GIUSEPPE TOMASELLI



IMPRESSIONI DI VIAGGIO
(NOTE ED APPUNTI)
DA CATANIA A FIRENZE


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Volume I.


CATANIA
LIBRERIA EDITRICE «MINERVA»
1913


PREFAZIONE

Son de le note e dei brevi appunti. E che perciò? Mi prefiggo forse l'idea di annoiare i miei lettori? No. Scrivo per richiamare a la memoria tutto quanto ho potuto osservare nei miei viaggi attraverso la parte più bella de la mia patria. E quale dolce consolazione non é per l'italiano il poter dire: Ho veduto altri luoghi, conosco palmo a palmo la patria mia! L'Italia, che da la bella Isola del sole, si estende fino ai auoi confini naturali, L'Italia, che fece vibrare le note più sentimentali nei cuori dei nostri migliori e per la sua redenzione tante battaglie si combatterono dei nostri padri, si presenta quale sogno delizioso al viaggiatore straniero.

E che dire di colui che, dal natio guscio, non é mai uscito e non la conosce che geograficamente? Ah, é doloroso! I Francesci, i Tedeschi, gli Inglesi conoscono la nostra patria e studiano le nostre più antiche memorie, non badando a sagrifizî e a denaro. E noi? Qualcuno dice: Oh, io non ho denaro da buttare da la finestra! I divertimenti me li posso procurare andando in monte o in collina, ma sempre ne la mia regione, e poi ho letto e leggo tuttavia le impressioni dei più grandi scrittori e ciò mi basta. Ma no, che non basta, rispondo io e con me tutti coloro che hanno scritto ed ànno veduto, non basta guardare agli occhi degli altri, perché altra é l'impressione soggettiva di un quadro o di un monumento d'arte, o di una città, ricca di gloriose memorie, altra l'impressione provata attraverso uno spettroscopio fedele o una splendida ipotiposi. Il denaro speso nei viaggi, a scopo d'istruzione, non è sprecato, poiché il più gran libro per la persona intelligente é la osservazione diretta di ogni cosa.



CAPITOLO I.
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Da Catania a Messina

Chi al principio di un lungo viaggio non si è domandato come andrà a finire. Chi non ha rivolto a sè stesso la domanda: Quanti deliziosi incontri potrò raccontare ai miei cari amici? Son delle domande, che, come vede il lettore, nascono spontaneamente. Un tempo, quando i nostri beati nonni viaggiavano in diligenza, doveva badarsi di più a non rompersi il collo, anzichè a le avventure e ai discorsetti segreti che farebbero accaponare la pelle a qualche parroco poco indulgente o a qualche donnina un pò nevrastenica in religione. Ma oggi che le diligenze son quasi sparite, oggi si viaggia pure in carrozzoni che nulla ànno da invidiare alle sconquassate carcasse di felice memoria. Bisogna trovare i nostri comodi là dove sono e contentarsi di quello che si à, non è vero?, possiamo domandare ai nostri governanti, che deliziano di loro cure questo estremo lembo d'Italia. (1) [(1) La presa di Tripoli ha assicurato alla Sicilia un treno direttissimo. Ci si ricorda almeno !...] Ed ora al nostro racconto. Perduto di vista, appena il treno esce da la stazione di Catania, il porto de la città, ci s' interna in un terreno lavico e per non breve tratto si continua fino al di là di Aci Castello. Il mare bacia le immense rovine della vecchia torre del Castello di Federico lo Svevo e la memoria si perde ne la notte dei tempi in cui fu smantellato e ridotto nido di gufi e ricovero provvisorio di pescatori. Il treno corre e lascia dietro di sè i ciclopica scopula e si ferma ne la ridente cittadina di Aci Reale, famosa per le sue ricchezze e per il silenzio de le belle vie. E da Aci Reale fino a Messina quante altre stazioni non s'incontrano! E la mente si ferma là a Taormina, sulla cima del Monte Tauro, famosa città antica, ricca di memorie storiche, fortezza degli Svevi, asilo dei Saraceni. È Taormina, la cittadina che fa ammirare al forestiero le più belle vedute de la Sicilia. L'Hôtel Timeo, situato in ridente posizione, offre il bel panorama de l'Etna e il mare che lambisce Giardini, in lontananza la bella pianura del Simeto, che si profila in una lunga striscia d'argento.

E si corre, e si corre. E passano altri paesi in riva al mare e la Sicilia orientale lentamente, sparisce mentre il treno tocca la città del I° settembre, la epica, la gloriosa Messina. Ed è in questo luogo, sacro per antiche memorie, che l'anima siciliana vibra all'unisono con quella delle più gloriose città de la forte Sicilia. Messina, che tante civiltà ha potuto contare, de la greco sicula a la romana, da la saracena a la Sveva, al'Angioina e da quest'ultima per lungo spazio di secoli a la moderna Messina, distrutta tante volte per volere di uomini e per terremoto, Messina la bella, Messina la forte, si profita [sic] su l'ampio Tirreno da una parte, e su l'Ionio da l'altra.

È sur un semicerchio che le dirute mura de la palazzata si distendono lungo il Corso Vittorio Emanuele. Su quel luogo delizioso, dove felice e ridente sedeva la bella regina del Peloro che il furor cieco de gli elementi si scatenò e tutto ridusse in frantumi.

Ed ora, volgendo lo sguardo su quell' ammasso di macerie, l'anima si sente stringere in una morsa dolorosa. E sotto quell'ammasso informe giacciono vittime illustri, che avevan dato a la bella città e senno e valore. E Nicola Fulci, e Petrina, e Noè e Di Dino e quella gloria letteraria di E. Boner sono stati baciati del comune amplesso de la morte. E mentre il singhiozzo sale alla gola e lo'occhio si perde commosso in quel luogo sacro a la morte, un allegro suono si spande per l'aria. È l'anima de la Nuova Messina, de la Messina de le barracche; che si fa sentire, è il post fata resurgo, che, potente e vincitore, scuote i corpi ed anima i cervelli. Io son Messina, vi dice quel suono, i miei figli son là sepolti, ma i superstiti mi faranno più bella e piú superba e sfiderò i secoli e le arcane forze de la natura, È qui ch'io faccio sentire lo schiaffo sonoro a quei governanti che ne l'ora de la sventura mi abbandonarono povera e negletta e sparsero i miei figli per ogni dove e fecero morire molti altri senza pronto soccorso. Io affido alla storia il compito di narrare le gloriose gesta di coloro che più lavorarono ne l'opera di soccorso e mando un saluto alla squadra russa e agli intrepidi figliuoli della lontana Russia, mentre dolorante le ordino di registrare gli orrori de la burocrazia de l' Italo regno. . . .

E in questi pensieri e dopo aver rivolto un ultimo sguardo a la vecchia e a la nuova Messina, si va sul ferry-boat e ci si allontana da le coste de la bella Trinacria con l'animo pieno di dolci e tenere rimembranze.



CAPITOLO II.
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Da Villa a Napoli

Abbiamo lasciato dietro di noi, dicevo ad una signora, la triste città del terremoto; ammiriamo ora le coste de la Sicilia, lassù de la tolda. Salimmo a bordo e guardammo. Il ferry-boat percorreva la breve distanza de lo stretto con certa rapidità e la terra siciliana si allontanava al nostro sguardo. La signora mi ricordava la tremenda mattina del 28 dicembre 1908, quando l'acqua del mare, rosseggiante di cadaveri, indicava l'ira de la natura e quel vaporetto era un gingillo de le onde. Un forte rumore ci fece scuotere: la signora stava per gridare al terremoto, ma io la rassicurai: il rumore era stato prodotto dalla chiusura di una valvola, nient'altro. Lo stretto di Messina, celebre per la sua profondità, si estende per otto chilometri fino a Villa, piccola cittadina, altre volte fiorentissima, ora ridotta ad un cumulo di macerie ed a poche baracche. Ed è su lo stretto che si ammirano le coste de la Sicilia orientale e de la riviera calabra e i due punti illuminati ne la sera formano oggetto di piacere al viaggiatore, che per la prima volta si trova in quei paraggi. Messina e Reggio-Calabria, situate ai due punti estremi, sembrano due donne che vogliono incontrarsi per potersi dare un amplesso e sventuratamente se lo diedero ne la tremenda notte del 28 a lo imperversare de gli elementi. E dove sono, dicevo a me stesso, quei fari luminosi, ch'io avevo ammirato alcuni anni fa, su la riviera sicula? Dove i bei sobborghi messinesi di Faro, di Gazzirri e le superbe cittadine della Calabria? Tutto era scomparso: baracche, baracche, baracche da per tutto ! Alcuni anni prima un soldato mi diceva de la bellezza del lago di Como e mi faceva un bellissimo confronto con la riviera sicula. Aveva tanto veduto lui, ma de la bellezza siciliana era tanto ignaro !

Son belli questo luoghi, mi diceva, ma difettano, difettano di tente cose.

Difettano gli risposi, amico mio, di cure, non è vero?

Il militare si tacque.

La signora mi richiamò a me stesso col canto di una bella canzone napolitana, mentre il ferry-boat toccava la terra di Villa. Il viaggiare nei paesi del Mezzogiorno d'Italia è abbastanza faticosa; si esce dal ferry-boat come se si venisse fuori da una bolgia dantesca; ognuno vorrebbe arrivar prima per conquistare un posticino nei vagoni migliori: ma tutto è inutile; i carrozzoni de lo Stato ci attendono, son tutti uguali e ci si sta tanto male, maggiormente quando si è obbligati a rimaner lì come le acciughe per tutta una notte. È doloroso !

Il Napolitano e la Sicilia, trattate dal patrio governo quali terre di conquista, offrono il triste spettacolo d'un indecente abbandono. E dire che in ogni angolo d'Italia il fisco e le tasse angariano tutti i popoli dello Stivale!

Il Mezzogiorno è come segregato da la civiltà, non tante strade ferrate, nè tante altri mezzi di comunicazione; il paese prediletto de la peninsola deve godere di tutti i vantaggi, mentre quell'altro, che diede vita e sostanze al patrio riscatto, non ha diritto di reclamare. Noi siamo la canaglia conquistata, dice un mio egregio collega in un suo dramma, (1) [(1) V. Toscano -- Calabria selvaggia.] e dobbiamo servire, pagare e tacere. E il perchè di tale segregazione?, si domanda il Prof. E. Cimbali in un suo articolo sul «Corriere di Catania». Il perchè lo si domandi a certi deputati siciliani, servi di un governo e non de la più nobile regione dalla quale sono mandati. E basta colle recriminazioni, poichè siam persuasi, lasciano il tempo che trovano. (2) [(2) Almeno così si viaggiava nel 1910!] La conquista di Tripoli finalmente ha concesso al Mezzogiorno di poter godere di un treno direttissimo. I settentrionali in tal modo saranno più giusti con le nostre belle regioni.

Dopo Villa ci si interna fra le strette gole de la Calabria, terra ammalata, che richiederebbe maggior cura da parte del Gran Medico e che è lasciata incolta, brulla e selvaggia, quasi deserto africano. L'asperità de la terra stringe il cuore in una morsa di ferro: monti, monti e monti e poche cittadine lassú in pendìo e, per lunghi tratti, non s'incontra una stazione sino a Pizzo. Son passate le povere e sconquassate baracche de le distrutte cittadine lungo la costa. Qual desolazione non si è offerta ai nostri sguardi! Mi è rimasta una grande impressione di quel che fu Cannitello, di quel camposanto improvvisato fuori la porta di una chiesa semi-distrutta. Dio sa quante vittime raccolgono quelle fosse! E forse ancora la povera madre aspetta col singhiozzo a la gola il figlio contadino che quella notte non fece ritorno. Quella madre rappresenta a meraviglia la sventurata Calabria che di gioia sorrideva all'incremento de le sue piccole meraviglie e che di colpo ne rivede il carcame. Possa l'opera de l'uomo ricostruire più ricche e più belle le perle del Tirreno e un giorno non tanto lontano cantare l'inno de la rigenerazione! Pochi minuti a Pizzo e poi si riprende la corsa. Un ricordo storico va congiunto ed è il ricordo d'un tradimento: Gioacchino Murat scontò con la vita un altro tradimento. E l'ombra di quel re par chi vi appaia ne la notte cupa a maledire il vil sangue di quel Borbone, negazione di Dio.

E Pizzo, e S. Eufemia e Amantea fuggono al vostro sguardo fino a che, scosso, come da un sussulto, non vi svegliate e non vi troverete a Paola al di là del confine de la Calabria. Intanto voi dormite e il treno divore immense distanze, la notte si fa sempre più cupa fino a che l'aurora non vi annunzia la vicinanza di Battipaglia, stazione principale, dove ci si ferma per un po' di tempo.

La natura, in quei luighi vi fa assaporare la dolcezza del clima de la regione. Napoli, la bella Napoli de la canzone, si avvicina, e Pompei, Torre Annunziata, Torre del Greco, per cui si passa, vi dànno una pallida idea de la bellezza del suolo napolitano. Si è ad un certo punto vicini al mare. Da lontano si scorge Mergellina, la magnificenza del golfo Posillipo e la riviera di Chiaia e la penna più provetta, l'immaginazione più limpida s'infrangono di fronte a quel luogo di meraviglie.

Giustamente la vecchia canzone si esprime:

O dolce Napoli
o suol beato,
dove sorridere
volle il creato;

tu sei l'impero
dell'armonia....
Santa Lucia,
Santa Lucia!

Napoli, la dolce sirena d'Italia, s'erge maestosa e superba sul golfo e, per poterla godere in tutta la indescrivibile sua bellezza, bisogna osservarla dal mare, appoggiata a deliziose colline verdeggianti, a guisa di splendido anfiteatro. Laggiú, verso Mezzogiorno, sorge il Vesuvio col cratere fumante. Il mare di Napoli, che prende tutte le tinte e s'adorna di tutte le bellezze, forma l'armonia del cielo, de le stelle, de la luce, de i colori, l'armonia del firmamento con la natura, col mare, e con la terra. (1) [(1) Matilde Sera -- Napoli] E la meraviglia cresce quando più ci si avvicina, quando più si gusta quell'aer cinto di poesia, di amore, do ogni cosa bella e sublime... È Napoli, che attira col suo fascino e che volge le spalle, come donna irata, a chi non sa comprenderla; è Napoli, che, al gusto de la canzonetta aggiunge il sapore delicato d'un bacio colto su de le labbra porporine. E, come in una visione fuggono tutte le bellezze altra volta vedute ed ammirate, e in un solo istante si ammira quella che più ci è vicina, così Napoli coi suoi canti, coi suoi vezzi, fa dimenticare il passato e fa stringere altri vincoli, altri affetti per l'avvenire.

Fuori de la stazione, dopo avere spinto da una parte alcuni monelli che volevano impadronirsi de le mie valige mi fermai di fronte al monumento a Garibaldi per dare il primo saluto a quel Grande che aveva redento la più nobile regione d'Italia a la patria comune e poi mi avviai incerto e confuso.

Il rumore dei carri, de le carrozze, dei tramwai mi aveva a tal punto stordito ch'io non sapevo risolvermi a procedere oltre per paura di rimaner vittima di qualche accidente. Lessi su un lastrone di metallo l'insegna d'un albergo. Riposatomi un poco andai alla Circum-Vesuviana a prendere un biglietto per Pompei. La città romana era in cima ai miei pensieri. Le rovinate mura, la storia dolorosa che si collega all'infausto fato della sventurata città, i ricordi di scrittori, ch'io avevo presenti a la memoria, mi spingevano a studiare da vicino quelle rovine. Avevo letto tanto su Pompei, ma non avevo la visione esatta de le cose, pesava su di me un incubo e dovevo persuadermi da per me stesso. Un'ora e fui ne la città del I° secolo de l'Era Volgare. Alzando lo sguardo da l' alto, prima di entrare per la porta di Nola, si osserva il Vesuvio, che par che ancor minacci le squallide rovine. La campagna d'intorno giace in un profondo silenzio, interrotto qua e là da le diverse parlantine dei forestieri e da la voce stridula di qualche guida che vede avvicinare de la gente non munita di biglietto. Mi toccò di seguire una comitiva di signori francesi e sentire le spiegazioni in quella lingua. Un siciliano, un palermitano, mi si avvicinò e volle ch'io gli traducessi continuamente, perch'egli capiva ben poco e quindi mi toccò far da cicerone e da traduttore su cose ch'io poco conoscevo. Destino de la sorte! Pompei si presenta ancora con le sue vie intatte da l'epoca de la distruzione, con le sue case senza tetto, con la simmetria d'una città romana dei tempi de la repubblica. Si osservano le grosse pietre poste in mezzo a le vie per il passaggio de le bighe o de le quadrighe e i muri tinti in rosso con i nomi dei candidati ne le lotte municipali. Vi passano come in un cinematografo le vedute del teatro, de l'anfiteatro, de le terme, de le maggiori case e, quando per un momento voi vi fermate ad osservare, par che qualcuno vi chiami in latino per introdurvi dal signore o per darvi una tessera d'entrata agli spetttacoli pubblici. Si è in un altro mondo. Si osserva la vita romana del I° secolo coi suoi divertimenti e con le sue abitudini. È un'altra civiltà: altri uomini, altri tempi. Ecco la Basilica, il tempio d'Iside, ricettacolo d'imposture di altri sacerdoti che nulla hanno da invidiare agli attuali, e tutto quanto formò vita, costumi, usi de le donne pompeiane. Ed io mi fermai là, sur un gradino de l'Anfiteatro, e, come in un sogno, ricostruî la scena de l'ultimo giorno; vissi in quello momento tragico, fuggî coi primi, mi trovai ad una de le entrate e, coprendomi la bocca, per non respirare l'odore di zolfo e di bitume sparso ne l'aria, guadagnai la campagna. Tale dovette essere il primo pensiero del pompeiano per salvarsi: gli uomini e gli dei, disse il misero, si sono uniti per distruggere la mia città, fuggo. (1) [(1) V. Plinio.]

Ma chi doveva dire a Sallustio, sfrenato giuocatore, di dovere la propria vita all'ardire di uno schiavo, considerato fino allora da lui animale utile ? Ed oggi, dopo 18 secoli, si ammirano i poveri avanzi de la sua casa, si cerca fra le rovine de la distrutta città l'anima degli abitatori, si scruta nei più segreti ripostigli, si vuole scoprire per dare in pasto alla curiosità i piú minuti particolari de l'abbigliamento, de la civetteria e del lusso de la più umile a la più alta de le donne de Pompei. Ed io per avere una più precisa nozione di ogni cosa, mi riportavo alla storia, e sulla distruzione, a la prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito. (2) [(2) Plinio -- Epistolario -- Libro VI (Lettera 16ª e 20ª).] Ed ora ad un confronto doveroso : Pompei non è Messina. Il Vesuvio ne la sua infinita misericordia risparmiò la piú gran parte de la città e sotto la pioggia di cenere la conservò benissimo ai posteri; il terremoto del 28 dicembre 1908 spazzò via tutto quanto rimaneva de la bella Messina. Per la via Sacra, vicino a la porta di Ercolano, si entra al Museo. Pochissime cose vi sono conservate, poichè la più gran parte rimane al Museo Nazionale di Napoli. Destano raccapriccio e forte impressione l'attitudine de lo spavento di alcune fra le vittime de l'eruzione, par che vogliano impedire che la pioggia di cenere si avanzi, mentre la morte le sorprende in un'agonia triste ed angosciosa. Ed esco di là e corro a prendere il tram a vapore che mi conduce a Napoli. Dopo una scorsa a Posillipo e un'altra a riva di Chiaia, lascio con dolore la bella città e riprendo ne le ore pomeridiane il treno che dovrà condurmi ne la Città Eterna.

Avrei desiderato nel descrivere talune bellezze de la incantevole Napoli la penna di Matilde Serao, ma io non son altro che note ed appunti. Su le principali opere d'arte, ch'io non ebbi la fortuna di vedere, rimando il lettore ai libri de la Serao, che con passione ed amore ha tanto parlato de la patria sua.



CAPITOLO III.
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Da Napoli a Roma

Chi lasciando una bella città non rievoca i dolci ricordi, le memorie care, le liete interviste, i trattenimenti piacevoli passati? Chi non sente internamente il desiderio di ritornare sui propri passi se non fosse per la forza de le cose e per il tempo che gli rimane per vedere altre meraviglie, per gustare altri divertimenti ? E il ricordo ed il desiderio si fanno ancor più vivi appena voi sentite muovere sotto i vostri piedi la vettura e vedete passare a volo le casupole e le piante, i campi e le immense distese di terreno incolto. M'ero seduto allora in preda ai miei pensieri, quando un suono argentino richiamò la mia attenzione. Era una signora che in francese mi domandava s'io ero fumatore.

-- No, signora, risposi con gentilezza.

Mi invitò a parlare in italiano e la conversazione si fece più viva e piú curiosa, poichè la signora comprendeva poco la nostra lingua ed il suo non era che uno sforzo d'intelligenza nel volerla parlare.

A Caserta, dove il direttissimo si fermò, salirono altri due signori francesi, i quali, presero parte a la conversazione. L'agro romano si presenta oggi come un'immensa distesa incolta. Non più i tempi de l'antica repubblica quando quei luighi davan cibo a numerose famiglie, non più quella plebe che lavorava per saziare le ingorde brame dei patres coscripti, solo si osserva un po' di coltivazione e alcuni casolari, dimore di contadini. È splendido in questi luoghi il magnifico tramonto del sole: è uno di quei tramonti che son difficili in altre regioni de la peninsola. Il sole con gli ultimi suoi raggi indora quella campagna tutta eguale e par che ogni cosa si confonda in un roseo indefinibile, in un roseo senza confini. L'agro romano diceva la signora, fu teatro de le glorie di Roma, oggi è il ricettacolo di povera gente, poco istruita e cha lavora a spizzico queste terre, che i grossi feudatari tengono come un'aureola di fasto ai loro ricchi possedimenti. E questi signori, che non sentono il dovere di dissodare il terreno che darebbe pane a centinaia di contadini, dovrebbero fare una vera guerra al latifondo, diminuendo così il contigente de l'emigrazione.

La signora aveva ragione, ed io le feci anche osoervare [sic] che non solo l' Agro romano trovasi in quelle tristi condizioni, ma anche la maggior parte dei terreni de la Sicilia, sventurata regione, trascurata dai governanti.

Ah, diceva il signor Lemelle, se si riscontrasse la stessa fertilità ne le nostre regioni, quante, quante ricchezze non avrebbe la patria mia? L' Italia, paese agricolo per eccellenza, dovrebbe curare di più l'istruzione agraria dei contadini, spingere i grossi feudatari a la coltivazione dei terreni incolti con premî in denaro e, nella migliore delle ipotesi, fare una legge abolente in modo definitivo il latifondo.

Son tutte belle ragioni, aggiunsi, ma chi spingerà tale riforma? Forse i forti feudatari che sono in maggioranza ne la Camera italiana? È inutile, la mia patria ancora risente i venefici influssi de le passate dominazioni e forse i secoli potranno trasformarla e renderla più attiva e più fattiva. e la conversazione terminò perchè il direttissimo rallentava la sua corsa e la città eterna si faceva più vicina e già si scorgeva gli Acquidotti di Claudia, la tomba di Cecilia Matella e i ruderi de l'antica padrona de le genti. Il cuore mi batteva forte. ero a Roma, sogno dei nostri padri, capitale de la nostra patria, unita e libera, centro di tutte le aspirazioni di coloro che tanto sacrificarono e tanto combatterono.

Quei ruderi mi richiamavano tutte le cognizioni storiche sui monumenti che caddero poi sotto la mia osservazione. Il mio sguardo si fermava su quella lunga via, la Appia, che a guisa d'una striscia bianca, internavasi dal Lazio fino agli estremi limiti de la Campania e cha allora era un mezzo di comunicazione fra tutte le colonie romane, stabilite nel Mezzogiorno d'Italia, colonie, che tenevano a freno le terre conquistate. Roma bisogna considerarla sotto un triplice aspetto: la Roma antica: repubblicana od imperiale, la Roma deo papi e la Roma moderna. Son de le divisioni che il viaggiatore intelligente deve necessariamente fare, se vuol formarsi un esatto concetto de la città eterna. Dei tempi de la repubblica e de l'impero rimane molto a studiare per coloro che si occupano di archeologia, ma il profano che nutre solo l'intenzione di osservare en passant i ruderi, solo si ferma su quelli che muovono il suo interesse. E gli passano dinnanzi il Colosseo o Anfiteatro Flavio con gli ultimi restauri e, un po' al di là, l'Arco di Tito, e poi la Colonna Traiana, l'Arco di Settimio Severo, quello di Costantino, il Pantheon, gli avanzi del Foro Romano e le colonne del Foro Traiano. Dall'Arco di Tito esservavo gli avanzi del Colosseo. Fu in quel luogo, sacro a le memorie cristiane, che i martiri de la religione di amore, furono dati in pasto a le fiere per divertire il popolo e la crudeltà degli imperatori. L'impero in quel tempo attraversava un periodo di crisi profonda e i cristiani minavano le sue basi con le massime di amore e di misericordia. La loro religione, molto più positiva di quella pagana, scavava una diga fra il sacrum imperium e la nuova credenza. Eran colpi di piccone bene assestati e non poteva non rovinare il gran colosso, poggiato come quello di Nabucco su basi di argilla. I martiri cadevano, ma il loro sangue prolificava e nuovi cristiani gridavano alto il loro dio e affrontavano con la legge di amore le armi e la potenza degli imperatori. Il nemico non combatteva a viso aperto, nè in aperta campagna; doveva necessariamente trionfare e abbattere gli ostacoli.

E la voce de le catacombe, il martirio, le pene capitali non ispaventarono nè Paolo di Tarso, nè i suoi seguaci e il cristianesimo penetrò lentamente ne l'esercito e ne la stessa camera da letto de l'imperatore. Le più nobili matrone romane erano di già cristiane e si vuole che lo fosse la stessa moglie di Nerone. Gl'imperatori capirono il pericolo, ma male lo affrontarono; non seppero cioè avvalersi fin dal principio de la potenza politica che nascondevasi ne le massime cristiane. Troppo tardi se ne accorsero, quando cioè l'impero correva a irreparabile rovina, al tempo di Costantino. Solo allora il cristianesimo, falsato dal cattolicesimo, si manifestò in tutta la sua interezza, rinnegò le sue origini divine, fece politica e s'impose agli stessi imperatori. Umile era nato, col sangue era cresciuto, ne l'opulenza doveva finire. Non più si vide allora la fede animatrice di nobili azioni, il sacrifizio dei beni e de la vita, ma una sola dea comandò a papi e a vescovi: l'ambizione per il dominio del mondo.

E Silvestro I con Costantino e la chiamata dei barbari, se togli il fatto di Attila, e l'inchino ai re stranieri e tutte le mali arti per far dimenticare la sublimità e l'eterno amore de la più bella e de la più santa de le religioni che sieno mai esistite al mondo. Non aveva detto Cristo: Regnum meum non est de hoc mundo ? e il prete che si chiamò suo successore non sedette fra il lusso e la potenza in quella stessa Roma ch'egli usurpò e non si sostituì in crudeltà in secoli più prossimi a noi agli stessi imperatori, per la ragione de la propria conservazione ?

Ed io percorrevo con lo sguardo quel grande recinto, guardavo quell' immenso fabbricato che alla luce del sole si profilava splendidamente e pensavo ancora che se i secoli passati avevano potuto non conservarlo all' ammirazione dei posteri. De la Roma pagana il viaggiatore si forma un esatto concetto guardando i ruderi del Foro.

È là che si concentrava la vita de l' antica madre de le genti, è là che Cesare trovò la morte, é là che la voce di Cicerone tuonò tremenda contro Antonio e la corruzione dei tempi. E la storia si racchiude in quel vasto recinto e i tempî ed il Senato, e la Curia e le colonne piú famose ci dicono tante cose, ci fanno conoscere i costumi dei nostri antenati. Passando, leggevo le iscrizioni, ma ero curioso di vedere, la tomba di Romolo.

Mi trovavo a destra da chi entra ne gli scavi e ne domandai ad un custode. Mi rispose in francese: Au l'autre coté. Sorrisi, mi avvicinai al luogo indicato e dovetti convincermi che purtroppo si naviga nel regno de le ipotesi e de le supposizioni. Rimasi qualche ora ad osservare altri ruderi ed intesi una guida che dava de le spiegazioni ad una comitiva di signore; poi mi allontanai in direaione opposta ed uscii per la via del Colosseo. Era già sera e lo stomaco limava: avevo bisogno di riposo o almeno di rivedere la città moderna e mi avviai per il Corso Nazionale, allora popolatissimo, essendo ne le ultime ore del passeggio. Da la Roma antica ero penetrato ne la Roma moderna. Corso Nazionale, è vicino a le vie XX Settembre, Principe Amedeo e Principe Umberto; tutte e quattro poi vanno in piazza di Termini, dove trovasi la fontana di Leda.

E a proposito è opportuno rilevare che i preti catanesi fecero a suo tempo il diavolo a quattro per la fontana luminosa di piazza dei Martiri, tacciando d'immoralità l'autore. Che dire de la fontana di Leda? Lascio a la considerazione dei lettori la risposta. La Roma moderna differisce immensamente de la Roma dei Papi.

Ai tempi de la dominazione pretesca certe vie della città formavano un letamaio, al dire del nostro De Amicis, e le grandiose rovine erano i luoghi dove più si accumulavano le immondizie. Non nettezza pubblica, nè igiene conoscevano i signori preti; mentre oggi la capitale è una de le più belle città d' Italia, e può benissimo gareggiare con le più grandi metropoli del mondo.

Da Piazza di Termini volli andare a Villa Borghe se, oggi Villa Umberto I e di là, attraversando il Pincio, mi fermai sulla terrazza della chiesa della SS. Trinità dei Monti, da dove si gode uno dei più bei panorami di Roma. In lontananza si vedono tre diramazioni di vie che da Piazza del Popolo vanno fino a le porte de la città eterna e si estendono un po' in certi punti ne la campagna romana. Guardando a sinistra si scorge il monumento a G. Garibaldi sul Gianicolo e poi a destra le vie del Babbuino e Ripetta e al di qua il ponte del Quirinale e quasi sotto di noi la Piazza ed il Foro Traiano.

È tutta Roma che si domina con lo sguardo e una striscia sormontata da ponti ci si fa più vicina: è il Tevere, il biondo Tevere, che divide Roma. Scendendo la gradinata della chiesa, facevo internamente questa riflessione: Se in oggi la città ha tanto splendore di bellezze artistiche, tanta grandezza e non è che la capitale d' un regno, che cosa doveva in allora essere quando dominava tutto il mondo conosciuto ? È pur vero che al solo romanus sum tremarono tutte le genti, ma é altrattanto vero che la Grecia dominata, s'impose colla sua raffinitezza e dominò la durezza del conquistatore. E Siri e Fenici e Greci e popoli orientali, che furono trasportati a la capitale, contribuirono per i primi al suo decadimento. La sua grandezza spariva lentamente fino a quando cadde ne le mani dei barbari e da queste in quelle non meno voraci dei papi. La Roma italiana, se non à acquistato quell'antico splendore, à potuto riavere almeno qualcosa di quello che le spettava quale madre de le genti.

L'indomani del mio arrivo volli dare una capatina a S. Pietro in Vaticano che è, a dir di molti, il maggior tempio de la cristianità. Con la visita ai monumenti sacri si perviene finalmente a la terza considerazione di Roma. I papi, colle loro ricchezze, accomulate [sic] da le spremute tasche dei fedeli credenzoni, hanno innalzato un tutti i secoli i migliori tempi a Cristo ed ai Santi.

Trasformato il tempio di Antonino e Faustina ed il Pantheon, nei siti migliori fabbricarono chiese, che, considerate dal punto di vista artistico, danno lustro e decoro a la città eterna. La storia de la costruzione del tempio di S. Pietro in Vaticano si ricollega mirabilmente a quell' altra invenzione pretesca de le indulgenze.

Leone X pur di rinsanguare l'esausto bilancio pontificio ricorse ad un espediente, degno di un figlio di Casa Medici: le indulgenze, che gli fruttarono tesori e d'altra parte lo scisma e la riforma de la Chiesa con Martin Lutero e i suoi seguaci. Col denaro, dunque, dei fedeli doveva costruirsi quell' immenso edificio che tanto sudore costò au più grandi genî de l'arte italiana. Al primo entrare in S. Pietro, il forestiero subisce un primo effetto di otticità: i due angeli che stanno vicini a le pile de l'acqua benedetta non par che sieno uguali di dimensioni se non si prende la giusta misura di distanza; cioè se non si sta a mezzo de l'entrata. Ad ogni passo in S. Pietro bisogna riandare un po' di storia se si vuol capire qualche cosa: le tombe dei papi passano a lo sguardo e Clemente VIII e Innocenzo [sic] III e Callisto III e Celestino V.

« che fece per viltate il gran rifiuto »
e Pio VI e Pio VII e finalmente Leone XIII son lì sepolti, che attendono, secondo il Vangelo, la resurrezione universale o il giudizio de le genti.

Salî infine sulla cupola e che grandiosità di veduta ! È proprio indinenticabile ! Bisogna sentire qualcosa in seno e poterla esprimere; bisogna quasi alleggerirsi d' un peso per poter confessare che tutta la grandezza romana si rivela all'attonito viaggiatore sotto tutte le forme e sotto tutti gli aspetti. In Roma tutto è maestoso: le vie, le piazze, le chiese, i monumenti d'arte, tutto rivela il genio, la potenza. il fasto de le passate generazioni. Discesi di lassù con l'animo confortato: avevo davvero goduto pochi istanti di felicità e non volli imitare coloro, illustri sconosciuti, che ponevano le firme a tergo ai muri, su le colonne e a la base dei piccoli architravi.

È un brutto uso, dicevo a un signore, che bisognava severamente proibire. Chi si cura di quel nome, di quella persona che rimane oscura agli altri viaggiatori? -- È la cretineria umana, mi rispose quel signore, e bisogna perdonare certe sciocchezze. Erano intanto le dieci e dovevo entrare in Vaticano. Mi avvicinai al portone a sinistra di chi scende e appena vidi le uniformi de gli svizzeri non potei trattenere il riso. Ancora, esclamai, lo straniero in casa nostra! É giusto del resto: debbono guardare gli ultimi avanzi de la dominazione pontificia.... Oh quelle alabarde e quei vestiti gialli e a toppe a foggia di allerchini, non potrò mai dimenticarli ! Mi ricordai di alcuni versi de lo Stecchetti e macchinalmente li recitai a memoria.

Mi avvicinai ad uno di essi e gli chiesi se si entrava per di là ne le logge di Raffaello.

Mi aspettavo per lo meno un grosso sternuto stecchettiano, ma nulla di tutto ciò, l'arlecchino mi indicò la via de le fondamenta che trovasi a sinistra della Chiesa di S. Pietro. Salutai con un risolino ironico quel coso e mi allontanai di corsa ne la direzione indicatami.

-- Il Papa è prigioniero in Vaticano, la veda, signore, dicevami un giovanotto fiorentino, e bisogna ch'egli faccia penitenza ne le sue undicimila stanze e nei suoi ampî giardini e raccolga l'oro dei fedeli di tutto il mondo per vivere.

-- Eh già, risposi io, in tono pure canzonatorio, il poverino non ha di bisogno de le nostre elemosine, ma si becca quelle benedette tasse d' entrata per poter visitare i musei vaticani. Non à letto lei che ciò che si dà al Papa si presta a Dio ? (1) [(1) Storico.]

-- Eh già ! eh già ! Bisogna pagàre e poi... servire domino in laetitia.

Ed entrammo insieme ne le sale de le carte geografiche, ne le logge di Raffaello e ne la Cappella Sistina.

Quante ricchezze, quante opere d'arte in quelle sale !

Dovunque si posi il vostro sguardo, voi di certo ammirerete, da la scultura romana a le opere pregevoli del rinascimento, e da queste a quelle moderne, lo scalpello di Fidia, il pennello di Michelangelo, e dei migliori artisti de la scuola fiorentine e romana. Leone X, protettore de le belle arti, a simiglianza di Augusto, aveva chiamato alla sua Corte i migliori ingegni del suo tempo e devesi all'arte di Michelangelo la costruzione de la cupola di San Pietro e i più bei quadri che adornano alcune sale dello storico palazzo; a Raffaello il magnifico Giudizio di Dio e quasi tutti gli affreschi ne la cappella Sistina. Il secolo del Rinascimento è là in tutto il suo splendore e l'Italia può andare orgogliosa di quei figli che la resero tanto grande e formarono l'ammirazione di tutto il mondo. Io non posso parlare con fine accuratezza de le opere d' arte, perchè profano in simile materia, ma l'impressione da esse destatami, rimarrà sempre ne la mia memoria e non si cancellerà giammai. Da una finestra guardai gli immensi giardini del Vaticano e mi convinsi che la prigionia in tali luoghi val più di ogni libertà.

Tornato in piazza S. Pietro, girai di nuovo lo sguardo su quell'immenso edifizio e per la via Principe Umberto guadagnai la Stazione di Piazza Termini. Oh Roma ! Madre gloriosa de le genti, tu che tanta potenza spargesti per il mondo, tu che vedesti ai tuoi piedi i più forti re de la terra, sei veramente maestosa per i tuoi palazzi, per le tue vie, per le sacre memorie dei nostri antenati che gelosamente conservi, io, foglio de l'isola più bella, ti saluto e ti venero come la cosa piú sacra de la patria mia. Possa tu sempre importi presso tutte le genti ed essere maestra di civiltà e di progresso.

Risuona ancora il tuo nome sulle terre africane del Mediterraneo e quei luighi che ricordano le opere tue immortali sono stati irrorati dal sangue dei tuoi nepoti. Le aquile e le bandiere !

Che glorioso contrasto!



CAPITOLO IV.
--
Da Roma a Firenze

Leopoldo II di Lorena lasciò Firenze colla speranza di ritornarvi, ma il poverino aveva fatto i conti senza l'oste. La rivoluzione gli chiuse le porte in faccia e la via dello esilio fu per lui più dolorosa, perchè aveva lasciato ne la diletta Toscana tanta parte di sè. Ed a ragione : cecchè si voglia dire dal Giusti, il governo dei Lorenesi fu per la Toscana mite e generosa, aveva saputo educare il popolo a civiltà e non aveva badato a sacrifizi per arrichirlo di opere d'arte meravigliose e per rendere forte ne le industrie e nei commerci.

La Toscana si presenta oggi al forestiero come la parte più bella, come il luogo più delizioso dove a la lingua pura si accoppia l'incanto de la natura e la gentilezza propria degli abitanti. Avevo per poco attraversato Attigliano e da lo sportello del vagone ammiravo quella distesa d'un verde senza confini, d'una poesia ch'io non saprei tradurre in opportune parole. E mentre il treno correva attraverso quelle deliziose campagne, il mio pensiero volava a coloro che resero grande ed illustre nelle lettere la mia Italia e principalmente al padre de la lingua, a Dante Alighieri. Rivedevo ne la mia mente tutto quanto era accaduto in quei luoghi, l'esilio ferzato del poeta e molta parte del divino poema mi si spiegava. Era pervenuto in quel luogo

... ove convien che luca
e i Bianchi e i Neri e i Guelfi e i Ghibellini mi parlavano dei loro tempi e de le guerre civili e fratricide.

La campagna toscana a differenza de la romana presenta tutte le attrattive, spinge a la poesia: le stazioni si succedono a le stazioni e Chiusi ed Arezzo vi passano come in un sogno. Ed al di là di Chiusi il vostro pensiero non si ferma a la dolce poesia de l'amore e a la bella e divina Laura che di suoi vezzi fece incantare il poeta de la canzone: Francesco Petrarca ?

Un sorriso vi sfiora le labbra e voi ripeterete, come spinto da un'interna forza, la poesia de le « Chiare, fresche e dolci acque e vi sentirete trasportato nei regni incantati de l'amore, con la cara e gentile anima del poeta. E quante e quante altre memorie non vi si fanno a la mente ! E' stato un attimo e la visione vi è sparita dinnanzi. E Voi camminate e, ad ogni passo, la storia de la patria vostro vi ricorda tutto quanto avete letto e studiato nei libri e una visione gentile e pura vi richiama da la vostra meditazione.

E' la voce di un'altra civiltà molto lontana, è la voce de l'antico etrusco, che v'invita a visitare quei luoghi e vi dice: io son colui che fui e vivo e vivrò sempre ne la memoria dei popoli; guardate le mie tombe, entrate nei musei e ammirate le mie meraviglie! E voi rimarrete estatiso fino a quando un'altra voce vi dirà: io son la vittoria, le mie aquile penetrarono fino ai piú lontani confini del mondo allora conosciuto e feci tremare le genti al solo mio nome. E' vero, continua la voce, è vero; io mi sostituii a due civiltà: a la etrusca ed a la greca, ma poi, vinta e domata per la forza de gli avvenimenti, soggiacqui. Queste due voci son tutta una storia e mentre il treno corre, volgendovi a destra, ammirete il Lago Trasimeno. Un esercito romano trovò la morte in quelle acque e la fantasia di certo ricostruirà il quadro de la battaglia. Voi vedrete Annibale, torvo, comandare ai suoi l'assalto, l'accerchiamento; credete di esser presente, ma per poco potete fermarvi su quelle memorie; è già sera e il pensier vostro é rivolto a la gentile città dei fiori dove poserete e con rispetto la saluterete.

Ed a la colta e gentile Firenze era rivolto il mio pensiero e man mano che il treno mi avvicinava a Campo Marte recitavo i versi del Foscolo nei Sepolcri :

E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l'ira al Chibellin fuggiasco,
E tu i cari parenti e l'idioma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che amore in Grecia nudo e nudo i Roma,
D'un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere celeste.

Tutto il cervello d'Italia, al dir di un grand'uomo, è racchiuso in fra le mura de la diva Firenze. Rivivono, si, rivivono le memorie dantesche, petrarschesche e boccaccesche ed io volavo colla mia fantasia ne l'oscura notte di quei tempi e rivedevo, fremente, le lotte fratricide e l' ardente amor di patria per por fine a la dominazione medicea. E mentre meditavo, un signore mi disse in francese: Monsieur, nous sommes arrivès, n'est-ce pas ?

Oui, Monsieur, gli risposi. Firenze, S. Maria Novella ! Firenze S. M. Novella ! Afferrai le mie valigie, attraversai la folla e per una de le uscite principali entrai in città.

Avevo veduto altre due belle e grandi città d'Italia, ma l'impressione destatami da la gentile Firenze, sorpassò in quel momento ogni moa aspettativa. Firenze, di sera, si presenta al forestiero, molto silenziosa e se non fosse per il tintinnio dei tramwai, si direbbe che tutto tace. E la vita dei caffè, de le birrarie, dei saloni di società che forse attira il fiorentino e non il rumore de le vie, come si pratica nelle città meridionali.

FIRENZE

La cittá nei tempi antichi, ne l'Evo medio, e nei tempi moderni. Monumenti ed opere d'arte. La poesia.

Ricordi ed immagini passeggiando per le vie de la città.

Riflessioni finali. Conversazioni su la lingua con una signora fiorentina.

    . . . . . . . quel popolo
Che discese da Fiesole ab antico
        Dante, Par., Cant.

La piccola cittadina di Fiesole diede i natali a Firenze, così le antiche cronache. Nel luogo più bello de la pianura toscana sorse come per incanto la gentile città dei fiori e di sua vita ornò il suolo de l'arte e de l'amore. Dovunque io mi volga, dice Iacopo Ortis, (1) trovo le case ove nacquero, e le píe zolle dove riposano quei primi grandi Toscani. ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie. [(1) Foscolo -- Le ultime lettere di Iacopo Ortis.] Dire di più di Firenze, dopo quanto si è detto e scritto, a me, povero scrittore, sembra opera onerosa; non potrei che descrivere con poche parole le mie deboli impressioni. La città, durante il Medio Evo, godette di un'autorità suprema sugli altri Comuni e Pisa, dopo non breve tempo, dovette sopportare le dure catene. Le guerre de la prima metà del XXXI secolo diedero Firenze in balia dei partiti e i Guelfi e i Ghibellini e i Bianchie i Neri inumidirono di lor sangue le patrie zolle, esiliando i migliori. Il suo reggersi a Comune libero duró poco. Si vedevano già i suoi padroni ne la casa Medici e Cosimo il Vecchio, usando del potere, cercò d'impadronirsi di tutto. Il fatto di Carlo VIII e del geloso cappone tolse ai Medici il predominio, ma un papa mulo, il diavolo lo abbia in gloria, con l'aiuto di Carlo V se ne impadronì e ne formó un ducato. I Medici si spensero con Gastone nel 1737 e ad essi subentrano i Lorenesi con Leopoldo I e vi regnarono fino al 1859 quando, con Leopoldo II, presero la via de l'esilio.

La città moderna conserva molto dell'antico; in alcuni punti son le medesime vie dei tempi di Dante; accoppia a la stretta eleganza la struttura magnifica dei suoi fabbricati. È un tutto armonico : culla de l'arte, racchiude quanto di più il cervello artistico d'Italia ha potuto creare; giardino d'Italia, siede fra i suoi colli verdeggianti di vigne e d'uliveti che mille incensi di fiori mandano al cielo. La Firenze di sera ben altra cosa che la Firenze di giorno. Il suo bel panorama bisogna osservarlo dal Piazzale Michelangelo che si eleva al di là de l'Arno sur un' altura o dai diversi punti di vista del famoso giardino di Boboli, o dal Convento di S. Francesco in Fiesole. Di sera mi portai per le rampe al Piazzale Michelangelo e, appoggiatomi, alla ringhiera osservai la bella città tutta illuminata. Oh veduta incantevole! L'Arno si profilava e fuggiva verso la campagna toscana, la luna inargentava le sue acque e formava una lunga striscia luminosa.

E i quattro ponti ; de le Grazie, di S. Trinita, de la Carraia e Ponte Vecchio illuminati e in fondo gli edifizi de la città : S. M. Maria del Fiore collo storico Campanile di Giotto, Palazzo Vecchio o de la Signoria, S. Croce, S. Maria Novella, S. Spirito, gli Uffizï e palazzo Riccardi e in lontananze i Colli e Fiesole e Settignano e Doccia e Rifredi che fanno corona al bel fiore. Oh divina Firenze, patria di grandi, maestra di civiltà, quanta magnificenza e ricchezza non è in te !

Tu per sola costituisci il piú ricco gioiello d'Italia e fai dire al forestiero che tutta quanta la nazione e il giardino d'Europa ! [sic] Dicesi di lassú e m'avviai verso Lungarno Acciaioli. La via era in quel momento solitaria; girai lo sguardo attorno e lo fermai su la porta S. Miniato. I campi si osservavano in lontananza, l'Arno ai miei piedi e mi risovvenni de' versi del Foscolo a proposito di Vittorio Alfieri, che, solitario, andava muto per quei luoghi

e aveva sul volto il pallor de la morte e la speranza.

Per potersi formare un'idea esatta di Firenze bisogna che il viaggiatore visiti a poco a poco i monumenti e le opere d'arte. Ed è un dovere per lui ch'egli vada a S. Croce a dare il saluto a coloro che onorarono la patria nostra. In quel tempio sono accolte le itale glorie. E Michelangelo e Dante Alighieri e Leonardo de [sic] Vinci e Ugo Foscolo e Atto Vannucci e le tombe di molti altri illustri italiani e di colui che,

irato ai patri numi, errava muto
ove Arno è più deserto.....
passano al vostro sguardo.

Dopo aver ammirato gli affreschi de le diverse cappelle uscite da S. Croce e fermatevi ne la piazza vicino al monumento che la Fiorenza dei posteri dedicò al sommo poeta, al fiero ghibellino. Veduta S. Croce un altro pensiero vi rimane: altre tombe dovrete ammirare e quindi dovrete volgere i vostri passi verso Borgo S. Lorenzo, a la Cappella dei Medici.

È un edifizio ottagonale e internamente l'arte michelangiolesca vi è profusa a piene mani.

Mi fermai a la tomba di Giuliano de' Medici e vidi ai due lati il giorno e la Notte del divino scultore.

Da Cosimo I a Gastone i Medici riposano là, sotto le arcate di quel tempio, e ricordano tante cose de la storia di Firenze.

La sera, appena fui in albergo, scrissi il mio itinerario per la visita degli altri monumenti celebri e rimandai all'ultimo giorno il giro dei dintorni de la città. Uscito di casa di buon mattino, andai in piazza del Duomo ed entrai in chiesa. S. Maria del Fiore ricorda i migliori artisti fiorentini e principalmente Michelangelo e Brunelleschi. La magnifica cupola del Battistero è un' opera altamente meravigliosa, si eleva sotto quel cielo sempre più terso e si scorge da tutti i punti di vista come un trionfo. I secoli passeranno, ma la memoria del grande Brunelleschi rimarrà imperitura.

La facciata in marmo bianco e a colori brilla da lontano ai raggi del sole: è un'opera grandiosa che rivela il gusto e la finezza di quei grandi genii che la formarono. L'interno de la chiesa giace in una fitta penombra; presenta poche attrattive, se togli i grandi quadri de la pittura e de l'arte cinquecentesca. Vicino al Duomo il Battistero con le porte del Paradiso: è un edifizio ottagonale e riceve la luce dall'alto, come il Pantheon di Roma. Vi sono sepolti alcuni papi. La torre di Giotto, attigua al Duomo, si eleva superba e maestosa; è un'opera colossale e di lassù si gode uno dei più superbi panorami de la città e dei dintorni.

Se le mie non fossero che note ed appunti, dovrei fermarmi per non breve tratto a la descrizione di ciascun monumento ed illustrarlo al discreto lettore, ma l'opera mia non può dar tanto perchè debbo attenermi al mio programma. (Su Firenze si legga il volume di Wolfgango Goethe per potersi formare un esatto concetto de la città). Il Goethe chiama Firenze un continuo museo. Da Piazza del Duomo mi portai in quella della Signoria. Fu in quel luogo che soffrì la morte uno dei più valorosi apostoli de la libertà fiorentina: Girolamo Savanarola. Entrai in Palazzo Vecchio ed ammirai i magnifici portici de la corte e la sala dei Cinquecento, gli splendidi quadri riproducenti episodi storici. La statua di Girolamo Savanarola si eleva di fronte a le finestre. Il martire, malcompreso, ha avuto il posto che gli spettava. Fu in quel vasto salone tenuto il secondo parlamento italiano dal 1865 al 1870, prima de la presa di Roma.

Quello storico palazzo, sentinella avanzata à veduto nei secoli, tanti mutamenti di fortuna: dai Signori con Cosimo il Vecchio, a la perdita de la libertà con Alessandro dei Medici e ai Lorenesi e finalmente al tricolore sventolante in una de le sue principali finestre. E su la sua torre il segnacolo de la libertà e de l'unità de la patria sventolò al sole il 27 aprile 1859 preludendo a l'esilio di Leopoldo II. Oggi conserva tutte le sue richezze e fa mostra di sè al forestiero che rimane preso d' ammirazione profonda ed è sede del Municipio. Ne la stessa piazza, a destra si ammirano i mezzo busti dei grandi fiorentini, che più si cooperarono per l'unità de la patria e i loro nomi son riprodotti su targhe di marmo a memoria perenne dei posteri. A sinistra di Palazzo Vecchio è la famosa fontana del Nettuno. Piazza de la Signoria ricorda il rogo di Girolamo Savanarola. Mentre guardavo la fontana del Nettuno, una signora, con la quale avevo tanto conversato in treno, mi toccò leggermente al braccio e mi salutò ridendo.

-- E lei che cosa fa col naso in aria ? Ha veduto tutti i monumenti di Firenze ? mi domandò.

-- Tutti no, signora, mi son messo in giro stamattina e, seguendo la guida, sono riuscito a vedere qualcosa.

-- Io ho fatto più di lei; mi sono riposata in albergo ed esco proprio ora. Vuol tenermi compagnia ?

-- S'immagini; io son solo e una guida intelligente come lei sarà la mia fortuna.

-- Pochi complimenti ed andiamo.

Suonavano le dieci a Palazzo Vecchio: era l'ora di entrare nelle Gallerie degli Uffizi. Giacchè siam vicini vogliamo fare una visita alle gallerie, dissi a la mia compagna. Entrammo, e dopo la sala di disegno che rimane al primo piano, guardammo i mezzo busti di Leopoldo do Lorena e di Ferdinando II di Borbone e nel corridoio principale le opere dei migliori scultori dei secoli passati e la Venere dei Medici che, putibonda, copresi con la mano. Un professore spiegava ad un gruppo di signorine un abbozzo di figura e faceva alcuni confronti con un quadro de lo stesso autore, rilevandone i pregi ed i difetti. Alcune signorine lavoravono su diversi originali. Noi seguimmo il professore nel giro de le sale e poi ci fermammo in quella de le Niobidi. Niobe, colpita da l' ira de Giunone, vede colpire tutti i suoi figli e cerca di salvare l'ultimo che le viene ucciso in grembo. Bisogna osservare i diversi atteggiamenti de gli infelici che sono colpiti dai dardi celesti, e quello de la povera madre che par che si rivolga a Giunone e la preghi di preservarle l'ultimo dei figli. E [sic] opera d'uno scultore greco, finora sconosciuto e dicesi che formavano il fregio d'un arco d'un tempio greco, forse del Partenone in Atene. E passano al nostro sguardo i quadri di Tiziano, di Giotto, di Michelangelo, di Donatello e di cento e cento altri pittori de la scuola fiorentina, della romana e di quella veneta e destano impressione le pitture del Veronese. Il valore artistico di tutti quei quadri è grande, ma io, profano de l' arte, non posso che dare il primo giudizio, riservando agli studiosi il vero ed il profondo in simile materia.

Ne la sala dove si conservavano i ritratti de la famiglia medicea guardammo con attenzione la miniatura de la celebre figlia di Papa Borgia : Lucrezia. Su questa donna diceami la signora, si è sbizzarrita la fantasia dei romanzieri; l'hanno descritta come colei, che, incestuosa,

puttaneggiar coi regi....
fu vista e insieme al fratello coprì di vergogna la sua famiglia e la Chiesa de la quale era protetta.

La miniatura è d'una veridicità sorprendente e il custode dicevami che dei ladri avevano voluto rubarla, ma scontarono col carcere il loro delitto.

Lucrezia è rappresentata di profilo; il suo occhio provocante si rivela ne la espressione viva del viso d'un incarnato perfetto: (Papa Borgia poteva gloriarsi d'una simile figlia) il tutto rileva colei che voglia meditare e studiare il delitto. Tale fu la mia impressione. Ritornando indietro entrammo, con un secondo biglietto, ne le gallerie di Palazzo Pitti. Osservate le diverse pitture e sculture dei Granduchi di Toscana. Palazzo Pitti forma un grande museo: al pianterreno si conservano i vasi d' oro e d' argento de le famiglie medicea e lorenese, dei lavori finissimi di Luca della Robbia, del Cellini e di altri casellatori, nonchè i lampadari, i lavori in legno ed in avorio d'insigni artisti del Rinascimento. Gli appartamenti granducali e reali stanno al piano superiore e a colpo d'occhio si nota la differenza di stile. Il biglietto in quel giorno ci dava l' adito al gioardino di Boboli e alle scuderie.

La signora, mia compagna, mi faceva osservare che per quella stessa via, che noi percorrevamo, Leopoldo II dovette sicuramente scappare per l'esilio. (Il fatto ci venne poi confermato dal custode delle RR. Scuderie). Il giardino di Boboli tutto a serre fitte e lunghe, a viali immensi a parchi meravigliosi, forma uno dei più ricchi e superbi giardini del mondo.

In reparti separati si coltivano le più svariate erbe e piante a proporzionata temperatura e sotto vetri e possiede alcuni punti di vista davvero incantevoli.. Salimmo con la signora su una torre in un punto elevatissimo del giardino ed osservammo il bel panorama di Firenze. La città siede regina in una bellissima valle: in fondo i colli su cui son fabbricati Fiesole e Settignano e a destra Doccia Rifredi ed in lontananza Prato in Toscana. Deliziosa veduta che fa tante volte esclamare al forestiero col Foscolo

. . . . . . . . . . per le felici
Aure pregne di vita, e pe' lavacri
Che da' suoi gioghi a te versa Appennino !

Il sole illuminava la bella città e noi non potevamo staccare lo sguardo dai grandi monumenti che si profilavano in tutto il loro splendore. Il panorama ci offriva la veduta di fronte de la città, ma noi, curiosi, volemmo godere un altro punto di vista. Salimmo i gradini d'una alta torre e Firenze ci presentò i fianchi. L' Arno divideva la città e si distinguevano le porte S. Miniato e Romana e Piazzale Michelangelo e a sinistra il bel campanile di Giotto, S. Maria del Fiore, S. M. Novella, il Battistero e tutta la parte opposta giacente a destra del fiume. Veduta incantevole ch'io mai dimenticherò. Scendemmo soddisfatti e per una fitta via di serre giungemmo alle scuderie. In sul finire di Boboli mi rallegrai ne l'incontrare un gentile visetto. Una signorina, vestita a nero, sprovvista di biglietto, non era potuta entrare a le scuderie e parlava coi giardinieri. Dalle sue parole avvertî un accento tutto meridionale. Il cuore mi diceva che quella ragazza doveva essere siciliana e frugavo negli angoli più reconditi de la mia memoria per richiamarla a me stesso. Sarà lei, dissi, prima di avvicinarmi, ma forse... Le dissi:

-- Scusi, signorina, il suo accento sembra meridionale: è siciliana ?

Si, mi rispose, son messinese e mi trovo a Firenze da due anni. Insegno scienze e matematica ne la R. Scuola Tecnica femminile.

-- Se non erro, lei frequentava il Liceo Cutelli de la mia città.

-- È vero, nel 1901.

Sorrisi di compiacenza. Era la signorina D'Amico. Passeggiammo tutti insieme fino a Porta Romana, dove prendemmo il tram e ritornammo in città. Poco rimaneva a vedere e l' indomani mi recai a visitare in tram Fiesole e Settignano ed in ultimo Rifredi, Doccia e Prato.

Una dolce memoria mi rimase di quella cara bimba, figlia al mio amico, di quell' amoruccio di fanciulla, che nel suo dolce accento natio correggeva la improprie espressioni che infioravano talora il mio dire e certe profonde osservazioni sulle parole sinonime e certe finezze di lingua rivelano la intelligenza e l' acume critico di quella piccolina. E chiudendo non posso fare a meno di mandarle il bacio della pura benevolenza e dirle che tornando ai miei monti riportai meco insieme al suo il dolce ricordo della gentile Toscana.

Segue: Vol. II, Impressioni di viaggio. Italia settentrionale.

[FINE]


Questa versione digitale preparate da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>

Prima edizione digitale: 29 ottobre 2001.
Ultima revisione del testo: 24 aprile 2004.
Ultima revisione dell'HTML: 28 dicember 2005.