ADOLFO TANQUEREY
Compendio di Teologia Ascetica e Mistica


APPENDICI


I. La spiritualità del Nuovo Testamento A1-1.

Perchè i nostri lettori possano cogliere meglio e ordinare i tesori spirituali chiusi nel Nuovo Testamento, diamo qui una breve sintesi della spiritualità dei Sinottici, di S. Paolo e di S. Giovanni.

1° LA SPIRITUALITÀ DEI SINOTTICI.

L'idea centrale dell'insegnamento di Gesù nei Sinottici è quella del regno di Dio. A far capire la spiritualità che vi è annessa, ne esponiamo la natura, la costituzione e le condizioni per entrarvi.

A) La natura. Il regno di Dio predicato da Gesù Cristo nulla ha di terreno, contrariamente a ciò che nei loro pregiudizi pensavano i Giudei, ma è tutto spirituale, opposto a quello di Satana, capo degli angeli ribelli. a) Si presenta sotto tre diverse forme: 1) ora è il paradiso o il regno riserbato agli eletti: "Venite, benedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundiA1-2; 2) ora è il regno interno quale già si trova sulla terra, vale a dire la grazia, l'amicizia, la paternità divina offerta da Dio e accettata dagli uomini di buona volontà; 3) infine è il regno esterno che Dio fonda a perpetuare l'opera sua sulla terra A1-3. b) Queste tre forme non costituiscono che un solo e medesimo regno; perchè la Chiesa esterna non è fondata se non perchè il regno interno possa pacificamente svilupparsi, e questo è, a così dire, il complesso delle condizioni che schiudono il regno celeste.

B) La costituzione. Questo regno interno ha un capo, che è Dio stesso A1-4; ora questo Dio è nello stesso tempo Padre dei suoi sudditi, non della comunità soltanto come nell'Antica Legge, ma di ogni anima in particolare. La sua bontà è così grande che si estende anche ai peccatori A1-5 finchè vivono sulla terra; ma la sua giustizia colpisce i peccatori ostinati che verranno condannati al fuoco dell'inferno A1-6.

Questo regno fu fondato sulla terra da Gesù Cristo, figlio dell'uomo e figlio di Dio, che è egli pure nostro re: per diritto di nascita, perchè è il figlio, l'erede naturale, il solo che conosce il Padre come il Padre conosce lui; e per diritto di conquista, perchè venne a salvare ciò che era perito e versò il sangue a remissione dei nostri peccati A1-7. È re pieno di premure, che ama i piccoli, i poveri, i derelitti, che corre dietro la pecorella smarrita per ricondurla all'ovile e che sulla croce perdona ai suoi carnefici A1-8. Ma è pure giudice dei vivi e dei morti; e nell'ultimo giorno farà la separazione dei buoni dai cattivi, i giusti amorosamente accogliendo nel suo regno definitivo, e i reprobi condannando all'eterno supplizio A1-9.

Non v'è dunque nulla sulla terra di più prezioso di questo regno; è la perla preziosa e il tesoro nascosto che bisogna acquistare ad ogni costo.

C) Condizioni per entrare in questo regno. Per entrarvi si deve far penitenza A1-10, ricevere il battesimo, credere al Vangelo e osservare i comandamenti A1-11.

Ma a perfezionarvisi, l'ideale proposto ai discepoli è di accostarsi quanto più è possibile alla perfezione stessa di Dio. Essendo suoi figli, una tal nobiltà c'impone doveri, onde dobbiamo accostarci quanto più è possibile alle divine perfezioni: "Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester cælestis perfectus estA1-12.

A conseguire ideale così perfetto occorrono due condizioni essenziali: la rinunzia a se stesso e alle creature, onde uno si distacca da tutto ciò che è ostacolo all'unione con Dio; e l'amore, onde uno si dà intieramente a Dio seguendo Gesù Cristo: "Si quis vult post me venire, abnegat semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequetur meA1-13.

a) La rinunzia ha vari gradi. Deve escludere per tutti quel disordinato amore di sè e delle creature che costituisce il peccato, e specialmente il peccato grave, ostacolo assoluto al nostro fine; il che è tanto vero che, se l'occhio destro ci scandalizza, non dobbiamo esitare a strapparlo: "Quod si oculis tuus dexter scandalizat te, erue eum et projice abs teA1-14. Ma per coloro che vogliono essere perfetti la rinunzia sarà assai più intiera e comprenderà la pratica dei consigli evangelici: la povertà effettiva, il distacco dalla famiglia e la castità perfetta o continenza A1-15. Chi poi non volesse o non potesse arrivare a tanto, si contenterà della interna rinunzia alla famiglia e ai beni di questo mondo; praticherà lo spirito di povertà e l'interno distacco da tutto ciò che si oppone al regno di Dio nell'anima; può così assorgere ad alto grado di santità A1-16.

Questi vari gradi risultano dalla distinzione tra precetti e consigli: per entrar nella vita, basta osservare i comandamenti; ma per essere perfetti, bisogna vendere i propri beni e darli ai poveri: "Si autem vis ad vitam ingredi, serva mandata... Si vis perfectus esse, vade, vende quæ habes et da pauperibusA1-17.

La perfetta rinuncia va sino all'amor della croce "tollat crucem suam"; si finisce con amar la croce, non per se stessa ma per ragione del divin Crocifisso che uno vuol seguire sino alla fine: "et sequatur me". Si riesce anzi a trovar la perfetta letizia nella croce: Beati pauperes spiritu... beati mites... beati qui persecutionem patiuntur... Beati estis cum maledixerint vobisA1-18.

b) Ma la rinunzia non è che mezzo per giungere all'amor di Dio e del prossimo per Dio. L'amore infatti compendia tutta la legge: "In his duobus mandatis universa lex pendet et prophetæA1-19; amore onde uno si dà a Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente: "Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo et in totâ animâ tuâ et in totâ mente tuâ... Secundum autem simile est huic: Diliges proximum tuum sicut te ipsumA1-20. È il massimo dei comandamenti, quello che racchiude tutta la perfezione.

1) Quest'amore dev'essere filiale: c'induce prima di tutto a glorificare il Padre celeste: "Pater noster... sanctificetur nomen tuum, adveniat regnum tuumA1-21; e per meglio glorificarlo, a osservare i comandamenti: "fiat voluntas tua sicut in cælo et in terrâ"... "non omnis qui dicit mihi Domine, Domine, intrabit in regnum cælorum, sed qui facit voluntatem Patris meiA1-22.

2) Dev'essere confidente: perchè il Padre celeste si prende cura dei suoi figli assai più che degli uccelli del cielo e dei gigli del campo: "Nonne vos magis pluris estis illis?... Scit enim Pater vester quia his omnibus indigetisA1-23. Confidenza che si palesa colla preghiera, la quale, secondo le promesse del divin Mediatore, ottiene tutto ciò che chiede: "Petite et dabitur vobis; quærite et invenietis; pulsate et aperietur vobis. Omnis enim qui petit, accipit, et qui quærit invenit, et pulsanti aperieturA1-24.

3) Genera l'amor del prossimo: essendo tutti figli dello stesso Padre celeste, siamo tutti fratelli: "Unus est magister vester, omnes autem vos fratres estisA1-25. A dare a questa virtù il più efficace stimolo possibile, Nostro Signore dichiara che nel giorno del giudizio considererà come fatto a sè ogni servizio reso al minimo dei suoi fratelli A1-26. Gesù dunque si identifica coi suoi membri, onde, amando il prossimo, amiamo Lui. Amore che abbraccia anche i nemici, che dobbiamo sopportar con pazienza, pregar per loro e far loro del bene A1-27; accompagnato quindi da dolcezza e da umiltà, come quello del divino Modello: "Discite a me quia mitis sum et humilis cordeA1-28.

Rinunzia ed amore: ecco dunque le due condizioni essenziali richieste a conquistare il regno di Dio e la perfezione; esse infatti, come abbiamo visto, racchiudono tutte le virtù (n. 309 ss.).

2° LA SPIRITUALITÀ DI S. PAOLO A1-29.

S. Paolo giunge alle medesime conclusioni ma per altra via. L'idea centrale non è più quella del regno, ma il disegno santificatore di Dio, che vuol salvare e santificare tutti gli uomini, Giudei e Gentili, per mezzo del Figliuol suo Gesù Cristo, costituito capo dell'umana stirpe, al quale tutti devono essere incorporati: "Benedetto Dio e Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, che ci benedisse con ogni benedizione spirituale, celeste, in Cristo... In cui abbiamo la redenzione pel sangue suo... E lo diede capo sopra tutta la Chiesa, che è il corpo di lui e il complemento di lui che compie tutto in tutti: "Benedictus Deus et Pater Domini nostri Jesu Christi, qui benedixit nos in omni benedictione spirituali in cælestibus in Christo!... in quo habemus redemptionem per sanguinem ejus... et ipsum dedit caput supra omnem ecclesiam, quæ est corpus ipsius et plenitudo ejusA1-30.

Dio dunque vuole da tutta l'eternità santificarci e adottarci per figli. Ma c'è un ostacolo, il peccato: peccato di origine, commesso da Adamo, primo capo dell'umanità, e trasmesso ai discendenti colla concupiscenza, legge della carne che ci rende schiavi della legge del peccato. Ma Dio ha pietà dell'uomo e gli manda un Redentore, un Salvatore, il proprio Figlio, Gesù Cristo, che sarà il nuovo capo dell'umanità, e ci riscatterà coll'ubbidienza spinta fino alla morte e morte di croce. Onde Gesù diverrà il centro della nostra vita: "mihi vivere Christus estA1-31.

I suoi meriti e le sue sodisfazioni ci sono applicati specialmente col battesimo e con l'eucaristia. Il battesimo ci rigenera, c'incorpora a Gesù Cristo, e ci rende uomini nuovi, che, sotto la direzione e l'azione dello Spirito Santo, devono incessantemente combattere contro la carne o l'uomo vecchio A1-32. L'Eucaristia ci fa partecipare più copiosamente alla morte e alla vita di Gesù Cristo, agli interni suoi sentimenti e alle sue virtù A1-33.

Ma a fruttuosamente ricevere questi sacramenti, a coltivar la vita divina da essi comunicataci, bisogna vivere della vita di fede, "justus meus ex fide vivitA1-34; riporre ogni confidenza in Dio e in Gesù; e specialmente praticar la carità, ottima fra le virtù, che ci accompagnerà anche in cielo A1-35, ma che richiede sulla terra la crocifissione della guasta natura A1-36.

Tutta quest'ascesi si compendia in una formola che ricorre spesso sotto la penna dell'Apostolo: incorporarsi ognor più a Cristo Gesù, e quindi spogliarsi dell'uomo vecchio colle cattive sue inclinazioni e rivestirsi dell'uomo nuovo con le sue virtù: "expoliantes vos veterem hominem cum actibus suis, et induentes novum, eum qui renovatur in agnitionem secundum imaginem ejus qui creavit illumA1-37.

A) Bisogna prima di tutto spogliarsi dell'uomo vecchio. a) L'uomo vecchio, detto pure la carne, è la nostra natura, non in se stessa ma in quanto viziata dalla triplice concupiscenza. Onde opere della carne sono tutti i peccati, non solo i peccati di sensualità e di lussuria, ma anche la superbia nelle varie sue forme A1-38.

b) È stretto obbligo per noi mortificare o crocifiggere la carne, fondato su due principali ragioni: 1) il pericolo di acconsentire al peccato e andar dannati; perchè la carne o la concupiscenza, che non viene distrutta dal battesimo, ci porta violentemente al male e ci rende schiavi della legge del peccato, se inesorabilmente non la combattiamo sorretti dalla grazia di Gesù Cristo: "Quis me liberabit de corpore mortis hujus? Gratia Dei per Jesum ChristumA1-39; 2) le promesse battesimali: morti e sepolti con Gesù Cristo nel battesimo per vivere con lui vita novella, ci obbligammo a schivare il peccato e quindi a vigorosamente combattere contro la carne e contro il demonio A1-40; onde la vita sarà una lotta, la cui posta è la corona di gloria tenutaci in serbo dal Dio d'ogni giustizia e d'ogni amore A1-41.

c) A reggerci in questa lotta e renderci la vittoria relativamente facile, non ostante la nostra debolezza e la nostra incapacità, soccorre la grazia di Dio meritataci da Cristo; cooperandovi, siamo sicuri della vittoria: "Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis; sed faciet etiam cum tentatione proventum A1-42... Omnia possum in eo qui me confortat".

d) In questa mortificazione vi sono due gradi: 1) prima di tutto ciò che è essenziale a schivare il peccato mortale e la dannazione: "Castigo corpus meum et in servitutem redigo, ne forte cum aliis prædicaverim, ipse reprobus efficiarA1-43; 2) poi ciò che è utile alla perfezione come la verginità, l'umiltà perfetta, l'assoluto disinteresse A1-44. -- Sotto un altro aspetto S. Paolo distingue tre gradi di mortificazione: la crocifissione della carne ancor ricalcitrante, poi una specie di morte spirituale, finalmente il seppellimento A1-45.

B) Spogliandosi dell'uomo vecchio, il cristiano s'incorpora a Gesù Cristo e si riveste dell'uomo nuovo; onde l'uomo nuovo è il cristiano rigenerato col battesimo, unito allo Spirito Santo e incorporato a Cristo, che si studia sotto l'azione della grazia di trasformarsi in Gesù Cristo. A ben capir questa dottrina, conviene spiegare qual è la parte dello Spirito Santo nell'anima rigenerata, la parte di Cristo e la parte dell'anima.

a) Lo Spirito Santo, vale a dire tutta la SS. Trinità, abita nell'anima del giusto trasformandola in tempio santo: "templum enim Dei sanctum est: quod estis vosA1-46.

b) Opera in quest'anima, la muove con la grazia attuale, le dà una filiale confidenza nel Padre e la fa pregare con singolare efficacia: "Operatur in nobis velle et perficere... In quo clamamus: Abba, Pater. Spiritua est qui adjuvat infirmitatem nostram... postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibusA1-47.

c) Gesù è capo d'un corpo mistico di cui noi siamo le membra e ci dà il movimento, la direzione, la vita. Col battesimo veniamo incorporati a lui; e colla comunione ci uniamo alla Passione sua che commemoriamo, al suo sacrifizio, alla sua vita risuscitata a cui ci fa partecipare, aspettando di salire con lui al cielo, dove già stiamo con la speranza: "spe enim salvi facti sumusA1-48. Comunione che poi si prolunga con una specie di comunione spirituale onde, nel corso dell'intiera giornata, facciamo nostri i pensieri, gli affetti e i voleri di Gesù: "Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu... Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me ChristusA1-49. Cosicchè nulla ci può separare da Colui che è il nostro tutto: "Quis ergo nos separabit a caritate Christi?A1-50.

d) Ci corre quindi il dovere di tenerci strettamente uniti a Gesù, nostro capo, principio della nostra vita, perfetto modello che dobbiamo continuamente imitare fino a che non siamo trasformati in Lui. 1) Dobbiamo primieramente imitarne le disposizioni interne, l'umiltà e l'obbedienza: "Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu, qui cum in formâ Dei esset... exinanivit semetipsum... factus obediens usque ad mortem... A1-51; la carità che lo mosse a sacrificarsi per noi: "dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobisA1-52; 2) poi il contegno esterno, praticando la modestia, la mortificazione corporale, la mortificazione dei vizi e delle passioni, coll'intento di sottometterci più intieramente a Gesù e al suo Spirito: "Modestia vestra nota sit omnibus hominibusA1-53...

In questa imitazione di Cristo ci sono parecchi gradi: si è dapprima bambini, pensando, parlando, operando da bambini; poi si cresce e si diventa uomini perfetti "in virum perfectum, in mensuram ætatis plenitudinis ChristiA1-54; e finalmente uno si trasforma intieramente in Cristo: "Mihi vivere Christus est... vivit vero in me ChristusA1-55; si può allora dire ai fedeli: "Imitatores mei estote sicut et ego ChristiA1-56.

La spiritualità di S. Paolo non differisce dunque sostanzialmente da quella dei Sinottici: spogliarsi dell'uomo vecchio è praticar l'abnegazione; rivestirsi dell'uomo nuovo è unirsi a Gesù Cristo e per lui a Dio, è amar Dio ed il prossimo.

3° LA SPIRITUALITÀ DI S. GIOVANNI.

Negli scritti di S. Giovanni non domina più l'idea del regno nè quella del disegno santificatore di Dio sull'uomo; domina l'idea della vita spirituale. S. Giovanni ci fa conoscere la vita interiore di Dio, del Verbo Incarnato e oi del cristiano.

A) Dio è vita, vale a dire luce ed amore. È Padre e da tutta l'eternità genera un Figlio che è il suo Verbo A1-57; è con lui la fonte onde procede lo Spirito Santo, Spirito di verità e d'amore, che verrà a dar compimento alla missione del Verbo Incarnato trasmessa agli Apostoli, coi quali rimarrà sino alla consumazione dei secoli a istruirli e fortificarli A1-58.

B) Questa vita Dio vuol comunicare agli uomini; onde manda sulla terra il Figlio, che incarnandosi si fa uomo e, comunicandoci la sua vita, ci rende figli addottivi di Dio A1-59. Uguale al Padre per la natura divina, altamente proclama la sua inferiorità come uomo e l'assoluta sua dipendenza dal Padre: non giudica, non parla, no opera da sè, ma i giudizi, le parole, le opere conforma al beneplacito di Dio, mostrandogli così il suo amore A1-60; e si fa ubbidiente fino a dar la vita per glorificar Dio e salvare gli uomini A1-61.

Rispetto a noi il Verbo Incarnato è: 1) la luce che ci illumina e ci guida alla vita A1-62; 2) il Buon Pastore che pasce le pecorelle, le difende contro il lupo rapace e dà la vita per loro A1-63; 3) il Mediatore necessario senza cui non si può andare al Padre A1-64; 4) la vite di cui noi siamo i tralci che ne ricevono la linfa o la vita soprannaturale A1-65.

C) Da lui quindi fluirà la nostra vita interiore, consistente in un'intima e affettuosa unione con lui e per lui con Dio A1-66; perchè egli è la via che conduce al Padre A1-67.

a) Unione che si inizia nel battesimo, in cui riceviamo una seconda nascita, nascita tutta spirituale A1-68, che c'incorpora a Gesù come il tralcio è incorporato alla vite, facendoci produrre frutti di salute A1-69.

b) Si accresce con la Santa Eucaristia, che spiritualmente ci alimenta col corpo e col sangue di Gesù Cristo e quindi pure coll'anima sua, colla sua divinità, collintiera sua persona, per guisa che noi viviamo della sua vita e viviamo per lui com'egli vive per il Padre A1-70.

c) Si continua con una specie di comunione spirituale, onde Gesù dimora in noi e noi in lui A1-71; unione così stretta che Nostro Signore la paragona a quella che unisce lui al Padre: "Ego in eis et tu in meA1-72.

D) Unione che ci fa partecipare alle virtù del divino Maestro e specialmente all'amor suo per Dio e pel prossimo spinto sino all'immolazione di sè.

a) Dio ci ama come figli, noi l'amiamo come Padre, e perchè l'amiamo ne osserviamo i comandamenti A1-73. Onde le tre divine persone vengono ad abitare nell'anima nostra in modo permanente: "Ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemusA1-74. Dobbiamo amar Dio perchè è amore, Deus caritas est, e perchè ci amò per il primo, sacrificando per noi lo stesso suo Figlio A1-75.

b) Dall'amor di Dio deriva l'amor fraterno; dobbiamo amare i fratelli non più solamente come noi stessi, ma come li amò Gesù, pronti quindi a sacrificarci per loro: "Mandatum novum do vobis ut diligatis invicem sicut dilexi vosA1-76... "Quoniam ille animam suam pro nobis posuit, et nos debemus pro fratribus nostris animas ponereA1-77. Non formiamo infatti che una sola famiglia spirituale di cui Dio è il Padre e Gesù il salvatore; così stretta dev'essere la nostra unione, da venir paragonata a quella che corre fra le tre divine persone: "Sint unum sicut et nos unum sumusA1-78. Così necessaria è questa virtù, che pretendere d'amar Dio quando non si ama il prossimo è menzogna A1-79; mentre invece la carità fraterna è il pegno più sicuro della vita eterna A1-80.

S. Giovanni è dunque l'apostolo della carità, da lui del resto così ben praticata. Carità che è fondata sulla fede, e soprattutto sulla fede in Cristo, nella sua divinità e nella sua umanità. Carità che suppone pure la lotta contro la triplice concupiscenza e quindi la mortificazione. Onde S. Giovanni si ricollega ai Sinottici e a S. Paolo, pur insistendo più di loro sulla divina carità.

Cosicchè, secondo i Sinottici, la perfezione consiste nella rinunzia e nell'amore; secondo S. Paolo, nell'incorporazione a Cristo, che inchiude lo spogliamento dell'uomo vecchio e il rivestimento del nuovo; secondo S. Giovanni, nell'amore spinto fino al sacrifizio. È quindi quanto al findo la stessa dottrina, ma con varianti e con aspetti diversi che meglio s'adattano all'indole e all'educazione delle varie categorie di anime.

II. Lo studio dei caratteri A2-1.

Parlando della conoscenza di se stesso al n. 452, dicemmo che a conoscersi meglio è cosa utile studiare i temperamenti e i caratteri.

Due vocaboli che spesso si confondono; ma chi li volesse distinguere, si può dire che il temperamento è il complesso di tutte le profonde tendenze derivanti dalla costituzione fisiologica della persona; e il carattere è il complesso di tutte le disposizioni psicologiche risultanti dal temperamento modificato dall'educazione e dagli sforzi della volontà e fissato dall'abitudine.

Giova quindi più studiare i caratteri che i temperamenti; perchè, sotto l'aspetto spirituale, il temperamento del corpo conta assai meno che il carattere dell'anima. Anche gli antichi se ne erano accorti, perchè, descrivendo i temperamenti, badavano più a rilevare le diffrenze psicologiche che le fisiologiche.

Onde noi qui ci restringeremo alla trattazione dei caratteri, giovandoci specialmente dell'opera di P. Malapert, Les éléments di Caractère, semplificandone però e qualche volta rettificandone le divisioni. Esporremo brevissimamente:

1° FONDAMENTI DELLA DIVISIONE DEI CARATTERI.

A) Volendo specificare le principali tendenze onde sorge la diversità dei caratteri, il più sodo fondamento è di attenersi all'ordine delle diverse facoltà dell'uomo, Lasciando da parte le facoltà della vita vegetativa, che hanno qui per noi poca importanza, vedremo quali sono i principali caratteri rispetto alla sensibilità, rispetto alle facoltà spirituali, e rispetto alla vita di relazione. Un piccolo schema farà capir meglio il nostro pensiero.

B) Prima di spiegar questa divisione si richiedono alcune osservazioni preliminari:

a) I caratteri che ci facciamo a descrivere non si trovano allo stato puro: sono ordinariamente mescolati e in gradi assai vari. Così gli apatici non sono puramente apatici, ma hanno una certa dose di sensibilità, vengono però indicati da ciò che domina in loro. Vi sono poi molti gradi così nell'apatia come nella sensibilità, che la sola osservazione propria potrà rilevare.

b) Inoltre ogni persona particolare dev'essere esaminata sotto il triplice aspetto da noi indicato. Così un apatico può essere cerebrale o volontario, come un cerebrale può essere attivo o indolente. Bisogna quindi saper considerare tutti questi vari aspetti e poi farne la sintesi.

c) I quadri qui tracciati anzichè quadri rigidi sono indici onde il direttore possa osservare meglio ogni penitente e studiarne le particolarità: sarebbe doloroso che, dopo alcune conversazioni, si desse prematuramente un giudizio definitivo, bisognoso poi di riforma; solo adagino, con una serie di benevole osservazioni, si riesce a conoscere il carattere d'una persona. d) E poi non si dimentichi che alla conoscenza di sè e degli altri si richiedono i lumi dello Spirito Santo frequentemente e fervidamente invocati.

2° I VARI CARATTERI RISPETTO ALLA SENSIBILITÀ

Tutti siamo dotati di sensibilità, ma ci sono di quelli che ne hanno così poca che son detti apatici, altri invece la possiedono in alto grado e sono gli affettivi.

A) Gli apatici si distinguono per un a depressione anormale della sensibilità e del sentimento; hanno pochi desideri, poco ardore, poca passione. Se ne possono fare due categorie: gli indolenti e gli energici.

a) Gl'indolenti hanno andatura lenta e goffa. Sono egoisti ma non cattivi, incuranti, senza gran bisogno d'amare o d'essere amati. Hanno d'ordinario retto il giudizio, appunto perchè non sono appassionati. Il lavoro attivo li attira poco; piegandosi al lavoro, riescono meglio in lavori di pazienza che in quelli di immaginazione e di sentimento; in collegio fanno bella figura nella scuola.

Sotto l'aspetto spirituale, non si sentono tratti ad alta virtù, ma non hanno neppure violenti passioni. Virtuosi finchè non ci sia da lottare contro gravi tentazioni, non sanno gran resistere gran fatto alle occasioni pericolose che si presentano, nè correggersi quando sciaguratamente abbiano contratto abiti viziosi. Accettano la direzione che viene lor data, a patto che non se ne richieda alta perfezione e non si stimolino troppo ad andare avanti.

Non tra costoro si possono trovare le vocazioni religiose o sacerdotali; non sono fatti che per le professioni tranquille, poco faticose, compatibili cogli onesti e moderati piaceri.

b) Gli apatici-energici, benchè lenti e pesanti, sono applicati al lavoro, costanti e metodici negli sforzi, e a furia di paziente lavoro, arrivano a grandi risultati. Spasseggiano tra i Fiamminghi e gli Olandesi, ma ce n'è dappertutto, e l'americano Franklin può essere ascritto a questo tipo.

Sotto l'aspetto intellettuale, hanno poca immaginazione e poco brio, ma riescono in lavori seri che esigano riflessione, pazienza, lunghe e metodiche investigazioni.

Sotto l'aspetto morale, non hanno grande ardore ma operano per convinzione, con instancabile costanza, onde sono capaci di alta virtù. Se ne può quindi trarre buon partito per lo stato sacerdotale o religioso, inculcando loro profonde convinzioni, l'amore del dovere per Dio, ed esigendo sforzi metodici e costanti verso la perfezione. Sebbene lentamente, andranno sicuramente: "labor improbus omnia vincit".

B) Gli affettivi invece hanno per carattere il predominio della sensibilità: sentono vivo bisogno di amare e di essere amati, in loro è il signore il cuore.

Se ne possono distinguere due tipi principali: gli emotivi e gli appassionati.

a) Gli emotivi o sanguigni hanni, all'esterno, movimenti svelti e graziosi, sorriso amabile, fisionomia aperta; amano le belle arti, la musica, la danza. Ciò che interiormente li distingue è la leggerezza e una grande instabilità: si abbandonano facilmente alle più varie emozioni, operano sotto l'impressione del momento e sono quindi incostanti.

Dotati di viva immaginazione e di cuore ardente, riescono nei lavori letterari, maneggiano la parola con facilità ed esercitano sulle persone che li avvicinano una specie di seduzione.

Sotto l'aspetto morale, si lasciano facilmente andare ai sensuali diletti, alla ghiottoneria e alla voluttà; ma si pentono presto e sinceramente delle loro colpe, ricadendovi per altro alla prima occasione. Buoni e amorevoli, si affezionano a chi li ama, sono franchi ed aperti in confessione e in direzione, si lasciano persuadere facilmente e prendono buone risoluzioni che poi presto dimenticano.

Per la via del cuore bisogna prenderli e darli a Dio. Se si riesce a fare che amino ardentemente Nostro Signore, se ne può trar buon partito: faranno per amore molti sacrifici che a principio pareva ripugnassero alla loro natura; per amore s'applicheranno all'orazione, alla comunione frequente, alla visita al SS. Sacramento, alle opere di zelo. Ma bisognerà ammaestrarli ad amar Dio così nell'aridità e nel dolore come nella consolazione. A poco a poco le loro emozioni, con l'opera della riflessione e della grazia, si trasformano in convinzioni; e pur conservando lo slancio, si fanno più assidui e costanti negli sforzi.

Ove non si riesca a infonder loro questa energia e questa costanza, non si può animarli a scegliere uno stato di vita che, come il sacerdozio, esige una soda virtù.

b) I passionati, in cui dominano passioni ardenti e profonde, possono ridursi a tre diversi tipi: i malinconici, gli irritabili, i grandi passionati.

1) I malinconici sono naturalmente tratti a veder tutto nero, a fissarsi sul lato difficile e penoso delle cose e ad esagerarlo; sono quindi inclinati alla tristezza, alla diffidenza, a una specie di misantropia. Soffrono molto e, senza volerlo, fanno soffrire gli altri.

Se non cercano consolazione in Dio, che solo può confortarli e attenuarne i tetri pensieri, cadono facilmente mella noia, nello scoraggiamento o negli scrupoli.

Quindi S. Teresa A2-2 dice che, se la malinconia è di forma veramente grave, le persone che ne soffrono non sono atte alla vita religiosa. Significa infatti uno spiccato predominio dell'immaginazione e della sensibilità sulla ragione, onde più dopo qualche tempo degenerare in una specie di pazzia. In ogni caso, ad attenuare questa morbosa disposizione, bisogna certo trattare i malinconici con molta compassione ma anche con autorità e fermezza, non permettendo che seguano i propri capricci nè che si lascino dominar da sospetti; non avendo il giudizio abbastanza retto, è d'uopo che si sottomettano ai consigli d'un direttore o d'un amico prudente.

2) Gli emotivi irritabili o impulsivi si lasciano facilmente trarre alle prime vive impressioni. Coll'anima in continua vibrazione, passano rapidamente dall'allegria alla tristezza, dalla speranza all'inquietudine, dall'entusiasmo allo scoraggiamento. Se vengono contradetti od umiliato, prorompono in atti di collera, in parole e gesti violenti. Insomma avviene spesso che perdano la padronanza di sè e maltrattino chi sta loro d'attorno.

A combattere questo difetto, si deve fare energico e costante uso del potere d'inibizione, infrenar subito i primi moti disordinati, riflettere prima di operare, riprendere insomma a poco a poco la padronanza di se stessi.

Chi non riuscisse a dominare abbastanza i nervi e le emozioni, non pensi al sacerdozio, essendo la collera violenta, al dire di S. Paolo, vizio redibitorio: "oportet enim episcopum sine crimine esse,... non iracundum... non percussoremA2-3.

3) I grandi passionati sono coloro che hanno passioni insieme violente e durevoli, distinguendosi così dagli emotivi: energici, longanimi, tenaci, sono ordinariamente ambiziosi e cupidi di potere e di gloria. Sono fatti per operar gran bene o gran male, secondo che volgono le passioni a servizio della propria ambizione o al servizio di Dio e delle anime. Sorgono fra costoro i conquistatori e gli apostoli. Il mezzo di trar buon partito da queste ricche nature è di volgerle vigorosamente verso la gloria di Dio e la conquista delle anime, come fece Ignazio con Francesco Saverio.

3° I VARI CARATTERI RISPETTO ALLE FACOLTÀ SPIRITUALI

Le persone in cui dominano le facoltà superiori, l'intelligenza e la volontà, si dividono naturalmente in due gruppi, i cerebrali e i volontari, secondo che predomina l'intelletto o la volontà.

A) I cerebrali o intellettuali sono quelli la cui attività è concentrata in lavori di mente, e possono essere i speculativi puri o intellettuali attivi.

a) Gli speculativi puri passano la vita a costruire sistemi intellettuali; tali furono Kant, Cuvier, Ampère. Alcuni speculano pel solo piacere di speculare, onde cadono facilmente in una specie di pericoloso dilettantismo che finisce spesso in un certo scetticismo, come Montaigne e Bayle.

b) Gli altri associano ai lavori mentali qualche ardente passione; vi sono infatti intellettuali passionati, che agitando idee, vogliono pure agitar gli uomini, e si appassionano pel trionfo di un'idea o d'un sistema.

Sono in ambi i casi persone ricche di grandi espedienti. I primi però sono esposti a diventar troppo sistematici, troppo astratti, e a trascurare i doveri della vita ordinaria. Gli altri hanno bisogno, come gli emotivi passionati, di volgere la scienza e l'attività al servizio di Dio e della verità; altrimenti cadono essi e fanno cadere gli altri in terribili eccessi.

B) I volontari hanno volontà ferma, tenace, indomabile, e vi subordinano tutto il resto. Si dividono in due categorie: i padroni di sè e gli uomini d'azione.

a) I primi adoprano specialmente la propria energia a dominar se stessi e quindi a padroneggiar le passioni. Perciò lottano con costante energia a signoreggiar la sensibilità e sentono lo sforzo e la premura di frenarsi; onde un certo riserbo e qualche volta pure un che di rigido accompagnato da diffidenza verso ciò che potrebbe far loro perdere questa padronanza di sè. Ma, conquistata che l'abbiano con sforzi costanti, mostrano una mirabile uguaglianza d'animo e sanno associare la forza colla dolcezza.

Sotto l'aspetto spirituale la cosa più importante è di assoggettare questa volontà forte e disciplinata alla volontà di Dio; così uno s'accosta a quell'equilibrio delle facoltà che vigeva nello stato di giustizia originale.

b) Altri poi più che a dominar se stessi mirano a dominar gli altri; vogliono imporre la propria volontà e governare i propri simili. Coll'occhio costantemente fisso allo scopo a cui mirano, non si lasciano disanimar dagli ostacoli e non hanno requie finchè non sono riusciti a farsi obbedire.

Sono uomini energici e costanti da cui si può trarre ottimo partito. Ma devono disciplinar se stessi prima di disciplinar gli altri; volgano la propria energia al servizio di Dio e delle anime e sappiano, nell'esercizio dell'autorità, associare la dolcezza alla fermezza.

4° I VARI CARATTERI RISPETTO ALLA VITA DI RELAZIONE

Abbiamo qui due tipi ben distinti: i timidi e gli attivi.

A) I timidi diffidano troppo di sè, sono poco intraprendenti, il timore di non riuscire nell'impresa li rende come inerti. Cosiffatte persone non riescono bene se non quando sono messi al loro posto, sorretti e enimati da superiori o da amici che ispirano loro confidenza e li aiutano ad acquistare una certa franchezza.

Sotto l'aspetto soprannaturale, bisogna inculcare loro grande fiducia in Dio, ripetendo continuamente che Dio si serve degli strumenti più deboli, purchè, consci della propria impotenza, cerchino appoggio in Colui che solo può fortificarli: "infirma mundi elegit Deus ut confundat fortia A2-4... Omnia possum in co qui me confortatA2-5.

B) Gli attivi hanno naturale tendenza all'azione: intraprendenti, audaci, forti ed energici, hanno bisogno di effondere l'esuberante attività che si sentono dentro. Ve ne sono due diverse classi: gli irrequieti e gli uomini d'azione.

a) Gli irrequieti sono talmente accesi di attività che non possono star fermi e vogliono fare ad ogni costo, anche prima d'aver concepito e maturato un disegno. Fantasticando sempre nuovi progetti, non hanno tempo di eseguirne neppure un solo; vanno a destra e a sinistra incapaci di quietare, si agitano, fanno rumore molto e bene poco. Pronti a rendere servizio a tutti, presto dimenticano ciò che hanno promesso e si mettono a disposizione di altri.

Onde a correggerli bisogna indurli a riflettere prima di operare, a maturare i disegni prima di eseguirli, a consultare chi ha maggiore prudenza ed esperienza; e quando in un affare tutto sia pronto, dovranno applicarsi a mandarlo ad effetto, condannandosi in questo frattempo a non intraprendere nulla di nuovo: riflessione e costanza sono le condizioni necessarie al buon successo.

b) Gli uomini d'azione studiano a lungo i disegni prima di porli ad esecuzione, discutono attentamente il pro ed il contro, pensano non solo ai mezzi ma anche agli ostacoli che incontreranno, e tutto dispongono nell'intento di giungere allo scopo voluto, non ostante le difficoltà.

È dote molto preziosa per gli addetti all'azione cattolica e per i sacerdoti, che conviene saper coltivare con costanza. Onde però le opere anche meglio concepite possano produrre buoni frutti, non bisogna dimenticare di propiziarsi il Signore con la preghiera e con la pratica della vita interiore: chi vuol essere cattolico d'azione cerchi di essere uomo d'orazione. La volontà umana e la grazia in tal caso armoniosamente si uniscono a produrre ottimi effetti: "Dei enim sumus adjutoresA2-6.

Rammentiamo terminando che la maggior parte dei caratteri sono veramente il risultato di varie combinazioni, e che solo studiandosi di acquistare le doti non avute da natura, uno riesce a perfezionare se stesso, ad assestarsi e a dare così tutto il frutto di cui è capace. Onde gli apatici debbono sforzarsi di acquistare un poco di sensibilità; i cerebrali di coltivare la volontà e l'azione; i volontari di riflettere prima di operare e di infondere un poco di dolcezza nell'esercizio della forza. Collo sforzo e colla grazia di Dio uno giunge a riformarsi, come si può vedere studiando le Vie spirituali.


A1-1 P. Pourrat, s. s., La spiritualité chrétienne, t. I, p. 1-15.

A1-2 Matth., XXV, 34.

A1-3 Ad. Tanquerey, Syn. Theol. fund., n. 608-611; ove si citano molti testi a sostegno di questa asserzione.

A1-4 Matth., VI, 9-10; XXVI, 29.

A1-5 Matth., V, 16-45.

A1-6 Matth., XXV, 41.

A1-7 Matth., XI, 27; XIV, 33; XVI, 16; XX, 28; XXV, 31, 34, 40; Luc., X, 22; XIX, 10; XXII, 20; XXIII, 2, 3.

A1-8 Matth., IX, 13-36; X, 6; XVIII, 12-24; XIX, 14; Marc., II, 16; Luc., XI, 12; ecc.

A1-9 Matth., XXV, 31-46.

A1-10 Matth., IV, 17; Marc., I, 15; Luc., V, 32.

A1-11 Marc., XVI, 16; Matth., XXVIII, 19-20.

A1-12 Matth., V, 48.

A1-13 Luc., IX, 23.

A1-14 Matth., V, 29.

A1-15 Matth., XIX, 16-22; Luc., XIV, 25-27; Matth., XIX, 11-12.

A1-16 Matth., V, 1-12.

A1-17 Matth., XIX, 16-22.

A1-18 Matth., V, 3-12.

A1-19 Matth., XXII, 40.

A1-20 Matth., XXII, 36-40.

A1-21 Matth., VI, 9.

A1-22 Matth., VII, 21.

A1-23 Matth., VI, 26-33.

A1-24 Matth., VII, 7-8.

A1-25 Matth., XXIII, 8.

A1-26 Matth., XXV, 40.

A1-27 Matth., V, 44.

A1-28 Matth., XI, 29.

A1-29 F. Prat, S. J., La Teologia di S. Paolo, T. I, l. IV, c. II e III; T. II, l. II, c. II, a. II (Salesiana, Torino); Pourrat, s. s., La spiritualité chrétienne, t. I, p. 25; J. Duperray, Le Christ dans la vie chrétienne d'après S. Paul, Lyon, 1922.

A1-30 Ephes., I, 3, 7, 22. Legga tutto il capitolo chi voglia farsi un'idea dei fondamenti della spiritualità di S. Paolo.

A1-31 Phil., I, 21.

A1-32 Rom., VI, 4; Ephes., VI, 11-17.

A1-33 I Cor., X, 14-22; XI, 17-22.

A1-34 Rom., I, 17.

A1-35 I Cor., XIII, 1-13.

A1-36 Galat., V, 24.

A1-37 Coloss., III, 10.

A1-38 Rom., VIII, 1-16; Gal., V, 16-25.

A1-39 Rom., VII, 24-25.

A1-40 Rom., VI, 1-23.

A1-41 I Cor., II, 12; IX, 25; Ephes., VI, 11-17; II Tim., IV, 7; I Tim., VI, 12.

A1-42 I Cor., X, 13; Phil., IV, 13.

A1-43 I Cor., IX, 27.

A1-44 I Cor., VII, 25-34; Phil., II, 5-11; I Tim., VI, 8.

A1-45 "Qui sunt Christi, carnem suam cruxifixerunt... Mortui estis et vita vestra est abscondita cum Christo in Deo... Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem... (Galat., V, 24; Coloss., III, 3; Galat., III, 27). Il senso spirituale di questo testo è assai bene spiegato dall'Olier, Catéchisme chrétien, P. Iª, lez. XXI-XXIII.

A1-46 I Cor., III, 17.

A1-47 Philip., II, 13; Rom., VIII, 15-26.

A1-48 Rom., VIII, 24.

A1-49 Philip., II, 5; Galat., II, 20.

A1-50 Rom., VIII, 35.

A1-51 Phil., II, 5-11.

A1-52 Ephes., V, 2.

A1-53 Phil., IV, 5.

A1-54 Ephes., IV, 13.

A1-55 Phil., I. 21; Galat., II, 20.

A1-56 I Cor., IV, 16.

A1-57 Joan., I, 1-5.

A1-58 Joan., XIV, 26; XV, 26; XVI, 7-15.

A1-59 Joan., I, 9-14.

A1-60 Joan., V, 19-30.

A1-61 Joan., X, 18.

A1-62 Joan., I, 9; VIII, 12.

A1-63 Joan., X, 11.

A1-64 Joan., XIV, 6.

A1-65 Joan., XV, 1-5.

A1-66 Joan., XV, 5-10.

A1-67 Joan., XIV, 6.

A1-68 Joan., III, 3.

A1-69 Joan., XV, 1-10.

A1-70 Joan., VI, 55-59.

A1-71 Joan., VI, 57.

A1-72 Joan., XVII, 23.

A1-73 Joan., XIV, 21.

A1-74 Joan., XIV, 23.

A1-75 Joann., IV, 19.

A1-76 Joan., XIII, 34.

A1-77 I Joan., III, 16.

A1-78 Joan., XVII, 22.

A1-79 I Joan., IV, 20-21.

A1-80 Joan., IV, 12-17.

A2-1 Debreyne-Ferrand, La Théologie Morale et les sciences médicales, Parigi, 1884, p. 9-46; Fouilée, Tempérament et caractères, 1895; Paulhan, Les caractères, Parigi, 1902; Malapert, Les éléments du caractère et leurs lois de combinaison, 1897.

A2-2 Fondazioni, c. VII, (Versione italiana, T. II, P. II, p. 23-26). Bene osserva il P. Silverio, in una nota apposta nell'edizione spagnuola a questo capitolo, che i malinconici dei tempi di S. Teresa sono i neurastenici o isterici dei nostri giorni (N. d. T.).

A2-3 Tit., I, 7.

A2-4 I Cor., I, 27.

A2-5 Phil., IV, 13.

A2-6 I Cor., III, 9.


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Ultima revisione: 31 gennaio 2006.