Le Catacombe ed il Protestantesimo

PARTE PRIMA


Osservazioni generali sulle teorie seguite da alcuni moderni archeologi protestanti nella interpretazione dei monumenti delle catacombe.

  Allorchè nel secolo decimosesto fu distrutta per opera di Lutero la maestosa unità del cristianesimo in occidente, e tanta parte d'Europa si ribellò alla soggezione della Sede romana, i seguaci della nuova dottrina pretesero di ritornare alle tradizioni della Chiesa cristiana dei primi secoli, ed accusarono i cattolici di aver deviato dalla fede antica. isposero all'ingiusta accusa gli apologisti del cattolicesimo, invocando la testimonianza dei padri e della storia; e gli errori grossolani dei centuriatori di Madgeburgo furono confutati splendidamente dal sommo Baronio con lo scritto immortale degli annali ecclesiastici. Ma nel secolo decimosesto la controversia religiosa con i protestanti si appoggiava quasi esclusivamente ai padri ed alla storia, e pressochè nessun conto tenevasi dei monumenti della Chiesa primitiva, essendo questi pochissimo conosciuti ed anche perchè la critica archeologica non era abbastanza progredita.

Il deposito più prezioso delle memorie primitive del cristianesimo, il tesoro inesauribile delle catacombe romane era quasi sconosciuto in quei giorni; giacchè dopo le traslazioni dei corpi dei martiri nell'interno della città avvenute nel nono secolo, quei sotterranei furono abbandonati, se ne chiusero pian piano gli accessi per le accumulate rovine, e la devozione popolare concentrò tutte le memorie dei martiri solo in alcune piccole parti di queste necropoli restate accessibili, perchè in vicinanza di qualche basilica. Così mentre il pellegrini del sesto e del settimo secolo percorsero tutti i cimiteri suburbani, scrivendone rozzi ma fedeli itinerari, i pii romei che più tardi vennero a venerare i santuari di Roma discesero soltanto neo sotterranei devastati di S. Sebastiano, di S. Pancrazio e di S. Lorenzo. E questi angoli delle grandi reti sotterranee privi affatto di monumenti, furono i soli conosciuti generalmente durente il medio evo e fino alla seconda metà del secolo decimosesto.

La grande scoperta della Roma sotterranea avvenne per caso nell'anno 1578 allorchè si trovo un vasto ipogèe con pitture e iscrizioni lungo la via Salaria; ma tale scoperta restò infruttuosa fino al 1593, quando l'immortale Antonio Bosio si accinse alla colossale impresa di ritrovare gli accessi di tutte le catacombe romane per tanti anni dimenticate e di percorrere gli oscuri recessi. Il risultato dei lunghi studi e delle immense fatiche del Bosio venne fatto di pubblica ragione dopo la sua morte nel 1692 allorchè l'ordine di Malta, erede del grande archeologo, diè alla luce la sua Roma Sotterranea con tavole illustrative le migliori che si potessero avere in quei tempi.

E da quel momento si risvegliò verso le catacombe romane l'attenzione e l'amore del popolo e delle pie persone, come pure dei dotti e degli studiosi di antichità. La scoperta di quei cimiteri, dove ebbero la tomba tante migliaia di martiri, e che erano ricordati nei martirologi, nei calendari, e negli atti dei santi destò l'entusiasmo dei devoti: ed il desiderio di trovare i preziosi avanzi dei confessori di Cristo fu il movente principale che determinò le prime escavazioni di quelle necropoli. Queste prime escavazioni produssero nuove scoperte, ed allora gli scrittori cattolici cominciarono a servirsi delle testimonianze monumentali per difendere l'antichità dei dogmi e degli usi della Chiesa contro i protestanti. I novatori che si trovarono attaccati così su qyello stesso terreno dell'antichità, nel quale essi confidavano debellare gli avversari, vennero sulle difese, ma ignari dei monumenti nostri e giudicandoli con passione, li travisarono e caddero in grossolani errori.

Così i primi a trattare questo argomento furono il Misson e il Burnet (1692) i quali negarono audacemente la cristianità delle catacombe romane, giudicandole sepolcreti pagani, o almeno luoghi ove fossero confusi insieme cristiani ed idolatri; e pretesero di far credere che le pitture e le iscrizioni fossero opera del medio evo. Ma gli scritti dei continuatori del Bosio, cioè del Boldetti, del Marangoni, e del Bottari dimostrarono la falsità di tali sentenze, e rintuzzarono l'audacia degli stranieri, che dai loro gabinetti di Lipsia e di Londra pretendevano d'insegnare ai dotti italiani che cosa fossero le catacombe.

Nel passato secolo fecero grande progresso gli studu delle antichità cristiane che da lungo tempo erano alquanto negletti, e a questo risveglio contribuirono fra noi, uomini di grande valore come il Settele ed il Marchi. Dagli studi e dalle pubblicazioni di questi dotti furono definitivamente confutati gli errori del Misson e del Burnet, e tanto vittoriosamente fu dimostrata la cristianità delle catacombe romane e l'antichità dei loro monumenti, che gli stessi eterodossi germanici dovettero convertirne e non insisterono più sui loro errori. Ma poco dopo dedicò la sua vita allo studio delle antichità cristiane Giovanni Battista De Rossi, il quale era destinato dalla Provvidenza a continuare il grandioso lavoro del Bosio e innalzarlo alla altezza della scienza moderna. Egli per ordine del potefice Pio IX intraprese a descrivere la città sotterranea dei martiri applicando all'illustrazione dei sacri monumenti i risultati più sicuri della critica storica ed archeologica: e la sua Roma Sotterranea, quantunque non avesse affatto il carattere di un libro apologetico, pure riuscì per sua natura la più splendida apologia archeologica del domma [sic] cattolica (1).

Ma i protestanti non potevano rimanere sotto il peso di una confutazione così eloquente; e fu dato alcuni anni or sono l'incarico ad un pastore protestante, il Roller, di scrivere un'altra Roma sotterranea dal punto di vista protestante (2).

Per esaminare tutte le strane teorie messe fuori da questo autore sarebbe necessario scrivere una lunga dissertazione teologica; giacché il suo libro è una continua controversia dogmatica. Ma io voglio limitarmi al solo campo archeologico, facendo vedere le fantastiche interpretazioni che egli dà ai monumenti delle catacombe, e i sofismi che ne ricava, dimostrando infine che egli col mettere insieme quanto si è detto e si è scritto fino ad ora dai protestanti su tale argomento, non è riuscito a recare un'obiezione seria e veramente scientifica contro il sentimento cattolico, e si è invece servito dei monumenti per farli parlare capricciosamente a suo modo.

E necessario però fin dal principio togliere un pregiudizio, che cioè i monumenti delle catacombe romane possano farci conoscere tutto il pensiero dell'antica società cristiana. Tale pregiudizio è comune agli avversari, i quali pretenderebbero che noi mostrassimo nelle catacombe l'esposizione completa dei dogmi e della disciplina cattolica; mentre questi monumenti essendo soltanto sepolcrali ci rappresentano principalemnte il concetto degli antichi fedeli intorno alla vita futura, le loro aspirazioni, le loro speranze, ed ivi si palesa sopra ogni altra cosa l'affetto per i defunti e la venerazione pei martiri. Insomma, i cristiani dei primi secoli non ebbero mai nell'animo di esporre tutta la loro fede nei monumenti delle catacombe, ma questa possiamo ricavare senza premeditato concetto dalle pitture e dalle iscrizioni; ed essi neppure pensarono che i posteri avrebbero invocato un giorno nelle controversie religiose la tstimonianza dei loro sepolcri. Dunque lo studio degli antichi monumenti [p.10] cristiani non deve farsi isolatamente, ma lo si deve congiungere a quello di tutta la tradizione ecclesiastica, la quale risulti dalle testimonianze dei padri e degli scrittori sacri, dalle antiche liturgie, e da altri documenti: ed allora, quelle iscrizioni e quelle pitture saranno tanto più vive e parlanti. Non si deve pertanto pretendere troppo dai monumenti, nè si deve aspettare che essi ci dicano ciò che per loro natura non possono dire.

Fra i molti punti di controversia nei quali il Roller, facendo sfoggio di una erudizione a buon mercato, combatte i dogmi cattolici, io ne sceglierò quattro perchè più importanti: e dall'esame di questi potremo facilmente farci un'idea adeguata del valore di questa Roma sotterranea protestante che si pretenderebbe debba imporre silenzio alla scuola romana. Questi punti sono l'Eucarestia, le preghiere per i defunti, il culto dei santi, ed infine l'autorità della Chiesa e della Sede Apostolica.

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Molte sono le rappresentanze monumentali delle catacombe nelle quali si riconosce una evidente allusione al mistero della Eucarestia; e per tali si hanno quelle scene così frequenti di banchetti, dove i convitati si nutriscono del pane e del pesce, cioè dell'ιχϑυς simbolico che nel linguaggio del'arcano figurava il Redentore divino: ma forse nessun monumento è più prezioso a questo riguardo quanto un affresco del cimitero di Callisto che per il suo stile può attribuirsi al secondo secolo. Rappresenta un pesce guizzante fra le onde e che sostiene su dorso un cestello contenente alcuni pani ed un vasetto rosseggiante di vino. Tale gruppo è evidentemente simbolico, e per il linguaggio già noto del simbolico, e per i confronti dei padri, deve spiegarsi come una figura di Cristo il quale porta ai fedeli il dono delle specie eucaristiche; ed è chiara l'intenzione di mostrare l'identità di quel pane e di quel vino col mistico pesce, cioè Gesù Cristo. Nè solo gli antichi scrittori cristiani ci parlano del simbolismo del pesce e dei banchetti allusivi alla Eucarestia, ma anche due antichissime iscrizioni greche, una della Gallia e l'altra dell'Asia minore ci confermaano che tale era dovunque il concetto dei primi fedeli. Nella prima di queste due epigrafi trovata ad Autun (l'antico Augustodunum) il pane eucaristico è chiamato semplicemente ιχϑυς, il pesce, usandosi la seguente espressione: « Prendi il dolce cibo del Salvatore dei Santi: mangia famelico tenendo il pesce nelle tue mani ».

Ecco dunque attestata l'identità fra l'ιχϑυς ed il pane eucaristico che noi vediamo compenetrati insieme nelle antiche pitture. E nella seconda epigrafe che appartiene ad Abercio, santo vescovo di Gerapoli nella Frigia, si attesta pure che il nutrimento celeste sorgente di vita eterna era l'ιχϑυς cibo soavissimo che la Chiesa dava ai feedli sotto forma di pane mescolato con ottimo vino. Dopo tutto ciò può mai dubitarsi che le pitture trovate nelle catacombe romane le quali appunto sono del secondo e del terzo secolo, rappresetino il sagramento del martirio, e che perciò rappresentavano sui loro sepolcri? Ma il Roller vede le cose diversamente: egli riconosce nel pesce sorreggente [p.12] il cesto di pani una scena ornamentale di natura morta come tante che si veggono a Pompei (Les catacombes etc. vol. I, pag. 98). È cosa inaudita cha la natura morta si rappresentasse in quri tempi con un pesce vivo che guizza arditamente fra le onde, ed è sorprendente la notizia che una simile scena si trovi a Pompei, dove nessuno l'ha mai veduta!

Il Roller doveva provare esser naturale la scena del pesce che ha sul dorso un cesto di pani. Ma siccome tal gruppo non si trova in natura, così è necessario risonoscere un senso simbolico in quella strana rappresentazione; e di simbolismo non vi può essere se non quello che ho già accennato.

Ma sulle altre pitture di soggetto eucaristico, cioè sulla cena, continua il Roller ad accumulare i suoi sofismi per dimostrare che quelle non indicano affatto la fede dei cristiani nella presenza reale, tanto che possono comodamente accettarsi da qualunque protestante. Infatti, egli dice, se l'artista avesse voluto esprimere la fede nella presenza di Cristo nel sagramento, avrebbe dovuto rappresentare i convitati divotamente genuflessi, mentre invece essi stanno adagiati intorno alla tavola I, (p. 143). Dinanzi ad una simile puerilità non resta che meravigliarsi come in un libro che si dice archeologico possa essere dimenticato in tal guisa lo spirito dell'arte antica, e dell'antico simbolismo! È chiaro infatti che gli artisti dovendo rappresentare un banchetto lo hanno rappresentato come allora ne correva l'usanza. Ma di più nei primi secoli non vi era il costume di ricevere genuflessi l'Eucarestia, nè queata diversità di rito toglieva nulla alla fede nella presenza reale: giacchè si riceveva in piedi l'Eucarestia per rappresentare [p.13] la resurrezione di Cristo, ed in piedi si comunica anche oggi il celebrante nella Chiesa latina e tutto il popolo presso i greci, ed è notissim che la genufessione era anticamente riserbata ai soli giorni di penitenza.

A proposito poi dell'Eucarestia, entra il Roller a ragionare diffusamente della Messa, negando con franchezza che se ne abbia memoria nell'antichità cristiana. Io non lo seguirò in questo campo, dove per confonderlo basterebbe la testimonianza di Giustino martire che ci descrive le cerimonie dell'oblazione eucaristicha nel secondo secolo, identiche nella sostanza alle odierne; ma oglio solo accennare come egli travisi i più autorevoli documenti, e quanto la sua erudizione sta per lo meno arretrata. Infatti egli asserisce, che non si trova memoria dell'oblazione nei cimiteri nei tempi più antichi della Chiesa, mentre è certo che fin dai primi secoli si celebrav la liturgia presso le tombe dei martiri e nei loro anniversari; ed aggiunge poi che la prima menzione della Messa nei cimiteri è fatta dal libro pontificale, che egli giudica di Anastasio e del secolo nono. Ora oggi è dimostrato che le fonti del Liber pontificalis sono assai più antiche, e così le notizie che esso ci ha conservato nelle prime sue recensioni vengono a rannodarsi a documenti del quarto secolo. Del resto chiunque abbia qualche pratica nello studio delle antichità cristiane sa benissimo che nei cubicoli di famiglia tanto numerosi nelle nostre catacombe si celebrava la funebre liturgia nei giorni stessi delle persecuzioni, e che in quei tempi medesimi si tenevano adunanze liturgiche nelle spaziose cripte dei martiri e negli oratorî edificati all'aperto sui cimiteri. Stimo superfluo recar le prove di questo fatto che, essendo già da lungo tempo in possesso della tradizione cristiana, è stato messo in piena luce dal de Rossi nel III tomo della soa Roma sotteranea, e con argomenti di forza sì grande che non potranno venire scossi giammai dall'audace asserzione del Roller.

Ed ora passiamo al secondo dei punti che ho preso ad esaminare, cioà alle preghiere per i trapassati.

Il sentimento di affetto verso i cari defunti e di aspirazione alla vita futura rgna sovrano nelle catacombe, come è naturale, e si riflette da ogni monumento di questo immenso dormitorio della cristianità primitiva. I fedeli dei primi secoli posti in mezzo al sensuale materialismo del paganesimo, doveano sentire assai vivo nell'animo il desiderio di una vita avvenire e di una beata eternità che fosse il premio di tanti sacrifizi e di tante persecuzioni, e che li compensasse dell'odio e del disprezzo in cui erano tanuti dalla superba civiltà pagana. Quindi è che sulle iscrizioni delle catacombe assai spesso leggiamo l'augurio dei superstiti ai cari defunti perchè sieno felici nei gaudi di una vita migliore, e riposino nella pace di Cristo: « In pace, in Deo, in Christo, spiritus tuus in bono ».

Da questo desiderio era poi naturale il passaggio ad esprimere che esso venisse compiuto: ed ecco la prece per i defunti, che si formulava generalmente impetrando all'anima il refrigerium. Questa parola sagramentale nell'antica Chiesa e poi conservata nella liturgia fino al presente, si riferisce al concetto simbolico del mistico [...] dei santi, dove le anime si sarebbero satollate e dissetate; e Tertulliano ci fa sapere che con questa parola si intendeva precisamente il suffraggio dei trapassati.

Ma il Roller rifugge da un tale concetto, ed asserisce con grande franchezza che nelle iscrizioni cristiane si trova soltanto espresso il desiderio che i defunti abbiano pace, e giammai la preghiera affinchè l'ottengano. Se però noi discendiamo in quei sotterranei e ne percorriamo i tenebrosi ambulacri, leggeremo sui loculi e sugli arcosoli: « Deus refrigeret spiritum tuum, Refrigera Deus animam... » ed anche la rozza ma bella espressione: « Quisque de fratribus roget Deum ut sancto et innocente spiritu ad Deum suscipiatur » (sic). Or non è questa la preghiera per i defunti in tutta la sua pienezza? E se i cristiani avessero voluto pregare per i loro cari, con quali parole diverse da queste avrebbero dovuto farlo?

Ma il nostro [...]positore ha saputo trovare un mezzo assai comodo per togliersi d'impaccio; egli giudica di epoca tarda tutte le iscrizioni, che sono moltissime, nelle quali è chiaramente espressa la prece per i defunti. Però questo suo giudizio arheologico non ptrebbe essere più infelice: giacchè oramai è dimostrato come un canone sicuro di cristiana epigrafia dal de Rossi che la preghiera del [...]igerio si trova apppunto nelle antiche iscrizioni cioè in quelle anteriori alla pace, mentre raramente apparisce nei monumenti del quarto secolo, è cessa intieramente nel quinto.

[...] voglio omettere di mostrare come il Roller si [baso]no su falsi principî per giudicare della crono[logia d?]elle iscrizioni, e come per conseguenza ti[...] essere false le conseguenze che ne deduce.

[p.15]
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[p.16] Fra le altre cose egli afferma, con l'aria di persona competente in siffatti studi, che alcune di queste epigrafi devono essere assai tarde perchè vi si trova il monogramma di Cristo adoperato nel contesto come un'abbrevazione ed un cmpendio di scrittura (I, p. 218). Chi nulla conosce di archeologia cristiana crederà ciecamente a questa affermazione, ma chi ne ha una mediocre cultura sa benissimo che è vero precisamente l'opposto, e che un tale uso del monogramma è proprio invece dei tempi più antichi.

Ma a cosa valgono le numerose iscrizioni delle catacombe sulle quali nei primi tre secoli si impetra ai defunti il refrigerium? Volete sapere, come e quando fu introdotto nella Chiesa il costume di pregare per i trapassati? Il Roller vi dirà che nel secolo quinto, e poco prima del papa Gelasio, era cominciata una certa opinione nel popolo che giovassero le preghiere per i morti [...]osa del resto fino allora inaudita. Or bene, questa opinione popolare fu trovata buona da Gelasio e da lui sanzionata nella sua liturgia: ed ecco l'origine dei suffragi cattolici.

Io non credo che si possa con maggiore disinvoltura saltare a piè pari cinque secoli di storia!

Infatti lasciando pure le testimonianze monumentali, che già ho accennato e che sono antichissime, cosa dice il Roller degli atti sin[...] s. Per[...]tua, documento dei primi anni del terzo secolo, col quale si attesta l'efficacia dei suffragi? Qual conto egli tiene della testimonianza dell'era Tertulliano che ricorda le oblationes pro defunctis [...] (3) e le preghiere della sposa cristiana per [...]ris- [p.17] [...] consorte? (4) Come intende le parole notissime [...]. Cipriano che nomina espressamente il sacri-[...]m pro dormitione? (5) Cosa dice infine di tutte [...]ntiche liturgie orientali ed occidentali assai [eriori] a Gelasio, le quali con unanime consenso ci attestano l'uso universale della Chiesa di pregare per i defunti? (6) Ma io crederei abusare della sofferenza de' lettori, insistendo sopra cose sì note, ed ho voluto solo dirne qualche parola per far conoscere con questo nuovo esempio a che cosa si riduce molte volte la tanto vantata critica dei nostri avversari!

Ma pregando ai defunti il refrigerio e la pace, è ben naturale che i primitivi cristiani augurassero loro di trovarsi nella compagnia dei santi che godevano Iddio nei gaudi beati del cielo; e però spesso leggiamo sulle tombe l'augurio: « Vivas inter sanctos », « Spiritus tuus inter sanctos ». Ora è certo che per il sentimento della comunione dei santi, si usava di pregare spesso i defunti a pro dei superstiti, leggendosi di frequente nelle iscrizioni: « In pace et pete pro nobis », «Bene refrigera [at?][...]oga pro nobis ». Con quanta più ragione pertanto doveano rivolgersi i fedeli alla intercessione dei confessori della fede che sapevano certamente cari a Dio e partecipi alle anime dei trapassati?

Ed infatti tutta l'antichità cristiana ci offre i più splendidi documenti che attestano fino dai [p.18] primi secoli la venerazione e l'invocazione [dei] santi. E ciò risulta delle più antiche liturgie or[ien]tali ed occidentali dove si fa memoria dei [...] nello stesso sacrificio eucaristico, dalla lettera [...] Chiesa di Smirne sul martirio di Policarpo, scritta nel secondo secolo, e da molte autorità degli antichi padri; ne troviamo poi le prove di fatto nelle catacombe stesse, ove i fedeli invocavano i martiri nelle iscrizioni, li dipingevano sui loro sepolcri nell'atto di accompagnare le anime in cielo, ed anelavano ardentemente d'esser sepolti vicino ad essi.

Però dinanzi a tante e sì luminose prove dell'antichità remotissima del culto dei santi, non si perde di coraggio l'autore della nuova Roma sotterranea: ma prima confonde puerilemente la adorazione riserbata soltanto a Dio con la venerazione che la Chiesa ha per i Santi (II, 196), e poi asserisce senza ragione che le testimonianze intorno ad essa non sono anteriori al quarto secolo, mentre abbiamo veduto quanto sieno più antiche; e cerca infine di negare l'importanza di ogni monumento che si oppone al suo falso sistema. Così esaminando un celeberrimo graffito del cimitero [...] Pretestato, in cui s'impetra al defunto l'intercessione dei martiri, non potendo spiegarlo a suo modo, lo attribuisce alla suerstizione popolare (I, p. 84); e allorchè trova nelle iscrizioni le frasi roga o pe[ft][.] pro nobis le giudica inventate da qualche lapicida ignorante (II, pag. 173) [...] continuando con tale metodo assai comodo, si giunge facilmente a distruggere le indicazioni più esplicite della storia e dei monumenti, e volendo studiare le catacombe, si ripudiano le più chiare testimonianze che esse ci hanno tramandato. Ed un siffatto modo di ragionare può dirsi scientifico e può reggere innanzi alla critica?

Ciò che egli dice sul culto dei santi lo estende poi, come è naturale, anche alla Vergine, della quale nega affatto che vi fosse alcuna venerazione nei primi tempi, e stabilisce che questa fosse introdotta da Proclo di Costantinopoli nel secolo quinto. Ma quando un tale errore sia grossolana, si comprenderà di leggieri da chiunque abbia solo sfiorato le fonti della storia e della letteratura ecclesiastica.

È notissimo infatti che fin dal secondo secolo Irenèo nel trattato adversus haereses diè alla Vergine il titolo di advocata (7), titolo il quale porta seco l'idea di intercessione; e che tutte le più antiche liturgie nominano la Vergine con grande onore prima dei martiri e degli stessi apostoli. Così nella liturgia antichissima di S. Giacomo che abbiamo in greco ed in siriaco e fu pubblicata dall'Assemani, si dice, « Facciamo commemorazione della Santissima immacolata sempre Vergine Maria madre di Dio, e di tutti i santi, affinchè per la loro intercessione tutti otteniamo misericordia » (8). Nella liturgia di S. Marco, all'anfora, cioè all'offertorio, ossia nello stesso sacrifizio, si invoca la Vergine, la qual cosa non fu mai usata nella liturgia romana; e la invocazione della Vergine nell'offertorio si trova pure nel frammento copto del museo Borgiano pubblicato dal Giorgi, e nella Messa detta di S. Giovanni Crisostomo in uso anche oggi presso i greci scismatici.

[p.20] E a proposito di queste antiche liturgie, non voglio passare sotto silenzio un altro errore sesquipedale dell'archeologo protestante. Egli dà a credere au suoi lettori di aver fatto una peregrina scoperta, di aver trovato cioè che nelle antiche liturgie, lungi dall'invocarsi l'intercessione della Vergine, si pregava invece per essa. Ora se il Roller ha asserito ciò in buona fede, come io voglio credere, è segno che egli o non ha letto quelle preghiere liturgiche, o non ne ha compreso li significato. Ed infatti ammesso pure che in qualche liturgia particolare vi sia un po' di confusione dipendente forse da errori di cidici, nelle più celebri ed approvate la cosa è chiarissima. E così in quella di S. Basilio la preghiera di invocazione è posta nel memento sotto forma di commemmorazione, ma non vi è dubbio in quanto al suo concetto; giacchè si prega Iddio a riordarsi della immacolata Vergine e dei santi, affinchè per l'intercessione loro abbia pietà di noi. Si ricordano dunque a Dio i suoi santi e la Vergine, non pregando per essi, ma perchè il Signore, in vista dei loro meriti, accetti la lor intercessione a nostro vantaggio.

Questo culto antichissimo di tutta la cristianità verso Maria è poi confermato anche dai monumenti delle catacombe romane; giacchè fra le pitture che adornano i cubicoli cimiteriali, i loculi, gli arcosoli, non di rado si trova rappresentata la Vergine. Già fin dal 1864 il de Rossi pubblicò un dotto lavoro sulle immagini di Maria, che si veggono nelle catacombe romane, e scelte fra quelle soltanto conque delle più importanti, le descrisse, dimostrandone con confronti archeologici l'antichità. La più antica di tutte adorna un sepolcro nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria, e rappresenta la Madre col divin Fanciullo al seno, avendo innanzi il profeta Isaia che accenna allo spuntare dell'astro simbolico: e questa preziosa pittura non è certamente posteriore al principio del secolo secondo. Vengono poi in ordine di tempo, e per nominare solo le principali, le immagini dipinte nei cimiteri di Domitilla, di Callisto, dei SS. Pietro e Marcellino e di S. Agnese, le quali possono giudicarsi del terzo e del quarto secolo.

Il Roller, ripetendo ciò che aveano già detto tutti gli altri protestanti prima di lui, continua a dire che tali pitture nulla provano per la venerazione della Vergine, perchè Maria vi figura solo come uno storico personaggio. Ma a questa interpretazione contradice il modo in cui è effigiata la Vergine, cioè sempre nel posto d'onore e seduta in cattedra; ed è noto che nel simbolismo dell'antica arte cristiana la cattedra indica una sovrumana dignità. Oltre a ciò se pure volesse chiamarsi scena storica quella dell'epifania che spesso si trova nelle catacombe, non potrà chiamarsi tale l'altra scena, ove figura la sola Madre col Bambino Gesù; ed in questo modo è rappresentata, siccome dissi, la più antica immagine di Maria che finora sia conosciuta.

Ma del resto le pitture e le sculture delle catacombe non si devono considerare isolatamente, ma bisogna metterle d'accordo con la storia e con le testimonianze della tradizione cristiana. Ora queste testimonianze ci fanno conoscere quale fosse il concetto dei fedeli nel tempo a cui quei monumenti appartengono, e ci dànno così il modo di spiegare il loro sognificato. Ma la tradizione cristiana ci attesta solennemente il culto antichissimo della Vergine, dunque gli artisti che la rappresentarono nelle catacombe lo fecero con quel sentimento di venerazione dal quale erano informati, e queste opere d'arte confermano sempre meglio la tradizione medesima.

Ma il Roller crede di aver trovato due prove che escludono affatto in quelle immagini ogni idea di venerazione. E queste sono che la figura di Maria non ha l'aureola intorno al capo, e che la sua espressione nulla ha di divino! (II, p. 146). Non varrebbe la pena di trattenere anche per poco l'attenzione dei lettori sopra queste goffaggini, ma è necessario che anch'esse sieno conosciute per formarsi una giusta idea del valore scientifico di questa Roma sotterranea protestante. Se le pitture della Vergine non hanno l'aureola o nimbo, è questa anzi una prova della loro antichità, e chiunque abbia una qualche nozione di archeologia cristiana sa benissimo che quel distintivo di onore non si dava nei primi tempi neppure alla figura di Cristo, e che solo gradatamente si cominciò ad usare nel quinto secolo per la persona del Redentore, e poi per tutte quelle figure che indicavano un'autorità superiore all'umana; non prima poi del secolo sesto fu adoperato il nimbo nel rappresentare la Vergine e i Santi. Fu dunque un cambiamento prodotto dal libero sviluppo dell'arte, e che non portò alcuna mutazione nel concetto intrinseco: giacchè, se la mancanza del nimbo escludesse l'idea di venerazione, si dovrebbe dire che nei primi tre secoli Cristo non fosse adorato dai fedeli, ciò che è manifestamente assurdo. La difficoltà del Roller pertanto sulle immagini della Vergine è puerile in quanto al concetto, e si risolve in una prova di antichità di quelle rappresentanze.

Passiamo finalmente ad esaminare il quarto dei punti proposti, sul quale il nostro autore si è molto diffuso, cioè il primato della Sede romana. Questo punto di controversia fra noi ed i protestanti ha poca relazione con in monumenti medesimi, i quali sono esclusivamente sepolcrali. Non possiamo certo aspettarci di trovare in quei sotterranei nè una pittura nè una iscrizione, che si riferisca direttamente alla supremazia di S. Pietro e della Sede romana, come pretenderebbe il Roller, perchè i cristiani sui loro sepolcri non ebbero mai il pensiero di esporre tutta intiera la loro fede, ma vi posero solo quei simboli che richiamavano alla mente la resurrezione, la vita futura, la grazia divina che li sosteneva nelle persecuzioni, ed i sagramenti dai quali attingevano tutto il loro coraggio. Dobbiamo dunque contentarci di trovare nell'antica arte cristiana una qualche allusione soltanto al concetto dell'autorità della Chiesa romana, e se anche vi mancasse ogni allusione non sarebbe da farne le meraviglie, mentre sappiamo del resto che tale concetto informava la mente dei cristiani nei primi secoli.

E che fosse così, ce lo attesta solennemente tutta la ecclesiastica istoria con i più autentici documenti. Lo stesso S. Paolo diè una splendida testimonianza all'autorità della Chiesa romana quando scrisse che la sua fede veniva celebrata per tutto il mondo. Clemente, discepolo e successore di S. Pietro, parlò con autorità magistrale alla Chiesa di Corinto, Ignazio d'Antiochia sul principio del secondo secolo chiamò la Chiesa di Roma « Chiesa illuminata e beata che presiede alle altre »; Ireneo dichiarò: « massima ed antichissima fondata dagli Apostoli per la fede della quale confondiamo tutti gli eretici »; e soggiunge che a questa Chiesa bisogna ricorrere « a cagione del suo primato » (9). Tertulliano la chiamò « Chiesa fortunata in cui gli Apostoli con sangue profusero la loro dottrina » (10). Cipriano la disse: « Chiesa principale radice dell'unità sacerdotale, in cui non può avere accesso l'errore » (11). E non finirei mai più con queste enumerazione se volessi citare tutti i padri di epoca posteriore, e tutti i concilî che fanno eco a queste solenni testimonianze.

Ora di fronte ad un fatto così grandioso, il portare come obiezione che questo concetto non è attestato dai monumenti delle catacombe, oltre che mostra una grande ignoranza dello spirito dell'arte antica, dell'epigrafia, e dei costumi di quei secoli, è anche un rimpicciolire meschinamente la questione, e pretendere di studiare l'archeologia facendo a meno della storia, ed isolare l'una cosa dall'altra, ciò che è impossibile.

Comincia il Roller dal togliere il fondamento stesso al primato della Sede romana ripetendo il vieto errore che sia cioè leggendaria la venuta di S. Pietro in Roma, e quindi un mito la tomba apostolica del Vaticano. Molti protestanti e razionalisti hanno voluto sostenere questa falsa tesi, e quantunque nell'errore, sembra pertanto che abbiamo voluto farsi perdonare l'assurda sentenza con la copia della erudizione e con la sottigliezza di una critica arguta benchè intemperante. Avesse almeno il Roller imitato il loro esempio! Ma no; egli tratta invece una questione sì grave con imperdonabile leggerezza, e non tenendo conto delle testimonianze antichissime su questo gran fatto, ne riconosce come fonte il Liber pontificalis, che erroneamente attribuisce al secolo nono. E pure tanta è la forza degli argomenti storici sulla venuta di S. Pietro in Roma, che quel fatto venne ammesso dai puù dotti fra i critici protestanti e razionalisti, come l'Hingenfeld il Renan, il Wieseler, il Delitsch, ilMangold ecc. e recentemente fu accettato anche dall'Harnack. Ma le testimonianze decisive dei primi secoli o sono taciute o torte stranamente dal Roller, contro i più elementari principî della critica storica. Così a cagion d'esempio, tutti conoscono che un documento assai prezioso per l'autenticità delle tombe apostoliche in Roma è un passo del prete Caio il quale vivva sul principio del terzo secolo, e che disputando contro un eretico gli pone innanzi i sepolcri di Pietro e di Paolo per dimostrargli l'origine apostolica della Chiesa romana. « Io ti posso mostrare, egli dice a costui, io ti posso mostrare i trofei degli apostoli, giacchè o tu vada nel Vaticano o sulla via di Ostia troverai le tombe di coloro che hanno fondato questa Chiesa. ».

Ora il testo originale di Caio è perduto, ed i frammenti ci furono conservati da Eusebio, lo storico dei tempi di Costantino. (12) E da una tale circostanza prende motivo il Roller per diminuire l'autorità di questo documento: giacchè egli dice che se queste parole fossero d'Eusebio avrebbero un qualche valore, ma che non lo hanno perchè sono di un terzo. Ma chiunque ha senno comprenderà che appunto hanno un grande valore perchè non sono di Eusebio, ma prese invece dagli scritti di un autore tanto più antico. Quindi ciò che secondo il Roller toglie autorità al passo citato è precisamente quello che ne forma la capitale importanza!

Dal sepolcro di S. Pietro si passa all'esame archeologico della famosa cattedra dell'apostolo venerata nel Vaticano; e qui pure si tenta distruggere l'autenticità di quell'insigne reliquia con affermazioni gratuite, con sofismi, e con dificoltà puerili. Una larga trattazione archeologica su quel prezioso monumento fu scritta con somma dottrina dal De Rossi fin dal 1867, allorchè nel'occasione del centenario fu esposto al pubblico; ed in quello scritto il grande maestro espose tutte le testimonianze storiche e tutti gli argomenti archeologici che provano l'antichità di quella cattedra. Ma il Roller non si cura di tutto ciò, egli ha ben altre ragioni per non ammetterne l'autenticità. Infatti egli dice, se quella cattedra fosse stata nota agli antichi essi avrebbero dovuto dipingere nelle catacombe S. Pietro sedutovi sopra (!) (II, pag. 101). Io non so comprendere che necessità avessero gli antichi fedeli di rappresentare l'apostolo assiso in cattedra; e dico che tale difficoltà parte sempre dal falso concetto che le catacombe debbano contenere una esposizione completa della fede, degli usi, e dei sentimenti cristiani: mentre invece è d'uopo ripeterlo, noi possiamo trarre argomento da ciò che vi è nelle catacombe, ma non possiamo negare quello che o non vi fu necessità di esprimere o che per tante circostanze può non esserci pervenuto. Del resto è noto che gli apostoli sono rappresentati nelle pitture cimiteriali quasi sempre facendo corteggio al Salvatore, ed allora egli solo è seduto in cattedra; però in qualche pittura ed in qualche vetro si veggono seduti Pietro e Paolo a differenza degli altri apostoli (13).

Ma v'ha una rappresentanza assai celebre nell'arte cristiana la quale ha u valore molto più grande di quello che avrebbe una pittura di S. Pietro seduto in cattedra, e su questa il Roller sorvola studiatamente dicendone poche parole.

È assai frequente nel ciclo simbolico dell'antica arte cristiana la scena di Mosè che percuote con verga la viva rupe e ne fa scaturire l'acqua per dissetare il popolo ebreo: e questa composizione allude senza dubbio all'acqua della grazia che sgorga dalla pietra che è Cristo secondo le parole di S. Paolo: « Petra autem erat Christus ». Ora si è osservato che talvolta in questa rappresentanza la figura di Mosè ha il tipo iconografico tradizionale attibuito a S. Pietro, e di più in alcuni vetri cimiteriali sul capo di Mosè si legge chiaramente il nome PETRVS. Dunque nell'antico simbolismo cristiano sotto la figura di Mosè voleva intendersi Pietro, il quale era indicato per tale maniera quale legislatore e duce del popolo cristiano siccome l'antico Mosè lo era stato del popolo ebreo. E questo concetto dell'antichità cristiana fu espresso nobilmente da S. Massimo di Torino che scrisse: « Ut in deserto dominico sitienti populo aqua fluxit e sato de ore Petri fons salutiferae confessionis emersi ». Tale è tanto è il valore di questa allusione simbolica che basterebbe essa sola a smentire tutte le calunnie sulle pretese usurpazioni della Sede romana!

Però il Roller vuol far parlare ad ogni modo le catacombe contro il primato di Roma, e non sapendo dove rivolgersi per trovare argomenti alla sua tesi, si ferma alle iscrizioni sepolcrali dei papi del terzo secolo che si rinvennero nella cripta pontificale nel cimitero di Callisto. Vedete, egli dice, come sono semplici queste iscrizioni? Il solo nome col titolo di vescovo επισχοπος e nulla più; ora questa è una prova che i vescovi di Roma non erano nel terzo secolo quello che furono più tardi, perchè altrimenti dovremmo leggere sui marmi per lo meno il titolo di episcopus maximus! (I, p. 205).

Mi sembrerebbe abusare di coloro che abbiano una qualche idea dell'antica epigrafia cristiana fermandomi a dimostrare l'anacronismo di tale osservazione. Del resto è notissimo che il titolo di episcopus è il primitivo ed ufficiale dei papi, e quello che essi adoperano anche presentemente negli atti più solenni!

Ma il Roller si accorge che tale argomento non ha alcun valore, e fermandosi sempre su quelle stanze sepolcrali mette fuori un'altra obiezione che però vale ancor meno della prima. Nella cripta del cimitero di Calisto, oltre ai papi, fu sepolto anche qualche altro personaggio: dunque, dice il Roller, i papi non avevano allora l'autorità che ebbero poi, altrimenti un tale fatto non sarebbe avvenuto. Quasi che la dignità dipendesse dall'avere una stanza separata per sepoltura; mentre invece nei tempi più tardi vediamo che i papi furono sepolti in luighi diversi, e le loro tombe furono anche unite talvolta a quelle degli altri fedeli. Ed è con tali difficoltà volgari che si pretenderebbe distruggere le più sicure e venerande tradizioni dell'ecclesiastica istoria?

Compiuto così un rapido esame dei punti principali del voluminoso avoro, è necessario riassumere brevemente le cose dette e concludere. Il libro del Roller è una grande miscellanea di svariate dissertazioni senza alcun legame fra loro, e nelle quali ciò che havvi di buono è preso specialmente dalle opere del De Rossi e el Garrucci: anzi le tavole stesse dei monumenti sono copiate da quelle della Roma sotterranea e della Storia dell'arte cristiana. Nel compendiare poi che egli fa gli scritti di quei dotti, il suo ragionamento è giusto se trattasi di argomento estraneo al dogma o alle tradizioni cattoliche, ma entrando invece in tali questioni diviene sofistico, la sua passione religiosa l'acceca, e lo fa cadere in quei gravi errori che abbiamo osservato. Egli si è fatto trasportare dall'idea fissa di voler trovare nei cristiani delle catacombe i precursori del protestantismo e per sostenere questa tesi storicamente falsa, ha accumulato sofismi ed errori, chiudendo gli occhi innanzi alla luce che emana sfolgorante da tutta l'antichità cristiana!

Dunque il libro del Roller fallisce nello scopo suo principale, cioè nell'interpretazione protestante dei monumenti cimiteriali; giacchè non vi è un sol punto grave di controversia che egli possa dimostrare scientificamente in suo favore, e non vi è dogma cattolico che sia confermato dai monumenti contro il quale egli porta obiezioni serie e che meritino di essere esaminate.

La conclusione pertanto si è che non può reggere innanzi alla critica a teoria dei protestanti, secondo cui la Chiesa pura ed incorrotta nei primi tre secoli avrebbe trasformato la sua dottrina dal secolo quarto in poi; e che ad ogni modo a tale sistema si oppone l'archeologia cristiana. Ed è certo che nelle catacombe, per ciò che esse possono dirci, noi troviamo invece confermata la odierna fede cattolica da monumenti antichissimi.

Dopo queste osservazioni preliminari sulla debolezza degli argomenti recati fuori dal rappresentante della teoria protestante sulle catacombe e dopo aver dimostrato la tesi generale, credo opportuno di tornare ad occuparmi più di proposito di quattro punti importantissimi nella controversia contro i protestanti, cioè L'Eucarestia - Il dogma della comunione dei Santi - Il culto della Vergine - Il primato della Sede romana. Sarà quindi necessario che nei seguienti capitoli si ripetano alcune delle cose già dette nella prima parte; ma in questi le osservazioni speciali saranno maggiormente estese ed essi perciò potranno considerarsi come uno svolgimento di questa tesi generale.


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Ultima revisione: 28 dicembre 2005.