo: Maccarone, un'altro basso e tarchiato, i due preti e nessun'altro, tranne il vecchietto.

Poi entrarono tutti gli altri che erano fuori.

Dopo grande discussione si assoda: che dentro la sagrestia il Consoli vide cinque persone compresi i due preti, che uniti ai quattro entrati, formarono nove individui.

[...]

Interrogatorio Antonino Consoli

Interrogato:

Il 28 Gennaio fui arrestato e condotto in carcere.

Dopo 12 giorni fui interrogato dal Procurato Generale signor Mondio (Vada per augurio).

Il signor Mondio mi disse che io ero imputato del furto della bara.

Io risposi che ero innocente.

Mi nominò diversi individui, alcuni li conobbi, altri no.

Allora un altro Magistrato mi fece firmare una carta, col nome mio e di mio padre.

Il 15 marzo, mi chiamò un altro Magistrato e mi disse che io avevo fatto parte del combriccola che aveva commesso il furto delle sfere e della bara.

Io negai sempre, malgrado le insistenze.

Dopo mezz'ora mi si presentò un individuo che io conobbi essere Nicotra Francesco.

Nicotra era avvilito, e non alzava gli occhi.

Nicotra mi diceva di togliere lo scetticismo e dire la verità.

Nicotra mi rammentò che io avevo scassinate le porte del ferculo e che dopo si tolse l'argento, si mise in un paniero e ritiratici nella chiesa ce ne andammo fuori.

Mi rammentò che avevamo rubate le sfere, e che durante il viaggio io tolsi delle pietre delle stesse sfere. Mi rammentò che uno degli apostoli della bara giunti all'Arena cadde a terra e si guastò il naso ed io allora preso l'apostolo lo portai meco a casa.

Io negai sempre, dicendo che era tutta una calunnia inventata dal Nicotra.

Intanto ora devo aggiungere:

Che ho una causa in appello contro Nicotra Salvatore e quindi sarebbe stata una contradizione quella di unirmi nuovamente con loro.

Aggiunse il Nicotra, che io avevo tentato di rubare il tesoro di S. Agata ed avevo preso parte agli altri furti del ferculo.

Io negai sempre.

Interrogato risponde:

Mi dichiaro nuovamente innocente, perchè io non ho combinato consumato, o in un modo qualunque partecipato ai furti, dei quali vengo imputato.

Chi afferma il contrario o si sbaglia o mentisce.

Ricorda ancora il confronto fatto con Spampinato e dice che lo Spampinato mentì, quando calunniosamente asserì di conoscerlo.

Collo Spampinato, però non aveva nessuna ragione di rancore.

Consoli viene ricondotto in gabbia.

Interrogatorio di Salvatore Pappalardo.

Interrogato risponde:

Ê una invenzione, è una calunnia, che mi abbiano dato argento da vendere. Desidero sapere chi mi accusa, perchè ho il diritto di saperlo, perchè di fronte a tanta infamia io voglio conoscere chi mi accusa.

Presidente -- Fra gli altri siete stato accusato da Alfio Spampinato.

Pappalardo -- Nego assolutamente quanto ha potuto dire Alfio Spampinato, che io non conosco ed insisto perchè qui, alla mia presenza ripeta le sue accuse.

(Siccome Pappalardo alza la voce, il Presidente lo ammonisce e lo licenzia.)

Interrogatorio Salvatore Nicotra.

Fui chiamato da Alfio Spampinato che m'invitò ad andare l'indomani in piazza Università.

Così io feci e l'indomani venne Francesco Nicotra che portò una valigia con argento, argento che portammo in casa di Spampinato a Cibali.

Io sconoscevo che cosa contenesse la valigia e tutt'ora non posso accettarlo [accertarlo?].

Una sera io mi ritiravo a casa, quando vidi Spampinato e Francesco Nicotra che liquefacevano del metallo.

Io nulla sapevo e se mio padre potè dire che c'ero io, si sbagliò perchè forse essendo io venuto in quel tempo credette che fossi colla combriccola.

Non so, se vi furono altre operazioni in casa mia, anzi in casa di mio padre, il quale, del resto nulla sapeva, essendo innocente di tutto.

Interrogato risponde:

Soppongo che, forse, porzione dell'argento che si era portato in Cibali, sia stato poi trasportato in casa mia.

Interrogato risponde:

Ho nominato Ferlito, quasi per suggerimento di Francesco Nicotra, e nel suo atto di confronto ma in coscenza non posso accusarlo.

Il Pappalardo mai l'ho nominato.

Sconosco gli altri furti, simili che mi si addebitano, e non posso dire, se la fusione in casa mia abbia avuto luogo in una, o in più volte.

Interrogato risponde:

E' vero che nei miei interrogatorii abbia ammessi e confessati tre furti; ma lo dissi, per salvare la mia famiglia, che era tutta in carcere.

Quanto io ho detto pei furti delle sfere, è tutto falso, e lo dissi credendo di far bene alla famiglia.

[...]

Si dà lettura di un interrogatorio del Salvatore Nicotra [O-1/283] dove è detto quanto appresso:

La stessa notte, dopo successo il furto, mio fratello Giuseppo [sic] non volle aprirmi la porta.

Incontrato mio fratello Francesco, questi saputo che io ero fuori casa, mi portò seco e mi fece aspettare in via Raddusa.

Di là, vidi tornare mio fratello con due individui.

Tutte e tre presero da altri individui che stavano dentro la chiesa, un involto che fu messo dentro una carrozzella, dove salì mio fratello e gli altri.

Passando a me vicino, mio fratello mi mandò via.

Poco dopo mio fratello mi confessò il furto fatto e da Alfio Spampinato seppi che le sfere erano state portate da Salvatore Spampinato e il metallo era stato fuso da Sciacca.

Interrogato risponde:

Sento il dovere di dichiarare: che se nei varii interrogatorii si leggono con precisione i dettagli e le modalità dei fatti e delle persone, si è perchè il Signor Giudice Istruttore, pria di avere la mia dichiarazione, mi faceva leggere, dal Cancelliere quelle di mio fratello Francesco, colle quali io mi orizzontavo.

A domanda di Di Benedetto risponde:

Che nulla rammenta quanto disse e che quanto disse è una poesia.

A domanda del P. M. risponde:

Sono stato a Cibali da Spampinato diverse volte, perchè eravamo amici.

Però nell'occasione della fusione non vi fui mai.

Interrogato risponde:

Con mio fratello Francesco, sono in cattive condizioni di famiglia, cioè in dissidio.

Viene ricondotto in gabbia.

Interrogatorio Sciacca

(Il naso dell'imputato Sciacca è addirittura fenamenale [sic]).

Interrogato risponde:

Nulla so del furto delle sfere.

(Dopo questa dichiarazione, nulla più si sente--Il Presidente promette di riferire quando [sic] egli dirà).

Finalmente il Presidente comunica quanto appresso:

Recandosi Sciacca a Palermo per visitare sua nipote, lungo il viaggio s'incontrò con Nicotra, e questi gli manifestava di possedere quattro o cinque pietre, che voleva far vedere. Così egli parlò con Barresi e avendo fatte vedere le pietre, le stesse furono trovate di nessun valore.

Non rammenta se ritornò insieme al Nicotra, solo posso dichiarare di sconoscere la provenienza delle pietre.

A domanda del P. M. risponde:

Stiedi in Palermo circa quattro giorni e una volta si pranzò insieme al Nicotra da mio nipote Barresi.

Interrogato risponde:

Che per questo fatto fu arrestato, perchè quando si scoprì il furto era già in carcere per scontare un'altra pena e precisamente per spaccio di biglietti falsi, della quale imputazione, s'intende, lo Sciacca era innocente.

Interrogato risponde:

[p.113]

Sconosco assolutamente quanto si è detto di me, che dell'oro delle sfere si facessero dei Napoleoni falsi--Io sono innocente.

Alle ore 3, 20 si toglie la seduta.

UDIENZA DEL 28 OTTOBRE

Alle 10, 30 entra il pubblico colla solita irruenza e coi soliti clamori.

Al banco della stampa gli intrusi crescono di numero.

E' una vera calamità, che si risolve in grande detrimento per l'andamento generale, anzi per la fedeltà dei resoconti della causa, che non possono essere compilati con esattezza, appunto perchè ai veri giornalisti manca, molte volte, anche una sedia per sedersi.

Ci raccomandiamo alla cortesia dello Egregio signor Presidente, che tanto si è distinto nella direzione di questo processo e che siamo sicuri, vorrà accogliere la nostra preghiera.

Alle ore 10, 40 si fa l'appello degli accusati.

Di Benedetto--Chiede al presidente il permesso che Riela sieda a lui vicino, cioè nell'ultimo scalino della gabbia.

Interrogatorio Alfio Spampinato

(E` un giovanotto in sui 18 anni)

Interrogato risponde:

Io facevo le scarpe a Francesco Nicotra. Nel Dicembre venne nella bottega per farsi prendere la misura per un paio di scarpe.

Chiamatomi mi invitò a farmi trovare col fratello del Nicotra stesso in piazza Cavour, dovendomi parlare.

Andato verso le sei o le sette di sera fui incaricato di recarmi l'indomani da lui per aver consegnato un oggetto onde portarlo in casa mia.

Difatti verso le quattro di notte io col fratello del Nicotra andammo al puntamento, ebbimo consegnata una valigia pesante ed io la portai a Cibali, dove la misi nella caverna, che dava nel fondo di Motta e cioè nel fondo di mio padre.

Dopo qualche giorno venne Nicotra e ci puntammo per la sera per riconsegnargli la valigia.

Di fatti ad un'ora di notte Nicotra venne con me e il fratello e scese nella caverna.

Dentro la caverna io intesi del rumore, poco dopo risalì il Nicotra, portando in mano dei cannoli di metallo, poi tutti ci diressimo per portarli in Catania.

Non avendo alcuno interesse con loro, li lasciai e andai via.

Venne una seconda volta e ritirò la valigia col resto degli oggetti.

Dopo pochi giorni passò Nicotra e mi lasciò del denaro cioè trecento lire, e mi disse: Siccome noi abbiamo dei conti per scarpe fatte, conservale e poi conteggeremo.

Dopo il mio arresto io confessai alla giustizia che conoscevo il Nicotra.

Passati alquanti giorni ancora, io confessai quanto sapevo.

Però il Direttore faceva delle insistenze perchè io confessassi ancora delle particolarità. Io dissi sempre che non sapevo altro.

In un confronto con Nicotra egli mi diceva delle cose che io sconoscevo.[*]

Allora mi si mise in cella.

Mi s'interrogò nuovamente e mi si voleva forzare a parlare di Ferlito, di Sciacca e di altri.

Io mi negai sempre; ma finalmente nominai Ferlito e Pappalardo credendo che mi avrebbero data la libertà.[*]

La verità vera però si è che io non sapevo nulla sul loro conto.

In altro confronto con Francesco Nicotra, io negai sempre e finalmente cedendo alle pressioni della giustizia, del Nicotra, e del Direttore, nominai il Viola e in un confronto col Viola lo accusai.[*]

Però posso ora dichiarare coscenziosamente che lo infamai, perchè nulla esiste

Aggiungo un'altra circostanza:

Un giorno fui chiamato dalla giustizia.

Il giudice istruttore mi chiese se io conoscessi Riela.

Io risposi di non conoscerlo.

[...]

[p.120]

Interrogatorio Mazzola Gaetano

Si presenta con una faccia tosta unica -- Grande curiosità nel pubblico.

Interrogato risponde:

Mali 'un fari paura nun aviri--io, signor presidente, sono innocente come la stessa S. Agata.

Il Presidente lo redarguisce dicendo:

Lasciamo stare in pace i Santi.

Voi siete imputato di aver rubato le sfere e la bara.

Mazzola--Io nulla conosco dei fatti che mi si addebitano, nè vi ho mai partecipato; declino ogni responsabilità--Chi mi accusa è il Nicotra, questo signore io non lo ho mai veduto.

Il Presidente gli chiede--E' vero che la sera del furto eravate dinnanzi la porticina di Via V. Emmanuele.

-- Ê vero che sono stato visto la sera del furto vicino la porticina della chiesa ma fu verso 3/4 d'ora

[...]

[p.121]

Interrogatorio Carrara Orazio

[...]

questo è lu tintu ca nun servi, ca sa mangiatu lu piru, e mi lu voli fari pagari.

[...]

[p.122]

Interrogatorio Ferlito Salvatore

Si presenta dinnanzi al Presidente con le mani in saccoccia e con atto da spavaldo si distende sulla sedia tanto che il Presidente lo redarguisce.

Interrogato risponde:

Sconosco tutto e non ero io che smorzavo i fanali col bastone.

Il 4 Febbraio fui chiamato da Agnini e le guardie vennero a trovarmi in casa--dove fecero una perquisizione.

L'indomani mi recai in questura e mi presentai a Depaquale [sic], il quale mi fece arrestare, facendomi condurre in carcere, dove trovai Agnini, Mondio, De Luca e il cancelliere Lombardo.

Interrogato dichiarai: che conoscevo Nicotra come figlio di onesta famiglia e che difatti il Nicotra era amico con lo Spampinato.

Richiestomi poi se io avessi fatto vendere un anellino al Nicotra, io risposi di sì, sapendo che glielo aveva dato la madre.

Incaricò me di questa vendita, dietro che lo Spampinato, alla mia presenza, si era negato di comprarlo.

Convenuta la vendita col signor Bonanno, questi mi incaricò di far vedere la pietra dell'anello al Giammona, onde accertarmi se difatti fosse di valore o meno.

Stabilitosi il prezzo col Bonanno, il Bonanno direttamente consegnò il denaro al Nicotra ed io non so altro del furto.

Interrogato il Nicotra sulla verità delle asserzioni del Ferlito, le conferma.

Aggiungo: Ritenere che per avere io detto la verità alla giustizia, i fratelli Nicotra e Spampinato, abbiano implicato il mio nome in questo furto, quantunque qui in udienza abbiano modificato le loro dichiarazioni.

Interrogato risponde:

Suppongo che Spampinato mi abbia nominato per consiglio del Nicotra.

Interrogato Nicotra risponde:

Come ho già dichiarato: ripeto: Essermi sbagliato nel nominare il Ferlito che è innocente.

[...]

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Interrogatorio Riela Carmelo

Giunto dinanzi il Presidente, saluta inchinandosi profondamente.

Invitato a sedersi, dichiara di voler rimanere all'impiedi.

Interrogato risponde:

Saputo ciò la banca sospese i pagamenti che mi dovea fare ed io mi rivolsi al Municipio, perchè questo non avea curato a tempo di produrre appello contro la sentenza del Tribunale, condannante il Municipio stesso.

Il Municipio allora mi intimò un atto di avviso, per interrompere la perenzione e siccome io ero sicuro che nessun atto legale mi era stato a tempo comunicato; così io interpellai il Sindaco; ma il Sindaco non mi rispose.

Ricorsi ed allora il Primo Presidente ordinò una perizia per conoscere se difatti la data dell'atto intimatomi con ritardo fosse stato falsificata.

Fatta la perizia e depositata, la Corte doveva decidere due giorni dopo il mio arresto; ma poi fu differita la decisione.

La Corte dichiarò falso l'atto e condannò il Muncipio.

Appena decisa questa sentenza, si svegliò la Banca depositi e sconti, onde io cedessi alla sua volontà.

Difatti dopo 15 anni, che mai potemmo essere d'accordo per l'affare dei conti, mi si fece firmare nel carcere una carta, colla quale io mi dichiaravo debitore della banca di cinquecentotrentaseimila lire.

Sconosco i furti di cui mi si accusa; ma vorrei accennare a qualche fatto, che possa spiegare questa accusa stessa.

In Catania io ho due potenti avversarii, uno è il Municipio di Catania, un altro la Banca depositi e sconti di Catania.

Circa 28 mesi fa dovetti presentare una querela in via civile contro il direttore della banca per un atto pubblico, che da me non era stato mai firmato e che corrispondeva ad un'epoca nella quale io ero mortalmente ammalato.

Un testimone poi, che appariva firmato nell'atto, dichiarò che mai avea fatto da testimone in quest'atto stesso, venendo in casa mia.

Presentata la querela, la corte d'appello sospese la decisione della causa pendente fino allo espletamento della querela.

La causa prima di questa accusa, deve quindi trovarsi in coloro che mi combattono e che sono il Municipio, la banca depositi e sconti, l'Avvocato Boccadifuoco che, forse fu causa della perenzione degli atti, e il notaro De Marco autore dell'atto da me impugnato di falso.

L'origine del credito fra me e il Municipio parte dal 1873, cioè dallo appalto che io presi per la costruzione della via Garibaldi e del nuovo Macello.

Per la via Garibaldi ebbi aperto un credito dalla banca depositi e sconti.

Per il macello dovetti farmi aprire un altro credito.

Io caddi ammalato e si fu allora che si pagarono somme che non si dovevavo, perchè la banca non poteva avere l'interesse mio.

A mettà [sic] della costruzione il Municipio sospese i pagamenti e il resto della via si fece coi denari della banca, superando la spesa preventivata di ben 300 mila lire.

Lo stesso successe pel macello, i di cui lavori furono sospesi.

Terminata la via Garibaldi, il Municipio ritardò sempre l'approvazione per pagarci.

Noi avevamo già fatti gli atti giudiziarii regolari, per il mancato pagamento.

Presidente--Interrompe, dicendo che ciò non interessa la causa.

Riela--Prega che lo si ascolti perchè vuole giustificarsi di fronte al paese, e prosegue:

Fatta la misura finale dei lavori del macello, nella mia assenza, il Municipio nel 1882 mi chiamò in giudizio.

Fu dunque il Comune che iniziò giudizio contro di me.

Iniziato il giudizio, successe un fatto grave.

Si fu allora che da un partito opposto alla banca Depositi e Sconti, si disse che erano stati involati dal Municipio gli atti di citazione da me inoltrati e che io li avessi fatti involare, per far fare la causa in contumacia. Fui arrestato e poi prosciolto, per inesistenza di reato.

Allora si ritenne che il mio credito fosse una fisima ed io sostenni un giudizio e il tribunale mi diede ragione.

La causa della enorme cifra alla quale salì il mio credito, si fu dunque il Municipio stesso, che dà 580 mila lire fece salire il mio avere a 990 mila lire, appunto per gli interessi accumulati in 18 anni, che io devo pagare alla banca.

Dichiaro dunque che questa accusa è stata creata da coloro che avevano ed hanno interesse di sopprimermi.

Io ho prodotto dei documenti, che provano come io non sia uomo di prender parte a simili furti e in mezzo a gente che non sono alla mia altezza.

Io, quindi, non sono capace di aver fatto ciò.

Si disse che io avendo queste cause, per il bisogno di sostenerle abbia perduta la testa.

Io mi giustifico.

La lite era quella col municipio solamente.

Io incassai 24 mila lire in Settembre, non avevo quindi bisogno di fare simile delitto.

Devo aggiungere che prima di essere arrestato io avevo scritta una querela contro l'autore della falsificazione dell'atto comunicatogli, per interrompere la perenzione dello appello.

Spiega il processo tenuto dal procuratore del municipio per riuscire nello scopo e prova che l'avviso a lui intimato, era un avviso in origine diretto ad una certa Reitano.

Per ottenere il successo, si falsificò la data dell'atto, il nome e il resto.

Intanto il carattere delle falsificazioni è uguale a quello del Boccadifuoco e le falsificazioni furono riconosciute tali dalla Corte che ordinò la perizia.

[...]


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.