LA

RIVOLUZIONE IN CATANIA

NEL 1647-48

NARRATA DA UN'ANTICA CRONACA

ILLUSTRATA

DAL SAC. G. LONGO

*

CATANIA
REALE TIPOGRAFIA PANSINI


1896


Note su quest'edizione digitale

Che sia benedetta la scrupolosa anima del Sac. G. Longo! Un secolo fa si è dato tanta cura a portare alla luce ciò che egli chiamava "i suoi sbadigli storici" che oggi la città di Catania di trova arricchita di molte notizie sulla propria storia, che altrimenti, se non perse del tutto, sicuramente non sarebbero conosciute.

Qui ripeto il suo lavoro conservando e pubblicando un manoscritto in cui vengono descritti da un testimone oculare ben informato e schietto gli sanguinosi tumulti rivoluzionari catanesi del 1648.

I numeri fra parentesi nel testo rimandono alle note del Sac. Longo, le quali si trovano alla fine di quest'archivio. Non le riproduco tutte; ommetto quelle in cui il Sac. Longo dà rilievo alla differenza fra questa versione dei fatti e quella di un certo Rizzari, e quelle in cui riassume il contenuto del manoscritto.

Il mio segno [sic] nel testo sta a significare che la parola o frase precedente, sebbene pare strana, era proprio così nel testo originale, e di notare l'uso archaico nella grammatica e nell'ortografia, in particolare, l'uso della forma "furo" per l'odierno "furono", eccetera.

Martin Guy, Catania e Raddusa, maggio 2002.


Tabella dei contenuti


AI NOBILI CATANESI
DEGNI NIPOTI DI QUEGLI AVI
CHE EBBERO GRAN PARTE
NEI FATTI MEMORANDI
ACCENNATI IN QUESTA CRONACA
CHE MOLTO CONTRIBUIRONO
AL RITORNO DELL'ORDINE
QUESTO MIO LAVORO
O. D. C.


CAP. I.
IL 27 MAGGIO

In questo giorno cominciano i moti rivoltosi della plebe e in fine dello stesso giorno, per l'intromessa opera del Principe di Biscari, cessano per poco.

   A 27 Maggio, lunedì, ad hore 16 e mezza 1647 si trovarono nelli publici luoghi della città di Catania molta quantità di cartelli dicendo di questa maniera: all'armi, all'armi ed altri: al sangue, al sangue contro la nobiltà di detta città di Catania, cennando tutto al mal governo (1). Alcuni sacerdoti dabbene, veduto questo, subito ragunatisi andaro dove era la Città (2) pregandola che per l'amor di Dio dasse rimedio a queste indemoniate genti, che li levasse le gabelle acciò fossero dappoi dell'errore avvisate. Li detti giurati non vollero levare le gabelle conforme quelli sacerdoti li consigliavano, ma vollero prima donarne parte a S. E. (3) per sapere che cosa si doveva fare che la città di Catania si dubitava non facesse conforme si stava facendo nella città di Palermo con l'armi in mano e mandaro a S. E. tutti li cartelli quali si trovaro come sopra. Mentre che si stava in questo, che non ancora la Città aveva spedito il correro, ecco che si vidde tutta la Città con le armi in mano, di ogni conditione, tutti gridando: serra, serra, al sangue, al sangue, al foco. Tale spavento, posso ben dire, di non havere veduto mai i nostri antenati: chi piange padre, chi marito e figli, chi per le chiese e chi per confessione, pallidi tutti quasi ombre di morte. Mentre si stava in questa pallidezza ecco calare dalla Civita Don Bernardo Paternò, nipote di Raddusa (4), con l'armi in mano, seguito da mille marinai benissimo armati con suoi moschetti e forniti di monitione. Essendo nella piazza con molti gridi e strepiti, ecco che calano il Corso da mille homini molto bene armati gridando ognuno: al sangue, al sangue. Nella stessa piazza ecco dalla Triscini (5) calare da due mila homini molto bene armati. In questo cala ancora tutta la mastranza e altre genti da due mila homini di fatto armati con spade, scopette, pugnali, soffioni et altre armi. Dire non si può con penna il caso orrendo; solo io che fui a vista posso appena col mio pensiero raffigurarmi di nuovo quel tempo, acciò preghi Iddio che non più possa tornare tale tempo e tale hira; tutto intanto per li nostri peccati!
   Mentre si stava in questo non si sapeva che fare: chi dicea una cosa, chi un'altra, chi voleva distruggere case e chi abrugiare; tutti poi in una voce risolvettero che si abrugiassero tutti li nobli, e così gridarono: alle frasche, alle frasche; et ecco che in un punto si vide la piazza piena di frasche e legna.
   Mentre si stava carreggiando frasche furo scarcerati tutti li carcerati e si voleva ancora scarcerare quelli dello Castello (7), ma il Castellano non volle darli e stava in sua guardia con il ponte tirato.
   D. Cesare Tornabene, Capitano della Città (8), visto allora il gran pericolo, ordinò al Castellano che escarcerasse tutti li carcerati e ciò per evitare maggior danno. Così tutti li carcerati essendo fuori, rivati nella piazza incominciarono ad abrugiare e ardere. Alcuni spiriti maligni dettero ad abrugiare le carte dello patricio e quello dello capitano; e ciò fu di gran rovina per questa povera città poichè si abrugiò tutto l'archivio, così criminale, come quello civile, di anni 50 addietro; ciò è stato e sarà di molto danno alla Città per tale abrugiamento di archivio. Vedendo tanta perditione, subito il sig. D. Francesco Amico (9), Vicario Generale in sedia vacante, si pigliò il SS. Sacramento et uscì fuori nella pubblica piazza, dove era quasi tutto il popolo con l'armi in mano facendo stragi e rovina. Tutto che con la vista del Gran Nostro Iddio si balcasse un poco l'empia rabbia di alcune genti, tuttavia non fu bastante per tale moltitudine di genti le quali non si lasciavano affatto correggere. Come anco uscirono li padri di Gesù della Collegiata con il SS. Crocifisso, accompagnato da tutti quelli padri che si mortificavano gridando: misericordia e andavono per le strade: parte battendosi con capi di corda e parte con catene; ma essi non furono bastanti a corregere la moltitudine. Uscì financo la Custodia della Collegiata accompagnata da molta gente gridando tutti: misericordia, e nemmeno ciò fu bastante. Uscì finalmente il SS.mo che allora era esposto nella parrocchia di S. Filippo, come è hordinario, accompagnato da molti cavalieri, genti ordinarie e donne scapillate, tutti gridando: misericordia. Tutti andarono verso la publica piazza che allora era piena di fuoco e vampe, che salivano e passavano la Loggia (10). Mentre che quella gente si stava in questo fracasso et erano giunti tutti questi che innanti ho detto, per sommo miracolo di Dio, incominciò l'ira a balcare, che altrimenti sarìa finita male; se non fosse stato per l'aiuto del Sommo Iddio già questa Città fora stata distrutta e facta come dette male genti havevano divisato di fare, poichè havriano abrugiata tutta la Loggia (11) con tutto l'archivio come avevano abrugiato tutte le leggi della Città, buffetti ed altri arnesi. Veduto questo, parte del popolo honorato fecero subito cavalcare il signore D. Agatino Paternò Principe di Biscari (12), il quale calando con due suoi carissimi fratelli nella pubblica piazza (dove si stava con tanta afflitione e con tante mila persone, tutte armate, et il signor Vicario Generale in quel mezzo con il SS. Sagramento in mano) incominciò a gridare resicando sua vita e tutto confidato in Dio: Viva il Re di Spagna.
   Tutta quella genta, vedendo il Principe, lo seguirono, et incominciarono a gridare: Viva il Re di Spagna et fora gabelle. Con questo mezzo termine si quetarono tutti et incominciarono a domandare di levare le gabelle, e fecero due Giurati popolari; questa zuffa durò sino ad hore 20 in cui si fecero li detti giurati. Il primo fu Filippo Mancarella et il secondo Giuseppe Incontro e delli sei giurati, che erano nobili (13), ne foro levati due e foro il Sig. D. Ercole Gravina et il Sig. D. Francesco Ramondetta (barone del Pardo). Si dese poi possesso alli due Giurati cittadini con molto honore et pompa, tutta la gente li accompagnò in forma di giurato, con li tamburi a cavallo e le trombe a cavallo, e con li altri giurati nobili alla spada, e tutto il popolo appresso con l'armi in mano gridando: Viva il Re di Spagna e fora gabelle. Tutto questo giorno si passò in questo come ho detto, e fu la prima giornata.


CAP. II.
DAL 28 MAGGIO ALL'8 GIUGNO

La plebe, esasperata perchè andava dicendosi che i nobili avevano scritto contro di essa al Vicerè, si muove a nuovo e più feroce tumulto, s'impadronisce della Citta e la governa.

   Il giorno seguente che fu il 28 di Maggio, il martedì, si andava dicendo che li nobili volevano fare tradimento alli popoli e che havevano scritto a S. E. contro detti popoli. Per questo il popolo adirato incominciò più furioso del giorno passato, e così si vidde di nuovo la plebe contro la nobiltà; volevano tagliar questa tutta a pezzi e con le donne e coi figli; così si vidde sin dalla mattina una serra serra e ognuno alle armi. Questo giorno fu più di terrore del giorno passato, che se non fosse stato per gli uomini honorati, tutti li nobili si avriano tagliati a pezzi. Però non si potte reparare in tutto, in quanto che si portò frasca alla casa di D. Francesco D'Alessandro et di D. Pompeo La Torre e vi danno fuoco, e a colpi di moschettate misero tutto il palazzo in gran pericolo. Allora molta gente vedendo questa rovina, fecero uscire il SS. Sacramento della Matrice Ecclesia e portatolo al detto loco si balcò per poco l'ira di quelle genti alla vista del Grande Iddio. Però non tanto si potte riparare, per quanto che tutte le finestre et invetrate le fecero andare per l'aira [sic] a colpi di pietre e di moschetti, e questo fu la mattina. Essendo doppo mangiare, 28 Maggio, di nuovo la plebe incominciò contra la stessa nobiltà a volerla tagliare a pezzi, inventando la gente che li nobili havessero già scritto a S. E. contro di essa. Fu gran caso in questo giorno che li popoli serraro tutta la nobiltà nel Seminario (16), e poi fecero lettere a S. E. e di poi fecero uscire li nobili ad uno ad uno e li fecero sottoscrivere quelle lettere, con farli dire che quella mozione le havevano fatta li nobili e che li giurati cittadini li avevano fatto detti nobili ed altri e mille capitoli; tutto consistendo di essere stati li nobili la causa di quella ribellione. Quelli cavalieri, che non erano subito a sottoscrivere, li minacciavano con il pugnale nel petto e subito mandavano le frasche, di cui era piena la piazza, alle case di essi cavalieri per darle fuoco. Quelle abrugiate furono molte, ma le prime foro le Torri, le seconde foro le case di Michele Asmundo, terzo la casa di D. Bernardo De Felice Bevecito ed altre; ma perchè si stavano genti honorate, le quale vedevano cosa che li popoli seguivano a fare, subito corrono con il SS. Sacramento sopra il loco a così non li lasciaro fare più danno. Il mercoledì, che fu il 29, si gettò banno che diceva: tutti fora cappa sotto pena della vita et ognuno andare con spata e pugnale e qualsivoglia altra sorte di arme che avesse voluto portare. Si fecero in quel giorno le forche nella Fera (17) e si tenne Consiglio di quello si doveva fare. Il Giovedì (30 Maggio) si fecero li Capitani delli quartieri con sette alfieri e foro tutti nobili e foro questi:—della Santissima Trinità (18) il Capitano fu D. Giuseppe Rizzari e l'alfere D. Pietro Moncada—di Sancta Agatha la Vetera D. Gasparo Rizzari e l'alfere D. Vincenzo Gravina—della Civita D. Bernardo Paternò e Raddusa e l'alfere...—della Porta di Mezzo (20) D. Giacomo Platania e l'alfere D. Ignazio Asmundo—del Castello D. Franco Scarfellito e l'alfere D. Francesco Paternò—di S. Margherita...... (mancano nel manoscritto i nomi degli altri Capitani ed alfieri).
   Il Venerdì, 31 Maggio, Sabato, 1 Giugno e la Domenica seguente si fece la raccolta della somma di trentamila scudi per comprare tanto frumento per servitio della Città e per altri bisogni; quali denari li dettero D. Vico Ansalone, Michele Asmundo, D. Francesco Paternò alla Fera, e D. Giovanni Todisco.
   Si mandaro a Sua Eccellenza li innanzi detti Capitoli ben fatti e sottoscritti da tutta la Nobiltà, quali detti Capitoli li portò D. Lorenzo Promintorio et il padre Priore di S. Teresa.


CAP. III.
DALL'8 AL 25 GIUGNO

La plebe monta sempre più in ira contro la nobiltà e, pazza della vittoria riportata, ne abusa; ciò che indispettisce molto la gente onorata.

   Si stette di questa maniera insino alli 8 di Giugno: sempre si stava con l'anima sospesa in tutta la Città, e con molta guardia sopra le mura e anco a cavallo con le scorti e tutti con le armi in mano e particolare le maestranza, che non lasciavano mai l'armi. Essendo così rivati insino alli 8 di detto mese di Giugno, D. Alessandro Gioeni, che era capopopolo, incominciò ad andare componendo per tutta la Città con dire che esso mandavano le genti per denari e quei poveri cavalieri lo credevano e fece molti componimenti (22). Ma Iddio fece scoprire la sua furberia poichè di quello, che detto Gioeni faceva, alcuno non ne sapeva niente, onde le genti, scoverto questo, andaro per pigliarlo e strangolarlo. Esso fuggì e non si potè trovare nè vivo nè morto.
   Alli 10 di detto mese di Giugno vi fu anco Mastro Antonio Giusto corvisere congiurato che con cinque altri, la notte seguente, si lanciaro nella casa di una povera per derubarla e in effetto la derubaro e dopo l'ammazzaro. Subito la mattina si provò il caso e pigliaro prima....... (nel manoscritto manca il nome) compagno di Giusto il qual era stato alla detta casa e lo pigliaro nella Chiesa. La plebe lo portò alla forca per appiccarlo, ma perchè non era lì chi havesse fatto l'ufficio di appiccarlo e nemmeno il sacerdote che l'avesse a ricordare (23) e perchè alcuni incominciaro a dire che prima di dovessero prendere le informazioni se costava il fatto e che doppo l'avessero appiccato, così con questa conditione lo portarono carcerato. Pigliaro poi subito il secondo, mastro Antonio Giusto et anco lo portaro carcerato con l'altro. Alli 14 di detto mese di Giugno di nuovo per alcuni senza mente si disse: serra, serra e questo durò per insino alla sera, e si dette fuoco alla casa del Clerico D. Francesco Alfano il quale si diceva essere della fellione della nobiltà; si portò di nuovo frasca alla casa delle Torri ma perchè subito li andò il Santissimo non si lasciò far danno. Alli 15 di detto mese si mandò il sergente maggiore, che si chiamava D. Antonio, in Palermo a S. E. il Vicerè.
   Alli 16 venne avviso da S. E. che la Città havesse a mandare persona per essa a Palermo et anco che andasse lì il detto Signor Principe di Biscari. Alli 20 di detto mese si partì in fatto il detto Sig. Principe con il Sig. Filippo Mancarella, giurato cittadino, i quali si portarono 100 compagni et homini di rispetto in sua compagnia. Rivati in Palermo si seppe per la Città di Palermo che venivano questi mandati dalla Città di Catania, ai quali voleva uscire all'incontro tutto Palermo; saputo questo S. E. non volle che alcuno andasse incontro che si dubitava un nuovo tumulto (26), e così quelli di Catania entraro da privati, ma ciò non pertanto non poteron ottenere che alquante persone non li andassero incontro.
   Ai 21 di detto mese il popolo di Catania carcerò D. Francesco Tornabene nella grada (27) delle Carceri e vi pose un 20 persone in guardia; ai 22 il popolo di detta Città carcerò nell'istessa grada Don Vincenzo Paternò e Raddusa. La carcerazione di questi due cavalieri non parse bona a tutti, ma dispiacque a molti. E perchè si vedeva che si facevano le cose senza ragione, ogni persona era mutata, e perchè erano molti homini senza ragione, i quali dominavano, a ogni poco si stava con molto timore di cuore.


CAP. IV.
IL 28 GIUGNO

La nobiltà inanimata da molti uomini dabbene si muove contro la plebe e ne fa scempio abusando alla sua volta della vittoria.

   Il 28 di detto mese, di Giugno, ad hore 17 sonate, giunse l'avviso venuto da Palermo che avea portato D. Lorenzo Promintorio; per detto avviso si stava tutta la città mostrando con molta malinconia et oscurità. Mentre si stava in questo lutto, che pareva minacciasse rovina per tutto il mondo, e ogni cittadino si stava pallido e mesto, si vide tutta la Città essere circondata dalli padri religiosi, mossi di santo zelo al vedere tale giorno. Essi con crocifissi in mano, con catene si battevano e gridavano perdono e misericordia a Dio: pareva che in quel momento dovesse subissare Catania.
   Et ecco in questo punto, quasi in un niente venire l'ira di Dio la quale pareva dicesse: a voi peccatori distruggetevi fra voi; ecco imbrunarsi l'aere mesto e pallido, adirarsi tutto il popolo di Catania contro l'un l'altro e sentirsi il suono di trombe e di tamburi. In questo rivò il misero e dolente Giacomo Cicala il quale era homo di poca coscentia et haveva composto alcuni della Città e rivò, in quest'ira, nella piazza in cui era allora il Quartiero del Castello. Rivato in quest'ira ecco che a colpi di moschettate et a punte di spada, senza che avesse potuto parlare, li levarono la testa dal busto. Qui non si può con penna narrare quel tanto che in questa sfortunata Città ebbe potuto succedere, poichè si vidde tutta la Città in un fuoco: ogni campana all'armi, le trombe e i tamburi per tutta la Città e tutti gridando: all'armi, all'armi, guerra, guerra. Si vedeva contro il padre il figlio e contro il fratello il suo fratello, e delle donne chi piange padre e chi marito e i figli; non si sentiva più che archibuggiate e non si vedeva che sangue per terra. Li padri religiosi con li crocifissi andavano per le strade, confessando ogni persona la quale non sapeva se si ritirasse viva. Ecco che della Civita calare tutti li marinari armati e contra di cui nemmeno essi sapevano, e il quartiere che era a guardia combattere contro di cui nemmeno esso il sapeva: il popolo tutto adirato contro di cui nemmeno esso sapeva. La nobiltà intanto tutta sotterrata piangeva e lagrimava poichè si immaginava essere contra di essa l'ira dei popoli.
   Mentre si stava in questo che l'un cittadino sparava all'altro e quello banniava la testa di quell'altro (30), or pensa in che afflizione e pericolo si stava. In questa confusione parte del popolo honorato, ispirata da Dio, andarono al Sig. D. Cesare Tornabene, Capitano della Città, e lo trovarono ammucciato (31) con la figura di S. Antonio in mano, pregando al Signore che lo scampasse da tale ira. Onde quelli animandolo lo fecero cavalcare e quello, cavalcando, con il ritratto di Sant'Antonio in mano, salì nella piazza, dove arrivato, vedendo tale judicio, incominciò a fuggire verso il Convento di S. Nicolò l'Arena per salvarsi, poichè si era impaurito di tale judicio.
   Il popolo, andandogli d'appresso ed animatolo, lo fece ritornare, il quale, ritornato, cominciò a gridare: Viva il Re di Spagna. Essendo nella piazza, vedendo tale judicio, animato dal popolo honorato, detto Capitano bandì per ribelle il misero e sfortunato D. Bernardo Paternò e Raddusa con tutti li miseri e sfortunati marinari. Così tutto il popolo irato andò contro detto di Paternò e marinari i quali si havevano pigliato la fortezza dello Bastione Grande (32). Arrivato il popolo con animo di danneggiare quelli del Bastione, trovò per sua mala fortuna che li pezzi di detta forteza erano voltati tutti contro la Città e verso il popolo. Qui alcuno non può dire, nè core umano restare di lagrime asciutto senza che qualche poco non sudi o pianga. Si adirò talmente il popolo che urtò con la forteza e, mentre quelli della fortezza resistono, la Città, veduto in che pericolo era essa, subito ordinò al Castellano, il quale si domandava D. Gio: Serraval o Lonazol, che dal Castello battesse la forteza del Bastione Grande. Onde quello per tale ordine incominciò a battere a colpi di cannone; allora detti poveri marinari abbarruati (33) tutti si lanciarono di detta fortezza e, trovando le barche in ordine nel porto, si misero in mare, ma tanti non potettero imbarcarsi, e ciò non pertanto non foro uccisi e pigliati, e ciò per sommo miracolo della gloriosa S. Maria della Dagara. Poichè mentre si stava in questa zuffa, si sentì sonare la sua campana da se sola et andando molte persone nella Chiesa trovarono tutta l'Imagine con il vantiotaro messa nel mezzo del muro e i suoi veli, tutti nell'aere. Vi concorse tutta la città mirando sì gran miracolo et altre cose d'ammiratione (34).
   Lascio da dire questo e ritorno al primo che mentre le moschettate avvampavano e si combatteva in quella fortezza, ecco che nella piazza si calaro tre pezzi di cannoni: l'uno guardava il Campanaro (35), l'altro la Trixini (36) e l'altro li Corviseri (37); tutti carichi di palle di moschetti: qui foro alcuni morti, quelli i quali erano signalati furo: il primo Giacomo Cicala, il secondo l'amaro Bernardo Paternò (38) capo delli marinari e capo-popolo, il terzo patron Cola marinaro, il quarto patron Pietro Stagno, il quinto patron Giuseppe Stagno fratelli, ve ne furono uccisi molti altri assai, feriti molti altri. Li presi furono questi: Vincenzo Giardinello, il Tignoso vitellaro, il quale aveva brugiato l'archivio anzi detto, Carro lo Scocco, Carro di Giovanni e un marinaro i quali erano confidati con D. Bernardo. Molti marinari furo presi in Augusta e molti altri feriti, molti altri in Iaci, parte s'annegaro e parte se ne andarono per la Calabria. Lascio da dire il grande lamento che fece la madre del misero D. Bernardo, quando si vide passare di sotto le finestre l'amara testa del suo figlio, attaccata alla punta di un bastone; sulle prime non la potè si bene e subito conoscere, però quando vidde il busto che il boia portava di sopra le spalle con tanto vilipendio, cadde in terra tramortita e vi stiede più di un'ora: dapoi, rinvenuta un poco tutta pallida, quasi fuor di se stessa, fu trasportata dentro le stanze. Fu necessario chiuderla in una stanza firmata (39) per timore che si buttasse dalli balconi. L'istesso giorno, ad hore 21, si pigliaro tutti li corpi e s'appesero parte nella publica piazza e parte nello piano della Fera per un piede e le teste si misero sopra la Porta di Iaci nelli pertugi.


CAP. V.
DAL 29 GIUGNO ALL'8 OTTOBRE 1647

La plebe non si dà per vinta, contende ancora ai nobili il governo della cittá, molti congiurati ne meditano la rovina, un forte temporale impedisce l'esecuzione dell'orribile congiura.

   Il posdimane, che fu il giorno 29 di detto mese di Giugno, subito il Capitano della Città ordinò che ognuno si mettesse i ferrioli (41), si sottraessero quelli appesi e che nessuno più parlasse di niente. Havvistosi però il popolo che li nobili si vantavano di haver fatte tante straggi, ne fu tutto adirato. Si vidde tutti di nuovo in un serra serra ed ecco li nobili chi fugge, chi si nasconde e chi si sotterra al sentire suonare li tamburi. Qui havrebbe successa l'ultima rovina di questa Città, se non che tutti li nobili incominciaro a dire: viva il popolo honorato della città di Catania; e a chi quindi veniva dato honore, costui evitava la zuffa. Così si quietò il popolo per miracolo del Sommo Iddio. In questo sempre governava la plebe nella Città e nessuno si provava a levarle questo dominio.
   L'ultimo di detto mese e il 1, 2, 3, 4 e 5 di Luglio il popolo s'andava consigliando di quello dovesse fare, e il consiglio preso fu contro la nobiltà e ognuno era per lanciarsele contro; ma perchè si stava aspettando la risposta da S. E. per questo ognuno non si moveva. Alli 6 di detto mese venne il correro da S. E. e portò risposta che S. E. molto si tenne gradito del successo in Catania, di haver levate le teste a quelli dandoli per ribelli e tanto più perchè essi andavano componendo; e che S. E. voleva concedere alla Città di Catania tutto quello e quanto domandava e la restituzione dei Casali (42); pure venne ordine che si esterrassero (43) l'infrascritti e di mettersi ognuno li ferrioli e così la Città con tutto il popolo si metteva in ordine. Li esterrati dal Regno da S. E. e R. G. C. furono: il primo D. Alessandro Gioeni, Notar Mase e Gio. Battista Di Mauro fratelli, Vito Randazzo, M.ro Diego Gargano e sette marinai. A' 23 Luglio 1647 nella Cortina (44) sopra il Castello, la mattina ad hore 9, si appiccarono tre: Carlo lo Scapo, dato per ribelle, il Tignoso, come quello che incominciò ad abrugiare lo archivio e come ribelle e M.ro Antonio Giusto come quello che uccise quella antedetta donna e come ribelle.
   A' 6 di detto mese di Luglio la Città haveva mandato a S. E. e R. G. C. risposta con la gratia quale domandava, che era questa: 1. il perdono di tutta la Città: 2. i giurati popolari in perpetuo (45): 3. l'indulto generale: 4. la restituzione delli Casali: 5. la dilazione del civile contro cui dovesse havere con dare anni dieci di tempo: 6. La conferma della nullità delli Capitoli quali haveva fatto il Marchese di Spaccaforno (46) a tempo che fu Vicario generale in detta Città di Catania il quale cunsumò (47) la Città: 7. la reintegratione delli fuggiti, poichè erano fuggite due mila persone per detto eccesso: 8. in ultimo, tutta quella gratia concessa alla Città di Palermo autore della ribellione del Regno di Sicilia e di Napoli (48). Così stando le cose per poco tempo, ecco che li nobili havendosi preso il dito passo passo si presero la mano (49) e cominciarono a strapazzare li popoli con maltrattarli, e vedendo che li popoli non si movevano e che anzi si volevano star quieti, ecco che li nobili andavano inquietandoli. Così si stiede insino alli 5 di Agosto e i nobili sovercchiavano talmente li nobili [sic] che, chi di questi parlava, lo mandavano carcerato. Ai 5 di Agosto Notar Gironamo Ronsisvalle, M.ro Gironamo Cutugno e Giuseppe Cutugno suo figlio, Giuseppe Lunzella nella bottega di M.ro Sebastiano Portoghese trovavansi tutti insieme. Il signor Capitano della Città li mandò a pigliare e li mandò carcerati nel Castello con molta custodia. Alli 8 di detto mese di Agosto portarono alla tortura e in secreto il detto Mro. Girolamo Cutugno e li fecero molti tormenti. Il Cutugno era homo honorato, tale lo mostravono le opere sue e dalla sua bocca non scappò parola da nuocere ad alcuno. Alli 9 di detto mese si carcerò il Sac. D. Bernardo Alì, alli 10 furono carcerati questi: il Sac. D. Giovanni Femia e D. Giovanni Mazzoni e nella Città di Adernò fu fatto ancora carcerare Francesco Parisi. In tutto questo mese di Agosto furono carcerate da quaranta persone, fra sacerdoti e secolari, e fra li altri era stato pure carcerato il Sac. D. Francesco Greco. Mentre si stava in questo laberinto e travaglio, dicono che questi carcerati cercavano di far fuga di dentro il Castello. Si stette in questo fino alli 28 di Settembre, nella mattina del qual giorno per molti luoghi pubblici furono trovati cartelli, i quali avvertivano il popolo che si trovasse in ordine con l'armi in mano a nuovo movimento e che ognuno si battesse con la nobiltà.
   Laonde tutta la nobiltà si pose in rivolta e, per l'ardire che havevano preso, tutti andavano armati con soffioni e pistole sine fine (51). Il giorno seguente il detto Sac. signor D. Francesco Greco mandò a chiamare a sè il signor D. Francesco Amico Vicario generale e li fece palese tutto: che quei cartelli erano stati posti per fare fuggire i carcerati e che ciò doveva avvenire la notte precedente, che i carcerati congiurati con alcuni soldati del Castello havevano da uccidere il Castellano e che dopo il Castello battesse la Città e che quelli di fora facessero fracassi dall'altra parte e che i carcerati stavano in quella notte aspettando le armi le quali doveva portarle il creato (52) di D. Vincenzo d'Amico domandato D. Vincenzo. Ma subito fu preso il detto D. Vincenzo con altri tre che furono questi: Mro. Vincenzo Statella, M.ro Vincenzo Serafino e M.ro Vincenzo Capizzi, tutti tre corviseri. La nobiltà con molta custodia prese questi e li portarono al Castello: al popolo che vedeva questo più s'invetravano (53) li occhi e si rodeva: ognuno dubitava di qualche tradimento e ognuno si stava per lanciarsi contro la nobiltà.
   Alli 8 di Ottobre, di notte, la nobiltà haveva proposto di appiccare questi otto: Notar Geronimo Ronsisvalle, M.ro Sebastiano Portoghese, M.ro Girolamo Cutugno, M.ro Giuseppe Cutugno ed altri quattro della ciurma (54). Però per miracolo di Dio avvenne un grandissimo temporale d'acqua: grandine, tuoni e vento che pareva subissare la Città. E perchè il caso haveva da succedere in quella notte, e il temporale incominciò a 22 hore e durò tutta la notte, in cui doveva succedere il caso, non si potè attendere a questo, anzi ognuno si stiede dentro a fare orationi insino alla mattina.


CAP. VI.
DAL 9 OTTOBRE A TUTTO GENNAIO DEL 1648.

La nobiltà sopraffà la plebe, questa aspetta l'occasione di vendicarsene.

   La mattina (9 Ottobre) successe un bellissimo giorno, e si propose di appiccare li detti carcerati nella notte di questo giorno 9. Fu anche questo un miracolo di Dio, perchè in questo giorno sopraggiunse un corriero mandato da S. E. con ordine che subito il Tribunale di Catania volesse escarcerare tutti i carcerati per causa di ribellione. Così in un punto questi dalla morte passarono alla vita e ritornarono alle loro case con i loro figli e le loro mogli. Solo non si escarcerarono li tre corviseri detti sopra. Tosto che furono escarcerati si disse pubblicamente che essi tutti havevano da essere strangolati, come s'è già detto, e che nel Castello vi erano molti pali e collane (55) con cui dovevano soffocarsi. Il popolo, sentendo questo, tutto si pose in grandissimo rumore e per questo la nobiltà si stava con molta paura. Il Capitano della Città con tutta la nobiltà, molto bene armata, passeggiava ogni notte perchè si dubitava di qualche congiura delli popoli. Oltre a ciò, notte per notte e il giorno, passeggiavano quattro capi squadra con 50 soldati salariati per guardia delli nobili. Alli 14 di Ottobre furono escarcerati li tre che erano rimasti carcerati, e questo per farsi benigna la gente; ma molti erano assai alterati (56). Alli 12 Ottobre fu Capitano della città D. Ludovico Ansalone il quale era giurato, questi pigliato il possesso subito mandò via cento villani armati, i quali stavano nella Loggia, per guardia della Nobiltà. Il 1 di Novembre ogni persona stava con molta rabbia. Essendo quello il giorno di tutti i Santi, in cui ogni persona stava officiando nella loro chiesa, tutta la nobiltà era nella sua Chiesa e qui stava officiando. Fu avvisato che il popolo congiurato sarebbe venuto per tagliare tutti i nobili a pezzi nella propria Chiesa (58) ove erano radunati. Vedendo questo i nobili chi potè fuggire da una parte e chi da un'altra, chi si buttò dalle finestre e dalle porte perchè si dubitava che il popolo fosse loro sopra. Ma non fu vero quello che si andava dicendo, perchè il popolo voleva uccidere i nobili in migliore commodità, specialmente che chi era cercato dal popolo non era andato all'ufficio e nemmeno camminava troppo per la Città. Il Capitano in sulle prime andò subito per la Città e poi si nascose a salvamento in S. Agostino, perchè dubitava della vita ed allora uscì quando vide che non c'era niente di pericolo e si andava mostrando benevolo con li popoli. In questo si stette insino all'ultimo del mese di Novembre 1647 (59).
   Alla Loggia intanto stavano quaranta di guardia, notte e giorno, e s'avevano per giorno tarì quattro per persona. Nella propria Loggia comparvero tre cartelli per li quali fu pigliato il Clerico D. Agatino Vicari, la stessa notte lo misero in sicuro nella Loggia e ve lo tennero due hore ed esso non parlò niente. La mattina dopo fu carcerato il Sac. D. Diego Chierico e altri come testimoni per provare qualche cosa. Questi poi furono escarcerati, eccetto tre i quali furono: il detto chierico, il Vicari e un altro.
   L'ultimo di Gennaro 1648 (60) si trovarono molti cartelli, per laonde la Città e Capitano gettò bando che, chi rivelasse l'autore delli cartelli, s'avrebbe onze 150 di regalo. Subito se ne dette avviso a S. E. e li mandaro li detti cartelli. Però non si potè provare l'autore, laonde il Capitano escarcerò molti carcerati quali sospetti autori dei detti cartelli. Si stava intanto in quest'odio e forte nimicizia tra li popoli e la nobiltà. È certo che la nobiltà sempre haveva trattato li popoli con mille dispettosi trattamenti e strapazzi e mille ingiurie; i popoli intanto sopportavano e fingevano affinchè non ricevessero più vili strapazzi. Erano però le cose arrivate ad un punto che essi non potevano più sopportarle.


CAP. VII.
DAL 10 FEBBRAIO AL 23 MARZO 1648.

Si presenta l'occasione di una nuova rivolta della plebe; Girolamo Cutugno la capitaneggia; i nobili presi da timore abbandonano la Città.

   Ai 10 di Febbraio 1648, quando si teneva nella pubblica piazza di questa Città la Fera (62), che in questo giorno si fa in onore della Gloriosa nostra S.ª Agata, ad hore 20 in circa, mentre che la nobiltà stava in detta Fera passeggiando, ecco passare la carrozza del Barone di S. Giuliano (63), dentro la quale era la moglie del Barone. La carrozza passando urtò col sopracelo (64) con le corde delle tende della loggia (65) di Giuseppe e di Mastro Diego lo Bruno.
   Quelli cavalieri che si trovavano in detta Fera, tra i quali trovavasi lo stesso Barone, vollero affrontare i detti Bruno, stante che questi non corsero subito con coltelli per rompere le corde e così impedire l'urto della carrozza. Tanto era il dominio che detti nobili havevano pigliato contro li popoli! Per il che i poveri popoli non potendo più sopportare, ecco il detto Mastro Geronimo Cutugno lanciarsi e levare una pistola ad un nobile. Vedendo questo li altri popoli si trovarono con esso, si lanciarono nella Loggia dove erano quelli soldati tutti armati a servizio della nobiltà e, disarmatili tutti, li pigliarono a colpi di scimitarre cacciandoli fora. Si vide allora tutta la Città in rivolta e ognuno pronto all'armi. Mentre si stava in questo il detto Cutugno pigliò un trombetta (66), lo fa porre a cavallo e, con due cento figliuoli appresso, lo fa girare per la Città gridando: serra, serra. Dopo calò nella piazza, dove erano da mille popolani tutti armati, e gettò bando che ogni mercante sbaratasse la sua loggia, mettendovi quattro uomini honorati bene armati, acciò guardassero la robba. Così fra il termine di tre hore si sbarattò tutta la piazza piena di logge e di mercanti, senza che si fosse perso un tarì da nessuno. Fatto questo il Cutugno fece di subito scippare (67) tutte le logge e fece portare un pezzo (68) in mezzo la piazza con molta munizione e mandò alcuni a pigliare la Fortezza di S. Giovanni (69). Or mentre si stava in questo, e i popoli andavano procurandosi tutta sorte di armi, venne ad oscurarsi il giorno. Li nobili vedendo l'apparecchio che in un subito fecero li popoli, mostrarono di voler combattere infinitamente; ma poichè fu riferito ad essi che in quella notte li popoli volevano ammazzare tutti li nobili, questi se ne fuggirono dalla Città, chi si gettava dalle mura con la moglie e i figli, chi fuggiva vestito da monaco, chi usciva dalla porta da povero viandante. Finalmente quando li popoli si risolvettero di assalire li nobili, non ne trovarono nè grandi, nè piccoli, nè donne, nè homini, tutti erano fuggiti per li boschi e per li Casali: chi dormiva sotto rocche, chi arrivava nei Casali più morto che vivo; le loro armi chi li lasciò sotterrate nelle rocche, chi le lasciò alli padri Cappuccini e a quelli Riformati; le loro donne chi si disertò (71) per le rocche e chi rivò più morta che viva. Ognuno di essi andava lagrimando e piangendo, poco curandosi della roba. Vedendo questo D. Blasco Romano, il quale in queste cose non era stato nè buono, nè reo, si gettò tra li popoli trattando di far fare la pace tra popoli e nobili: così egli cercava potere far ritornare nella città i nobili.
   Il detto Romano scrisse ancora a S. E. che nella Città si stava trattando questa pace tra popoli e cavalieri, e che il detto di Cutugno voleva andare in Parlamento innanzi a S. E. per dire tutto. Il Cutugno si partì in fatti da Catania alli 13 di detto mese Febbraro e si portò con esso un Crocifisso e un pezzo di collana; così comparendo innante a S. E. voleva significarle che se egli aveva fatto male contro Sua Maestà, voleva morire appiccato con quella collana: esso però intendeva che mai haveva fatto cosa contro Sua Maestà. (tralascio un periodo che, secondo me, non ha nesso alcuno con quel che segue).
   Passando il detto Cutugno per Adernò, quelli di Adernò lo riconobbero e lo presero e lo portarono carcerato come ribelle. Alli 9 di Marzo si seppe in Catania che il detto Cutugno era stato pigliato, per laonde tutta la Città si mise in rivolta e si voleva ribellare contro il Capitano e alcuni Cavalieri che erano ritornati nella Città. Onde il Capitano mandò subito il suo bargello (73) in Adernò, che per servitio di S. Maestà si facesse consegnare da quelli di Adernò il Cutugno per portarlo in Catania. Il Capitano di Adernò rispose che non lo poteva consegnare al bargello, poichè lo voleva consegnare con publico contratto. La Città, vedendo questo, supplicò S. E. che volesse concedere gratia di fare consegnare dal Capitano di Adernò detto di Cutugno.


CAP. VIII.
DAL 25 MARZO A TUTTO GIUGNO

Il Vicerè scrive lettere favorevoli alla plebe la quale, acconsentendo, accoglie un Governatore straordinario che rimette nella Città la perduta quiete.

   Si stiede in questo insino alli 15 di Marzo. Si disse per la Città che i nobili havevano fatto tra essi una congiura di tagliare a pezzi alcuni popolani, e la Città di nuovo si mise in guardia e non lasciava entrare quelli Cavalieri che erano rimasti fora della Città per la loro fuga fatta. Alli 20 di detto mese di Marzo si trovò che M.ro Andrea Riccioli catanese andava cercando persone che volessero essere della fellione delli nobili contro li popoli, questi presero quello con molta furia e volevano ucciderlo; ma, non essendo certi, lo portarono carcerato. Dappoi si seppe che detto Riccioli era stato comandato dal Capitano della Citta e dalli Cavalieri. Alli 21 di detto mese li popoli volevano levare la testa al detto Riccioli come traditore.
   Alli 22 si disse che li nobili volevano combattere con li popoli arme con arme e la giornata stabilita era li 23: per questo tutta la Città si mise in arme, onde quelli nobili che erano rimasti in Città se ne fugirono dove erano gli altri! Li 25 venne lettera di S. E. contro li nobili la quale molto era favorevole alli popoli e contro detti nobili. Nello stesso tempo S. E. faceva sentire che avrebbe mandato un Governatore in Catania, per la quale cosa scrisse alli popoli, se lo volevano ricevere. Subito li fu risposto che questo era il gusto delli popoli che volevano nuovo governo. Li 6 di Aprile arrivò in Catania il Sig. Governatore mandato da S. E. Fu ricevuto con grande honore e con sparare 200 maschi (75) e tutta l'artiglieria. Da detto giorno li nobili fuggiti incominciarono a raccogliersi in Città. Detto Governatore mostrò alla Città una lettera mandata da S. M. alla Città di Catania molto affettuosa et amorosa e particolarmente per quelle teste che livarono...........
   (Qui la cronaca manca di altri fogli in cui dovea essere scritto il seguito e il fine; però qualche altro scrittore ve ne attaccò altri, come ben si vede dalla diversa qualità della carta, dicitura e scrittura e proseguì l'interrotta cronaca legando il periodo di sopra, rimasto sospeso, con le parole qui appresso):
di quelli rubelli e S. M. finiva la lettera offerendosi in ogni occorrenza alla Città. Anche in detta lettera S. M. mandò la nobiltà a Francesco Speciale chiamandolo D. Francesco, essendo il suo Ufficio quello di ferraro: questo era stato bombardiero sopra la fortezza del Bastione Grande, quando se ne haveva impossessato D. Bernardo Paternò. Detto bombardiero, fuggendo dal Bastione, si buttò da detta Fortezza e si ruppe una gamba. Fu riferito a S. M. che esso si buttò da detta Fortezza per non voler dare fuoco alli cannoni contro la Città e per questo S. M. li assegnò ancora di prazza (76) trenta scudi il mese (77).
   L'ultimo di Giugno si elessero li Ufficiali con due Giurati popolani: l'uno fu Giacomo Gemma e l'altro Francesco La Gugliara, cugini carnali, che con la presenza del Governatore tenevano la Città in mediocre pace (78). Hor stando in questo, il Governatore, che era stimato dalli popoli, pose un certo intrico con una Signora Dama abitante vicino il Porto (79). Li 24 di Luglio, ad hore tre di notte, essendo detto Governatore insieme con Cesare Caracciolo suo magistro notaro e con un creato vicino il loco della Casa della Signora Dama, ed aspettava di entrarvi di sospetto, fu sopraggiunto da M.ro Francesco Portoghese Capoxurta (80) con i suoi compagni. Questi havevano ricevuto ordine da detto Governatore che incontrando di notte persone, e non dandoli alle tre voci il nome, le havessero sparato. Infatti havendosi gridato per tre volte: dà il nome, e il detto Governatore non volendosi lasciar conoscere, un compagno di quelli, con la mira in faccia, li lasciò una schiopettata sì terribile che prese l'amaro Governatore negli occhi, il quale nemmeno potè chiamare Gesù. A tale caso fu molto sentimento per tutta la Città, così per la morte del Governatore, come perchè il caso fosse successo in una nobile Casa della Città. Fu sepolto nell'ecclesia di Santa Caterina di Siena con molto honore della Città. Subito d'ogni cosa si diede parte a S. E. che allora era il Cardinale Trivulzio, in Palermo. Si costatò havere sparato un certo M.ro Giuseppe Brandano corvisere, lavorante nella bottega del detto Portoghese, Capo di xurta, il quale per pochi mesi stiede assentato in una Chiesa.
   Poi S. E. informato meglio del fatto, lo fece presentare e fra pochi mesi fu liberato e tutto fu terminato a favore di detto Capo di xurta. Questo fu passato e successo in Catania, permettente ogni cosa il sommo Iddio che regge il tutto.


Note del Sac. G. Longo

(1) Si gridava contro il mal governo d'allora e a tutta ragione. In quei tempi, a dire d'uno scrittore, il governo spagnuolo ridusse il disordine a sistema: i nobili erano sistematicamente prepotenti, la plebe sistematicamente insubordinata, senza essere libero nessuno dei due.

(2) La voce Città qui è presa a significare il luogo in cui si radunava il senato, il Palazzo senatoriale.

(3) Al Vicerè si dava il titolo di Sua Eccellenza. Fin dalla morte di Martino il Giovane i siciliani ebbero la disgrazia di perdere la presenza dei loro sovrani. Or da che la residenza di questi fu altrove e perpetua, fu bisogno commettere ad altri l'amministrazione locale e il governo — La carica di Vicerè prima si dava senza prescrizione di tempo, dal 1488 in poi per tre anni: i governanti triennali nominavansi Vicerè, Luogotenenti, Capitani Generali; gli interini col nome di Presidenti Generali — Il Vicerè rappresentava la persona del Re; teneva potestà spirituale e precedeva in questa dignità i Vescovi stessi. Nei dì solenni, entrando nelle Chiese Cattedrali, riceveva l'acqua benedetta dal Vescovo e sedeva sul soglio che s'alzava a man dritta e palmi tre più alto di quello del Vescovo.
   Nel 1647 il Vicerè era il Marchese Los Veles; egli morì a' 3 Novembre dello stesso anno e gli successe, col titolo di Presidente, il Marchese di Montallegro e dopo pochi giorni, con lo stesso titolo, il Cardinale Trivulzio — Il Los Veles, per quanto era timido, irresoluto e condiscendente a vista d'un popolo furibondo, altrettanto audace e crudele quando vedeva questo scemato di forze: allora s'accendeva di vendetta contro quelli che gli avevano messa tanta paura e usava quella repressione violenta, causa pure di maggiori tumulti.

(4) Questo Bernardo apparteneva alla nobile famiglia dei Paternò e all'altra non meno nobile dei Raddusa: era giovane molto bello e di soli 19 anni. Appare egli sulla scena della ribellione fin dal primo giorno 27, e non, come scrive il Rizzari, fin dal giorno 30 Maggio.

(5) Il nome di Via Triscini si dava all'attuale dei Scoppettieri o Manzoni; essa attraversava il piano che s'allarga dinanzi la Chiesa di S. Nicolò Triscini. Non esisteva allora la Via Etnea che fu aperta dal Duca di Camastra dopo il 1693 e continuata sino al largo Gioeni nel passato secolo.

(7) Nel 1232 la Città nostra fu distrutta da Federico II in odio al partito guelfo che in maggioranza vi padroneggiava; fu concesso di rifabricarla con piccole case e allora fu costrutto, vicino al mare, il Castello Ursino, sopra gli avanzi d'una antica rocca detta Saturnia, per così potere tenere in freno il popolo.

(8) Il capitano col suo giudice assessore aveva la facoltà di conoscere le cause criminali nelle terre demaniali, ne potea compilare il processo, ricevere le accuse, procedere alla carcerazione con l'obbligo di trasmettere poi il reo e il processo alla Gran Corte. Non era conceduto al Capitano la potestà del mero e del misto impero che comprendeva specialmente il dritto d'imporre pene di morte, di deportazione e di mutilazione di membra.

(9) Giom. De Grossis—Dec. Cat.—scrive del Vicario Generale suo contemporaneo: « D. Francesco Amico, dottore in Sacra Teologia e nell'uno e nell'altro dritto, è uomo insigne e di molta prudenza tanto nel suo ufficio di Priore quanto nella direzione della Diocesi, rimasta in sede vacante dopo la morte di Ott. Branciforte (1646) ». La nostra Cronaca lo chiama Vicario Generale, dignità che manca in sede vacante, forse perchè nel 1647 era stato già eletto il nuovo Vescovo di Catania, il quale però non ne aveva ancora preso il possesso. Difatti l'Ab. Amico ci fa sapere che in quell'anno un certo Marco o Martino, vescovo di Pozzuoli, era stato eletto vescovo della nostra Città e che costui non volle venirvi per non lasciare la sua antica Chiesa che aveva retto da venti anni, quantunque meno ricca di quella di Catania.

(10) La piazza alla quale s'accenna sembra non dubbio di essere quella del Duomo, volgarmente detta di S. Agata, essendo in quell'epoca appunto la Loggia di riscontro al Duomo. — Nota del Cav. Ing. Signor Sciuto Patti.

(11) Il Palazzo Senatoriale, volgarmente detto La Loggia dalla sua forma architettonica poichè si reggeva su pilastri e colonne, era d'una mirabile struttura con archi a volta che lo circondavano e con le pareti tutte adorne di pregevoli pitture che richiamavano alla mente dei catanesi le loro glorie e le grandezze nei fatti memorandi della storia. Nel 1643 fu ancora reso più grande e più bello aggiungendo altre fabbriche ed altri lavori.

(12) Il Grossi—Dec. par. 2ª pag. 154— ci fa sapere di Agatino Paternò Castello quanto appresso che traduco dal latino: « Egli fu il primo Principe di Biscari fin dall'anno 1633; la sua fedeltà presso il Re, la sua pietà verso la Patria, la sua benevolenza verso i cittadini, la sua abilità nel trattare le pubbliche cose si fecero sempre più in lui manifeste, specialmente nel cadere di quest'anno 1647 in cui la Città nostra è stata vista andare in fiamme per la nequizia di gente perduta. Egli con la sua autorità, che poteva molto presso la plebe, seppe calmare quel popolo furente. Pel bene della Patria si portò allora a Palermo dal Vicerè a fine di fare ritornare la pace e la quiete ormai turbata nella sua Catania. La stessa Palermo che in quel tempo era pure travagliata da intestine discordie e dall'odio feroce della plebe contro la nobiltà, ammirò ed apprezzò la somma virtù del nostro Principe Agatino che assai caro al Vicerè, amato dai magnati, benvoluto al popolo stampò in quella Città le onorate orme della sua virtù e rese sempre più chiaro il nome Catanese. Lo stesso Vicerè, quantunque espertissimo, spesso nelle cose più difficili lo dimandò di consigli e lo destinò qual'uno de' tre Vicarii Generali di tutto il Regno con ogni potestà di operare. Pur non dimeno volle lasciare una tale carica, che con tanto onore aveva sostenuta, per ritornare nella nostra Città, stimando esserle più utile essendole vicino ».

(13) I Giurati o senatori allora erano: Ludovico Tornabene, Orazio la Valle Barone di Schisò, Francesco Tedesco d'Ercole, Fortunato Tedesco Barone di Busciarca, Ercole Gravina e Vincenzo Ramondetta Barone del Pardo; il Patrizio Giacomo Gravina.

(16) Il Seminario in quell'epoca ergevasi quasi nel sito medesimo ove ora sorge la Casa Comunale — Nota del Cav. Ing. signor Sciuto Patti.

(17) La piazza o piano della Fera corrispondeva quasi al sito medesimo dell'attuale piazza degli studii. Era in questo piano che prospettava allora la Chiesa Collegiata. — Nota del Cav. Sciuto Patti.

(18) La Chiesa della SS. Trinità era in quell'epoca nel sito medesimo dell'attuale. — Nota del Cav. Sciuto Patti.

(20) La Porta di Mezzo era nel sito medesimo della attuale edicola di S. Maria della Grazia e tutte quelle vicinanze costituivano il Quartiere della Porta di Mezzo — Nota del Cav. Sciuto Patti.

(22) Il Gioeni andava componendo, vale quanto dire andava scroccando danaro. Brutta figura in vero che ci fa questo nobile signore che fattosi capopopolo e, profittando delle circostanze, cerca scroccar denaro a questo e a quello. Del resto son cose queste di tutti i tempi.

(23) Il Sacerdote che l'havesse a ricordare; questa voce in sic. vale assistere i moribondi e qui il Giusto condannato a morte.

(26) Si dubitava un nuovo tumulto — Anche in Palermo in quest'anno 1647 erano avvenute gravi turbolenze: la plebe sdegnata contro il mal governo di allora era divenuta furibonda, capitanata da un certo Pelusa era corsa al Palazzo di Città per mettervi lo incendio, aveva tentato saccheggiare la Casa del Tesoro ed aveva già fatto uscire a forza i carcerati. I PP. Teatini ed i Gesuiti, il Marchese di Geraci erano riusciti alcun poco a pacificare gli animi, però la debolezza del Vicerè Losveles aveva resa più audace l'infellonita plebe e poi il suo troppo rigore l'aveva inasprita di più. S'era giunti agli ultimi di Giugno e già sembrava tutto ritornato nella calma, ma questa era pur troppo apparente; M.ro Alessi nei mesi appresso doveva capitanare quella plebe e spingerla a inauditi eccessi.

(27) Grada; graticola di ferro che si mette alle finestre, inferrata; usasi ancora nel significato di carzara, carcere, prigione.

(30) Banniava: bandiva, pubblicava per bando; testa abbanniata vale uomo sentenziato a morte per bando.

(31) Ammucciatu: noscosto [sic], appiattato. I siciliani adoperano ancora in questo senso ingattarsi da gatta e mucciarsi da mucia; forse per la proprietà di questo animale nel mettersi in agguato nel prendere i topi. Può darsi ancora che i siciliani dicano ammucciare dal francese musser, appiattarsi.

(32) Il Bastione Grande, detto ancora di S. Salvatore dalla vicina Chiesa omonima, era un'opera ammirevole, costrutto di quadrate pietre di lava, innalzato dal Vicerè Vega nell'anno 1552 sotto Carlo V, il disegnatore ne fu il celebre Maurolico.

(33) Li poveri marinari abbarruati: sbigottiti, scoraggiati, spaventati.

(34) S. Maria della Dagara. Ecco quanto ci lasciò scritto il De Grossis su questa divota Chiesa; Decacordon 11, mod. XVI, 1642: « Questa Chiesa è stata sempre in grande venerazione presso i fedeli e per la venerabile Immagine del nostro Signore Crocifisso e per l'altra ancora della SS. Vergine Maria. Il nome di Dagala sarà d'origine saracena di cui ignoro il vero significato. Molti miracoli dai passati tempi sino a' giorni nostri hanno reso famosa questa Santa Immagine ». Qui l'autore accenna ad un miracolo d'un catanese fatto schiavo dai turchi e poi liberato, e all'altro miracolo dello stesso Autore il quale, ancor bambino, disperato dai medici, fu restituito in salute e l'uno e l'altro miracolo per intercessione della V. SS. della Dagala — Fin quì il De Grossis. Aggiungo solamente che la voce Dagala presso noi significa un terreno circondato in tutto o in gran parte di lava; difatti molti luoghi della regione etnea portano questo nome. Or dico io; non potrà darsi che tanto divota Immagine sia stata trovata miracolosamente in qualche Dagala da cui prese il nome?

(35) Il Campanaro o piazza del Campanaro era nell vicinanze dell'odierna Chiesa di S. Placido — Nota del Cav. Sciuto Patti.

(36) La Piazza della Triscini era nelle vicinanze di S. Nicolella — Nota del Medesimo.

(37) Corviseri risponde quasi alla contrada S. Francesco — Nota del Medesimo. — La voce corviseri o curviseri ed anche solichianeddi nel dialetto siciliano vale ciabattiere, ciabattino; forse da tali artigiani che l'abitavano pigliava nome il Quartiere.

(38) L'Ab. Amico — Cat. Ill. — così racconta la fine del tumulto di questo giorno: « Giuseppe Speciale balestriere aveva inchiodato i cannoni della medesima Fortezza e li aveva reso inutili al fuoco. I ribelli abbattuti d'animo vanno di qua e di là per la Fortezza e finalmente fanno discendere dalle mura Bernardo, chiuso in una rete, in una barchetta preparata ad accoglierlo affinchè egli con i suoi potesse allontanarsi dall'Isola. Ma essendochè la spiaggia era presa di mira dai balestrieri del Castello, perdè egli la speranza della fuga e s'occultò tra gli scoscesi scogli e le grotte che erano vicino il Convento di S. Francesco di Paola. Mentre egli qui pensa al da farsi, fu ritrovato da Giacomo Platamone, il quale da molto tempo si teneva lontano dalla Città a cagione d'un commesso delitto, e da costui il povero Bernardo ebbe troncato il capo ».

(39) In una stanza firmata: chiusa con serrame.

(41) Ognuno si mettesse i ferrioli: ferrajuoli, ferrajoli. « Ferrajolo, ampio mantello che si porta sopra gli abiti e che una parte di esso, a cagione della sua ampiezza, può gettarsi sopra la spalla » — Fanfani — Perché si diede l'ordine d'indossare i ferrajuoli, specialmente a' 29 Giugno che doveva fare molto caldo? Forse obligandoli a portare quell'ampio mantello, venivano impediti d'usare le armi e portarsi con prestezza da un luogo all'altro.

(42) I Casali di Catania, con sommo danno della Città, erano stati venduti nel 1642: i Catanesi avevano già protestato, ma inutilmente, contro l'ingiustizia d'una tale vendita. La ribellione del 1647-48 e poi le pratiche di M.r Gussio pare che abbiano influito non poco sull'animo dei Vicerè e della Corte Spagnuola perchè il Casali venissero restituiti a Catania. Difatti nel 1652, mediante il riscatto di 149,500 scudi, furono riacquistati, ma dopo due anni rivenduti di nuovo ai medesimi compratori.
   Vespasiano Trigona aveva comprato Misterbianco per il prezzo di 12,000 scudi e di altri 20,000 quale donativo alla R. C. con soggiogazione di tanta rendita sul patrimonio del Casale; Domenico Di Giovanni comprò Trecastagni, Viagrande e Pedara per 42,500 scudi; Giovanni Andrea Massa comprò S. Giovanni La Punta e S. Gregorio per 800 scudi e l'istesso Massa comprò S. Giovanni Galermo, S. Agata, Trappeto, Tremestieri, Mascalucia, Plache, Camporotondo, S. Pietro e Monpelieri per 35,000 scudi.

(43) Esterrassero: esiliassero.

(44) Nella Cortina del CastelloCortina dicesi quella parte delle mura d'una fortezza che è tra baluardo e baluardo — Fanfani.

(45) I Giurati costituivano il Corpo del Senato; essi ebbero il titolo onorifico di senatori dal Vicerè Filiberto di Savoja nel 1622 e da lui il Senato di Catania fu dichiarato uguale a quello di Palermo.
   Ai Giurati o Senatori, preseduti dal Patrizio, era il dritto di amministrare il patrimonio e le gabelle del comune, curare l'annona e le vettovaglie, sopraintendere alle misure, ai pesi, au nuovi edifizii, all'ampiezza e mondezza delle piazze e delle strade.
   L'istituzione dei Giurati rimontava a' tempi di Federico II, il quale aveva stabilito la forma dell'elezione popolare e l'ufficio di quelli, sia nelle terre demaniali, sia nelle feudali. Da quel tempo però nobili e plebei spesso erano venuti in contesa sul dritto della elezione e sull'elegibilità dei candidati e spesso i Vicerè non avevano tenuto conto del vantato dritto degli uni e degli altri, elegendo da sè i Giurati nei diversi Comuni.

(46) Il Marchese di Spaccaforno — Secondo il Villabianca il primo che abbia avuto il titolo di Marchese di Spaccaforno si fu Francesco Statella e Gravina, a' 19 Luglio 1598, figlio dell'illustre Blasco Barone della medesima Terra il quale lasciò grande memoria di sè nella Città di Catania. A Francesco successe nel 1626 il figlio Antonio Statella La Rocca e a questo, a' 7 Gennaio 1651, successe Francesco Statella Rau. Chi di questi tre Marchesi fu quello che consumò la Città di Catania nel tempo che ne fu Vicario? E quali furono i Capitoli tanto nocivi alla Città?

(47) Consumare: rovinare, ridurre nella miseria; questa voce nel dialetto siciliano ha molto del latino consumere.

(48) Palermo autore della ribellione — A quei tempi il fuoco della ribellione s'era acceso in tutte le provincie soggette alla Spagna: questo fuoco divampò vieppiù dopo i feroci tumulti di Palermo, ai quali successero tosto quelli di Messina, di Catania, di Napoli e di altre provincie.

(49) Preso il dito e passo passo tutta la mano — Maniera proverbiale a significare che coi ragazzi od altre persone che debbono stare soggette (qui ragazzi e persone soggette sarebbero i nobili) si vuole andar cauti a dare alcuna licenza, perchè se ne abusano, e dicesi: « Non bisogna dargli un dito, perchè vi pigliano la mano e tutto il braccio » ed anche: « se gli date un dito, vi piglia la mano e tutto il braccio ».

(51) Con soffioni e pistole sine fine — Soffione dicesi quella canna di ferro traforata da soffiare nel fuoco; Fanfani — Qui tal voce per similitudine s'adatta a dinotare l'archibugio; sine fine: senza fine: infinitamente, in grandissimo numero.

(52) Creato: dallo spagnuolo creado: usasi nel dialetto siciliano per servo.

(53) Occhi invetrati — Il participio invetrato in forma d'aggettivo e in senso figurato, detto di faccia, di fronte, d'occhi, vale sfacciato, impudente; qui dinota la rabbia e il furore di quella gente.

(54) Ciurma: qui non ha il significato di ciurma italiano, cioè moltitudine vile di gente, ma senz'altro di gente riunita insieme.

(55) Pali e collane con cui dovevano essere soffocati: dovevano essere condannati al barbaro supplizio del palo usato già dai Turchi e all'altro non meno barbaro della corda o del capestro.

(56) Molti erano assai alterati: alterato usasi nel significato di assai adirato, sdegnato. Fanfani.

(58) Nella propria Chiesa: l'antica Chiesa di S. Martino; in essa, come al presente, eravi l'Arciconfraternità dei Bianchi, cioè di quelli scritti nell'Album della Nobiltà.

(59) Siamo nel Novembre del 1647; in questo mese al Vicerè Losveles, morto di crepacuore perchè rimproverato, come vile, da Filippo IV; era successo al governo della Sicilia, col titolo di Presidente, D. Vincenzo Gusmano Marchese di Montallegro il quale governò pochi giorni; a costui successe, a' 17 Novembre, con lo stesso titolo di Presidente, il Cardinale Teodoro Trivulzio « il quale, a dire di Cesare Cantù, aveva già con coraggio e prudenza governato il Milanese; egli in Sicilia sedò quei bollori, promettendo pace e libro nuovo; ma al solito si risolse in persecuzione sanguinosa contro i mal disposti; e il libro come dapprima ».

(60) In Dicembre del 1647 e in Gennaio del 1648 tutto sembrava rientrato in una certa calma; la nostra cronaca non registra gravi fatti; possiamo ciò attribuire alla violenta repressione dei mesi scorsi e al nuovo governo del Cardinale Trivulzio, il quale, in quei giorni con fine arte, seppe tenere l'Isola in aspettativa di salutari riforme. Le sole promesse però possono valere a frenare per poco il popolo, chè questi disingannati, presto o tardi, ritornano ai primi eccessi e a reclamare i loro dritti.

(62) Ecco la descrizione di questo mercato lasciataci dal P. Carrera nelle sue « Memorie Historiche »: « Nel primo di Febbraio entra la franchezza della Fiera, la quale è una delle più nobili e capiose di Sicilia; perciocchè vi concorrono tutte le sorti di mercanzie di seta e di panni, d'argento e d'oro lavorati, di droghe, di tutte quelle merci e altre cose o necessarie o di delizie che ad una ricca ed universale Fiera si richiedono. L'apparato di essa Fiera si fa nella Piazza del Duomo alla Santa dedicato: si gode per lo spazio di quindici giorni cioè in fino a' quindici di Febbraio ».

(63) Trascrivo dalla Sic. Nob. del M. Villabianca, vol. 1, pag. 552, quanto egli scrive sul Barone di S. Giuliano: « Egli fu il primo che conseguì il titolo di Marchese di S. Giuliano, conseguendone il privilegio dal S.mo Re Carlo II sotto il 4 Marzo 1669, esecutoriato a dì 4 Marzo 1670. E in vero gli fu concessa tale grazia in riguardo dei rilevanti servigi prestati al Re in preservare la Città di Catania sua Patria dalle ben note rivoluzioni del 1647-1648. Egli fu trascelto nell'anno 1650, in età non più di anni 21, Capitano Giustiziere di essa Città, oltrechè più e più volte tenne gli onorevoli ufficii di Patrizio, senatore e di Ambasciatore del Senato presso i signori Vicerè di questo Regno. Doppie nozze ei contrasse, sposando per la prima volta Giulia Romeo e Gioeni figlia di Consalvo B.ne di Geraci, morta la quale, festeggiò le seconde nozze con Agata d'Amico ».
   Il suo nome si fu quello di Girolamo Asmundo, figlio di Francesco e di Olivia Paternò; l'Ab. Amico gli dà il nome di Orazio, ma non pare esatto, mentre questi fu il terzo Marchese di Sangiuliano investito di questo titolo a' 17 Ott. 1732.

(64) Sopracelo: sopraccielo, la parte superiore del cortinaggio del letto, e di altri arnesi simili, o di una carrozza — Fanfani.

(65) Loggia: qui col nome di loggia s'intende una di quelle baracche construtte con legni, tele o simili nel piano della Fera per riparo di quelli che concorrevano e dei commercianti andativi a far bottega di commestibili o d'altro. In questo significato usasi ancora in italiano — Vedi Fanfani.

(66) Trombetta dicesi colui che negli eserciti dà i cenni con la tromba.

(67) Fece scippare le logge. Scippare dal latino excerpere: cavar fuori, estrarre, raccogliere, togliere, levare. Scerpare è registrato in alcuni vocabolari italiani nel significati di schiantare. Dante XIII, v. 35 in questo senso:
   Ricominciò a gridar: Perchè mi scerpi?

(68) Fece portare un pezzo. Questa voce usata in senso assoluto come qui, intendesi per cannone, obice e simili; dicesi perciò: pezzo d'assedio, da campagna.

(69) Fortezza di S. Giovanni. Cordaro: « Osservazioni » scrive: « il Bastione di S. Giovanni si rinviene al giorno di oggi lungo la strada Ferdinanda (Garibaldi) circondato da case di abitazione ».

(71) Le donne si disertarono o addisertarono: abortirono, si sconciarono.

(73) Bargello dal latino barbaro barigillus per capo dei birri.

(75) Si spararono 200 maschi. La voce maschio è qui usata nel significato del masculu o masculuni siciliano, che è quella sorta di mortaletto che si carica con polvere d'archibugio in occasione di qualche solennità.

(76) Gli assegnò una prazza: questa voce pare d'origine greca e vale vitalizio, assegnamento annuale.

(77) Circa la lettera del Re riporto le parole dell'Ab. Amico: « Filippo IV lodò con sua lettera il Senato di Catania, il quale aveva saputo con molta abilità ed accortezza raffrenare la ribellione, lodò ancora con titoli d'onore Cesare Tornabene Capitano di Giustizia e Orazio (Girolamo) Paternò che aveva ucciso Giacomo Cicala (!), finalmente volle premiare l'opera di Speciale, il balestriere che aveva reso inutili i cannoni della Fortezza, posseduti dai rubelli, con assegnargli un'annua rendita col titolo della Nobiltà, mercè il quale poteva salire agli ordini senatoriali ».

(78) In conferma di quanto s'è detto e si dirà in quest'ultimo capitolo sulla cronologia senatoriale della Città di Catania, trascrivo dal Villabianca quanto appresso:

2 Ind. 1648 e 49.

Fu Capitano della Città Ludovico Ansalone che poi fu levato ad istanza del Popolo e venne eletto Antonio Bisignani Cavaliere Napolitano con titolo di Governatore a 6 Aprile 1648, il quale a 20 di Luglio fu ucciso e restò Giambattista Guarrera come Senatore più grande, sino alli 14 Gennaio 1649, poichè cesse il luogo al novello Capitano Andrea Gregorio — Il Corpo senatoriale era formato dal Patrizio Francesco Rizzari Barone di S. Paolo, da Giurati Cesare Ansalone, Vito d'Amico Barone del Grano, Alfonso Paternò, Giambattista Guarrera tutti nobili e da Giacomo Gemma e Francesco Gugliara popolani.

(79) Questa Nobile Dama abitava vicino il Porto, cioè nel quartiere della Civita, allora abitato, quasi tutto, dalla Nobiltà del paese. Chi sa dirmi a qual nobile famiglia appartenesse questa Dama di cui l'autore tace il nome?

(80) Capo di xurta: di scorta, di gente armata; il capoxurta era un pubblico ufficiale che in tempo di notte stava a guardia delle strade della città.


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>
Prima edizione digitale: 8 luglio 2002.
Ultima revisione: 18 gennaio 2012.