DA CATANIA A MOTTA S. ANASTASIA

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PASSEGGIATA
ESEGUITA
DAGLI ALUNNI DELLA R. SCUOLA NORMALE MASCHILE
DI CATANIA
addì 10 maggio del 1890.
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CATANIA
TIPOGRAFIA FRANCESCO GALATI
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1890.


Tabella dei contenuti



All' Illustrissimo
CAV. UFF. PIETRO MACRÌ
R. Provveditore agli Studi in Catania.
-- A Lei le cui virtù di padre, di cittadino, di funzionario integerrimo e della popolare istruzione amantissimo, abbiamo appreso dai nostri Professori ad ammirare; dedichiamo questa primizia del nostro ingegno, fortunati davvero se Ella, dimenticando la meschinità dell' offerta, vorrà benignamente gradirla quale omaggio sincero del nostro profondo rispetto.
Catania, giugno 1890.
Della S. V. Ill.ma
Gli alunni normali

AI COMPAGNI DI SCUOLA

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La scuola, e chi nol sa? ha pur troppo le sue noie, i suoi scoraggiamenti, i suoi dolori; ma ha pure le sue gioie, le sue grandi sodisfazioni, [sic] i suoi santi entusiasmi.

Di questi nessuno parla, nessuno se ne dà per inteso, come se oramai siasi da tutti convenuto, o a dritto o a torto, di gridare la croce contro la Scuola, contro i Professori, contro il Governo che si vuole a forza responsabile di tutto.

Certo in mezzo al coro di richiami, di recriminazioni, di accuse che da tutti i punti d' Italia, giorno per giorno, ci assordano, sarà una nota discordante quella che prenderà a descrivere gl' innocenti e geniali diletti di una Passeggiata scolastica, a tessere l' idillio dell'affetto che unisce insegnanti ed alunni, e a benedire la Scuola, i Professori, il Governo che tanto interesse prende della pubblica istruzione e di tante cure la circonda.

E pure ciò non ci terrà dal pubblicare questa nostra bazzoffia, la quale se, disadorna e sciatta, non ha in arte merito alcuno, tuttavia troverà grazia presso l' universalità dei lettori la mercè dello scopo, che è quello di vedere ritornare nelle aule scolastiche il santo amor dello studio, calmo, sereno, senza ansie, senza trepidazioni moleste, insomma non lo studio per l' impiego, ma l' amore dello studio per lo studio, seguendo la classica tradizione dell' Alighieri che al suo precettore diceva:

Chè in la mente m' è fitta ed or m'accora
La cara e buona immagine paterna
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora
M' insegnavate come l' uom s' eterna.

 

IN VIA

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I.

Eravamo in classe e si aspettava il professore di lettere italiane, il nostro amato Direttore.

Quand' ecco, entra allegro più del solito, e con lo sguardo sorridente, ci dice: Giovanetti, ho una buona notizia da darvi. Il Consiglio dei professori ha deliberato che, sabato 10 maggio, gli allievi-maestri di questa scuola, insieme col corpo degl' insegnanti, facciano una passeggiata scolastica fino a Motta S. Anastasia.

La notizia fu accolta co' segni più manifesti di gioia, a' quali successe subito un visibilio di domande: Dov' è sita la Motta? -- Quante anime conta? -- É ameno il paesetto? -- Ah! c' è un castello! -- E da chi fu fondato? -- Nè qui ci saremmo fermati, se fossimo stati padroni di dar l' aire alla curiosità.

Finalmente eccoci alla vigilia della partenza. La dimani, alle ore 4 del mattino, si doveva essere in marcia.--Andiamo di buon' ora a letto, dissi al mio camerata, un giovanotto tutto fuoco e dagli occhi vivaci, alunno della terza classe normale; ci sveglieremo a tempo.--Si andò a letto ch' erano appena le 9 di sera, promettendo l' un l' altro di svegliarci, ove mai ci si fosse addormentati. Ma oime! il sonno non viene, ci voltiamo e rivoltiamo dall' una all' altra sponda, ma inutilmente; il sonno non viene, e la fantasia, a farlo apposta, ci presenta un mondo d' immagini, di visioni, di fantasmi; e intanto il sonno non viene, e il letto è divenuto a dirittura un vero letto di Procuste. Sono le 2 dopo la mezzanotte, e siamo ancora svegli.

-- Ci alziamo?

-- Sì.

-- No.

-- Un' altra mezz' oretta, e ci alzeremo.

Ah! sonno traditore! quando meno cel credevamo, Morfeo venne e ci chiuse dolcemente gli occhi, sicchè, quando fu l' ora della partenza, noi si dormiva saporitamente. A un tratto fummo scossi da forti e ripetuti picchi all' uscio; ci destammo di soprassalto, e balzammo via dal letto. La fretta non ci fece trovare lo scatolino de' fiammiferi, e allora, brancolando di qua e di là, come se si giocasse a mosca cieca, si corse alla finestra, e si aprirono le imposte. Un' ondata d' aria fresca, odorosa, balsamica, che ci mise in corpo un ineffabile benessere, entrò con la luce crepuscolare dell' alba. Diamine! l' ora dello appuntamento era trascorsa di dieci minuti! Mancare al dovere e perdere la passeggiata, furono i due pensieri che si affacciarono con più insistenza alla mente. Ci vestimmo in fretta e in furia, e via fra i motteggi e le risa dei compagni che, avendo pietà di noi, erano venuti a svegliarci. Giungemmo di corsa in piazza Duomo, ove il signor Direttore, i professori e gli altri compagni ci attendevano.

Allor fu la paura un poco queta.

Il Direttore, senza far motto, ci volse uno di quegli sguardi in cui non sai se ci sia più il rimprovero o il dolore pel fallo commesso; e allora, quale scusa più bella? Narrammo il fatto, e il sorriso che venne a rianimargli l' espressione del volto, ci fece comprendere che oramai tutto era finito.

In linea, in linea, gridò il prof. Caravella. Contate per due--Uno..... due.......

Quand' ecco all' improvviso correre ratti, come saette, quattro, non so se ombre o uomini certi. Nudi affatto, avevano un paio di mutandine cortissime ed una larga fascia di seta rossa ad armacollo, annodata al fianco destro con una larga nocca da cui pendevano le due cocche della fascia. Portavano in una mano un gran cero, nell' altra un mazzo di fiori. Quando furono dinanzi a noi, senza rallentare punto la corsa, gridarono: « Viva S. Alfio! » e via come folgori. Tutti avevamo gli occhi rivolti a loro, e si taceva, non so, se per la novità del fatto, o per la dolorosa impressione che si provava alla vista di tanta barbarie. Ne domandai a un giovane catanese, anche lui alunno della scuola normale, e seppi che appunto in quel giorno a Trecastagni, paesetto poco lontano da Catania, si celebrava la festa di S. Alfio. Il popolino in tutte le malattie ricorre al Santo, da cui implora la sanità, sdegnando anche i rimedi della scienza; e in segno di gratitudine, fa poi nel giorno della sua festa, il pellegrinaggio in quella tenuta veramente adamitica. Il bello gli è che il voto, non si sa per quale ragione, porta con sè l' obbligo di correre sempre, come se quegli sventurati avessero le ali ai piedi, uso Mercurio, di guisa che il vero miracolo per me sta nel non prendere un accidente da mandarli diritto diritto a rincalzare i cavoli.

-- Verrà, disse uno de' professori, il momento che sarà dato alla Scuola sradicare dalla mente del popolino pregiudizi così dannosi? --

-- Speriamo, rispose il Direttore, speriamo per onore dell' umanità, e pel trionfo del vero, del puro sentimento religioso, il quale non può permettere, senza arrossire, questi atti e queste usanze che ricordano il fanatismo di popoli barbari e di religioni bugiarde.--

Si dà il comando di Marche.

Addio, Scuola; addio, Piazza; addio, vecchio Elefante che da secoli e secoli, messo lì a sostenere quella colonna di granito, pare non abbi altro ufficio, se non quello di dire a chi ti guarda: « La vita è mistero più indecifrabile di questi miei geroglifici. »

Si percorre la via Garibaldi, una via lunga e diritta con in fondo una gran porta, la Porta al Fortino. A destra e a sinistra magnifici palazzi, e botteghe, e officine. Però a quell' ora tutto dorme, e nel silenzio profondo si sente il passo cadenzato della scolaresca che cammina con aria e portamento militare, come un drapello di soldati.

Avevamo percorso un picciol [sic] tratto di via, ed ecco farsi innanzi il prof. Aradas, seguito da una carrozzella, ove c' è tutto l' occorrente fotografico. La compagnia era completa, non mancava più alcuno. Un saluto e via, e via, finchè fummo appena fuori Porta al Fortino.

Emanuele Bilotta


DA CATANIA A MISTERBIANCO

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II.

Eccoci nella gran piazza Palestro. L' aria pura e fresca della campagna ci fa respirare a pieni polmoni. Gli occhi di tutti son rivolti verso la strada che ci sta dinanzi, lunga e diritta da sembrare interminabile.

A destra e a sinistra due lunghe file di platani alti e fronzuti, i cui rami s' intrecciano in modo, che in lontananza danno l' aspetto di un' immensa galleria.

Ovunque si gira lo sguardo, tutto splende del più bel verde; la campagna ci si presenta gaia, ridente, maestosa.

Quel silenzio, quella solitudine, quella pace immensa dei campi, per un momento ci ammutolisce, c'invita a pensare, ci padroneggia l' animo con la grandezza del creato.

In quel momento desiderai esser poeta, per descriver più vivamente le impressioni che sentivo dentro l' animo mio.

Ma non per nulla parla agli occhi tanto sorriso di natura! La gioia si ridesta in cuore, la mente si popola d' immagini, di sogni più ridenti, lo spirito si ritempra, si diventa allegri, e si ride, e si motteggia. Si camminava in due file, a destra e a sinistra della strada. In sul principio si mantenne l' ordine, eravamo silenziosi, si guardava la campagna; ma a poco a poco le file divennero gruppi, il compagno si avvicinava al compagno, uno di destra passava a sinistra e viceversa, i primi delle file già trovavansi gli ultimi; finchè si ruppe ogni ordine, e le file e i gruppi divennero un solo gruppo. Allora cominciarono le facezie e le celie tra un compagno e l' altro.

Tra o quattro si riunivano e tentavano di dar principio a qualche canto, ci principiava, ma presto il canto andava a perdersi e confondersi fra le voci dei compagni, dei quali alcuni ne approvavano, altri ne disapprovavano la scelta; e il vocio continuava.

Intervenne il Professore di canto a ordinare, a proporre, a dirigere il canto da eseguirsi. Povero professore! ha un bel da fare, si sfiata, gesticola, chiama all' ordine, finalmente i più vicini tacciono, i più lontani si avvicinano, si forma il crocchio. -- Che si canta? -- Professore, che cosa canteremo? E il Professore dato il segno, s' incomincia:

Il raggio novello, foriero d' amor,

C' invita alla scuola, al dolce lavor.
Compagni studiamo che il tempo sen vola,
Studiamo, compagni, corriamo alla scuola.

Di Pindo la vetta col vol del pensiero
A noi non è dato sublime toccar;
Nè ad Iside antica, strappato il mistero,
Il fronte d' alloro ricinto mostrar.


*
* *

Modesto lavoro la Patria ci affida:
Nel vero, nel giusto l' infanzia educar;
Modesto ma santo, se in core ci arrida
La speme del grande Maestro imitar.

E intanto il primo raggio del sole appariva sull' orrizonte, indorando le cime delle circostanti colline, e accendendosi, a guisa di lampi, nei vetri dei lontani villini che popolano la campagna. Allora da tutti, quasi ad una voce si esclamò, ripetendo i versi del Foscolo:

Alfin tu splendi, o Sole, o del creato
Anima e vita, immagine sublime
Di Dio, che sparse la tua faccia immensa
Di sua luce infinita! . . . . .
. . . . . . . . . .

Malgrado il fatto cammino e il sole che comincia a dardeggiarci coi suoi raggi, la compagnia procede animata. I canti si succedono ai canti.

In quel momento mi trovavo tra le prime file, e di là sentivo due voci stridule che non la finivan più e che mi rompevano il timpano. Mi avvicino per dare un consiglio igienico a quei due cantanti sfiatati -- Dio!!

Non li riconoscevo più! Occhiali neri, cappelli con le tese abbassate, la pezzuola al collo e la polvere fin su nei capelli, davan loro l' aspetto di due zolfatai.

Giunti a metà strada, fra Catania e Misterbianco, il drapello si ferma -- Che cos' è? Che avvenne? -- Nulla -- Il professore Aradas ci vuol fotografare -- Bene, evviva! --

Chi va, chi viene, chi si vuol mettere avanti, chi salisce su di un muro; insomma un formicolìo indescrivibile. Finalmente il Professore mette in opera la macchinetta portatile. Tutti si attendeva il momento, e si guardava il Professore che ne desse lo avviso, ma tutto fu un lampo, e la fotografia era bella e fatta. Andiamo avanti, la compagnia si muove. Si tenta quanche canto, ma lo stomaco si ribella, i motteggi non son più quelli di prima, mancano di sale, si pensa ad altro.

L' aria della campagna, come quella della marina, eccita potentemente l' appetito; e come rallegra l' animo e dispone alla gioia, così essa ha pure un' azione immediata su tutti gli organi del corpo, specialmente su quelli digestivi. Immaginiamoci ora quanto potente sia quest' azione sui corpi dei giovani.

Ora ognuno di noi, è vero, era allegro, disposto alla gioia, forte e gagliardo, coi nervi scossi ma di tutto questo bene non ci accorgevamo. Una sola sensazione esercitava in noi la sua potenza: l' appetito.

Il nostro pensiero era rivolto a Misterbianco, ove si doveva giungere. Ognuno immaginava un fornaio col suo scaffale pieno di pane caldo caldo, e dove si precipiterebbe appena giunto in paese. Ma ancora ci era della strada da fare.--Pazienza!

Eravamo giunti in un punto elevato ed aperto, quando si sente un grido di gioia dai compagni che la facevano da avanguardia: -- Ecco Motta, ecco la torre.... e poi da tutti:

Ecco apparir Gerusalem si vede,
Ecco additar Gerusalem si scorge,
Ecco da mille voci unitamente
Gerusalemme salutar si sente.

Non avevo mai visitata quella torre, e a vederla così da lontano, mi pareva il castello dell' Innominato; però non più con quell' immagine tetra, descritta dal Manzoni; ma la vedevo sorgere maestosa ed imponente in mezzo ad un orizzonte sconfinato e ad una lussureggiante vegetazione.

Tutti eravamo attratti da quel bellissimo orizzonte e non volevamo distaccarcene; proprio come quando si è dietro il cristallo d' un panorama a guardare la veduta del Colosseo, dei Campi Elisi, del Bosforo, o del bellissimo lago di Zurigo.

La compagnia intanto si muove, si fa avanti, oramai non c' è che poca strada per giungere a Misterbianco; anzi........ ecco si vedon le prime case.

Il Direttore vuole che si entri in ordine di marcia, difatti il professor Caravella ci dispone in plotone e comanda il Marche!.....

Prima di entrare in paese, come per istinto, ci guardiamo le scarpe ed il vestito. Le prime eran bianche ed il secondo aveva preso un altro colore.--Si guardò i compagni, sembravamo tante grosse frittelle avvolte nella farina. La polvere ci aveva resi irriconoscibili.

Intanto i primi curiosi vengono ad incontrarci, si attraversono le prime case, eccoci finalmente in Misterbianco.

Giuseppe Minuta Caudullo


MISTERBIANCO

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III.

Il sole indorava la superba cima dell' Etna. I fiori dei prati spandevano per il tiepido aere [sic] il loro soavi profumi, e gli augelletti, rallegrati da quel bacio di sole nascente, cantavano il ritorno della primavera.

Erano le 6½ precise, quando, ordinati militarmente, entravamo a Misterbianco. Ivi ci si fecero incontro il signor Assessore della P. Istruzione, il Soprintendente scolastico, il Direttore didattico, e tutto il corpo degl' Insegnanti elementari. Le accoglienze furono davvero cordiali e cortesi. Quello egregio signor Assessore ebbe per tutti un saluto ed una stretta di mano, per tutti uno sguardo gentile che pareva volesse dire: Siate i ben venuti.

Pochi passi ancora e siamo dentro l' abitato. Le soglie delle officine, gli sbocchi delle vie, i balconi e le finestre erano pieni di curiosi, i quali si chiedevano l' un l' altro: Che è? Chi sono? e ci guardavano con aria di meraviglia e di compiacenza.

Il drappello procedeva innanzi, seguivano i signori Professori, le Autorità municipali, gl' Insegnanti ed una frotta di ragazzi che sgambettavano allegramente dietro di noi.

Fummo condotti a vedere il casamento scolastico. Esso è sito in un luogo aerato, lontano dai rumori della città. Il prospetto è semplice, ma ben decorato. Sull' ampio portone d' ingresso, in mezzo ad un trofeo, sorge lo stemma d' Italia. Le aule ben aerate, ricche di luce, rispondono in massima ai dettami della Pedagogia e dell' Igiene, e lasciano poco a desiderare.

Misterbianco in questo si mostra superiore a tutti gli altri paesi circonvicini. Esso ha compreso che, solo provvedendo ai mezzi necessari, anche a costo di sacrifizi, si può ottenere il miglioramento desiderato nella istruzione e nella educazione pubblica, si può progredire nel sentiero della virtù e del ben essere sociale.

Visitato il casamento scolastico, fummo condotti al palazzo di Città. Ci attendeva il Sindaco, un ometto dallo stampo antico, dall' aria modesta e piena di bontà, il quale con assai generosa cortesia volle a ogni costo farci riposare un momento e ristorarci del fatto cammino con caffè e dolci.

Il nostro signor Direttore, dopo averlo brevemente ringraziato di tanta cortesia, prese a lodare la Municipalità di Misterbianco che con tanto zelo provvede all' incremento dell' istruzione, e lodò particolarmente il casamento scolastico, da cui non dubito, egli disse, sarà per derivare un gran bene al regolare andamento delle scuole.

L' egregio signor Sindaco ringraziò con poche ma affettuose parole il Direttore e gli Allievi - maestri dell' onore d' una visita così gradita; quindi prese la parola il Direttore didattico di quelle scuole. Alunno anch' egli della Normale catanese, sentivasi lo animo esultante nel poter mostrare ai suoi egregi Professori il proprio rispetto, e nel tempo stesso il modo com' egli aveva saputo profittare dei loro ammaestramenti; aggiunse che egli considerava come suoi colleghi tutti gli alunni della Scuola.

Quando fu il momento della partenza, il nostro Direttore pregò il signor Sindaco di disporre che, a quella passeggiata scolastica, prendesse parte una rappresentanza delle scuole di Misterbianco, affinchè fosse così manifesto l' accordo e la stima reciproca che unisce la scuola normale alle scuole elementari del Circondario e della Provincia, ch' egli con bella similitudine paragonò quella alla madre, queste alle figlie che ne formano il vanto migliore.

L' idea fu immensamente gradita, e il signor Sindaco subito dispose che si accompagnassero con noi il signor Soprintendente quale rappresentante del Municipio, e il Direttore didattico quale rappresentante degl' insegnanti elementari; quindi ci disponemmo per quattro, e via per Motta, ov' eravamo già impazienti di arrivare.

Michele Pafumi


DA MISTERBIANCO A MOTTA

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IV.

Il drappello si mosse alla volta di Motta S. Anastasia fra due ali di popolo curioso.

Non appena fuori dell' abitato si riprende il passo di strada.

Quale vista incantevole! Verzura e fiori da per tutto e, ovunque volgi lo sguardo, la campagna che, promettrice di ricca messe, riempie l' animo di speranza e di gioja.

Intanto l' occhio, spaziando, scorge a tramontana l' Etna alle cui falde, sparsi qua e là, si vedono paeselli, villaggi, casali deliziosi e salubri, come quelli della Svizzera; verso mezzogiorno e ponente, lontano lontano, il Simeto che, come striscia d' argento, taglia in mezzo l' immensa monotonia di quel verde che ricopre tutta la Piana.

E intanto il drappello, col vigore dei suoi vent' anni, tira avanti e fra l' entusiasmo e il giubilo intona l' inno patriottico del poeta dall' Ongaro, messo in musica dal nostro egregio maestro sig. Bonica.

Sorgi nella tua gloria,
O tricolor bandiera,
Di pace e di vittoria
Pegno all' Italia intera.

Lettore, per quanto tu possa essere scettico, sono sicuro che il tuo cuore certamente non sarebbe rimasto insensibile a quel canto.

Quel fascio di voci che uscivano dai petti di cinquanta giovani, e le note armoniose, alte, vibrate di quell' inno, destavano la meraviglia e l' entusiasmo nei pacifici campagnoli, che, interrotto il lavoro, si facevano sul ciglione del campo a mirarci con quella compiacenza, mista a stupore e sorpresa, ch' è la vera caretteristica [sic] dei poveri coloni.

Si camminava da un' ora e mezzo, e già eravamo impazienti d' arrivare alla meta, quando, a un tratto, giunti a una spianata, vedemmo da lunghi la torre di Motta che sorge maestosa sul paesello, il quale le si stende ai piede, come servo dinanzi al padrone. Quella vista ritornò in tutti l' ardore, e come se si rispondesse a un comando, tutti i giovani intonarono la canzone popolare Funiculì Funiculà, con la seguente variante:

Jammo, jammo, jammo,
Jammo, a Motta jammo ecc.

Ma intanto, or di qui, or di là, sentivasi mormorare: Quante miglia abbiamo ancora? Che ora è? Ho sete, ho fame, sono stanco.

In questo mentre correva di bocca in bocca qualche notizia del prossimo ricevimento di Motta.

-- Eh, certamente vi sarà il Sindaco.

-- Sicuro, e tutto il popolo.

-- Ma che popolo! oggi è giorno di lavoro e tutti sono intenti alle loro faccende, e quindi si cureranno poco di noi.

Tutto a un tratto si ode da lungi come il suono d' una banda musicale. Si fece un profondo silenzio per assicurarci se veramente fosse il suono di una banda. Avresti in quell' istante udito il ronzio di una mosca, tale era il silenzio e il desiderio di risentire il suono.

Dopo pochi secondi, bum.... bum.... bum... il suono della grancassa.

-- Ci siamo: Viva Motta! a quest' ora tutti i balconi saranno gremiti di gente, le autorità, il popolo son lì ad aspettarci.

-- Avanti, avanti, quest' oggi passeremo una giornata tra le ovazioni.

-- Ma un altro, uno di quelli che negherebbero anche la luce del sole: Io non credo che sia la banda proprio per noi, forse Motta quest' oggi sarà in festa.

-- Ma che festa d' Egitto, vai alla malora, la banda c' è proprio per noi!

E allora le opinioni si divisero; chi è per l' uno, chi per l' altro; ma la speranza era comune in tutti.

Intanto impazienti si camminava. Procedendo, si passa dinanzi al cimitero di Motta. Io non so chi presiedesse alla scelta e all' ordinamento del luogo, ma vuoi per la struttura, vuoi per la distribuzione delle singole parti, credo ch' ei debba essere stato un poeta.

Figuratevi una collina amenissima che ha di fronte l' Etna, e gruppi d' alberi, e ajuole sempre verdi di fiori, gli danno l' aspetto di un giardino, e richiamano alla mente i versi del Giusti:

Le rose, le viole,
I pampini, gli olivi,
Son simboli di pianto:
Oh che bel camposanto
Da fare invidia ai vivi!

Quante memorie e quanti pensieri a quella vista corsero di volo per l' anima nostra, e ne temperarono per un momento la chiassosa allegria!

Il suono della banda, questa volta assai più vicino, ci scuote e ci desta da quella specie di mestizia. Siamo già a pochi passi e la banda, al nostro apparire, intuona l' inno reale; l' esultanza giunge al colmo, i nostri cuori palpitano di gioja, d' entusiasmo, d' amore di patria.

Ci vennero incontro le Autorità municipali e scolastiche, il Presidente dell' Associazione costituzionale operaja, il Direttore didattico, gl' Insegnanti elementari alla testa degli alunni, che stavano lì schierati militarmente con la bandiera.

Dopo le presentazioni d' uso, il piccolo esercito si pose in marcia, e si avviò verso Motta.

Oliviero Ignazio


MOTTA S. ANASTASIA

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V.

L' entrata fu veramente trionfale. Si marciava a passo lesto, uguale, cadenzato, al suono dell' inno reale.

Motta S. Anastasia sembrava in festa. La novità del fatto, la curiosità innata nei paeselli di montagna, facevano sì che tutta la gente sbucasse fuori. I terrazzini erano gremiti di signore e di contadine fresche e leggiadre; una folle di popolo circondava gli alunni, mentre frotte di bambini sgambettavano e ballavano ch' era un piacere a vederli. E in mezzo alla gioia comune qualche vecchio asciugava le lacrime e, lamentando la propria ignoranza, benediva la libertà per cui il pane dell' istruzione viene spezzato a tutti, ricchi e poveri, operai e contadini.

Vi sono dei momenti in cui l' animo, vinto da forti e nobili sentimenti, sente trasportarsi in una sfera più pura, più bella, più ideale.

I giovani maestri sentivano più forte i palpiti del cuore, si sentivano scotere [sic] come da una forza misteriosa, i cui effetti si manifestavano negli occhi, nel viso, nell' accento.

Forse essi alla vista di quegli alunni volavano col pensiero al dì in cui avrebbero potuto avere affidata una scuola? O lo schieramento militare, lo sventolare della tricolore bandiera, il suono marziale della musica, l' aspetto allegro del paese ricordavano loro i giorni del nostro risorgimento, l' entrata delle truppe italiane per la breccia di Porta Pia?

Nella pubblica piazza si fece sosta, gli alunni delle elementari sfilarono militarmente, si comandò fronte sinistra ed ecco tutti di fronte al signor Direttore.

Egli ci presentò al Sindaco ff. signor Maugeri Antonino e al Direttore didattico signor Tomaselli Giuseppe, alunno anch' esso della Scuola normale, giovine d' anni, ma assai provetto in fatto di conoscenze pedagogiche, sì che ha saputo dare alle scuole di Motta S. Anastasia un vero indirizzo educativo.

Tanto il sindaco, quanto il presidente e il direttore didattico c' invitarono a riposarci nelle sale dell' Associazione operaia costituzionale, ove con quella cortesia che rende assai più gradito il dono, fummo fatti segno ad ogni sorta di gentilezza e di conforti.

Riposatici alquanto, si andò insieme a visitare la rupe. S' infila una via, si gira a destra, e poi ecco presentarsi un' incantevole veduta. A settentrione l' Etna, a levante i Sieli, sconfinata estensione di terreno argilloso, a mezzogiorno la rupe, la quale per un circuito di circa m. 1115 s' innalza alta, solitaria, scoscesa.

Basalti di colore oscuro, uniformi, compatti formano la base e fiancheggiano la rupe, la cui parte più alta è formata di scorie, di ceneri, di pozzolane nere e rosse, vulcaniche.

Ma ciò che rende più ammirevole quel fenomeno di natura, è il vedere da altezza così enorme venir giù quei basalti dritti e ben profilati in tanti prismi pentagonali, stretti, addossati, l' uno all' altro come tante colonne da cui forse prendono il nome di colonne di Montalto, pendenti sulla testa dell' osservatore e minaccianti, di momento in momento, staccarsi e piombare nel terreno sottostante.

L' uniformità della rupe che sembra tutta d' un pezzo, è rotta qua e là dal verde dell' erbe e dell' ortiche, che vi hanno poste le loro barbe.

Il Prof. Aradas, spiegandoci la formazione di detta rupe, ci disse essere opinione dei geologi che la si deva all' eruzione d' un vulcano interno, la cui esistenza dimostrano tanto i basalti, quanto le altre materie vulcaniche.

Il Professore volle quindi fotografare i Sieli.

Ma perchè tanto interesse? Forse per la varietà che presentano per il rompersi in valli e in colline, o per le pianure leggermente ondulate, o per la nudità dei poggi, rotta da alcune strisce saline, o per la natura brulla di quella immensa superficie di terra? Ma no, il Professore fu indotto per la loro formazione geologica. È opinione comune che i Sieli e i terreni circostanti fossero stati fondo di mare, essicato per sollevamento di suolo, come appunto avvenne di quella grande estensione di terra africana, conosciuta col nome di deserto di Sahara, e che gl' indigeni dicono: Mare senz' acqua.

Tale ipotesi non è inammissibile: la formazione della rupe, i pesci fossilizzati, e le conchiglie che vi si trovano, scavando, ne sarebbero prova.

Oh se potesse parlare una di quelle conchiglie, quanti dubbi non sarebbero sciolti! Allora, come dice il Zanella, si saprebbe:

Per quanta vicenda
Di lente stagioni,
Arcana leggenda
D'immani tenzoni,
Impresse volubile
Sul niveo suo dorso
De' secoli il corso!

La conversazione assai istruttiva sulla formazione della rupe e dei Sieli rubava il tempo e, senza avvedercene, ci trovammo dinanzi al castello. Cupo, solitario, torrito come un cavaliere antico tutto chiuso nell' armi, sorge il castello, la cui vista, mentre incute nell' animo un non so che di terrore, trasporta la mente ai tempi medioevali, quando i trovatori andavano di castello in castello a cantare le ballate e le canzoni d'amore. Rammenta i potenti feudatari che diffidevansi in questi castelli contro gli assalti dei nemici, mentre negli oscuri sotterranei genevano le vittime della loro prepotenza.

Ma ora non più il suono della mandola, non più il canto del trovatore, i feudatari passarono,

E l' uomo e le sue tombe
E l' estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.

La storia registra vari fatti, avvenuti in questo castello che taluni credono sta d' origine normanna, altri, ristorato dal conte Ruggero; ma il fatto, divenuto tradizionale, è la prigionia del conte Bernardo Caprera, il vecchio amante della regina Bianca di Navarra.

Il nome della regina Bianca, tramandato di generazione in generazione, viene ripetuto dai fanciulli di Motta, come quella di persona conosciuta ed amica.

E il dolce ricordo della fanciullezza, l' affetto al paese nativo per cui chi scrive queste righe, ha consacrati i suoi momenti d' ozio all investigazione dei fatti avvenuti in esso, lo spingono ora a dare qualche cenno sulla regina Bianca.

Era figlia di Carlo III re di Navarra. I cronisti del tempo la dicono bella, di quella bellezza che, mista allo splendore e al fuoco moresco, dà il carattere al tipo spagnuolo.

Nel 1402 in Palermo fu impalmata da Martino II della casa d' Aragona, re di Sicilia. Nel 1409 a 33 anni, Martino II cessò di vivere e lasciò la giovine sposa Vicaria del Regno, circondandola di savi consiglieri e ministri.

Il re morente escluse però dalla Corte due persone tutte e due rivali, tutte e due animate da torbido spirito di ambizione, di gelosia, di brama di comando: Bernardo Caprera conte di Modica, vecchio ambizioso, superbo, audace; Sancio Ruiz de Libori, ambizioso anche lui e assai più accorto, ma d' indole più nobile. Il primo Grangiustiziere, il secondo Grandeammiraglio del Regno.

Un anno dopo Martino II venne seguito nella tomba dal padre, conosciuto col nome di Martino I il vecchio. Costui che aveva ripreso il governo, morì senza indicare il successore.

Per legge il vicariato veniva ad essere annullato e la reggenza spettava al Grangiustiziere, il quale si era dichiarato nemico della Casa d' Aragona dal momento che fu allontanato dalla Corte.

Bernardo Caprera un po' spinto dall'amore, ma assai più dall' ambizione, mise in armi numerose truppe e minacciò la libertà della stessa Regina, ov' Ella non ne avesse accettata la mano di sposo.

Ma egli era odiato dai Siciliani, i quali amavano Bianca che, alla bellezza della persona, univa la gentilezza e la squisita bontà del cuore.

Non è compito mio narrar le preoccupazioni, le notti insonne, gli spaventi della giovane e onesta vedova di Martino II, la quale, inseguita dal Caprera, era costretta a fuggire di castello in castello. Però dico che per la sua tranquillità, per la sua salute vegliava un popolo intero.

Ora mentre il vecchio Conte la teneva assediata in Palermo, fu tratto in agguato e carico di catene fu tradotto innanzi al Grandeammiraglio, innanzi cioè al suo più implacabile nemico. L'odio, la brama di vendetta che agitavano l' animo di Sancio Ruiz de Lihori si manifestarono vie maggiormente in quell'occasione. Il Caprera fu condannato a espiare le sue colpe nella fortezza più sicura dell' isola, cioè nel castello di Motta S. Anastasia.

Le cronache non dicono quali fossero le torture a cui fu sottoposto il Caprera, dicono solo e con una sintesi assai eloquente che « gli fecero soffrire trattamenti assai dolorosi e assai disgustosi. »

Dopo circa un anno per intercessione di Ferdinando di Castiglia, eletto re, il Caprera ottenne il perdono della Regina, a patto che rinunziasse a tutto, che tutto cedesse, che riconoscesse il Re e la Vicaria.

Il Caprera promise e, uscito dalle oscure carceri, invecchiato, curvo per i dolori sofferti, partì e arrivò in Barcellona in 1413.

Questo dice la storia, ma il popolo che nelle tradizioni si lascia trasportare dalla fantasia, addita al forestiere una finestra, dalla quale fu veduto pendere, legato ad una corda, il Caprera, esposto così alle intemperie della stagione e agli scherni dei nemici.

Egli aspettava di momento in momento la morte, quando dagli spaldi si vide una donna, tutta avvolta in un velo bianco come una celestiale apparizione. Era la regina Bianca, la quale, mossa a pietà, perdonò il vecchio Conte.

--Per una postierla si entra nel pianterreno: il pavimento sterrato, le pareti scalcinate, annerite mostrano le ingiurie del tempo.

Per una scala a pioli, messa lì provvisoriamente, salimmo al primo piano. Le pareti anche scalcinate, le finestre munite di grosse sbarre di ferro tutte irruginite, e in fondo, buio come in gola. Si accendono fiammiferi ed ecco quattro camerette basse, anguste, prive di aria e di luce. Quanto non dovevano essere dolorose quelle lunghe agonie de' condannati! Chi sa, se il Caprera non fosse stato rinchiuso in una di queste camerette?

Salimmo con lo stesso meszo [sic] al secondo e al terzo piano. Sulle pareti disegni di cavalieri, di armi, di stemmi, e qua e là iscrizioni che dicono il nome di qualche prigioniero e gli sfoghi del suo animo corrucciato.

Si sale sugli spaldi, ed ecco offrirsi alla vista un orizzonte così vasto che l' occhio non può giungere a circoscrivere: campagne, monti, colline, paesi, città, e la Piana immensa, sterminata, e il Simeto le cui acque ai raggi del sole scintillano di mille lampi, e lentamente si perdono nella grande estensione del Ionio di cui i Pindemonte cantò:

Sempre fu questo mar pieno d'incanti.

Terminata la visita al castello; il dott. Domenico Bellia, un ufficiale medico in congedo illimitato, volle a ogni costo condurci in casa sua, ove ci fece un mondo di cortesie.

Tutti sanno che gli Ebrei, sebbene fosse loro caduta la manna nel deserto, pur non di meno non pensavano che a una sola cosa: giungere nella terra promessa, ove li aspettava l' abbondanza.

Così non si era impazienti di partire pel villino Condorelli, ove ci attendevano il riposo e un modesto desinare.

In un fiat si procurano chitarre, mandolini, violini, strumenti di fiato e via allegramente per l'isola della Cuccagna, ove

        Fiumi di burro a tutte le stagioni
Scorrendo vanno, e dilagando i prati;
Dove nascon per erba i maccheroni,
E per ghiaia ravioli maritati,
Ed anitre e pollastri, oche e capponi
Di frittelle pasciuti e sagginati,
Che penne avendo, di lasagne, intorno
Volano al quietissimo soggiorno.

Michelangelo Corica


IL TIRO A SEGNO

--

VI.

La parte più utile della passeggiata era compiuta; ora cominciano davvero i divertimenti che ci attendono nel villino Condorelli, posto a ponente dell' ameno paesetto, in una valle ridente ed ubertosa. Erano le 10, e, l'aria già fatta tiepida dai raggi del sole, c'invitava all' ombra e al riposo. Ci mettemmo la via fra le gambe.

Ogni professore camminava in compagnia di un manipolo di allievi e di qualche maestro o rappresentante del paese, e quindi si formarono diverse brigatelle, andando tutte chi innanzi, chi dietro per la strada che conduce al villino.

La strada correva in mezzo ai campi, e noi si camminava svelti come tanti bersaglieri.

Canti, risa, facezie tenevano tutti desti e contenti.

La campagna splendeva del più bel verde, rotto qua e là dal rosso vivo dei papaveri, o dal bianco delle margherite, e così, messa a festa, si estendeva all' occhio variata in mille guise.

Qui s'innalza un ameno poggetto, lì pianeggia un magnifico campo tutto rigoglioso di spighe, le quali ad ogni lieve soffio di vento, si agitavano ed ondeggiavano come il mare.

C' era allegria e baccano nella strada, ma nella campagna solitudine e silenzio profondo: non una voce, non un suono, solo si sentiva di quando in quando il bisbigliare di qualche uccelletto. Con tutto ciò la natura aveva un linguaggio arcano e solenne, e pareva dicesse: Ecco i tesori inesauribili che dal mio seno si producono, e che, come madre tenera ed affettuosa, io offro a voi.

Ecco il bello, ecco il sublime della vita primaverile.

Noi si procedeva sempre avanti e l' occhio vedeva nuovi poggi e nuove valli. A un tratto ecco due carri pieni d' uomini e di donne, vestiti a festa che si sgolavano, cantando al suono dei cembali.

Donde veniva quell' allegra comitiva?

Ah! sì, era il 10 maggio, la festa di S. Alfio. La comitiva ritornava certo da Trecastagni, dopo aver offerto i voti al Santo e avere libato al dio Bacco.

Ecco finalmente apparire il desiderato villino, il quale in mezzo a folte macchie di cipressi che proiettavano in giro la loro fresca ombra, con attorno vasche e zampilli d' acqua limpidissima, e aiuole fiorite, ci sembrò davvero il soggiorno incantato delle fate.

Entrammo: in fondo, a destra, la casina, la cui facciata è tutta rivestita dai rami d' una pianta rampichina da cui pendono fiori a ciocche e a festoni.

Di rimpetto una specie di casotto, formato da grossi pioppi, dentro il quale ci mettemmo a sedere al coperto dei raggi solari.

Torno, torno, aiuole ricche di rose, di garofani, di gigli e di erbe fragranti e soavi, di cento specie diverse.

Riposatici alquanto si gridò da tutte le parti: Al tiro, al tiro! e qui tutti all'impiedi senza mostrare la minima stanchezza, benchè le nostre povere gambe avessero già percorso ben dodici chilometri.

Il nostro ospite gentile ci condusse in un luogo poco distante dal villino, ove senza pericolo alcuno potemmo mettere il bersaglio e cominciare il tiro.

Il professor Caravella ne fu il direttore, e a buon dritto, perchè egli riveste la doppia qualità di maestro di ginnastica e di maggiore della milizia territoriale. Si fece ressa attorno a lui per avere le cartucce.

I primi a tirare con la pistola Flobert furono i professori. L' onore del primo colpo toccò al professor Giuffrida, il quale fallì completamente, tanto che disse di avere sparato ad occhi chiusi; ma al secondo colpo si mostrò buon tiratore, perchè colpì nientemeno il centro, che non fu più imberciato da nessuno.

Anche il professor Aradas si mostrò valente tiratore, facendo sempre ottimi punti.

I giovani normalisti fecero colpi discreti, e mostrarono come all'occasione sieno atti ad impugnare un' arme in difesa della patria.

Intanto un altro gruppo di giovani, capitanati dal dottore Bellia, tiravano un po' più in là con la carabina.

Consumatasi fino all' ultima cartuccia tutti allegri, e con un grande appetito, ci dirigemmo verso il villino.

Miraglia Angelo


IL VILLINO CONDORELLI

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VII.

Le munizioni erano terminate e quindi il tiro cessato. Si tolse l' attendamento di sotto al grande ulivo, i cui rami c' erano stati cortesi d' ombra e di frescura, e si fece ritorno al villino. Quando fummo giunti, che è? che non è? il nostro Direttore si diresse verso un bel padiglione di cipressi, e tutti dietro lui, nè più nè meno come le pecorelle di Dante:

« E ciò che fa la prima, e l' altre fanno ».

Dentro il fitto fogliame del più bel verde cupo, non penetrava raggio di sole, e intanto da una vasca vicina vedevasi venire giù, in una pioggia d'argento, un bel zampillo d' acqua che andava ad alimentare una numerosa famiglia di pesci dai colori d' oro e di porpora. Eccoci dentro il padiglione, e allora la voce allegra e sonante del Direttore: Giovanetti, prima di desinare, si sciolga un inno di gioia. Su via, si canta, il coro degli studenti

« Che tanti petti ha scossi e inebbriati »

« Su, da bravi, chi non canta, non ha dritto di sedere a mensa ». Le parole del Direttore furono accolte da evviva e da battimani, e senza porre tempo in mezzo, si cominciò a cantare con ardore più che studentesco:

Baldi studenti
Siam fulgenti -- farfalline d' amor.

Quando i canti cessarono, il Direttore un'altra volta: « Giovanetti, mi rallegro con voi, il canto è indizio di pancia piena, dunque chi ha cantato, non ha dritto a mangiare! »

Meno male che il tuono della voce ci faceva comprendere che quello era uno scherzo, perchè, fatta astrazione della torre e d'ogni altra particolarità, la fame minacciava di presentare, moltiplicata per dieci, la scena dolorosa del conte Ugolino e dei suoi figliuoi. [sic]

Intanto, mentre eravamo dentro il padiglione, il prof. Aradas pensò tirarci la fotografia e di sottecchi aveva già preparato ogni cosa. Ma occhi per accorgersene non ne mancavano. Si gridò: La fotografia; e tutti a voltarci, a voler essere fra i primi, e un muoversi, un pigiarsi con quel movimento irrequieto delle formiche, quando sono sorprese nel loro formicaio. Io, zitto zitto, me ne salii sulla spalletta della vasca in modo da farmi vedere come Farinata: Dalla cintola in su ..... Finalmente ciascuno prese la posa, si fece silenzio, e la fotografia facta est.

Ma un'auretta che spirava dolcemente, trasportava verso di noi l'appetitosa fragranza d' un certo castrato al forno che ci faceva venir l' acquolina in bocca, e ci eccitava vie maggiormente l' appetito.

A un tratto si fece un uomo sulla soglia della casa (benedetto uomo quanto s' era fatto aspettare!) il quale con voce altosonante gridò: « Signori, a tavola ». Il grido in un istante si ripetè di bocca in bocca: a tavola, a tavola. Scommetto che gli eroi di Omero, quanto a fame, non fossero che una pallida immagine al nostro confronto.

La tavola occupava, in tutta la sua lunghezza, l'ampio stanzone; qua e lá bottiglie e bicchieri, e un monte di pane a fette ne coprivano letteralmente la superficie. Il pane aveva tutte le qualità igeniche: fresco, dolce, inferigno, perchè fatto a bella posta, come usano i contadini per le loro famiglie. Le fette di quel pane come tante ostie benedette, s' ingollavano e sparivano, nè mancava il vino per la consacrazione.

A un tratto si cominciarono a distribuire le porzioni di carne. Chi le serviva era un tavoleggiante non aspettato, il quale, spogliandosi della propria divisa, aveva voluto divenir tale per l' affetto verso i suoi alunni. Voi l' avete indovinato; le pietanze venivano servite dall' egregio nostro Direttore. Non starò qui a dire se ognuno, a quella vista, sentisse qualcosa dentro l'animo suo, qualcosa che non è facile esprimere, ma ch' è tutto insieme amore e rispetto. Si pregava che volesse darsi un momento di riposo, che pensasse un momento anche a sè stesso. Lui con voce affettuosa: Giovanetti, non vogliate privarmi di questa grande ineffabile sodisfazione, la sola ch'io possa mai desiderare, quella di potermi trovare in mezzo a voi. » Non si rispose subito, chè la commozione fe' intoppo alla parola. Ma a un tratto scoppiò un evviva caldo, unanime che voleva dire: Grazie, grazie dal profondo dell'animo.

Si fe' un po' di silenzio, rotto soltanto da un certo rumore come d' una lontana macina di mulino, mossa dall'acqua. Si mangiava da tutti a due ganascie. E il vino? In verità se il signore Gesù si fosse trovato in mezzo a noi, come al banchetto di Canaan, avrebbe dovuto rifare parecchie volte il miracolo del vino.

Stanchi ed assetati come eravamo, appena seduti a tavole, si vuotarono le prime bottiglie; vennero le seconde, e poi le altre, e le altre. Tutti ne avevano bevuto un par di bicchieri, non escluso il signor me, ond' io al compagno: Temo di aver troppo alzato il gomito. « Anch' io, rispose questi, ma sin ora niente paura, sto benone, l' allegria farà il resto ». E le bottiglie continuavano ad essere vuotate. » Ma è un miracolo, dicevo, in casa mia sarei ubriaco fradicio ». Tutti ripetevano lo stesso. « Poveri grulli, saltò a dira un compagno, non vedete? il vino ha ricevuto il battesimo »--« Ma no, guardatene il colore, è del più bel rosso di granato, disse uno »--« Sì, rispose un altro, come quello del sangue in Campaldino:

« Che fece l' Arbia colorata in rosso ».

Tanto, soggiunse un terzo, che

« Non più bevve del fiume acqua che sangue »

E il Direttore se la rideva sotto i baffi. Il vino di fatto era stato da lui, con lodevole previdenza, annacquato in proporzioni tali di renderlo affatto innocuo. E noi si approvò l' affettuoso pensiero e si continuò a mangiare e a bere. A un tratto il signor Direttore, alzando il bicchiere, brindò con poche ma affettuose parole alla prosperità della scuola, al bene dell' istruzione popolare, alla buona riuscita dei suoi allievi maestri, futuri educatori del popolo.

« Poca favilla gran fiamma seconda ».

Da un punto all' altro stanzone, dal primo all' ultimo degli alunni, si videro alzare i bicchieri e i brindisi fioccarono l' un dopo l' altro, in versi e in prosa, fra le voci, gli evviva e i battimani.

Il Direttore fe' segno di voler dire qualcosa, e allora il vocìo, come per incanto, cessò. « Figli miei, egli disse, ho un dovere e una promessa da compiere, cioè, di ricordare a voi, in mezzo all' allegria di questo banchetto, scarso assai a pietanze, ma ricco di affetti e di geniali piaceri, una persona a tutti cara, rispettata da tutti, e che altra volta volle onorarci di sua presenza e condividere con noi i piaceri di altre passeggiate consimili. Voi comprendete bene di chi parli.--

-- Sì, sì, del signor Provveditore --

-- Appunto, parlo del cav. Pietro Macrì R. Provveditore agli studi di questa provincia. Or bene volgete il pensiero a Lui che, sebbene lontano, pure è col cuore e con la mente qui in mezzo a voi, futuri educatori, la cui sorte gli sta tanto a cuore, a fate voti che il tempo renda lene il dolore....

-- Per la perdita del figlio? --

-- Sì, per la perdità del figlio diletto la cui memoria gli è presente ad ogni istante della sua vita, e che non potrebbe trovarsi ora in mezzo a noi senza piangere, ricordando il figliuol suo, giovinetto come voi, spezzato, come fiore dalla bufera, nel più bel rigoglio degli anni ». La parola gli morì sulle labbra e le lacrime che spuntavano in pelle in pelle sugli occhi di tutti, furono prova assai manifesta della generale commozione e dell' affetto rispettoso, onde meritamente è degno il nostro egregio Provveditore. Quindi in segno del comune affetto e della generale devozione, gli fu spedito il seguente telegramma:

Al Sig. Provveditore agli Studi
Catania
« Lei che sebbene lontano, è nel pensiero, nel cuore di tutti, Professori, Allievi-maestri, Ispettore scolastico, Insegnanti Misterbianco, Motta S. Anastasia, rispettosamente salutano, augurano vederla sempre governo questa provincia pel bene dell'istruzione affidatale. »
Direttore--Amore

Di un' altra persona, riprese tosto il Direttore, io vi devo parlare, di un' altra persona a cui deve la popolare istruzione programmi più razionali, regolamenti più consentanei alla civiltà dei tempi; io parlo di S. E. il Ministro Paolo Boselli, il cui disegno di legge sull' istruzione primaria, è il primo passo alla necessaria riforma, onde l' educatore cessi finalmente di esser segno alle ire di parte o ai capricci municipali, e divenga vero ministro dello Stato, l' educatore della Nazione. Facciamo voti che quel disegno si traduca in legge e che presto i maestri ne risentano i benefici effetti ».

I giovani, memori ancora delle belle parole pronunziate da S. E. il Ministro, allorchè venne ad onorare la Scuola della sua presenza, acclamarono con vero entusiasmo il ministro Boselli, e in segno della devozione e della riconoscenza che tutti gl' insegnanti sentono per lui, fu subito spedito il telegramma seguente:

A S. E. il Ministro della P. Istruzione
Roma.
Professori, Alunni normali, Ispettore scolastico, Insegnanti Misterbianco e Motta S. Anastasia, Rappresentanti municipali, qui riuniti in fraterno simposio, occasione passeggiata scolastica, mandano S. E. rispettoso saluto, augurano disegno legge istruzione primaria divenga tosto legge dello Stato, vantaggio istruzione e maestri.
Direttore--Amore

Al quale telegramma il Ministro rispose con le seguenti bellissime parole:

Direttore Scuola Normale Maschile
Catania.
Spero che disegno legge inteso migliorare condizione Maestri elementari, sia tradotto in atto, ma qualunque sorte abbia, importa ricordare come educazione popolare dipenda valentia e virtù dei Maestri.
Confido quindi opera Direttore, Insegnanti scuole normali e Ispettori scolastici, secondata amore studio giovani allievi di quelle, apparecchino educatori degni destini Patria.
Ministro--Boselli

I brindisi ricominciarono, e questa volta in onore dei professori, i quali rispondevano alle unanimi acclamazioni con altri brindisi e con discorsetti caldi di amor patrio e di virtuose esortazioni. Il Professore di pedagogia si presentò fra gli evviva generali ed ebbe il gentile pensiero di augurarci un esito felice per i prossimi esami finali. Fu un mettere esca al fuoco, però l' allegria toccò i gradi più alti e i ringraziamenti, i brindisi, le proteste di affetto piovvero dalla bocca di tutti.

Certo quale augurio migliore di quello? Oh felice davvero chi, dopo un anno di studio, potrà ritornare al paesello natio, ai genitori che l' aspettano, alla famiglia che lo desidera, con la sua brava patente in tasca!

Anche le autorità municipali e scolastiche, le quali ci avevano fatto l'onore di accompagnarsi a noi, pronunziarono brevi discorsetti d'occasione, e dissero rimanere indelebile nei loro cuori il ricordo di quella nostra passeggiata. I ringraziamenti e gli evviva si ripeterono, e l'entusiasmo al giunse colmo. [sic] La stanza non può più contenerci, e allora si esce all'aperto, nell'aia. Quand' ecco si sente l' accordo di violini, mandole, chitarre, flauti ch' era un piacere. Quei suoni mettono nelle gambe di tutti la smania del ballo e, unitici a coppia, ci slanciammo nel mezzo dell' aia, sgambettando come tanti ballerini. Poco dopo il prof. Aradas, preparata la lastra, ci chiamò, ci fece sedere, ci ordinò a semicerchio attorno al sig. Direttore e ai professori, e il gruppo fotografico fu tirato. Rimanemmo lì seduti a riposarci un pochino, chè l'ora della partenza s' avvicinava. E intanto s' invitarono i più abili suonatori di violino a regalarci qualche cosetta. Contendevansi la palma due suonatori: un giovane mottese e l' allievo-maestro della 3ª classe normale, il signor Oliveri Ignazio da Paternò. Entrambi dunque dovevano dar prova della loro valentia ed essere giudicati--« Chi sarà il più abile? si domandava »--Vedremo, si gridò, e noi giudicheremo, o meglio faremo da Mida.--Su dunque, rispose un altro, suonino Marsia e Apollo.--La sfida fu accettata e i due suonatori si prepararono a quella specie di tenzone artistica.--Chi sarà Apollo? chi sarà Marsia? si continuava a gridare!--Oh bella! Apollo sarà il nostro compagno, sarà Olivieri--E Marsia? l'altro, il Mottese. E noi giudicheremo imparzialmente, faremo giustizia, purchè, se perde Apollo, non ci faccia diventare le orecchie asinine » E qui grandi risa. Il primo, cioè Marsia suonò il Carnevale di Venezia, variandolo in cento guise--Bravo Marsia! evviva Marsia!--Ma ecco Apollo: silenzio, ascoltate, suona il Pastore svizzeri; la dolcezza di quelle note, rese maestrevolmente, incanta, trasporta. -- Bravo Apollo! Viva Apollo.--Chi vinse? Apollo o Marsia? Non si sa, entrambi ebbero applausi e battimani, così entrambi rimasero in cor loro contenti con la certezza di aver meritata la palma, e noi evitammo il pericolo di rimanere con le orecchie asinine.

I suoni e i canti continuavano, quando la voce del Direttore gridò: Si parte. A quella voce, cessati i suoni e i canti, fu un alzarsi, un correre, un prepararsi alla partenza, un ordinarsi alla marcia, trattenute dal canto con la stessa fretta con cui le anime, trattenute dal canto di Casella, andarono via alla voce del Veglio onesto.

Come quando, cogliendo biada o loglio,
        Gli colombi adunati alla pastura,
        Queti, senza mostrar l'usato orgoglio,
Se cosa appar ond'elli abbian paura,
        Subitamente lasciano star l'esca,
        Perchè assaliti son da maggior cura;
Così vid'io quella masnada fresca
        Lasciare il canto, e fuggir ver la costa,
        Com'uom che va, nè sa dove riesca.

Enrico Polizzi Campagna


DA MOTTA A MISTERBIANCO

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VIII.

La scolaresca, militarmente ordinata, cominciò a marciare verso Misterbianco, unitamente con le autorità municipali, col sig. Sindaco, col Sopraintendente scolastico e col Direttore didattico sig. Tomaselli, i quali ci accompagnarono un buon tratto fuori paese.

Si marciava verso Misterbianco, con quella specie d' aria marziale, che indica vigore e allegria, rallegrata da un continuo scoccare e incrociare di motti, di frizzi, di facezie, che volavano dalla bocca di tutti e accendevano il riso.

Uscendo da Motta, s'intonò l' inno:

Cantiamo allegramente
Lasciando la città,
Sui monti è più lucente
Il sol di libertà.

E così cantando ci dilungammo dal paese, ed ecco presentarsi ai nostri sguardi la croce che sorge sulla cappella del cimitero. La voce morì a tutti sulle labbra, e, come se si ubbidisse ad un comando, ci fermammo a leggere le iscrizioni, che fronteggiano le due colonne dell' entrata.

La prima a sinistra dice:

All' ombra della croce


Qui
Ove giacciono dimenticate le ossa di tanti estinti
Qui ricchezza e potere più non distingue.
Solo le ceneri dei virtuosi
Si onorano
Ad esempio dei posteri.

E la seconda a destra:

A egregie cose

Gli animi accende
La venerata tomba di colui
Che virtù e lavoro
Ricorda
A sollievo e conforto dei buoni
A vergogna e rimorso dei tristi

Il ricordo dei Sepolcri del Foscolo che assai chiaramente sorge da quest' ultima iscrizione, venne a salvarci da quel visibilio di pensieri mesti e dolorosi che la vista del camposanto risveglia nel cuore di tutti; quindi, come per ridestarci alla vita, cominciammo a ripetere a coro i versi dell' illustre cantore dei Sepolcri:

A egregie cose il forte animo accendono
L'urne dei forti, o Pindemonte, e bella,
E santa, fanno al peregrin la terra
Che le ricetta.

Si riprese la marcia, declamando lungo la via brani di poesie dei poeti più celebri, nei quali il desiderio della gloria, il sentimento del sacrifizio alla libertà e alla gloria della patria, è anteposto a quello della vita stessa.

Si declamò l' ultima strofe della canzone del Recanatese: A un vincitore nel pallone:

Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch' ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s' onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne' perigli avvolta,
Se stessa oblia, nè delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

Queste ultime parole ci ricordarono il canto militare del poeta greco Callino, che venne declamato a coro:

E quando destarvi dal sonno vorrete,
        E quando, o garzoni, nel petto accorrete
        Magnanini sensi d' antico valor?
        Sentite siccome v'accende l' onor cittadino?
        V'è addosso l'obbrobrio, né v'arde il rossor?
Codardi! Pensaste poltrir nella pace,
        Ma l'ira guerriera nei cuori non tace,
        Ma freme la terra di Marte al furor.
        Ah! dove di patria l'amor ci trasporta,
        Si corra, o garzoni, si mora; che importa?
        Ma l'ultimo moto sia moto d' onor.

Così declamando e cantando si percorse la via, e senza neanco avvedercene, eccoci nelle vicinanze di Misterbianco. La scolaresca si dispose allora per quattro, osservando militarmente l' ordine di marcia.

Gli abitanti, come se fosse giorno di festa, ci aspettavano nella strada principale, ov' erano schierati in bell' ordine militare gli alunni delle classi elementari, con la rispettiva bandiera, facendo bella mostra di sè, come un battaglione di vecchi soldati in un giorno di rivista.

Gli alunni della 4ª e della 5ª classe, avevano il berretto uniforme, ed eran muniti della bacchetta.

Allorchè il nostro drappello giunse dinanzi le classi elementari, il Direttore didattico comandò l' attenti e a questo comando gli alunni presero l' atteggiamento di veri soldati, rimanendo immobili come statue. Quindi si comandarono alcuni esercizi con la bacchetta, e movimenti ginnastici, e tanto gli uni, quanto gli altri, furono eseguiti con precisione ammirevole.

In ultimo si comandò fianco destr, e al march sfilarono ordinatamente dinanzi al sig. Direttore cav. Amore, al R. Ispettore sig. Marcellino e al corpo dei professori tutti.

L' ordine, il silenzio, il contegno mostrato dagli alunni, diedero a divedere, assai manifestamente che le scuole elementari di Misterbianco sono ben disciplinate, e che i maestri sono molto abili e zelanti nell' adempimento del loro dovere.

Intanto si fa tardi, il sole volge al tramonto, il momento della partenza è già venuto. Ci mettemmo in marcia, seguiti da una folla di popolo che ci accompagnò fino all' uscita del paese. Anche le autorità scolastiche e il corpo degl'insegnanti elementari vennero ad accompagnarci, e i saluti e i ringraziamenti furono molti e ripetuti; finchè, messici in ordine, riprendemmo la via alla volta di Catania.

Silvestro Lo Turco


RITORNO

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IX.

Il sole volgeva al tramonto.

Giù verso ponente, pareva come se il sole tornasse a spuntare. Il cielo si tingeva d' oro e di porpora, mostrandosi qua e là sparso di nubi biancastre, iridescenti; il mare lontano assumeva la sua tinta turchina, e il giorno moriva in uno di quei tramonti placidi e mesti che solo maggio sa darci.

Dante, artista e poeta insuperabile, sentì anch' egli la divina bellezza di quell'ora melanconica, e la riprodusse nei versi immortali:

        Era già l' ora che volge il desio
A' naviganti, e intenerisce il core
Lo di ch' han detto a' dolci amici addio,
        E che lo novo peregrin d' amore
Punge, se ode squilla di lontano
Che paia il giorno pianger che si muore.

Quel bagliore vivissimo si dileguò in un momento; una tinta grigiastra, uniforme e triste scese sulla terra; gli oggetti che ci attorniavano, assunsero tutti lo stesso colore, le forme svanirono . . . . . . la vita si spegneva nelle tenebre, mentre le stelle fiammeggiavano nella limpida volta del cielo.

E noi si andava avanti, muti, pensosi, sentendo in cuore la malinconia di quel tramonto. Non più i canti allegri e chiassosi del mattino, nè la forte gioia del meriggio. La passeggiata finiva, come finiva la luce sulla terra, il lavoro nei campi, il canto degli uccelli nella campagna, lasciando in noi la dolce sensazione delle gioie godute e un vivo desiderio di riposo. La notte precedente, passata insonne, si ardeva d' impazienza, si accendeva il lumino a guardare nell'orologio le ore che scorrevano lentamente, quasi lo facessero apposta, ci si alzava a guardare se la luce dell' alba imbiancasse il cielo, ci si vestiva per ingannare il tempo, si anelava al libero cielo, ai liberi campi, al canto, al moto, alla vita. E tutto ciò era passato, e in noi non rimaneva che un vivo ricordo delle liete ore trascorse insieme, ed un nuovo desiderio subentrava, non di cielo, nè di campi, nè di canti, nè di moto, ma della nostra stanzuccia, di silenzio, di riposo, di sonno.

La speranza ci restituiva le forze; si rizzava il capo, come se si volesse protestare contro quel momento di abbandono; si allungava il passo, si ricominciava una canzone interrotta.

Dalla festa di S. Alfio, una festa chiassona e carnascialesca, tornavano intanto i devoti, a brigate, a frotte, a coppie. Di quando in quando carri gremiti di uomini e di donne, correndo all' impazzata, [sic] sollevavano una nube di polvere, minacciando di venirci a ridosso, ond' eravamo costretti a stringerci con le spalle al muro della strada. Ed essi passavano in mezzo a noi schiamazzando, suonando, o meglio stuonando coi loro tamburelli, vociando, celiando, dandosi la berta l' un l' altro.

E si andava avanti, sospirando di raggiungere presto la meta, guardando di tanto in tanto il Direttore che marciava tranquillo alla nostra testa, infondendo in noi, mercè il suo esempio, vigore e costanza.

Intanto laggiù in fondo, le tenebre venivano rotte da una luce rossastra, simile a quella delle aurore boreali. Era il riflesso della sfarzosa illuminazione a gaz delle vie di Catania. In mezzo a quella luce la vita, il clamore della città . . . . . e la nostra stanzuccia. Quella luce era per noi come per i naviganti il faro, che indica loro, con la fine del lungo viaggio, il desiderato riposo. Non si pensava ad altro che a quelle vie splendidamente illuminate, ma più che alle altre, ad una via, ad un vicolo; alla via, al vicolo della nostra dimora, dove ci attendeva il guanciale di casa.

Cominciava a farsi sentire confuso e indistinto il rumore lontano della città. Eravamo di già pervenuti alle prime case suburbane.

Il rumore aumentava, si distingueva il frastuono delle carrozze, il vociare dei rivenduglioli, si camminava sotto gli alberi che fiancheggiano la strada. . . . si era dunque al Fortino. Un gran respirone venne fuori dal petto di tutti; pochi minuti ancora e saremo in città.

Si passò repentinamente dalle tenebre alla luce, dalla quiete della campagna al movimento, al frastuono della città. Quale antitesi!

Giunti nella piazza Palestro, il signor Direttore disse parole di lode per l' ordine e la disciplina tenuti. Disse che non avrebbe dimenticato mai il dolce ricordo di quella giornata, esortando noi, allorchè saremo divenuti educatori del popolo, di fare altrettanto coi nostri alunni; e conchiuse dicendo che le passeggiate scolastiche giovano all' istruzione, perocchè nessun libro migliore di quello ch' è la stessa natura; giovano poi all'educazione, perchè valgono a cementare potentemente l' affetto fra allievi e maestri.

La parola del Direttore fu ascoltata in silenzio, contenti di veder manifesti i nostri pensieri da lui che, più che precettore, è padre affettuoso.

Un « evviva il Direttore, evviva i Professori! » eruppe dai petti di quaranta giovani, divenuti di nuovo baldi e forti, come se si fosse al momento della partenza.

Quando il Direttore ci sciolse, fu uno scambiar di saluti, uno stringer di mano forte forte, come se avessimo voluto suggellare con quell' atto, i cari ricordi della passeggiata e il desiderio di tornare un'altra volta a godere tutti insieme, come in quel giorno, tanti e sì ineffabili piaceri.

Quindi ci allontanammo a piccoli gruppi, frettolosi di giungere a casa.

Giuseppe Giammona di Vincenzo


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>.
Prima edizione digitale: maggio 2001.
Ultima revisione: 27 marzo 2002: aggiunte quest'indice e le fotografie.
Ultima revisione dell'HTML: 28 dicembre 2005.