LA

RIVOLUZIONE IN CATANIA

NEL 1647-48

NARRATA DA UN'ANTICA CRONACA

ILLUSTRATA

DAL SAC. G. LONGO

*

CATANIA
REALE TIPOGRAFIA PANSINI


1896


Note su quest'edizione digitale

Che sia benedetta la scrupolosa anima del Sac. G. Longo! Un secolo fa si è dato tanta cura a portare alla luce ciò che egli chiamava "i suoi sbadigli storici" che oggi la città di Catania di trova arricchita di molte notizie sulla propria storia, che altrimenti, se non perse del tutto, sicuramente non sarebbero conosciute.

Qui ripeto il suo lavoro conservando e pubblicando un manoscritto in cui vengono descritti da un testimone oculare ben informato e schietto gli sanguinosi tumulti rivoluzionari catanesi del 1648.

I numeri fra parentesi nel testo rimandono alle note del Sac. Longo, le quali si trovano alla fine di quest'archivio. Non le riproduco tutte; ommetto quelle in cui il Sac. Longo dà rilievo alla differenza fra questa versione dei fatti e quella di un certo Rizzari, e quelle in cui riassume il contenuto del manoscritto.

Il mio segno [sic] nel testo sta a significare che la parola o frase precedente, sebbene pare strana, era proprio così nel testo originale, e di notare l'uso archaico nella grammatica e nell'ortografia, in particolare, l'uso della forma "furo" per l'odierno "furono", eccetera.

Martin Guy, Catania e Raddusa, maggio 2002.


Tabella dei contenuti


AI NOBILI CATANESI
DEGNI NIPOTI DI QUEGLI AVI
CHE EBBERO GRAN PARTE
NEI FATTI MEMORANDI
ACCENNATI IN QUESTA CRONACA
CHE MOLTO CONTRIBUIRONO
AL RITORNO DELL'ORDINE
QUESTO MIO LAVORO
O. D. C.


CAP. I.
IL 27 MAGGIO

In questo giorno cominciano i moti rivoltosi della plebe e in fine dello stesso giorno, per l'intromessa opera del Principe di Biscari, cessano per poco.

   A 27 Maggio, lunedì, ad hore 16 e mezza 1647 si trovarono nelli publici luoghi della città di Catania molta quantità di cartelli dicendo di questa maniera: all'armi, all'armi ed altri: al sangue, al sangue contro la nobiltà di detta città di Catania, cennando tutto al mal governo (1). Alcuni sacerdoti dabbene, veduto questo, subito ragunatisi andaro dove era la Città (2) pregandola che per l'amor di Dio dasse rimedio a queste indemoniate genti, che li levasse le gabelle acciò fossero dappoi dell'errore avvisate. Li detti giurati non vollero levare le gabelle conforme quelli sacerdoti li consigliavano, ma vollero prima donarne parte a S. E. (3) per sapere che cosa si doveva fare che la città di Catania si dubitava non facesse conforme si stava facendo nella città di Palermo con l'armi in mano e mandaro a S. E. tutti li cartelli quali si trovaro come sopra. Mentre che si stava in questo, che non ancora la Città aveva spedito il correro, ecco che si vidde tutta la Città con le armi in mano, di ogni conditione, tutti gridando: serra, serra, al sangue, al sangue, al foco. Tale spavento, posso ben dire, di non havere veduto mai i nostri antenati: chi piange padre, chi marito e figli, chi per le chiese e chi per confessione, pallidi tutti quasi ombre di morte. Mentre si stava in questa pallidezza ecco calare dalla Civita Don Bernardo Paternò, nipote di Raddusa (4), con l'armi in mano, seguito da mille marinai benissimo armati con suoi moschetti e forniti di monitione. Essendo nella piazza con molti gridi e strepiti, ecco che calano il Corso da mille homini molto bene armati gridando ognuno: al sangue, al sangue. Nella stessa piazza ecco dalla Triscini (5) calare da due mila homini molto bene armati. In questo cala ancora tutta la mastranza e altre genti da due mila homini di fatto armati con spade, scopette, pugnali, soffioni et altre armi. Dire non si può con penna il caso orrendo; solo io che fui a vista posso appena col mio pensiero raffigurarmi di nuovo quel tempo, acciò preghi Iddio che non più possa tornare tale tempo e tale hira; tutto intanto per li nostri peccati!
   Mentre si stava in questo non si sapeva che fare: chi dicea una cosa, chi un'altra, chi voleva distruggere case e chi abrugiare; tutti poi in una voce risolvettero che si abrugiassero tutti li nobli, e così gridarono: alle frasche, alle frasche; et ecco che in un punto si vide la piazza piena di frasche e legna.
   Mentre si stava carreggiando frasche furo scarcerati tutti li carcerati e si voleva ancora scarcerare quelli dello Castello (7), ma il Castellano non volle darli e stava in sua guardia con il ponte tirato.
   D. Cesare Tornabene, Capitano della Città (8), visto allora il gran pericolo, ordinò al Castellano che escarcerasse tutti li carcerati e ciò per evitare maggior danno. Così tutti li carcerati essendo fuori, rivati nella piazza incominciarono ad abrugiare e ardere. Alcuni spiriti maligni dettero ad abrugiare le carte dello patricio e quello dello capitano; e ciò fu di gran rovina per questa povera città poichè si abrugiò tutto l'archivio, così criminale, come quello civile, di anni 50 addietro; ciò è stato e sarà di molto danno alla Città per tale abrugiamento di archivio. Vedendo tanta perditione, subito il sig. D. Francesco Amico (9), Vicario Generale in sedia vacante, si pigliò il SS. Sacramento et uscì fuori nella pubblica piazza, dove era quasi tutto il popolo con l'armi in mano facendo stragi e rovina. Tutto che con la vista del Gran Nostro Iddio si balcasse un poco l'empia rabbia di alcune genti, tuttavia non fu bastante per tale moltitudine di genti le quali non si lasciavano affatto correggere. Come anco uscirono li padri di Gesù della Collegiata con il SS. Crocifisso, accompagnato da tutti quelli padri che si mortificavano gridando: misericordia e andavono per le strade: parte battendosi con capi di corda e parte con catene; ma essi non furono bastanti a corregere la moltitudine. Uscì financo la Custodia della Collegiata accompagnata da molta gente gridando tutti: misericordia, e nemmeno ciò fu bastante. Uscì finalmente il SS.mo che allora era esposto nella parrocchia di S. Filippo, come è hordinario, accompagnato da molti cavalieri, genti ordinarie e donne scapillate, tutti gridando: misericordia. Tutti andarono verso la publica piazza che allora era piena di fuoco e vampe, che salivano e passavano la Loggia (10). Mentre che quella gente si stava in questo fracasso et erano giunti tutti questi che innanti ho detto, per sommo miracolo di Dio, incominciò l'ira a balcare, che altrimenti sarìa finita male; se non fosse stato per l'aiuto del Sommo Iddio già questa Città fora stata distrutta e facta come dette male genti havevano divisato di fare, poichè havriano abrugiata tutta la Loggia (11) con tutto l'archivio come avevano abrugiato tutte le leggi della Città, buffetti ed altri arnesi. Veduto questo, parte del popolo honorato fecero subito cavalcare il signore D. Agatino Paternò Principe di Biscari (12), il quale calando con due suoi carissimi fratelli nella pubblica piazza (dove si stava con tanta afflitione e con tante mila persone, tutte armate, et il signor Vicario Generale in quel mezzo con il SS. Sagramento in mano) incominciò a gridare resicando sua vita e tutto confidato in Dio: Viva il Re di Spagna.
   Tutta quella genta, vedendo il Principe, lo seguirono, et incominciarono a gridare: Viva il Re di Spagna et fora gabelle. Con questo mezzo termine si quetarono tutti et incominciarono a domandare di levare le gabelle, e fecero due Giurati popolari; questa zuffa durò sino ad hore 20 in cui si fecero li detti giurati. Il primo fu Filippo Mancarella et il secondo Giuseppe Incontro e delli sei giurati, che erano nobili (13), ne foro levati due e foro il Sig. D. Ercole Gravina et il Sig. D. Francesco Ramondetta (barone del Pardo). Si dese poi possesso alli due Giurati cittadini con molto honore et pompa, tutta la gente li accompagnò in forma di giurato, con li tamburi a cavallo e le trombe a cavallo, e con li altri giurati nobili alla spada, e tutto il popolo appresso con l'armi in mano gridando: Viva il Re di Spagna e fora gabelle. Tutto questo giorno si passò in questo come ho detto, e fu la prima giornata.


CAP. II.
DAL 28 MAGGIO ALL'8 GIUGNO

La plebe, esasperata perchè andava dicendosi che i nobili avevano scritto contro di essa al Vicerè, si muove a nuovo e più feroce tumulto, s'impadronisce della Città e la governa.

   Il giorno seguente che fu il 28 di Maggio, il martedì, si andava dicendo che li nobili volevano fare tradimento alli popoli e che havevano scritto a S. E. contro detti popoli. Per questo il popolo adirato incominciò più furioso del giorno passato, e così si vidde di nuovo la plebe contro la nobiltà; volevano tagliar questa tutta a pezzi e con le donne e coi figli; così si vidde sin dalla mattina una serra serra e ognuno alle armi. Questo giorno fu più di terrore del giorno passato, che se non fosse stato per gli uomini honorati, tutti li nobili si avriano tagliati a pezzi. Però non si potte reparare in tutto, in quanto che si portò frasca alla casa di D. Francesco D'Alessandro et di D. Pompeo La Torre e vi danno fuoco, e a colpi di moschettate misero tutto il palazzo in gran pericolo. Allora molta gente vedendo questa rovina, fecero uscire il SS. Sacramento della Matrice Ecclesia e portatolo al detto loco si balcò per poco l'ira di quelle genti alla vista del Grande Iddio. Però non tanto si potte riparare, per quanto che tutte le finestre et invetrate le fecero andare per l'aira [sic] a colpi di pietre e di moschetti, e questo fu la mattina. Essendo doppo mangiare, 28 Maggio, di nuovo la plebe incominciò contra la stessa nobiltà a volerla tagliare a pezzi, inventando la gente che li nobili havessero già scritto a S. E. contro di essa. Fu gran caso in questo giorno che li popoli serraro tutta la nobiltà nel Seminario (16), e poi fecero lettere a S. E. e di poi fecero uscire li nobili ad uno ad uno e li fecero sottoscrivere quelle lettere, con farli dire che quella mozione le havevano fatta li nobili e che li giurati cittadini li avevano fatto detti nobili ed altri e mille capitoli; tutto consistendo di essere stati li nobili la causa di quella ribellione. Quelli cavalieri, che non erano subito a sottoscrivere, li minacciavano con il pugnale nel petto e subito mandavano le frasche, di cui era piena la piazza, alle case di essi cavalieri per darle fuoco. Quelle abrugiate furono molte, ma le prime foro le Torri, le seconde foro le case di Michele Asmundo, terzo la casa di D. Bernardo De Felice Bevecito ed altre; ma perchè si stavano genti honorate, le quale vedevano cosa che li popoli seguivano a fare, subito corrono con il SS. Sacramento sopra il loco a così non li lasciaro fare più danno. Il mercoledì, che fu il 29, si gettò banno che diceva: tutti fora cappa sotto pena della vita et ognuno andare con spata e pugnale e qualsivoglia altra sorte di arme che avesse voluto portare. Si fecero in quel giorno le forche nella Fera (17) e si tenne Consiglio di quello si doveva fare. Il Giovedì (30 Maggio) si fecero li Capitani delli quartieri con sette alfieri e foro tutti nobili e foro questi:—della Santissima Trinità (18) il Capitano fu D. Giuseppe Rizzari e l'alfere D. Pietro Moncada—di Sancta Agatha la Vetera D. Gasparo Rizzari e l'alfere D. Vincenzo Gravina—della Civita D. Bernardo Paternò e Raddusa e l'alfere...—della Porta di Mezzo (20) D. Giacomo Platania e l'alfere D. Ignazio Asmundo—del Castello D. Franco Scarfellito e l'alfere D. Francesco Paternò—di S. Margherita...... (mancano nel manoscritto i nomi degli altri Capitani ed alfieri).
   Il Venerdì, 31 Maggio, Sabato, 1 Giugno e la Domenica seguente si fece la raccolta della somma di trentamila scudi per comprare tanto frumento per servitio della Città e per altri bisogni; quali denari li dettero D. Vico Ansalone, Michele Asmundo, D. Francesco Paternò alla Fera, e D. Giovanni Todisco.
   Si mandaro a Sua Eccellenza li innanzi detti Capitoli ben fatti e sottoscritti da tutta la Nobiltà, quali detti Capitoli li portò D. Lorenzo Promintorio et il padre Priore di S. Teresa.


CAP. III.
DALL'8 AL 25 GIUGNO

La plebe monta sempre più in ira contro la nobiltà e, pazza della vittoria riportata, ne abusa; ciò che indispettisce molto la gente onorata.

   Si stette di questa maniera insino alli 8 di Giugno: sempre si stava con l'anima sospesa in tutta la Città, e con molta guardia sopra le mura e anco a cavallo con le scorti e tutti con le armi in mano e particolare le maestranza, che non lasciavano mai l'armi. Essendo così rivati insino alli 8 di detto mese di Giugno, D. Alessandro Gioeni, che era capopopolo, incominciò ad andare componendo per tutta la Città con dire che esso mandavano le genti per denari e quei poveri cavalieri lo credevano e fece molti componimenti (22). Ma Iddio fece scoprire la sua furberia poichè di quello, che detto Gioeni faceva, alcuno non ne sapeva niente, onde le genti, scoverto questo, andaro per pigliarlo e strangolarlo. Esso fuggì e non si potè trovare nè vivo nè morto.
   Alli 10 di detto mese di Giugno vi fu anco Mastro Antonio Giusto corvisere congiurato che con cinque altri, la notte s