Le Carte di Francesco Minuta
Il Caso Messina
Documento 1

Manoscritto a matita con correzioni a penna nera su carta intestata "Curia Archiepiscopalis Catanensis" in 17 fogli;
in seconda copia dattiloscritta con correzioni a penna nera su 13 fogli di carta regolare;
senza data (ma posteriore al 12 marzo 1936), senza firma.


In seguito al sollecito di codesta S.Congregazione in data 12 marzo 1936 prot.566/35 rispondo alla venerata della medesima del 13 febbraio 1935 prot.506/35 in cui mi si accludeva, a timbro 9 febbraio 1935 prot.566/35 un ricorso a firma "Diversi Sacerdoti" datato da Catania 26 gennaio 1935 - XIII, (che restituisco), contro il Sac. Angelo Messina, canonico di questa Cattedrale, nonchè, con più evidente intenzionalità, contro il mio Vicario Generale, Mons. Carmelo Scalia.

Dichiaro innanzi tutto il mio sdegnoso disgusto contro le lettere anonime, che la prassi giuridico - canonica giudica "spernenda esse", ragione precipua per cui nemmeno mi son dato premura di affrettarmi a rispondere, oltre che per una secondaria ragione di opportunità che spiegherò nel seguito della presente.

Declino la mia incompetenza a giudicare di fatti attribuiti a Mons. Angelo Messina durante il governo dei miei predecessori, Card.Nava e Mons.Ferrais, (appropriazioni indebite nei fallimenti - detti - dolosi della Cooperativa di consumo "La Catanese: diseci più di 700.000 lire di ammanco); mi risulta solo che, se non gli era mancato a suo tempo l'accanimento di avversari sia politici sia ecclesiastici, mai gli era venuta meno la stima del Card.Nava.

Quanto al fallimento della Cassa S.Mauro Abate, di Viagrande, di cui detto Mons.Messina fu presidente, fallimento dichiaratosi sotto il Vicario capitolare Mons.Fazio, posso dire che mia prima impressione, appena entrato in Diocesi, da quanto mi fu detto in quel tempo, fu che il Messina fosse incorso in tali responsabilità da non potere - da un momento all'altro - sfuggire al carcere preventivo, e, sebbene con evidente dolore, mi ero rassegnato a questo inevitabile scandalo per la casta Sacerdotale.

Senonchè, sopravvenuto circa un anno dopo dal mio ingresso in Diocesi, il mio nuovo e attuale Vic.Gen., Mons. Carmelo Scalia, questi, sia per particolari lumi teorici che gli provenivano dalla conoscenza delle discipline economiche (e libero docente di Economia politica) sia per suo naturale acume critico, nonostante l'avessi io prevenuto della inutilità ad occuparsi del caso Messina, e pur accogliendo sotto questa luce sospetta tutto quanto veniva ad apprendere dalle conversazioni col Messina, a poco a poco cominciò a formarsi una coscienza ben diversa della situazione, che cioè:

1) potesse evitarsi lo scandalo del carcere preventiva a un Monsignore della Cattedrale;

2) potesse raggiungersi un concordato fallimentare, invece di andare a finire in una liquidazione fallimentare, maggiormente lesiva, dal punto di vista sociale, dell'interesse dei creditori;

3) potersi escludere il carattere doloso del fallimento, ed attribuirsi, oltre a evidenti e indiscutibili manchevolezze e irregolarità contabili degli impiegati della Cassa (Sac.Messina Ignazio, Segretario contabile e Sac.Messina Sebastiano, cassiere; che purtroppo, si manifestavano insensibili allo scandalo ed unicamente preoccupati di evadere - anche con atti legali surrettizii - alle loro responsabilità pecuniarie), anche al quadro generale nazionale della crisi dei valori, particolarmente nefasta nei rapporti creditizi, di loro natura distanziati nel tempo, attraverso il doppio fenomeno della inflazione e della deflazione monetaria;

4) aver posto in conseguenza, a sè stesso, il doppio quesito, politico e tattico:

a) se occuparsene

b) come occuparsene;

a) se occuparsene: sapendo, purtroppo, da quali implacabili nemici fosse spiato Mons.Messina, desiderosi di pascersi della delizia di vederlo in prigione, e, quindi, presumibilmente pronti a scagliarsi contro qualsiasi mano liberatrice;

b) come occuparsene: innanzi tutto cercando di guadagnare tempo, per non precipitare le cose.

La conclusione del quesito politico del mio Vic.Gen. fu che, formatasi tale coscienza della situazione, era suo preciso dovere, da superiore, di esperire ogni risorsa per risparmiare all'Arcidiocesi lo scandalo della prigione a un Monsignore della Cattedrale, e ciò senza preoccuparsi del grave rischio cui si esponeva per gli avversari, cui avrebbe tentato di sottrarre il gustoso pascolo; e la conclusione del quesito tattico fu di recarsi ad esporre innanzi tutti la visione formatasi al Procuratore Generale del Re, per ottenere le necessarie dilazioni tattiche.

Il Vic.Gen. venne innanzi tutto ad espormi ed illustrarmi questo suo stato di coscienza, e posso assicurare codesta S.Congregazione di constarmi che non un solo passo fu fatto sin d'allora dal mio Vicario Gen. in favore della Cassa rurale di Viagrande e del suo ex-presidente Mons.Angelo Messina, senza previo ragguaglio della situazione a me fatto e senza preventiva autorizzazione da me ottenuta.

*
* *

PROCEDIMENTO TATTICO PER OTTENERE
IL CONCORDATO FALLIMENTARE

Ottenuta l'adesione del Procuratore Generale, S.E.Wancolle, alle vedute critiche del mio Vic.Gen., favoriti dalle opportune dilazioni consentite dal Tribunale, si procedè all'applicazione della politica del "vale meglio avere oggi l'uovo, anzichè domani la gallina"

E cioè, bisognava ottenere l'adesione dei creditori (piccoli e perciò più fastidiosi creditori) della cassa per raggiungere la doppia maggioranza numerica, ed entitativa del capitale, in favore di un "concordato" fallimentare sulla base del 60%.

Sfuttando la stessa sfiducia dei piccoli creditori si andò proponendo loro, alla chetichella, lo stralcio del loro credito sulla base del 40% o poco più, oggi, - cioè in liquido immediato, - anzichè l'attesa finale del 60%, a liquidazione concordataria finita.

Per poter manovrare in questa guisa occorrevano dei capitali extra il complesso delle attività e passività fallimentari, inmano ancora del curatore.

E Mons.Messina dovette mettersi alla ricerca di questi capitali extra per potere ottenere gli stralci dai creditori, e con gli stralci le adesioni al concordato sul 60%, e con le adesioni potere dimostrare al Tribunale di avere raggiunto la doppia maggioranza numerica dei creditori ed entitativa del capitale indispensabile al Giudice delegato per potere pronunziare la omologazione del concordato fallimentare, invece di procedere a disastrosa (per tutti) liquidazione fallimentare.

La cessione di un titolo creditizio del 60% contro uno stralcio attorno al 40% costituiva garanzia ai nuovi creditori (i fornitori del capitale extra) del futuro recupero del denaro da loro approntato, dopo la completa liquidazione di tutti gli altri creditori della Cassa (ossia della minoranza che non aveva voluto stralciare), sulla base dell'attivo (crediti ipotecari della cassa, titolo e altri crediti recuperabili) detenuto dal curatore, e che questi a omologazione avvenuta del concordato da parte del Tribunale, doveva consegnare ai liquidatori del concordato stesso.

Questa è appunto la fase in cui Mons.Messina si sforzò di sperimentare tutte le sue amicizie. Benemerito insigne fu un Signore di Pedara, - Cav.Auteri, - il quale anticipò somme rilevanti.

Anche il Capitolo della Cattedrale, per aiutare il collega che altra volta era stato attivissimo a procurare ai capitolari il beneficio del supplemento di congrua (circa L.2000 annue per ciascun canonico) dal R.Governo, con tutti gli arretrati dal 1922: totale L.140.000) dietro esposizione riassuntiva fatta dal Vic.Gen. e sulla base che "il Capitolo - come persona morale - non può nè deve aver cuore, ma i Capitolari (come persone fisiche) possono dimostrare di averlo" si pervenne a deliberare una anticipazione su titoli del complessivo valore nominale di L.20.000, garentite però sia da una assicuraqzione sulla vita di L.10.000, sia dalla facoltà di trattenersi, appena lo si ritenesse opportuno, tanto le percezioni semestrali del supplemento di congrua spettanti a Mons.Messina, quanto la stessa prebenda canonicale del medesimo, sino al completo realizzo della somma anticipata e alla ricostituzione dei titoli prelevati.

Nella deliberazione, si limitò anzi il tempo per la restituzione a sei mesi soltanto; mentre - per vicende consecutive - questo termine è stato di fatto prorogato tacitamente, e solo da recente Mons.Messina ha potuto già rimborsare per L.3.000, ed il Capitolo ha già cominciato a trattenersi i semestrali del supplemento di congrua; la qual cosa, salvo possibilità di accelerazione, per versamenti diretti di Mons.Messina, ove mai potesse esserne in grado, sarà continuata sino ad estinzione completa del debito verso il Capitolo.

Solo la mala fede ha potuto fare scrivere agli anonimi "diversi Sacerdoti" che il Messina "ha fatto finora scomparire diverse decine di migliaia di lire in cartelle al portatore".

Una operazione liberamente consentita, appositamente deliberata, e debitamente anzi cautelata, e ben diversa osa dal "fare scomparire".

Prosegue l'anonima: "Il Capitolo si è accorto di ciò e con recente deliberazione lo ha destituito dal posto (di amministratore)"

L'affermazione è spudorata.

Il Capitolo per "accorgersi di ciò", non aveva che da rileggere la sua stessa deliberazione.

Ma qui non si tratta del "Capitolo". Si tratta invece di "alcuni capitolari", che forse malvolentieri, in un primo tempo, consentirono alla operazione deliberata, anzi non ebbero nemmeno il coraggio di farvi opposizione (difatti risulta l'unanimità nella deliberazione), e in un secondo tempo, essendosi protratta di là da un anno, per sopravvenuta vicenda che spiegherò in seguito, l'azione di recupero della somma anticipata, in combutta con altri elementi, ecclesiastici e laici avversi al Messina, hanno organizzato - dietro le quinte - le poco eroiche ostilità dei poco coraggiosi anonimi!

E per vero delle insinuazioni furono lanciate a suo tempo in circolazione, che pervennero al mio orecchio; il Capitolo, riunito, invitò i Capitolari del partito avverso a dichiarare in pieno Capitolo, sotto la garenzia del segreto, i motivi dei loro dubbi e insinuazioni, perchè, prima di procedere ad una inchiesta sul proprio amministratore - provvedimento grave e forse più unico che raro nel Capitolo stesso, - il Capitolo avesse piena coscienza, proporzionata alla gravità del provvedimento che si voleva fosse preso; ma i Canonici del partito avverso non seppero fare di meglio che... abbandonare l'aula capitolare.

E allora gli altri canonici rimasti, emisero la deliberazione che qui si alliga.

In seguito alla superiore deliberaqzione io nominai mio fiduciario per l'inchiesta il Cav.Leonardo Granata, dal quale parecchi mesi dopo ebbi la relazione che accludo pure in alligato; da cui risulta la infondatezza delle accuse.

Già prima che mi fosse consegnata la relazione, si era risaputo che la bolla di sapone andava a sgonfiarsi, e da ciò arguisco la parata della presente anonima a codesta S.Congregazione, in cui si afferma che "l'inchiesta, per l'intervento subdolo del Vicario Generale non ha ancora dato, nè potrà dare un risultato siddisfacente", con cui evidentemente si è inteso reagire contro lo scacco già subito in Capitolo quando, - alle giuste romistranze del Vic.Gen. che, non volendo illuminare il Capitolo - sotto garenzia di segreto - su i motivi gravi onde deliberare coscientemente un provvedimento grave, si poteva svolgere bensì azione di faziosità partigiana, ma si mancava certamente alla carità sacerdotale; i Capitolari dissenzienti non seppero fare di meglio che abbandonare l'aula capitolare rossi e lividi in viso secondo il loro temperamento sanguigno; e prevenire lo scacco conclusivo, a relazione presentata, offendendo insieme - con imprudente spudoratezza - la serietà e la dignità tanto del mio Vic.Gen. quanto del mio fiduciario per l'inchiesta.

Anche da me il messina Mons.Angelo ottenne un prestito di titoli per L.20.200 nominali e nell'ultimo sforzo per raggiungere la doppia maggioranza, mancando altre L.10.000 per acquistare le ultime cessioni di credito necessarie, lo stesso Vic.Gen., non disponendo personalmente di denaro liquido, avallò una cambiale di L.10.000 per ottenergliene il prestito da una Cassa rurale cattolica, quella di Belpasso.

Che si voglia forse alludere, dagli anonimi "Diversi Sacerdoti" a questo gesto del Vix.Gen. quando essi insinuano che il protettore (ossia il Vic.Gen.) "forse ha avuto assicurata la sua parte..." concludendo: "I furbi si proteggono gli uni gli altri"?

Se si volesse alludere a questo "scandalo" del Vicario, ho il dovere di aggiungere, per valutarlo, che mo consta, in coscienza, non avere mai avuto Mons.Carmelo Scalia obblighi di gratitudine verso Mons.Messina, anzi, ben altro e tutt'altro, se mi riferisce, per quanto ho potuto saperne, al periodo antecedente, quando il Messina era in auge sotto il Card.Nava, e aveva contrastato allo Scalia - prima che questi fosse chiamato a Roma, nel 1919 - di potersi meglio affermare in Diocesi!

*
* *

Così, intanto, attraverso questa faticosa via, si riuscì a fare raggiungere le due maggioranze, e ottenere, dalla Corte di Appello, la omologazione del concordato, che pure in Tribunale era stata contrastata dalle forze avversecongiurate contro il Messina!

*
* *

PERIODO DELLA LIQUIDAZIONE CONCORDATARIA

Così, dopo la vittoria riportata per la vigile e pertinace assistenza fornita dal Vic.Gen., raggiunto pienamente lo scopo di evitare all'Archidiocesi lo scandalo di un Monsignore della Cattedrale andato a finire in carcere per bancarotta fallimentare, si apre il periodo della liquidazione concordataria, in cui il Vic.Gen.le non aveva da assumersi nessuna responsabilità, eccetto quella della sorveglianza indiretta.

E anche in questo periodo si rivelò efficace la sua indiretta sorveglianza, quando, accortosi che i liquidatori - Sac.Nicosia Giuseppe e Cavalli Michele - deviando dalla carreggiata per potere liquidare pacificamente entro l'anno stabilito dalla Corte, dimostravano di non comprendere la differenza di ritmo tra la scorrevolezza del tempo prefisso - un anno - alla liquidazione, e la liquidabilità dei crediti ipotecari della Cassa rurale, che avrebbero subìto una enorme svalutazione, se costretti a svolgersi entro il breve giro di 360 giorni.

Per questo egli volle che la responsabilità della liquidazione, comportando altresì dagli atti di espropria, sempre odiosi di loro natura, fosse sottratta a mani di sacerdoti, e, dopo essersi consultato col Segratario della S.C. del Concilio, in una sua visita a Roma, provocò da me un decreto - da ROma stessa, ove mi trovavo per l'Anno Santo 1933 - per il quale il Sac.Nicosia Giuseppe fu costretto a declinare il mandato di liquidatore.

*
* *

Questo mandato fi quindi conseguito dal Sig.Cosentino Michelangelo, persona di assoluta fiducia di Mons.Messina Angelo, che aveva largamente cooperato al raggiungimento del concordato fallimentare nella fasse precedente, già descritta.

Sembrava così che oramai la nave fosse disincagliata, e Mons.Messina potesse attendere tranquillamente a seguire le fasi della liquidazione concordataria, aiutato da persone secolari di sua piena fiducia, e quindi sotto la sua quasi diretta responsabilità.

Il Vic.Gen. di fatto non ebbe più ad occuparsene, nemmeno indirettamente, e nelle vacanze estive di quell'anno (1934) anzi, avendo conseguito una borsa di studio dalla "MARIE CRISTINE STIFTUNG" si recò, per due mesi, in Germania, a Monaco di Baveria.

*
* *

Senonchè, di ritorno dalla Germania, il Vic.Gen. apprende da Mons.Messina che gravi sospetti aveva lui dovuto concepire sul liquidatore Cosentino, culminati poi in una domanda del Messina stesso al Ministero dell'Agricoltura e delle foreste per la sostituzione del liquidatore Cosentino, domanda fatta da Roma il 14-XII-34.

Nel febbraio 1935 si ottenne, con l'appoggio della Prefettura di Catania, la sostituzione del Cosentino con il Cav.Leonardo Granata; mentre Mons.Messina, per rescindere ogni sua responsibilità salle malefatte, che egli accusava, del Cosentino, durante la sua funzione di liquidatore, denunziava quest'ultimo al Procuratore del Re presso il Tribunale di Catania con querela in data 4 maggio 1935, cioè prima che potesse perimersi il tempo utile a svolgere un'azione penale contro detto Cosentino.

Il nuovo liquidatore intanto - Cav.Granata - cominciò ad eccepire contro lo stesso Mons.Messina. Diverse riunioni furono provocate dal Vic.Gen. in mia presenza, per assistere alle contestazioni del Granata contro il Messina e alle risposte difensive di questi.

Si ebbe a constatare intanto il fatto che il Granata, posto a sostituire il Cosentino dietro indicazione fornita alla Prefettura dall'Ordinario di Catania (quindi con implicito mandato di tutela - entro i limiti dell'onesto - verso il Can.Mons.Messina), si associava invece, nell'esecuzione del suo mandato, lo stesso Cosentino (ossia l'avversario, ormai, del Messina).

L'avversione, sempre più manifesta, del Granata contro il Messina, sarebbe da attribuirsi a reazione di coscienza del galantuomo contro il furfante riuscito fino allora a camuffarsi da vittima?

Questo dubbio angoscioso ha costretto l'Ordinario di Catania a disinteressarsi completamente dai casi di Mons.Angelo Messina, abbandonandolo alla deriva della sua intrigata matassa, nella fiducia che la competenza specifica e la correttezza della Magistratura penale, ormao investita del caso per la querela avanzata dal Messina contro il Cosentino, e la consecutiva controquerela di questi, portino la piena luce della verità, per il trionfo della giustizia nella tutela della vera vittima e nella punizione del vero malversatore e malfattore.

Ecco perchè ritardavo a rispondere a codesta S.Congregazione, nella piena coscienza che il vile gesto anonimo dei "Diversi Sacerdoti" non potesse mai offuscare l'opera sempre e comunque lodevole tenacemente spiegata del mio Vic.Gen., mentre tuttora si attende la luce che verrà dal Magistrato penale e civile intorno al caso Mons.Messina.


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>, nov 2001