Edgar Pöe
Il Verme conquistatore (1)

Traduzione di Antonio Bruno

(1) La parola « verme » ricorre spesso nei poemi di Pöe, con il significato di « dolore » di « strazio »; anzi, di tarlo del dolore.


Guardate! È una notte di gala
dopo questi ultimi anni desolati!
Una moltitudine d'angeli alati, ornati
di veli, immersi nelle lacrime,
è assisa in un teatro, per vedere
un dramma di speranze e di timori,
mentre l'orchestra sospira a intervalli
la musica delle Sfere.

Alcuni mimi, fatti a imagine dell'altissimo Iddio,
brontolano e borbottano a bassa voce
e volteggiano da un lato all'altro;
povere marionette che vanno e vengono
al comando di vasti esseri senza forma,
che trasportano la scena qua e là,
scotendo con le loro ali di Condor
l'invisibile Infelicità!

Questo dramma variopinto certamente
non sarà dimenticato!
Col suo fantasma inseguito eternamente
da una folla che non può afferrarlo
lungo un cerchio che ritorna sempre
su se stesso, esattamente allo stesso punto!
E molto la Follia, e ancora più il Peccato
e l'Orrore sono l'anima dell'intreccio!

Ma, guardate! attraverso la calca dei mimi
una forma strisciante s'avanza,
una cosa rossa di sangue, che viene
torcendosi dalla parte solitaria della scena!
Essa si torce! Essa si torce! Con angosce mortali
e mimi diventano il suo pasto;
e i serafini singhiozzano vedendo i denti del verme
masticare grumi di sangue umano.

Tutte le luci si spengono: tutte, tutte!
E sopra ogni forma rabbrividente
il sipario, vasto drappo mortuario,
discende con la violenza d'una tempesta;
e gli angeli, tutti pallidi e smorti,
levandosi e svelandosi, affermano
che questo spettacolo è una tragedia che si chiama « L'uomo »
in cui il vincitore è il « Verme Conquistatore ».


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>.