Resoconto del Processo pei Furti di S. Agata, pp. 173-206

UDIENZA DEL 6 NOVEMBRE

Tempo uggioso, umido, triste assai.

[...]

[p.174]

[...]

Leggesi il verbale del sequestro delle galline fatto in casa del Nicotra.

In questo verbale, vi è la descrizione della uccisione delle galline e dei galli, e la descrizione dell'argento trovato nei ventricoli dei polli stessi.

Simoncini--Chiede che si esamini il ventricolo sequestrato.

Cancelliere--Esegue l'operazione del taglio cesareo al ventricolo e tutti possiamo esaminare i piccoli globuli d'argento in esso esistenti.

Sono delle pallottoline lucenti della grossezza di un pallino da caccia num. 12 e dei pezzetti della grossezza di una mezza faggiuola.

[...]

[p.175]

[...]

Leggonsi gli

INTERROGATORI DI FRANCESCO NICOTRA

I.--31 Gennaio 1891.--Non posso confermare quanto dichiarai alla S. V. in questo carcere stesso la notte del 29 spirante mese, poichè nella confusione in cui mi trovavo, per essere stato di sorpresa chiamato da Guardie [p.176] di P. S. e condotto in carcere, non so quel che dissi -- Ora a mente calma, credo mio dovere, rilevare l'esatta verità su quanto mi si domanda, non potendo oramai più negare di fronte alle prove schiaccianti che la giustizia mi presenta.

Eravamo negli ultimi dello scorso settembre e nei primi di ottobre, ed erano venute già le prime pioggie, quando una mattina uscii di casa mia con un mio cane per andare a raccogliere degli asparagi e mi recai all'uopo nelle così dette chiuse di Asmundoi. Colà, mentre già raccoglievo degli sparagi [sic], vidi venire verso di me il mio cane tenendo in bocca un fazzoletto rosso e lacero.

Spinto dalla curiosità andai nella direzione in cui avevo veduto venire l'animale, e, dopo alquanti passi, in un burrone, vidi una cosa lucente. -- Mi avvicinai, rimossi qualche pietra che vi stava d'appresso e vidi quindi sparse dieci forchette e dieci cucchiaj di argento, e inoltre, in una specie di fazzoletto di tela, sei verghe d'argento.

Continuai a rimuovere quelle pietre e trovai pure un anello di oro con un brillante.

Argomentai che il fazzoletto lacero che aveva preso il cane fosse quello in cui trovavansi involte le forchette, i cucchiai e lo anello.

Allora io nascosi in un altro punto vicino, lo involto contenente le verghe d'argento e portai meco le posate e lo anello.

La sera però ritornai sullo stesso luogo a prendere ed a portar meco anche le verghe d'argento.

Devo far notare alla S. V. che le posate aveano nella parte posteriore del manico incise tre iniziali ed uno stemma; e precisando meglio posso dire che lo stemma consisteva in una sola corona baronale e due delle iniziali erano le lettere B. e I.

Lo anello dopo alcuni giorni lo vendei in Catania a quell'orefice che abita in via Stesicoro Etnea dopo la villa Bellini a mano destra di chi va verso il borgo e prima di arrivare al Viale Margherita.

Poscia, verso la fine di Ottobre, dicendo alla mia famiglia che partivo per Palermo per affare di vino, mi recai a Napoli, dove presi alloggio all'Hôtel New-Jork [p.177] alla marina dando all'albergatore le mie precise generalità.

Colà mi adoperai a vendere le posate e le verghe di argento e mi presentai all'uopo nel negozio del signor Fusco in via Orefici.

Siccome il Fusco faceva delle difficoltà, prima si era stabilito di andare in Questura, come proponeva egli stesso con la mia piena adesione e poscia si pensò di assumere informazioni in Catania sul mio conto. Sicchè dopo fatti varii nomi di case commerciali di Catania si fu di accordo di telegrafare per informazioni ai fratelli Cutore, avendo io dichiarato di essere fratello di Giuseppe Nicotra contabile nello stabilimento S. Lucia.

Il Fusco difatti telegrafò ai Cutore, ed io dal canto mio telegrafai a mio fratello Giuseppe invitandolo a presentarsi ai detti fratelli Cutore, ed a dar conto di me.

Però non ostante gl'indicati telegrammi, col Fusco non potei conchiuder nulla perchè i Cutore telegraficamente risposero che in Catania allo Stabilimento S. Lucia non esisteva Francesco Nicotra. -- Di modo che io fui costretto a rivolgermi altrove per ottenere il mio intento, e vi riuscii difatti in una maniera che potrei dire accidentale.

Mi trovavo in via Orefici in una carrozzella, e fra le persone che mi si affollavano intorno, come suole avvenire a Napoli quando si vede un forestiere, mi si presentò un individuo, qualificandosi sensale e domandandomi se io volessi comprare qualche cosa.

Io allora gli manifestai il mio desiderio che era invece quello di vendere l'argento che avevo meco.

Ed egli infatti mi conchiuse tutto in brevissimo tempo facendomi vendere quell'argento a poco a poco a diversi argentieri per il prezzo di tre lire e cinquanta centesimi l'oncia. Sicchè io non vidi a chi venne venduto l'argento perchè io rimanevo in Albergo, mentre il sensale andava e veniva.

Pagai al sensale come prezzo dell'opera sua, circa quaranta lire, e ricavai dalla vendita circa mille e duecento lire.

Dopo ciò partii per Palermo dove rimasi tre giorni, e quindi me ne venni in Catania.

A Palermo fui in compagnia di Girolamo Barresi. -- [p.178] Tornato a Catania, mio fratello Giuseppe mi domandò come andasse la faccenda dell'argento, ed io gli risposi che erano affari miei, e non gli detti alcuna spiegazione. Lo stesso feci con mio padre che pure mi domandò.

Tutto questo che io ho dichiarato, e che è la pura verità, non credetti di riferirlo alla Giustizia la prima volta che mi si domandò perchè, temevo di perdere il frutto che avevo ricavato dalla vendita di quell'argento.

Avendo però veduto che con le mie reticenze facevo male a me stesso e alla mia famiglia, mi son deciso di dire la verità.

Vendetti l'argento a Napoli quel giorno stesso che pervenne al Fusco il telegramma di risposta ai fratelli Cutore, e partii da Napoli il giorno appresso.

Io sulle prime non conobbi che quelle verghe fossero d'argento. Me ne assicurai soltanto dopo di averne fatto saggiare una all'ufficio del saggio in Catania.

Pria di partire per Napoli non dissi a nessuno della mia famiglia che avevo intenzione di recarmi colà. Al mio ritorno da Napoli, col denaro ricavato dalla vendita dell'argento, ho cercato di fare affari di commercio in vini, e quindi ho comprato e venduto del vino.

L'ultimo che ho comprato infatti è circa sedici salme che trovasi ancora quasi tutto in casa.

Non so da chi sia stato comprato perchè io all'uopo mi son servito di mio fratello Giuseppe come più conoscitore della partita di vini, ed a lui stesso ho dato i denari occorrenti, che per l'ultima compera sono stati lire 400 circa.

Al Fusco feci vedere le sole verghe d'argento, e non le posate.

Nel tempo corso dal momento in cui mi presentai al Fusco a quello in cui arrivò il telegramma di risposta, che fece rompere le trattative, l'argento rimase sempre in deposito presso il signor Fusco, al quale lo lasciai avvolto in un giornale.

Non è vero che io mi fossi fatto riconoscere dal Fusco per mezzo di persone di sua fiducia--Io dal Fusco mi presentai sempre solo.

Non conosco affatto che il Fusco avesse fatto un secondo telegramma ai fratelli Cutore dicendo che non occorrevano più le chieste informazioni, essendomi io fatto riconoscere da persone di sua fiducia.

Io, ripeto, dal Fusco mi presentai sempre solo, e col Fusco, del resto furono rotte le trattative in seguito all'accennato telegramma di risposta.

Girolamo Barresi non venne punto ad acompagnarmi in Napoli, dove, come ho detto, mi recai affatto solo.

Non ho rivelato a nessuno il fatto del rinvenimento delle posate, delle verghe, dell'anello.

Trovandomi a Napoli mi recai a S. M. Carnevale che sapevo trovarsi in relazione con mio fratello Giuseppe, con l'intendimento di vedere il suo stabilimento di macchine che è vicino alla Stazione ferroviaria di Napoli. Però non potei vedere detto Stabilimento e dovetti contentarmi di visitare il deposito delle Macchine. Anzi gli domandai di farmi vedere una macchina da fabbricar pasta della forza d'un cavallo; ma egli non potè contentarmi perchè non ne aveva nessuna pronta--Da ultimo mi feci dare l'ultimo catalogo delle sue macchine, e presi commiato.

A Napoli, tranne il Carnevale, non fui con altra persona.

Nelle chiuse di Asmundo non andai che due o tre volte, una delle quali col mio amico Salvatore Ferlito.

Circa un mese e mezzo fa, in compagnia del mio calzolaio Alfio Spampinato, che ha la bottega in via Monserrato, mi recai in Aci Castello per darmi bel tempo con talune ragazze di nostra conoscenza, che facemmo venire con noi da Catania.

Un'altra volta mi portai ad Aci Reale, per divertirmi, affatto solo. Tornai la sera dello stesso giorno. Tale gita avvenne circa un mese fa--In Acireale conosco S. Soli ed i fratelli Patanè.

Un'altra volta fui a Messina circa un mese e mezzo fa e vi dimorai due giorni alloggiando in casa di mio compare Matteo Rungi, dico meglio, in casa del fratello di costui a nome Agatino che abita in via Porta Imperiale.

Mi recai in Messina per riscuotere contro il detto Matteo Rungi un certo credito di circa L. 500; poichè il detto Rungi abitò in Catania tre anni nella casa di proprietà della mia famiglia senza pagar nulla, da ciò il credito in parola.

[p.180] Io non potei però nulla riscuotere.

Non domandai come si chiamasse quel sensale che a Napoli mi fece vendere l'argento, nè egli me lo disse.

Eccomi a spiegarle, quanto nella lettera che mi fu sequestrata in questo carcere si riferisce al Capparelli. Io conosco molte persone di varie condizoni e siccome son giovine, e mi piace divertirmi, così spesso coi miei amici si faceva delle feste da ballo in casa delle sorelle Riccioli--quelle che hanno delle stanze ammobigliate vicino al ponte della ferrovia all'Indirizzo, ovvero dette feste di ballo si davano in casa di una signorina mantenuta da un avvocato e frequentata dal mio amico Salvatore Ferlito in via De Gaetani, oppure in casa di certa Marietta in fondo alla via Pipistrello.

In casa della Riccioli conobbi Mario Capparelli che colà abitava, e con esso, ch'era giovine di alti ideali, pieno di poesia, mi legai in istretta amicizia. Ora avvenne che, essendosi egli comportato male in iscuola, in seguito a lettera di suo cugino, il Prof. Capparelli, a sua madre, costei un mese non gli volle mandare la consueta pensione, sicchè Mario Capparelli fu costretto di ricorrere agli amici, si fece prestare dal sergente Orlando L. 30 e da me L. 20. In seguito il sergente Orlando, dovendo fare accomodare il suo orologio, e non sapendo a chi rivolgersi, lo fidò all'amico Capparelli, il quale lo dette in pegno oppure se lo vendette.

Imperocchè, dopo 3 o 4 giorni, senza neppure farsi vedere dal sergente Orlando e da me, partì per Roma per arruolarsi come volontario, mentre a noi aveva fatto sapere che avrebbe dovuto recarsi sino a Piedimonte Etneo per parlare con sua madre. Fu perciò che io scrissi quella lettera al comun amico Orlando che mi si presentano, e mai li ho visti in casa mia.

L'argento che io portai a Napoli non era 14 chili, come il Fusco diceva nel suo telegramma, ma circa 12 rotoli. Intendo parlare però del solo argento in verghe.

*

II.--3 Febbraio 1891--Il secondo telegramma mostratomi dalla S. V. col quale da Napoli il Fusco avvertiva i signori Cutore di non occorrere le informazioni sul mio conto essendomi io fatto riconoscere da persone di sua fiducia, non ricordo se lo avessi fatto io stesso, ma potrebbe darsi.

A Napoli non incontrai nessun catanese di mia conoscenza nè in istrada, nè nell'albergo New-Yorck, nel quale presi alloggio in una stanza da solo.

E' vero che a Napoli per vendere l'argento mi diressi pria al negozio di argenteria Cristofle dove mi dissero che non compravano argento vecchio, e mi mandarono da un altro negozio di un lavorante argentiere, il quale mi condusse dal Fusco con cui avvennero le trattative delle quali parlai nel mio precedente interrogatorio.

Non ricordo se si chiamasse Muscetti quel lavorante argentiere; ma fu egli appunto che mi voleva condurre in Questura.

Non è vero però che io mi fossi rifiutato: ci sarei anzi andato se non si fosse col Fusco stabilito di fare il telegramma ai fratelli Cutore.

Quando sconchiusi il negozio col Fusco non è vero che io avessi detto di dover subito partire per Roma dove conoscevo il Segretario del Ministero.

Non è punto vero che io da Napoli fossi partito per Roma.

Come già dissi, dopo aver venduto per mezzo del sensale sconosciuto l'argento, il giorno appresso partii per Palermo.

Ripeto che nell'albergo New-Jorck non fui in compagnia d'alcuno, e molto meno di alcun catanese.

E vero che fui con Francesco Ventimiglia nella stessa stanza dell'indicato albergo. Quando partii però lo lasciai colà; ed a quanto ricordo, egli ed io partimmo insieme da Catania diretti per Napoli, passando da Messina.

Non dissi al Ventimiglia la ragione per cui mi recavo a Napoli. Egli però mi rivelò che recavasi colà per vendere oggetti di antichità.

Ricordo che il Ventimiglia portava seco dei quadri impagliati, uno dei quali rappresentava la battaglia di Troia.

Egli portava pure un boccale che nel viaggio si spezzò.

Il Ventimiglia quel giorno in cui vendette l'argento per mezzo del sensale, si accorse che costui andava e veniva, ed avendomi sul proposito domandato, io gli dissi [p.182] che quel tale cercava di me per miei affari.

Non ricordo di avere confidato al Ventimiglia che cercavo di vendere argento per mezzo di quel tale che veniva a cercarmi in Albergo; ma credo di no, anzi, dico meglio, non mi pare difficile che glielo avessi detto.

Pria di partire da Napoli dissi al Ventimiglia che mi recavo in Palermo.

Il Ventimiglia a quanto so, non vendette gli oggetti di antichità in Napoli, anzi so che partendo li lasciò nello stesso Albergo.

Pria di partire per Palermo domandai al Ventimiglia se avesse venduto gli oggetti di antichità, ed egli, esasperato, mi disse che era stato condotto da diverse persone per trattare la vendita e che non aveva potuto conchiudere nulla.

Quindi mi soggiungeva che il giorno appresso sarebbe partito lasciando tutto in aria e gli oggetti in Albergo.

Da quel giorno che fummo insieme in Napoli, non ho più veduto il Ventimiglia.

Appena arrivammo in Napoli, io e il Ventimiglia dopo di essere stati in Albergo a deporre: il Ventimiglia gli oggetti di antichità, ed io la mia valigia, ci recammo in trattoria per mangiare.

La mia valigia circa otto giorni fa, trovasi all'Albergo Saati; poichè una notte, essendo ritornato tardi in Catania, invece di ritirarmi a casa andai a dormire nel detto Albergo.

Attualmente, credo, si trovi presso il mio amico Alfio Spampinato perchè costui un giorno me la chiese in prestito ed io gli dissi che poteva andare a prendersela nell'albergo Saati.

Nella detta valigia, quando la lasciai nell'albergo, vi era poca biancheria.

Quando ritornai tardi di notte in Catania, ero proveniente da Palermo dove ero stato a portare mostre di vino, dovendo colà impiantare una succursale per vendere vini.

Andai in Palermo come ho detto, per l'indicato scopo circa venti giorni fa.

Con Salvatore Ferlito mi vedevo quasi ogni sera, essendo egli molto mio amico ed appartenendo pure alla stessa brigata di amici che era composta di lui, di me, del sergente Orlando, Domenico Nicotra, Pietro Pappalardo, Giuseppe Sciacca e molti altri. Ci riunivamo quasi ogni sera e spesso nelle stanze mobigliate delle sorelle Riccioli.

Con Alfio Spampinato sono amico da circa otto anni e con lui non ho avuto mai quistione alcuna.

Una volta soltanto vi fu una quistione di poco conto, tra me e suo cugino Antonino Spampinato, quistione di semplici parole e derivata da un malinteso.

Mi sembra che Alfio Spampinato non avesse preso alcuna parte nella cennata quistione la quale del resto, rimonta a due o tre anni fa.

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III.--3 Febbraio 1891--Questa è la valigia di tela con gli angoli di cuoio rosso, della quale mi son servito per portare a Napoli l'argento.

Riconosco per miei pure gli oggetti che si sono trovati nella valigia.

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IV.--5 Febbraio 1891.--La valigia nella quale portai l'argento a Napoli l'avevo comprata circa un anno e mezzo fa nel bazar del Di Grazia in via Stesicoro Etnea per il prezzo di lire 2, 50 o lire 3.

Non ricordo se con Francesco Ventimiglia io mi fossi riunito nella Piazza del Duomo o alla Stazione Ferroviaria.

Io credo però che mi fossi riunito nella piazza del Duomo dove ci mettemmo tutti e due in una carrozzella, e ci recammo alla stazione.

Nè nella piazza del Duomo, nè alla stazione ferroviaria io vidi persona che accompagnasse il Ventimiglia.

Io ritengo che egli venne senza la compagnia di alcuno.

Non conosco affatto Salvatore Vicari e quindi non posso dire se costui fosse alla stazione quando io partivo col Ventimiglia.

Posso assicurare però che io non mi accorsi di nessuno che tenesse compagnia al Ventimiglia e che da costui si licenziasse al partire del treno.

Mostratogli il telegramma pervenuto dalla direzione dei Telegrafi in Napoli.

E` appunto questo il telegramma che io da Napoli spedii a mio fratello Giuseppe, invitandolo a dare informazioni di me ai fratelli Cutore.

Esso è di mio carattere.

Però se in esso si parla di trenta chilogrammi di argento fu perchè io volli esagerare per darmi importanza, ma non perchè avessi realmente portato a Napoli trenta chilogrammi di argento.

L'argento che portai a Napoli era soltanto quello che mostrai a Fusco oltre le posate che erano in albergo.

Al mio ritorno da Napoli, alle domande di mio fratello Giuseppe, risposi che l'argento non era trenta chilogrammi, ma circa dodici rotoli, e che io l'aveva comprato per rivenderlo con qualche guadagno.

Poichè a mio fratello non potevo dire di averlo rinvenuto nella chiusa di Asmundo, altrimenti mui fratello mi avrebbe domandato qualche cosa di danaro avendo egli molti debiti.

L'anello che io ho rinvenuto nella chiusa di Asmundo è diverso di quello di cui ora ho parlato.

Non ricordo quale uso io avessi fatto dell'anello trovato nelle dette chiuse.

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V.--12 Febraio 1891--Conosco Francesco D'Aquino come sensale di cuojami ed altri prodotti, come egli conosceva me per uomo di affari, e ci vedevamo di quando in quando in Piazza del Duomo.

Un giorno pria della mia andata in Napoli, nella stessa piazza del Duomo, egli venne a pregarmi di prestargli L.50 per conto di un suo nipote genero di sua sorella e nello stesso tempo per determinarmi a quel prestito mi proponeva un affare, facendomi prender parte come semplice sensale nella vendita di alquanti oggetti del valore complessivo di circa lire cinquemila, vendita che doveva farsi dal detto suo nipote.

Io mi rifiutai di fare quel prestito, ma mi mostrai disposto di pigliar parte in quella vendita. -- Fu in quella occasione che io manifestai al D'Aquino di dovermi recare in Napoli per miei affari, ed egli mi disse che quel suo nipote avrebbe potuto recarsi in Napoli per quella vendita in mia compagnia.

[p.185] Avendo io aderito, egli mi promise di presentarmi a suo nipote pria della partenza, e difatti me lo presentò nella stessa piazza del Duomo il giorno innanzi alla nostra partenza.

Però in Napoli io non mi ingerii affatto nella vendita che voleva fare il mio compagno di viaggio, cioè il sig. Francesco Ventimiglia che conobbi dopo la fattami presentazione.

*

VI--18 febbraio 1891 -- Meglio ripensando ai casi miei, e nello intento di avere qualche agevolazione dalla Giustizia, mi sono deciso di dire tutta intiera la verità sui furti avvenuti alla Cattedrale.

Nell'occasione che io andavo di tanto in tanto a visitare il Sac. Di Maggio Domenico per un incarico di mia zia Maria Nicolosi, feci la conoscenza del sagristano Concetto Torrisi.

Costui un giorno, nel 1889, mi confidò che con Vincenzo Motta ed il costui genero, si era stabilito di rubare le due sfere della Cattedrale che riteneva essere di un gran valore.

Ad invito del Torrisi, avendo io aderito al progetto, ne parlai, essendovi il bisogno ancora di compagni, con Francesco D'Aquino, con Salvatore Spampinato e con Alfio Spampinato.

Il D'Aquino, alla sua volta, trasse, per pigliar parte alla impresa Antonino Consoli, e Spampinato Salvatore trasse del pari Neddu Sciacca il ramaio, in casa del quale si doveva fondere l'oro delle sfere.

Il Consoli e il D'Aquino poi si presero cura di condurre seco loro un cocchiere di loro fiducia.

Stabilito tutto, e specialmente la notte in cui il furto doveva consumarsi, io, Spampinato Salvatore, Spampinato Alfio, Consoli Antonino e Francesco D'Aquino ci ponemmo ad aspettare fuori dalla porta di via Vittorio Emanuele, mentre aspettava pure da quella parte il cocchiere che io non conosco, con la sua carrozza.

All'una dopo la mezzanotte, Concetto Torrisi, come si era stabilito, dopo aver preso le chiavi nella stanza del sacerdote Di-Maggio, e dopo essersi impossessato delle sfere, aperse la porta della Saggrestia nella detta strada Vittorio Emanuele, e consegnò a noi le sfere. Francesco D'Aquino, che prese le sfere, si mise subito in carrozza con me, con Antonino Consoli e con Salvat. Spampinato.

La carrozza si pose subito a correre verso S. Giovanni la Punta dove scendemmo al Trappeto, in casa del genero di Vincenzo Motta, i quali tutti e due colà ci attendevano, secondo erasi stabilito.

Consegnate a costoro le dette sfere, ce ne ritornammo la stessa notte a Catania.

Le sfere stettero nascoste al Trappeto circa due mesi, e poscia furono portate in casa di Neddu Sciacca il ramaio, dove venne fatta la fusione del metallo.

Però ci dovettimo accorgere che non trattavasi di quel grandissimo valore che si era creduto. Imperocchè di oro non vi erano che i raggi ed una mezza luna nella quale si suol collocare l'ostia consacrata, non essendo il resto che argento dorato.

Quanto alle pietre poi quelle bianche non erano che piccoli diamanti, di pochissimo valore, mentre le rosse, che sembravano rubini non erano che granatini.

Si ricavò circa un rotolo e mezzo d'oro e quattro rotoli e mezzo d'argento, dalla vendita dei quali si ebbero mille e duecento lire per l'oro, e quattrocento lire per l'argento.

La vendita fu fatta dallo stesso Neddu Sciacca, ed io non seppi chi fosse stato il compratore, tuttochè avessi tentato di saperlo.

Devo far notare alla Giustizia che la sfera grande che sembrava di oro aveva molto peso perchè nell'interno della sua base vi era del legno, ed il midollo della sua colonna centrale era di ferro.

L'altra sfera come la Giustizia conosce fu rubata senza la base la quale fu lasciata al suo posto, perchè avendo perduta la doratura, si vedeva chiaramente che aveva pochissimo valore.

Del furto tentato al tesoro di S. Agata, l'organizzatore fu del pari Concetto Torisi, il quale fece entrare e nascondere nella stanza che trovasi nella scala che va al campanile, Orazio Carrara, e Antonino Consoli.

E la notte, quando doveva essere consumato il furto stavamo fuori aspettando: io, Francesco D'Aquino ed Alfio e Salvatore Spampinato. Senonchè il Consoli ed il Carrara non riuscirono a penetrare nel tesoro avendo trovato grandi difficoltà, sicchè la notte stessa uscirono e ci annunziarono la non riuscita della impresa.

Essi uscirono da quella parte che fu trovata scassinata.

Io non vidi, nè seppi che vi fossero altre persone, oltre le indicate, ma ritengo che il Torrisi dovette avere nell'interno della chiesa altri compagni.

Anche del furto alla bara di S. Agata fu organizzatore lo stesso Concetto Torrisi, il quale la prima e la seconda volta era ancora sagrestano alla Cattedrale.

Il primo furto dell'argento fu commesso nello scorso settembre. Il Torrisi essendo sagristano, avea avuto tutto l'agio di farsi fare le chiavi occorrenti, sia delle due porte a contare dal battistero, sia dello sportello del portone che dà in piazza del Duomo. E le dette chiavi gli erano state costruite o fatte costruire dal D'Aquino e dal Consoli. Egli quindi nel tempo stabilito per la consumazione del furto la prima volta, come ho detto, nel mese di settembre, verso mezzogiorno, quando la chiesa trovavasi chiusa, mi fece entrare dalla porta della sagrestia, mi aperse il cancello del battistero, mi aperse la prima porta di quelle che conducono alla bara e rinchiuse di nuovo, lasciandomi nascosto nello stesso magazzino della bara, nel quale io m'introdussi, essendo l'altra porta lasciata aperta dallo stesso Torrisi.

La notte verso le 11 fui raggiunto dal Torrisi e tutti e due allora ci ponemmo a togliere l'argento dalla bara.

Predemmo i dodici apostoli, le lampade ed i festoni. Con la tela olona [sic] che copriva la stessa bara facemmo quattro involti di quell'argento, e li facemmo uscire dallo sportello destro del portone e li porgemmo, avendoli prima legati, con una cordicella ai nostri compagni che stavano in piazza del Duomo, e che erano Consoli Antonino, Francesco D'Aquino, Carrara Orazio ed un cocchiere con la carrozza, il quale era diverso di colui che ci avea assistito nel furto delle sfere.

L'argento posto nella carrozza fu trasportato all'Arena, [p.188] in casa di Salvatore Spampinato, il quale, giusta i presi accordi, attendeva i suindicati individui.

Nella stessa notte fu fuso colà l'argento per opera principale di Antonino Consoli.

Io rimasi dentro con Concetto Torrisi fino alle quattro antimeridiane nel magazzino della bara, e poi nella stessa Cattedrale, dalla quale ne uscii la mattina qppena furono aperte le porte dallo stesso Torrisi.

Io andai a raggiungere tosto i miei compagni all'Arena, dove vidi l'argento già liquefatto e ridotto in verghe, ben consolidato.

In tutto si ricavò trentacinque rotoli in argento che fu diviso allora stesso, mediante la bilancia di Salvatore Spampinato.

La mia parte e quella dello Spampinato formarono quell'argento che io vendei a Napoli. Della detta vendita ricavai lire mille.

E inutile ripetere il modo come riuscii nella detta vendita, avendo in proposito nelle precedenti mie dichiarazioni detto la verità. Circa quindici giorni dopo del primo furto, introdotto nuovamente da Concetto Torrisi, nel preindicato modo verso mezzogiorno: nello stesso mese di Settembre, la notte io ed il Torrisi togliemmo dalla bara le due tabelle, le due colombe che stavano nelle cornici centrali nella parte interna della volta, alquanto argento di quello che rivestiva le colonne.

L'argento raccolto fu involto nella tela olona come la prima volta, e consegnato per mezzo dello sportello agli stessi compagni, i quali parimenti lo trasportarono all'Arena in casa dello Spampinato, dove avvenne la fusione.

La mattina sopraggiunsi io, e si fece la pesatura e la divisione dell'argento, toccandone a ciascuno circa un rotolo e mezzo.

La mia parte io la unii a quella del primo furto, non essendo ancora andato a Napoli per farne la vendita di cui ho parlato.

Però, pria di recarmi a Napoli, circa tre rotoli di argento lo vendei all'orefice Paolo Auteri, ricavandone il prezzo di circa duecentocinquanta lire.

Circa un mese dopo il secondo furto, ed ero già da alquanti giorni tornato da Napoli, si stabilì; di rubare [p.189] un'altra parte dell'argento della bara.

L'iniziatore della impresa fu lo stesso Torrisi, il quale mi mandò per la posta una lettera, dandomi convegno al Fortino, perchè allora egli non era più sacrestano. Colà stabilimmo tutto l'occorrente, ed io poscia, a mia volta, mi misi d'accordo con mio fratello Salvatore e con Alfio Spampinato, i quali, stando dinanzi il portone del magazzino della bara nell'ora convenuta, avrebbero dovuto riceversi l'argento rubato.

Quindi riunitici nel giorno stabilito io e Concetto Torrisi, questi venne vestito da sacrestano, portando le chiavi occorrenti.

Ci introducemmo dal grande portone di via Vittorio Emanuele, e quindi entrammo dalla porticina a destra nel grande atrio del palazzo vescovile e per mezzo della porticina che dà nella Cappella della Madonna riuscimmo nella Cattedrale.

Le porte della stessa, a quell'ora, cioè verso l'una meno un quarto pomeridiana, sogliono essere chiuse, sicchè avemmo tutto l'agio di introdurci nel magazzino della bara, mediante false chiavi che erano in potere del Torrisi.

Ivi restammo nascosti sino alle quattro e mezza a. m. quando, mediante il solito sportello consegnammo l'argento che avevamo già raccolto, a mio fratello Salvatore e ad Alfio Spampinato che stavano fuori. Indi io ed il Torrisi ritornammo per la stessa via nella Chiesa, da dove la mattina, quando si aprirono le porte, andammo via.

L'argento rubato consistente in un solo involto, fu portato in casa di Alfio Spampinato, dove fu fatto a piccoli pezzettini la notte successiva, e poscia il giorno susseguente fu portato in casa mia, dove io aveva preparato l'occorrente per la fusione, senza però farlo conoscere o vedere ad alcuno della mia famiglia.

Fu fatta realmente la fusione da me, coadiuvato da mio fratello Salvatore e da Alfio Spampinato, e l'argento che ne risultò circa dieci rotoli, tranne la parte che io consegnai, dopo qualche giorni, a Concetto Torrisi, lo tenni tutto in mio potere per venderlo, come infatti feci recandomi all'uopo in Messina in compagnia dello stesso Alfio Spampinato.

Riuscimmo a vender l'argento presso certo La Rosa, [p.190] al quale ci indirizzò Francesco D'Aquino.

Ricavammo da quella vendita circa lire settecento, sicchè toccarono allo Spampinato ed a mio fratello Salvatore circa lire duecentocinquanta ciascuno.

Il detto La Rosa abita in via Porta Imperiale.

A Messina alloggiammo all'Hotel del Nord in via Primo Settembre e restammo circa due giorni, nei queli non mi feci punto vedere da mio compare Renci.

Circa tre giorni pria della scoperta dei furti alla bara di S. Agata, mi posi di nuovo d'accordo con lo stesso Torrisi per rubare un'altra quantità di argento, come infatti facemmo introducendoci nel magazzino della bara nello stesso modo praticato la prima volta.

Però non richiedemmo la cooperazione di alcuno.

Di conseguenza l'argento rubato lo portammo con noi in chiesa, donde la mattina, quando si aprivano le porte, il Torrisi, dividendosi da me, lo portò direttamente in casa, in contrada S. Giovanni, dove credo che ancora dovrà trovarsi.

Tutti gli strumenti che giovarono per tôrre l'argento dalla bara, appartenevano a Concetto Torrisi, ed ogni volta venivano lasciati nel luogo stesso dell'operaizone.

Per vedere ci servivamo di una piccola lanterna portata dallo stesso Torrisi, ed all'uopo avevamo pure una boccetta con alquanto olio.

L'ultima volta io aveva portato a richiesta del Torrisi un fazzoletto, nel quale egli doveva riporre gl'indicati strumenti. Se non che, preso l'argento, non pensammo più agli strumenti, nè al fazzoletto, il quale perciò rimase là abbandonato, ed è precisamente quello che la S. V. già mi mostrò ed io dissi di non riconoscere, o meglio uno dei tre mostratimi.

E` mio convincimento, che potrei dire certezza che il Torrisi nel furto dell'argento dovette essere di accordo con Vincenzo Motta, almeno nelle ultime volte quando già il Motta era fuori dal carcere.

Quando furono rubate le sfere, la stessa notte con la carrozza andammo in contrada Trappeto di S. Giovanni la Punta nella casa, non so se di Vincenzo Motta, o del costui genero, certo però di uno dei due.

Posso però assicurare la S. V. che il genero del Motta il barbiere, e tutti e due, suocero e genero, stavano ad attenderci secondo l'accordo.

In Palermo io affatto non vendetti dello argento, e quindi non è vero che io mi fossi fatto colà autore nella vendita da Girolamo Barresi.

Devo però confessare alla S. V. che Girolamo Barresi è appunto quel tale individio ch'io vidi qui l'altro giorno e che dissi di non riconoscere.

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VII--19 Febbraio 1891.--Essendo ora profondamente pentito di quello che ho commesso perchè trascinato però da cattivi compagni non voglio nulla tacere alla Giustizia di quanto è a mia conoscenza relativamente al furto delle sfere, oltre a quanto ieri rivelai, devo aggiungere che fra le persone che vi presero parte vi era pure Gaetano Mazzola, il quale rimase fuori con me in via Vittorio Emanuele. Anzi egli era uno di coloro che facevan la guardia ed erasi collocato in via Raddusa. Stavano pure a far la guardia in vicinanza del vicolo S. Carlino, i due Spampinato zio e nipote, mentre il D'Aquino nello stesso scopo erasi collocato in vicinanza di piazza del Duomo.

Di conseguenza il Mazzola nella ripartizione del denaro ricavato dalle sfere ebbe la sua parte come tutti gli altri.

Nella detta ripartizione il Torrisi ed il Motta ebbero una parte maggiore che fu vicina quattrocento lire per ciascuno.

Devo in proposito far notare alla giustizia che la indicata ripartizione si fece in casa di Salvatore Spampinato all'Arena, dove convennero tutti i socii del furto, meno il Torrisi che era ancora sagrestano.

E` d'avvertirsi che la detta casa in cui avvenne la ripartizione, era stata dallo Spampinato presa in affitto con un terreno adiacente e per trentacinque anni, allo scopo di tenervi colà le riunioni dei soci del furto e tutto quanto fosse necessario allo stesso.

Anzi il Torrisi, il Motta e il D'Aquino somministrarono allo Spampinato L. 25 per concludere il detto affitto.

Le sfere al Trappeto furono ridotte a pezzi, separandone pria le pietre, quindi furono poste e nascoste in una grotta alla quale si va dalla via Cibali, grotta che è in vicinanza di Nesima ed in un punto parallelo alla continuazione già tracciata del viale Principessa Margherita.

Dalla detta grotta che è ben conosciuta e rinomata i pezzi delle sfere furono portati nella indicata casa dello Spampinato.

Di là poscia vennero portati in casa del ramaio Sciacca per la fusione. Io non mi trovai presente quando le pietre preziose furono distaccate dalle Sfere, nè quando le Sfere stesse furono ridotte in pezzi.

Seppi che le dette pietre erano andate in potere del Consoli e del D'Aquino perchè me lo disse Concetto Torrisi.

So pure che parte delle dette pietre andarono in mano a Paolo Parisi, perchè costui ne facesse la vendita per incarico del Motta e del D'Aquino.

Quanto al furto dell'argento devo aggiungere che la prima volta tra gli altri compagni da me indicati vi erano Mazzola Gaetano e vi era pure il detto Paolo Parisi.

La seconda volta poi, oltre quelli da me indicati, presero parte al furto dell'argento Francesco D'Aquino, Orazio Carrara, Mazzola Gaetano e Paolo Parisi.

Costui anzi fu uno di coloro che si misero in carrozza, e portarono l'argento all'Arena in casa dello Spampinato. Tanto la prima, quanto la seconda volta la fusione dello argento e la divisione dello stesso fu fatta nella detta casa di Salvatore Spampinato all'Arena.

La terza volta poi quando il furto fu commesso da me, dal Torrisi di accordo con mio fratello Salvatore e con Alfio Spampinato, l'argento la notte stessa fu portato nella bottega dello Spampinato in via Monserrato -- Di la fu trasportato in una grotta che trovasi in Cibali nella vigna del padre della madre di Alfio Spampinato.

In essa l'argento fu ridotto a piccoli pezzettini per renderne più facilmente la fusione, che poscia fecesi, come ieri dissi, in casa mia.

Dopo quest'ultimo fatto, come dissi, non fu rubato altro argento, tranne una sola volta in cui non presero parte altre persone tranne di me e di Concetto Torrisi, il quale portò seco tutto l'argento allora rubato.

E` vero che la terza volta l'argento, o meglio il prodotto della vendita dello stesso fu diviso tra me, Alfio Spampinato e mio fratello Salvatore. Però la parte del Torrisi veniva da me prelevata senza che mio fratello e lo Spampinato se ne accorgessero.

Nella mia dichiarazione di ieri omisi il nome di Gaetano Mazzola, perchè costui, mentre trovavasi in cella come me, ebbe l'occasione di farsi da me sentire e di raccomandarmi di non nominarlo.

Non nominai il Parisi perchè ieri quando feci la mia dichiarazione stavo male in salute o nel nominare i miei compagni, involontariamente omisi quel nome.

Conosco che il Torrisi aspirava al posto del sacerdote Di-Maggio, ed il disegno di rubare le sfere venne perciò principalmente spinto dal desiderio di rovinare il Di-Maggio facendogli perdere il posto.

Il cocchiere che prese parte al furto delle sfere e portò con la sua carrozza me e i miei compagni al Trappeto si chiama Ciccio ed è un ex galeotto reduce dal bagno di Procida o di Nisida, persona che io vedendola, potrei benissimo riconoscere.

L'altro cocchiere che trasportò l'argento della bara, si chiama Luigi, ed è un giovane di circa 35 anni con baffi e capelli grigi.

Conosco che verso il tempo in cui trattavasi la causa pel furto delle sfere contro il Sacerdote Di Maggio, Francesco D'Aquino, Orazio Carrara, ed Angelo Consoli si adoperarono per mezzo del sediario della Cattedrale quello grosso di scroccare dei denari a Monsignor Caff promettendogli di fargli trovare le sfere.

So, anzi che riuscirono con tal mezzo a scroccare circa 300 lire, come mi fu riferito dallo stesso D'Aquino.

Ripeto alla Signoria V. che Girolamo Barresi non ebbe alcuna parte, nè nei furti, nè nella vendita dell'argento.

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VIII.--24 Febbraio 1891-- Concetto Torrisi era in relazione anche con Francesco D'Aquino e con Antonino Consoli coi quali egli fece conoscenza per mezzo di Vincenzo Motta.

In proposito anzi devo aggiungere una particolarità sfuggitami di mente nei miei precedenti interrogatori.

[p.194] Il D'Aquino nel furto dell'argento della bara di Sant'Agata, non era tra coloro che rimanevano fuori a prendere l'argento rubato, ma era in mia compagnia, dentro il magazzino della Bara, dove veniva introdotto anche in mia compagnia dal Torrisi.

L'ora in cui avveniva l'introduzione, ora che ricordo meglio i fatti ripensandoci, nelle prime due volte, nelle quali prese parte il D'Aquino con gli altri compagni da me indicati, fu di sera appena dopo l'avemaria, qualche ora circa dopo la benedizione.

Nelle altre volte nelle quali non prese parte il D'Aquino e gli altri da me indicati, ma solo il Torrisi, Alfio Spampinato e mio fratello Salvatore, l'ora fu, come ricordo di aver già dichiarato, un po' prima dell'una pomeridiana.

La ragione di tal differenza nella scelta dell'ora si fu perchè il Torrisi dopo i primi due furti aveva lasciato il servizio di sagrestano alla Cattedrale.

L'argento proveniente dal primo e dal secondo furto fu portato in contrada S. Francesco all'Arena. E in casa di costui, nell'ora e in detto luogo, tutti quelli che prendemmo parte al furto ci recammo quattro o cinque volte, le prime due per la fusione dell'argento, e le altre sia per concertarci sul da fare, sia per la vendita dell'argento, sia per la divisione del denaro ricavato dall'argento stesso.

L'argento rubato la prima volta e la seconda volta venne fuso per mezzo di un orefice venuto colà appositamente da Catania il quale anzi portò seco per potere addattare il crogiuolo nel fornello, un pezzo di ferro della grossezza di una funicella e ben lungo e pieghevole.

Il detto orefice fu condotto da Paolo Parisi, si chiama Antonino, è di statura bassa, e dell'età di circa cinquant'anni, egli abita secondo diceva il Parisi in vicinanza della Piazza del Carmine.

La fusione venne fatta in quella capanna che trovasi addossata al lato di occidente della casa abitata dallo Spampinato e precisamente nel fornello centrale della piccola cucina che trovasi nella detta capanna a mano destra per chi entra dalla parte di mezzogiorno.

Ritengo anzi che se attentamente si esamina la terra e la cenere che si trova dinanzi alla detta cucinetta, si devono trovare ancora dei pezzetti d'argento, particelle staccate dalla massa liquefatta nel crogiuolo e cadute durante l'operazione.

La prima volta fra i socii del delitto non fu diviso l'argento, ma il denaro che si ricavò dalla vendita dell'argento stesso la quale fu fatta in parte per cura di Paolo Parisi.

La seconda volta fu invece diviso l'argento stesso ed io allora mi recai in Napoli per vendere la parte mia, e quella di Salvatore Spampinato.

A Napoli io portai circa dodici Chili d'argento e lo vendetti nel modo da me indicato nei miei precedenti interrogatorj per il prezzo di Lire due e centesimi settantacinque l'oncia ad un certo Luigi lavorante argentiere in via Ferba.

L'argento ricavato nei successivi furti fu venduto da me parte in Catania, circa quattro rotoli in Messina a Francesco La Rosa, nella quale ultima vendita ebbi compagno lo stesso Alfio Spampinato.

Allo Auteri vendetti lo argento al prezzo di lire due e centesimi 75 l'oncia, al La-Rosa poi lo vendetti al prezzo di lire due e centesimi cinquanta l'oncia.

In parecchie delle volte che noi compagni nel furto dello argento ci riunimmo presso Salvatore Spampinato, incontrammo il di costui figliastro Antonino Spampinato.

La fusione dell'argento presso lo Spampinato si fece mediante carbon cock, preparato dallo stesso Spampinato--Se non che la seconda volta essendo venuto meno il carbon cock lo Spampinato si recò alla casa di certo Malavranca, il quale in quelle contrade ha una macchina a vapore per la estrazione dell'acqua e dal di costui massaro si fece dare un po' di carbon fossile che fu di conseguenza adoperato per continuare la fusione dell'argento.

Tanto la prima quanto la seconda volta la fusione dell'argento si faceva per mezzo dell'orefice preindicato, il quale di conseguenza ebbe la sua parte.

Il detto orefice non poteva ignorare che si trattasse di argento rubato, bastava al riguardo vedere gli apostoli della bara.

Quando si concertò il furto al tesoro di S. Agata, il Torrisi ci aveva annunziato che all'ora in cui si sarebbero [p.196] fatte le funzioni in chiesa egli si sarebbe posto a rompere legna e a lavare piatti. Anzi devo in proposito aggiungere che il Torrisi dopo i due furti dello argento della bara, credette bene di andarsene via dalla Cattedrale, poichè se quando avvenne il furto delle sfere aveva trovato il pretesto delle cimici che non lo lasciarono dormire, e se quando avvenne il tentativo al tesoro potè trovare pretesto di rompere legna e lavar piatti, temeva di non poter trovare alcun altro plausibile pretesto pei successivi furti. Mentre andandosene via pensava di poter rispondere che quando il furto si commetteva egli era già fuori della Cattedrale.

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IX.--26 febbraio 1891--Su quanto la S. V. mi domanda, eccomi pronto a dirle la verità.

Dopo essere stato una prima volta in compagnia di Neddu Sciacca, in casa di Girolamo Barresi, ritornai da lui in Palermo un'altra volta e solo, e fu precisamente quando da Napoli, passai per Palermo. Però non restai in Palermo e presso il Barresi che un giorno solo.

Un'ultima volta poi fui in Palermo presso lo stesso Barresi nel Dicembre o Gennaio ultimo: Allora io portavo meco in una valigia circa dieci rotoli di argento in verghe che vendetti con la mediazione dello stesso Barresi, all'Orefice Vito Brancato che ha la bottega sotto il Palazzo Cosentino in Via Macqueda.

La vendita però procedette in piena regola, al prezzo di lire tre l'oncia ed il Barresi ebbe la senseria da me e dal Brancato.

Parmi che gli dessi per la mia parte circa lire cinquanta ed il Brancato per la sua parte circa lire venticinque e centesimi 30.

Il Barresi dovette credere in buona fede che io fossi un negoziante e non potè quindi menomamente sospettare che si trattasse di argento proveniente da furto.

Bisogna che anche su questo dica completa la verità alla Giustizia.

Dopo le prime due volte, avendo veduto che i caporioni della compagnia si mangiavano tutto, ed a noi, che facevamo più di loro davano poco o nulla, ci decidemmo a continuare a sottrarre argento senza dir nulla agli altri--Sicchè non una sola volta, come dissi alla S. V. nei miei precedenti interrogatorii, ma per ben tre altre volte io in compagnia di mio fratello Salvatore e di Alfio Spampinato che stavamo di fuori ed in compagnia di Torrisi Concetto che stava di dentro, rubammo dello argento.

Il metallo ricavato in queste ultime tre volte fu venduto, quello delle due prime in Palermo al Brancato colla mediazione di Barresi, quello dell'ultima in Messina a Francesco La Rosa.

Le chiavi che all'uopo si erano fatte costruire a quanto conosco in parte furono fatte costruire da Francesco D'Aquino a quel fabbro ferraio che abita in via Lincoln al cantone della traversa che conduce alla Piazza dei Martiri l'ultima volta che io e Concetto Torrisi prendemmo l'argento fu negli ultimi dello scorso Gennaio.

Siccome poi si avvicinava la festa di S. Agata e il furto si sarebbe scoperto, Concetto Torrisi, gettò le chiavi false in mare, nelle vicinanze della villa Pacini.

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X.--4 Marzo 1891--Tutto quanto ho dichiarato alla S. V. sul furto dell'argento alla bara di S. Agata, tranne la storiella inventata nel mio primo interrogatorio per spiegare il possesso dell'argento che andai a vendere a Napoli, è pienamente vero--Devo soltanto fare una modificazione ed aggiungere un fatto.

La modificazione consiste in ciò che nel primo e secondo furto dello argento il Mazzola non era tra coloro che stavano di dentro. Sicchè nel locale dove trovavasi la bara eravamo in quattro, cioè Torrisi, D'Aquino, Mazzola ed io--I primi tre erano intenti a prendere l'argento, mentre io stavo dietro il portone guardando per la connessura medesima nell'intento di avvertire i compagni quando vedevo avvicinare qualche persona.

All'uopo io tenevo in mano una funicella, da un capo mentre dall'altro ella era legata ad una punta della giacca del D'Aquino.

Dimodo che appena io vedevo avvicinarsi qualche persona, io tiravo la funicella e i miei compagni cessavano subito d'ogni movimento perchè il rumore dell'operazione non fosse inteso fuori dalla indicata persona--E tale [p.198] precauzione era necessaria specialmente perchè in vicinanza al portone del magazzino della bara vi è un orinatoio al quale vanno di tanto in tanto delle persone per sodisfare al loro bisogno.

Ricordo anzi in proposito che una volta, non mi rammento se nel primo o nel secondo furto, mentre ero intento al mio ufficio dietro il portone accesi un fiammifero per appiccar [sic] fuoco ad una sigaretta.

In quel momento stava avvicinandosi all'orinatoio il sig. Giuseppe Abramo, padrone del Caffè Nazionale, il quale si dovette accorgere della luce che venne fuori dalla fessura, sicchè egli rimase alcuni minuti contemplando con attenzione ed in tutti i versi il portone innanzi a cui stava fermo.

Non vedendo più nulla andò pei fatti suoi.

Il fatto è il seguente:

Una parte dell'argento rubato la prima volta, venne uscito fuori per la via della Cattedrale, dallo stesso Concetto Torrisi, che lo nascose sotto il suo abito talare e lo consegnò poi al D'Aquino.

Costui in compagnia di Paolo Parisi andò a portare quell'argento in casa di certo Cacciola, precisamente in casa delle cosidette Cucchie, il quale abitava dirimpetto la casa di certo Pietro Papale in via Stesicoro-Etnea, colà ricominciò dallo stesso Cacciola la fusione dell'argento, che fu proseguita e terminata nei giorni successivi. Il primo giorno si ricavò circa tre rotoli di argento in verghe e negli altri giorni, altri cinque rotoli circa.

Tutto l'argento ricavato dalle indicate fusioni fu venduto dallo stesso Cacciola, che ora ricordo chiamarsi Pasquale, per il prezzo di lire due e cinquanta l'oncia, mentre in quel tempo l'argento era rincarato e valeva Lira 4, 75 l'oncia a causa della crisi finanziaria degli stati Uniti di America.

Ricordo che la prima fusione dei tre rotoli di argento fu fatta la stessa mattina dopo il primo furto perchè ci era bisogno di denaro e si voleva cominciare a cavar profitto del furto anche per far spese delle successive operazioni.--E noi tutti che avevamo preso parte al furto compreso il cocchiere Luigi aspettavamo il risultato della liquefazione, andando e venendo separatamente gli [p.199] uni degli altri dinanzi la casa del Cacciola.

Appena liquefatto e rassodato l'argento fu venduto la stessa mattina per l'indicato prezzo dal Cacciola, come ho già detto, il quale di conseguenza ebbe la sua parte.

A me toccarono lire venti.

Colui che, come dichiarai, costrusse le chiavi al D'Aquino, conosceva che esse dovevano servire per la consumazione di un furto, ma ignorava di qual furto si trattasse.

Conosco anzi che l'indicato fabbro ebbe in pagamento lire diciotto per avere costruite delle chiavi.

Se non che devo aggiungere che secondo dicevano il D'Aquino ed il Parisi al detto costruttore delle chiavi dovea darsi un'altra somma. Non so però se la detta ulteriore somma fosse stata pagata.

Veramente anche io esitava nel pigliar parte al furto in parola, perchè dovendo l'argento nel modo come erasi stabilito fare uscire da uno sportello del portone, e dovendo quindi esser preso e portato via dai compagni che stavano fuori in piazza del Duomo, non mi pareva che l'impresa potesse riuscire trattandosi di un luogo il più frequentato della città e quasi sotto gli occhi stessi delle guardie municipali e della questura centrale, senza tener conto delle guardie daziarie, che vanno e vengono continuamente dinanzi Porta Uzeda, dalla parte della marina.

Se non che Paolo Parisi assicurò me e gli altri miei compagni che tutto sarebbe riuscito bene mediante le sue validissime relazioni che aveva nel corpo degli Agenti della Questura stessa.

Posso dire soltanto che il Parisi si vantava di essere in intime relazioni col Maresciallo De Pasquale.

Anzi una volta io stesso li vidi verso le dieci pomeridiane fermi in Piazza Nuovaluce, vicino la Chiesa confabulare, tra loro.

Tutti coloro che prendemmo parte nell'indicato furto e negli altri di cui ho parlato, solevamo riunirci quasi di otto in otto giorni in piazza Nuovaluce e in piazza Stesicoro Etnea. Ed eravamo precisamente io, Antonino Consoli, Paolo Parisi, Gaetano Mazzola, Francesco D'Aquino, Orazio Carrara e Salvatore Spampinato.

Alfio Spampinato non interveniva nelle dette riunioni, [p.200] ma veniva chiamato al bisogno per affidargli incarichi speciali.

Le riunioni di cui ho parlato si limitano però ai furti dello argento della bara di S. Agata.

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XI--7 Marzo 1891.--La S. V. dice benissimo:

Il furto dovette essere organizzata e fu, da persone di mente più capace e direttiva.

Io sinora non ho voluto in proposito dir nulla alla Giustizia perchè ho concepito grave timore di nominare le persone che sono per nominare, che sono capacissime di qualunque vendetta.

I furti alla Cattedrale furono organizzati da Carmelo Riela, Paolo Parisi, Francesco Maccarone, e Vincenzo Motta, i quali seppero trarre al loro partito il sacristano Concetto Torrisi; e che fu colui il quale, come già dissi, informò me del furto degli ostensori che si era progettato -- Imperocchè dapprima non si era pensato agli ostensorî i quali generalmente si credeva avessero un gran valore.--Al tentativo di furto al tesoro di S. Agata, e quindi al furto dello argento alla bara di S. Agata non si venne se non quando si rimase delusi per il poco profitto ricavato dagli ostensorii rubati.

Ricordo benissimo che nell'Agosto 1889 in occasione della festa d'Ognina io intervenni in una riunione con Carmelo Riela, Gaetano Mazzola, Paolo Parisi, Vincenzo Motta e Francesco D'Aquino, e non mi rammento se in essa fossero intervenuti Francesco Maccarone ed Antonino Consoli.

Anzi ricordandomi meglio, soggiungo che quella riunione avvenne verso il dieci di Agosto e non già in occasione della festa d'Ognina.

La riunione tenuta in occasione di detta festa fu una altra e posteriore, nella quale ricordo avervi preso parte il Riela, il D'Aquino, il Parisi ed il Motta oltre di me che me ne andai presto perchè atteso da alcuni amici. -- Tanto nella prima che nella seconda delle indicate riunioni si trattò dell'organizzazione del furto degli Ostensorii... La prima fu tenuta nello stesso stradone di Ognina camminando e riunendoci e separandoci a vicenda per comunicarci l'occorrente.

La seconda fu tenuta in casa dello stesso Riela in Ognina.

Una terza riunione ricordo benissimo che fu tenuta in Cibali in contrada Santo Nullo e in essa intervennero oltre di me Francesco Maccarrone, il custode della Cattedrale, Carmelo Riela, Motta Vincenzo, Paolo Parisi, Francesco D'Aquino, Salvatore Spampinato e Antonino Consoli.

Nella detta riunione Salvatore Spampinato riferì che era tutto pronto all'Arena al luogo presso in affitto da lui, ed il Motta ed il Maccarone a loro volta riferirono che con Concetto Torrisi erano già presi i necessarii accordi per tutto ciò che dovea farsi per la parte interna.

Devo fa notare alla S. V. che il Maccarone era in stretta amicizia con Paolo Parisi da molti anni e forse sin dal 1860, quando entrambi si trovavano in Aci-Reale, il Parisi col mestiere, in apparenza, di orefice, ed il Maccarone con la qualità di musicante.

Paolo Parisi se non intervenne fra gli altri in via V. Emanuele quando si consumò il furto degli ostensorii si fu come mi sono di già ricordato, non per sua volontà ma perchè impedito da ragioni che ben non ricordo se fosse malattia od altro--Il Riela però ricordo benissimo che intervenne e fu uno di coloro che si misero in carrozza e venne al Trappeto a portare gli ostensorii con me e con gli altri da me precedentemente indicati.

Non posso con precisione dire quanto il Riela ed il Maccarrone avessero ricevuto come loro parte sul prodotto dello indicato furto.--Anzi sul riguardo devo avvertire la Giustizia che quanto io precedentemente dissi intorno alla distribuzione del ricavato non è perfettamente esatto, imperocchè la S. V. ben comprende che trattandosi di persone consumate nel mestiere come erano Riela, Parisi, D'Aquino, Consoli, gli altri che ebbero parte nel furto erano tenuti quasi in sottordine meno il Maccarrone, il Motta e il Mazzola che erano fra gli organizzatori.

Di conseguenza i caporioni si mangiavano tutto e quasi tutto e ben poco giungeva sino agli altri.

Per il furto delle sfere io non ebbi in tutto che duecento lire e le pietre preziose, tranne quel diamante che da me stesso mi presi, rimasero in potere, come già dissi, [p.202] dei detti Consoli, D'Aquino, e Parisi ai quali devo aggiungere il Riela e il Maccarone.

Del resto la S. V. deve ben comprendere che le pietre erano molte e sorpassavano il numero di mille, e di conseguenza ci era largo a dividere fra quei Signori.

Le riunioni che furono tenute pel furto in parola non furono quelle sole da me indicate perchè non tutti intervenivano in tutte le riunioni.

Naturalmente i risultati delle singole riunioni si facevano conoscere a coloro che non vi erano intervenuti.

Anche il furto che si voleva commettere al tesoro di S. Agata fu organizzato dalle stesse persone.

A quanto mi si riferiva ora dal D'Aquino ora dal Parisi, sapevo che all'uopo si tenevano delle riunioni ora in casa del Riela, ora in casa del Consoli ed ora in casa del D'Aquino. Anzi devo avvertire che in casa del D'Aquino il quale allora abitava in via Galli, delle riunioni avevano luogo quasi ogni sera ed io v'intervenivo spesso.

Una volta, appunto nella casa del D'Aquino m'incontrai con lo stesso Riela, il quale, dopo aver dato, come seppi, le informazioni e le istruzioni convenienti per il progettato furto al tesoro di S. Agata stava per andarsene.

Ed io seppi dipoi dal D'Aquino e da Paolo Parisi quanto col Riela erasi trattato.

Gli accordi col Maccarone venivano specialmente presi per mezzo di Paolo Parisi.

Del resto come venni anche a sapere, il Maccarone qualche volta per le occorrenti informazioni solevasi pure recare dal D'Aquino, nella cui casa so pure che qualche volta si recava il Torrisi-- Io fui avvertito dal Parisi, e dal D'Aquino, del tempo stabilito per il furto al tesoro di S. Agata, e ricordo che quella notte, oltre le persone da me precedentemente indicate, venne a sorvegliare le operazioni esternamente il detto Riela.

Devo aggiungere anzi che quando il Consoli Antonino ed il Carrara uscirono dalla porta della sacristia annunziando che non erano riusciti a penetrare nel tesoro, il Riela non voleva credere ai loro detti e di accordo col Parisi insisteva perchè coloro rientrassero per rinnovare il tentativo.

Il Maccarone che era come ho detto uno degli organizzatori, attendeva in casa il risultato delle operazioni.

Anche nel furto dello argento furono tra i principali organizzatori i nominati Riela e Maccarone.

Ricordo che se ne parlò più volte, ora cogli uni ora cogli altri, dell'indicato furto, e ricordo ancora benissimo che la difficoltà principale che si trovava consisteva nel grande e probabilissimo pericolo di essere sorpresi dagli agenti della forza pubblica, trattandosi di operazioni che doveansi commettere in un punto frequentatissimo e molto sorvegliato. E furono appunto il Riela ed il Parisi che ci fecero in proposito smettere ogni dubbio assicurandoci che per mezzo delle loro relazioni con agenti della questura noi potevamo tranquillamente procedere senza pericolo alcuno.

Il fatto assicurò realmente che le loro assicurazioni erano fondate poichè si poterono dallo sportello del portone del magazzino della bara uscire i grossi involti dello argento; questi furono, cinque la prima volta, sei la seconda.

Oltre le persone da me precedentemente indicate venne ad aspettare in piazza del Duomo lo stesso Riela Carmelo che si recò poscia con gli altri compagni, tanto la prima volta che la seconda volta in S. Francesco all'Arena.

Il Maccarrone come negli altri furti precedenti attendeva in casa l'esito dell'operazione.

Come già dissi alla Giustizia, nel magazzino della bara la prima e la seconda volta operavamo, il D'Aquino, il Torrisi, il Mazzola ed io.

La mattina poi verso le ore 4, io, il D'Aquino ed il Mazzola uscimmo dalla porta laterale della Cattedrale, quella precisamente che dà nella Villetta.

La prima volta io, il Mazzola ed il D'Aquino andammo all'Arena dopo che furono compiute le operazioni, fatte per mezzo del Cacciola e fu perciò che nelle mie prime rivelazioni dissi che quando giunsi all'Arena trovai l'argento liquefatto e consolidato. -- La seconda appena usciti dalla Cattedrale andammo subito a S. Francesco all'Arena.

Tanto la prima, quanto la seconda volta, quando io [p.204] giunsi all'Arena presso lo Spampinato trovai colà Carmelo Riela.

Non posso precisare quali somme avessero avute il Maccarrone ed il Riela sul prodotto dello argento rubato.

Però ricordo benissimo che, quando si fecero le distribuzioni dello argento si tenne conto di ciò che spettava all'uno e all'altro degli indicati individui.

Dopo fatte le prime due fusioni dell'argento della bara presso lo Spampinato, tutto l'argento fuso che fu ridotto in verghe, rimase molta scoria da essa si poteva ancora ricavare del metallo. Bisognava fare una lunga operazione che io realmente feci in seguito alle istruzioni datemi dall'Antonino Nicolosi.

Ricavai così circa un rotolo d'Argento che detti a vendere al mio amico Salvatore Ferlito facendogli conoscere ch'era di furtiva provenienza.

Anche in questo riguardo bisogna che dica tutta la verità. -- In seguito all'indicato fatto, per consiglio di Alfio Spampinato, anche il Ferlito fu chiamato a prender parte agli ultimi tre furti dello argento della bara.

Dico meglio quei tre furti i quali presero parte il detto Alfio Spampinato e mio fratello Salvatore. Anzi ricordo in proposito che io, non ostante il Ferlito mi fosse amico, non volevo farlo intervenire nel furto, se poi aderii si fu per la insistenza di Alfio Spampinato.

Tacqui finora di indicare fra i colpevoli il Ferlito perchè costui era mio amico pria dei furti di cui ho parlato e indipendentemente dagli stessi.

Nei furti che io commisi di accordo col Torrisi, con Alfio Spampinato, con mio fratello Salvatore e col Ferlito non potevamo avere molto timore di essere sorpresi dagli agenti della P. S. poichè noi operavamo in tempo d'inverno e la nostra operazione era semplicissima ed istantanea in quanto che non si trattava che di far uscire dallo sportello, un solo piccolo involto, riprenderlo e scappar via.

Sul prodotto dell'argento rubato anche il Ferlito aveva la sua parte, ma essa veniva presa da quello che spettava ad Alfio Spampinato che lo aveva condotto sull'impresa.

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[p.205] Mentre si da lettura degli interrogatorii di Francesco Nicotra gl'imputati si agitano: il Consoli stringe i pugni con rabbia e mastica delle minacce--Il Parisi rotea gli occhi con maggiore sveltezza.

Il Riela si nasconde il capo fra le mani.

Il così detto Nasone riempie la sua proboscide di tabacco, e ogni volta che vien menzionato il suo nome si stringe nelle spalle, alza le sopraciglie, e stringe nervosamente un'enorme fazzoletto rosso.

Il Nicotra Francesco è perfettamente tranquillo, pare che tutto quanto si legge non lo riguardi punto -- appoggia il capo contro le sbarre di legno e con l'unghia del dito mignolo sgretola la vernice della gabbia.

[...]


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Ultima revisione: 28 dicembre 2005.