IL PRIMATO

DELLA

SCHERMA ITALIANA

PER

BLASCO FLORIO

DIRETTO AI PROFESSORI DI SCHERMA

CATANIA
TIPOGRAFIA DI CRESCENZIO GALATOLA
--
1861


BLASCO FLORIO DA CATANIA

AI SIGNORI

PROFESSORI DI SCHERMA ITALIANI

Meum officium facio!
TERENZ. IN ADELPHI

     SIGNORI (*)

     Di conseguenza al mio primo Indirizzo (Catania 1858) ed alla seguita Codificazione della mia Opera ristampanda, scrissi l'appresso annuncio Bibliografico.
     « La Scienza della Scherma delle due Sicilie, per Blasco Florio, Codificata dietro le discussioni coi signori Professori, seconda edizione riveduta ed accresciuta dall'Autore ».
     « L'opera due volumi in 8° di fogli trenta per ciascuno, testo filosofia e note testino. »
     « Il primo volume conterrà l'esposizione della scienza con quattro tavole in rame, il secondo le discussioni, con figure litografiche, ed in Appendice le Donne Schermitrici ».
     « L'opera viene onorata dallo Schermitore Sovrano

« Che sopra gli altri com'Aquila vola »
Cav. Giacomo Massei da Napoli. »

     A dare l'Idea archetipa della materia a svolgersi stampai il primo foglio.
     Al fausto avvenimento della fusione Italiana in Italia UNA, la Scherma delle due Sicilie si fuse anch'essa in Ischerma Italo-Meridionale, e,

« Come dovere da dover rampolla »
così divenne debito del mio officio a darle distesa Italiana, dal che il presente lavoro, che divido in due parti--Nella prima parte mi occuperò:
     In primo luogo--Della Scherma Italiana a datare dalla Romana antica, la quale passata nel medio Evo ed in istato di progresso, fu ereditata da noi;
     In secondo luogo--Della sua maternità sulle altre Scherme Europee;
     Ed in terzo ed ultimo luogo==Sul suo antico Istituto Schermistico quello cioè, del Collegio dei Professori di Scherma, i quali, dietro di avere esaminati ed approvati gli Aspiranti a professare la scherma, rilasciavano loro il corrispondente diploma di esercizio, per lo quale venivano appellati MAESTRI AUTENTICHI; e quindi ad incitarvi onde MUOVERE alla RIVENDICA d'un tanto dritto, nel quale REINTEGRATI, riporrete la Nazionale scherma nel suo primevo onorevole SEGGIO; Voi a poter ridire ad alta fronte
« Trattiamo il ferro pur noi Cavalieri
« Quest'arte è nostra....;
ed a ripigliare di conseguenza l'antico titolo di DOCTORES, quello stesso, che ad imitazione del vostro, fu dato a coloro che professar volevano la Giurisprudenza.
     Nella seconda parte poi, per doppio debito mio officio, mi corre l'obligo [sic] di farvi conoscere il prodotto delle mie investigazioni, relative all'origine e stato attuale della scherma Italo-Meridionale, sul perchè argomento della mia Opera ristampanda.
     (*) N. B. Vanno accompagnati al presente lavoro:
     1. Per i signori Professori di Scherma non Italo-Meridionale, il primo Indirizzo ai Professori di Scherma (Catania 1858) solamente;
     2. Indistintamente poi, l'opuscolo Blasco Florio alla Patria con i documenti in appoggio che sono: il primo foglio della Scienza della Scherma Italio-Meridionale [sic]; le tre lettere al Cittadino Carlo Ardizzone, relative alla Scherma Militare ; Blasco Florio al Marchesino Carlo Mortillaro; l'Appendice.
     3. Le Donne Schermitrici.

PARTE PRIMA -- SEZIONE PRIMA

GENESI DELLA SCHERMA ITALIANA DI SPADA

CAPO PRIMO

Scherma di Spada Romana antica

     Il Rosaroll nella prefazione della sua Opera ; la Scienza della Scherma verso il principio, scrive;
     « Lo studio ch'essi fecero di questa Scienza, cui la sicurezza, la gloria, il trionfo della prosperità Nazionale aveano loro resa tanto amabile e preziosa, fece loro conoscere due grandi verità; che al dir di Vegezio e di Polibio furono come il fondamento della romana potenza. »
     « 1. Che il valore di una Legione in massa non è, che il risultato del valore degli Individui ».
     « 2. Che la Spada Spagnuola era l'arma più acconcia alla difesa ed all'offesa ».
     « L'esperienza li convinse della importanza di questi principii, e li fecero base della loro politica militare. Da qui venne la primazìa che sovra ogni altra essi diedero all'esercizio del Palo, ed a quello della gladiatura rudiaria, al qual nome fu poscia sostituito quello della Scherma (*), nei quali si addestrava l'individuo militare al migliore maneggio della spada spagnuola ».
     « (*) Non vi ha dubbio, che la nostra scherma sia propriamente la gladiatura rudiaria dei Romani. Le azioni erano principalmente le stesse ; egli è però necessario di essere attenti a non confondere la rudiaria dei cittadini con quella dei Gladiatori, non già per rapporto alle azioni, ma bensì alle persone che vi si esercitavano ».

OSSERVAZIONI

     1.ª--I Romani avevano due maniere di apprendere la scherma, la prima maniera era quella del Palo detta tecnicamente palaria, e l'apprendeva il cittadino, o meglio, il Soldato; la seconda maniera, il Gladiatore dal Maestro che appellavasi Lanista, e colle armi finte dette tecnicamente rudis. « Rudis erat baculus gladiatorius, sive gladius ligneus aut ferreus retrusa acie ». Così Ottavio Ferrerio in una sua dissertazione, de Gladatoribus, rapportata da Polieno, antiq. etc. tom. III. pagina 366.
     Il Rudis a detto di Giusto Lipsio (Saturnalium, lib. 1.), era di due sorti, l'uno leggiero, pesante l'altro. Il primo era di ferla che dal Maestro maneggiavasi nel dare la lezione, e per battere lo scolare, il secondo di legno o di ferro che davasi a quest'ultimo per eseguire la lezione.
     Con questi dati si vede benissimo che le azioni esser non potevano propriamente le stesse ( come or ora vedremo ), e di non esser necessario lo stare attenti a non confondere la rudiaria dei cittadini.
     2.ª--Che il Gladius Hispanus era più acconcio all'offesa, concedo, alla difesa nego, sul perchè questa si ripeteva dallo scudo, che si imbrandiva colla mano sinistra.
     Sul particolare si veda il quadro relativo trascritto a pag. 17, ed immediatamente poi quanto il detto Autore scrisse sul proposito della parata colla mano sinistra, ed è appresso cioè :
     « Dalla antica costumanza di armare la sinistra per difendersi, ricaverete che noi schermendo, tanto per offendere, che per difenderci, colla sola destra, abbiamo superati gli antichi nella destrezza e raffinamento dell'arte ». § 193. della detta sua Opera.


     Lo stesso Autore sul particolare del Gladius Hispanus dice in nota (1) pag. 8 della prefazione.
     « Vegezio non parla che in generale della cura dei Romani di migliorare le loro armi, osservando li vantaggi di quelle dei nemici: ma da Polibio sappiamo che appena essi conobbero la spada spagnuola, tosto lasciarono la propria, ed a quella s'appresero ».

OSSERVAZIONI

     I.ª--In una battaglia che l'armata Cartaginese diede in Ispagna agli Iberi, costoro, comechè sicuri della vittoria se riusciti fossero a combattere il nemico corpo a corpo colla loro Spada Ispana, ed in ciò riusciti, batterono i nemici ed a tale, da rimanervi morto lo stesso loro Generale, il famoso Amilcare padre di Annibale.
     Ved. Rosaroll, Scienza della Tattica § 92.
     II.ª--Il primo scontro di Annibale, dopo la discesa delle Alpi, l'ebbe col Console Cornelio Scipione sul Ticino, e poco dopo col Console Sempronio sulla Trebbia, l'anno 218 avanti G. C. « Questa battaglia fù mortale, i vinti perderono 26 mila uomini, e i vincitori soprafatti dal freddo il più intenso non ebbero la forza di godere della vittoria. L'anno seguente lo stesso Annibale vinse Gneo Flaminio vicino il lago di Trasimene. Il Generale Romano restò sul campo di battaglia, sei mila uomini perirono, e quindici mila fatti prigionieri ». (Ved. la vita di Annibale.)
     III.ª--In piede alla pagina 13 della mia Opera si legge l'appresso nota (4), nella quale, da Giusto Lipsio è rapportato il passo di Polibio. Eccolo.
     « Celtiberi paratura gladiorum longe aliis antecellunt. Nam et mucronem validum habent; et ictum potentem ex utraque parte. Quare et Romani usitatos et patrios gladios deponentes a temporibus Annibalis, isto Hispaniorum sumpserunt » De Rom. militia, lib. III, Dialogo 3.
     Da questi fatti storici, ecco fissata l'epoca della introduzione del Gladius Hispanus. Vediamone nelle loro mani prima il suo progresso, ed indi il suo decadimento.

PROGRESSO

     Il capitolo XII. del libro primo di Vegetio è così intestato:
     « Non coesim sed punctim ferire docendos Tyrones »
     Ivi in continuazione si legge:
     « Praeteria non coesim, sed punctim ferire discebant ( i romani ) Nam coesim pugnantes non solum facile vicere sed etiam derisere Romanos »
     Ecco le ragioni rapportate dall'Autore:
     « Coesa enim quovis impetu veniat non frequenter interficit: cum et armis vitalia defendantur et ossibus, At contra puncta duas uncias adacta mortalis est. Necesse est enim ut vitalia penetret quid quid immergitur. Deinde dum coesa infertur, brachium dextrum latusque nudatur. Punta enim tecto corpore infertur, et adversarium sauciat anteaquam videat. Ideoque ad dimicandum hoc precipuo genere usos esse constat romanos ».
     Ma le rapportate, sono ragioni di effetto e non di causa, come le appresso che si leggono alla pagina 12 della mia Opera:... « poichè costando essa, la scherma, di movimenti ordinatamente stabiliti, dalla nostra ragione dipendenti, ed all'a-proposito diretti ed impressi alla spada: che per restare attaccata alla sua potenza motrice, il braccio, dalla ragione istessa trovasi sempre dipendente, ne avviene, che tali movimenti ben diretti all'offesa o alla difesa, oggetto della scherma, debbano produrre necessariamente il proposto effetto; quindi la sicurezza del ferire, come quella del non esser ferito; sicurezza che facendoli trovare al caso di conservar sempre il così detto sangue freddo, non solo, come si è detto, non faceva temer loro il pericolo, perchè addestrati a prevederlo ed a schivarlo, ma in istato mettevali inoltre di schermire con franchezza, e con tutti i movimenti e tempi dati, ed era perciò ch'eglino sine trepidatione in acie faciebant, quod ludentes in campo semper fecerant » Veg. op. cit. lib. 2 cap. 23.
     Ed ecco, o Signori, la diretta prova del coraggio di convinzione di cui nella mia prima lettera diretta al Cittadino Carlo Ardizzone, che mi ho fatto un dovere alligarla al presente scritto.

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     Ancora -- lo stesso Rossaroll alla pag. undecima della citata prefazione scrisse.
     « Alla scuola militare (dei Romani) presedeva qualche antico Centurione, o Soldato Veterano, cui la pubblica opinione fondata sulle imprese, e sul merito accordata avesse l'eccellenza nel maneggio dell' armi; e questo nei tempi di Roma libera. »
     L'autore appicca in piè di pagina l'appresso nota (5)
     « Publio Rutilio Console, collega di Cn. Manlio aveva in uso di invitare nella sua casa i maestri dei gladiatori, coi quali esercitavasi nell'uso dell' armi; onde meglio accoppiare Artem virtuti, ut illa impetu hujus fortior hœc illius scientia cautior esset. »

OSSERVAZIONE

     Il pregiudizio che separato avea le persone, e con esse il metodo di apprendimento della scherma (si veda l'osservazione 1ª. alla pag. 5,) dovea far sorgere un Genio; il quale alla monca palaria, vi avesse sostituita la concludente gladiatoria, ed a questo modo innalzarla al nobile posto che le competeva, ed un Genio siffatto sorse e l'ebbero i Romani nella persona del Console Publio Rutilio, come lo abbiamo da Valerio Massimo. Ecco sul particolare lo che si legge nella note (12), pag. 117 delle mie « Osservazioni Critico-Apologetiche all'Opera titolata Istituzioni di Arte Ginnastica, dirette ai Professori di Scherma in Napoli (Catania 1856) ».
     « Armorum tractandorum meditatio a P. Rutilio Consule Cn. Manlii collega, militibus est tradita. Is nullius ante se imperatoris exemplum secutus, ex ludo Cn. Aurelii Scauri Doctoribus arcessitis, vitandis atque inferendis ictus subtiliorem rationem legibus ingeneravit: virtutemque artis, et rursus artem virtuti immiscuit, ut illa impetu hujus fortior, hæc illius scientia cautior fieret. »
     Mem. lib. 2. cap. 3. De Militia istituenda. »
     Rutilio fu eletto Console l'anno di Roma 647, avanti G. C. 105 ».
     Questa pratica ( così si legge in Rollin ) fu adottata dai Capitani che gli succedettero; e nei tempo posteriori si fa mensione di questi maestri di scherma pei soldati sotto il nome di Campi-Doctores. Così Rutilio preparava a Mario quei soldati che doveano essere i vincitori dei Cimbri, poichè Mario incaricato della guerra contro quei barbari, prescelse quell'esercito in confronto dell'altro col quale egli medesimo avea vinto Giugurta.--Stor. Rom. lib. XXX. parte. 1.ª
     Sul nobilitamento della Scherma in ordine al suo uso, si veda l'appendice.

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     Lo stesso Rossaroll alla pag. 10 della prefazione.
     « La gladiatura rudiaria era una perfetta scuola di scherma, ed in essa facevansi degli assalti, che non differivano dai veri, che nell'esito. Davasi dapprima in mano agli allievi un libro elementare delle azioni da eseguirsi, sì per la offesa, che per la difesa, cui erano obbligati i Maestri di scherma a comporre (V. Svet. Jul. 26, e Varr. de LL. 7.) e poscia una spada di legno simile alla rudis de'gladiatori, colla quale doveano rendersi famigliare l'esecuzione delle azioni medesime. »

OSSERVAZIONI

     I-- Al terzo libro della mia opera intestata--Lezioni--(pag. 171), vi appiccai l'appresso note (1).
     « (1) Si vedano le note (1) a pag. 2 e 35. »
     « La nostra scherma, ed il metodo d'insegnamento corrisponde a quello dei Gladiatori Romani. Noi col vocabolo singolare chiamiamo Lezione quella che essi con vocabolo plurale chiamavano dictata, e dare dictata, il dare la lezione si doveva studiare dallo scolare, ed indi eseguirla. Eccolo dai Poeti, dagli Storici e dai loro commentatori »
     « Scripturus leges, et regia verba Lanistae »
     « Iuvenalis, de futuro Gladiatore, Satur. X. vers. 8.° »
     « Lanistae igitur praecepta dabant et imperata de ictibus inferendis, vitandis et declinandis. De tractandorum armorum ratione: quae dictata Gladiatores meditarentur, et his se exercerent.--Octavii Ferrerii, dissert. de Gladiatoribus. Extat in antiq. Polieni tom. 3 pag. 336 e segg.
     « Nec ineptae ( soggiunge Lipsio ) quia revera praecepta sua armorum commisere etiam scripto » -- Serm. lib. 1 Cap. XV.
     « Leges Lanistae praecepta gladiatoriae artis, dictante Lanista tamquam Doctore, eorumque praecepta dictata. Iique commentari et dare dictata dicebantur » Id. Elec. cap. XV.
     « Ciò facevano essi, con termini imperiosi e risoluti come padroni della vita e morte di quella canaglia. Chiama perciò il nostro Poeta tali precetti leges et regia verba. Dallo stile praticato dagli antichi lanisti resta tuttavia la prova nei nostri maestri di spada, che ai proprii scolari, quantunque nobili e di condizione distinta, insegnano con dire sovente: tira, para, avanza, ed altre cose simili--Giovenale e Perseo, comentati [sic] da Camillo Silvestri da Rovigo, Padova stamperia del Seminario 1711.
     II.ª--Macchiavelli al libro 2. della sua Arte della guerra scrisse tra gli altri.
     « Volevano i Romani, che i loro soldati ferissero di punta, e non di taglio, sì per essere il colpo più mortale, ed aver manco di difesa, si per iscoprirsi meno chi ferisce, et esser più atto a raddoppiarsi che il taglio. Non vi maravigliate che quelli antichi pensassero a queste cose minime perchè ove si ragiona, che gli uomini abbiano a venire alle mani ogni più piccolo vantaggio è di grave momento. »
     Se l'Autore per la sola qualifica del venire alle mani, al minimo dà eccellenza del massimo, quid dicendum dopo il dimostrato in questo capo, per lo quale si conosce, il minimo non essere massimo solamente, ma radicale e sine qua non?

DECADIMENTO

     In continuazione alle rapportate ragioni di causa, alla pagina 13 della detta mia opera scrissi:
     « Fu di fatti, lo ripeto, la costruzione del loro gladius hispanus e del suo corrispondente maneggio di punta più che di taglio, per questo che la punta più efficace rendeva le offese, e più facili e sicure le difese, fu il gladius hispanus, che conquistar fece loro l'universo, come la Spatha, che in seguito vi sostituirono, perder fece quanto la prima aveagli fatto acquistare « C'est a elle ( la Spada Spagnuola ) qu'ils ( i Romani ) mettojent leur principale confiance...... Les Romains perdirent avec ses grands Sabres ce qu'ils avoient gagnè avec leurs courtes èpèes » -- Le Beau De la Legion Rom. mem. 1. -- Avant-propos, mem. des iscriptions et belles lettres.
     « Era la Spatha un arme molto più lunga del gladius hispanus, arme la prima di cui essi ne cingevano gli ausiliarii (v. Tac. Ann. XII, cap. 35), ed in seguito da essi loro maneggiata nel decadimento del loro coraggio, « Les armes changent avec le genie des peuples. Les Romains eloignerent leurs épées a mesure qu'ils perdirent de leurs courage. Cette longue épée se nomma Spatha, d'ou nous est venue le mot d'épée dans l'Italien Spada » Id ibid. »
     « Godescalco Stewecchio comentando il capo 20 dal lib. 1. ed il 14 del lib. 3. di Vegetio (de Re militari), ove questi parla della spatha, e della semi-spatha, così quegli si esprime, « Libera Republica, ac Florente imperio minores romanis gladios fuisse, gestatosque dextera, qui declinante, imperio majores fuerunt et pendentes a sinistra. ».

CAPO II.

Spada e Scherma di punta del medio Evo, e sua progressiva continuazione.

ARTICOLO PRIMO

Spada e Scherma di punta del medio Evo

     1.° Sul particolare della Spada del medio Evo e sua scherma di punta, il Muratori le vuole entrambe discendenti dal Gladius Hispanus Romano antico. Eccolo dagli appresso brani della sua Dissertazione de Militia Saeculorum Rudium:
     « Hos (Spade) imitati videntur Itali. Quod et agnovit Benvenutus de Imola, qui eodem saecolo quo Pipinus Floruit, eximium commentarium latinum, aduc luce carentem, in comediam Dantis nobis reliquit cujus Excerpta heic jam edidi ad calcem tomi primi. Inquit autem ille in Cap. 31 Purgatorii: « Melius et tutius est pugnanti ferire punctim quam coesim; 1. quia feriens punctim minus habet incidere de armis; 2. quia adversarius non bene vitat ictum; 3. quia invenit minorem resistentiam in corpore; 4. quia feriens minus laborat; 5. quia minus se detegit. (5) »
     « Neque juvat quaerere an longe ante annum 1266 adhibeantur Enses acutae cuspidis.... » E poi conchiude:
     « Itaque sub nomine Spathae brevis nolim intelligas Gladiolos unius fere palmi, qui nunc pugnali appelantur, sed acutos Enses nunc Spada di punta, fofortasse breviores. Immo Vegetius quoque eam commemorat, quae Pugioni seu Gladiolo, antiquis nostrisve temporibus notissima, fortasse nihil differebat. »
     Antiq. It. tom. 2, dissert. 26, pag. 519 e 520, Milano 1739.
     2.° Achille Marozzo al capo 6, della sua opera, intestato--Del giuramento che deve dare il Maestro agli scolari--scrive: « Il voglio che voi giuriate su questo elzo di spada la quale si è la croce di Dio....
     Or dai monumenti abbiamo, che la guardia del gladius hispanus dei romani, di cui nel capo antecedente, era a croce latina, guardia passata nella spada del medio Evo, la quale in quella dei Crociati fu erroneamente ritenuta per figura della Croce di G. C. Dissi erroneamente poichè la stessa figura avevano ed hanno tuttavia le guardie di alcune spade. Sul particolare si veda lo Schiarimento posto infine allo Indirizza--Blasco Florio ai Professori di Scherma e le figure 1. e 2. della tavola alligata in fine allo stesso.
     3. Sul particolare della perfezione della spada del medio Evo e sua analoga scherma, si veda quanto ne dice il Rosaroll, da me rapportato nella seconda lettera al Cittadino Carlo Ardizzone, e più precisamente nello appendice pag. 15 sino alla fine.


(5) Il quia del Commentatore è lo stesso di quello del Gladius Hispanus di Vegezio rapportato alla pag. 7. Il commento è sulla prima terzina. Eccola:
« O Tu, che se' di là del fiume sacro,
« Volgendo tuo parlare a me di punta,
« Che pur di taglio m'era parut' acro.

ARTICOLO SECONDO

Progressiva continuazione della scherma di punta del medio Evo

     1. Nella introduzione al lib. 4 dell'Opera del Marcelli, intestato--Modo di giocare la scialba contro la spada, et insieme del modo di difendersi con la spada contro la scialba, si legge:
     « Non so figurarmi la ragione, perchè sinora nè dai libri antichi, nè dai scrittori moderni non ho trovato scritto qualche cosa notabile da osservarsi nel modo di giocare la scialba; eppure io so di certo, che ella è arme altrettanto antica quanto usata da molte nazioni, e principalmente dalle orientali, come dalla Svezia, dalla Polonia, dall'Ungheria, dalla Turchia, e da tanti altri paesi da noi molto lontani così di clima, come di religione e di Rito. M'immagino bensì che siccome tutti i libri, che si trovano composti da Autori in Italia, così non han curato di passare più oltre di quello che in Italia possa permettersi o usarsi. E perciò hanno scritto solamente di spada, perchè questa è ricevuta dell'usanza dei nostri. Oggidì veggo anche da noi trasportata l'usanza di cingerla, e non pochi nelle occasioni fidansi di servirsene, e perciò mi è parso convenevole su questa materia non passarmene affatto a occhi chiusi. Eccovi adunque intorno ad essa alcuni pochi avvisi. »
     2. Lo stesso autore alla fine del cap. 1. del libro primo==intestato--Origine della Scherma, e de'Maestri di essa. Con la notizia dei loro libri che si trovano stampati, scrisse; « Fin qui per ordine ho raccolto le memorie dei Maestri antichi e moderni, i quali cominciarono a ritrovare i primi principii, e stabilirono un certo modo di operare; il quale dell'antichità altro non ne ritiene al presente, se non alcune massime invariabili, et alcuni assiomi generali. Perchè il modo particolare del gioco, e la qualità delle azioni sono tanto diverse, et alienate da quelle prime, che quasi non le riconoscono nemmeno per madri. E quanto più si è conosciuto con la pratica, tanto più si è fondata la teorica e si sono raffinate le regole; con l'esercizio delle quali assodatesi le lezioni, si trovano perfezionate a un termine, che nella perfezione, è il più perfetto che si possa desiderare. »
     3. Achille Marozzo Bolognese pubblicò la sua Opera nel 1536. Nella lettera dedicatoria al Conte Guido Rangone, scrisse tra gli altri: « Havendo sin dalla mia prima gioventù quest'Opera cominciata, io mi sono indugiato in fino a quest'ultima mia età a darle l'estremo compimento et a mandarla fuori a comune degli uomini notizia e utiltà: acciochè in questo mi potesse venire risposte non solamente le cose che in quest'arte mostrate mi furono dal nobilissimo operatore, Maestro Guido Antonio di Luca Bolognese, dalla di cui schola si può ben dire, che sien più guerrieri usciti che dal trojano Cavallo si soleva dir che fecero ».
     L'Autore annunzia la sua vecchiaja colla frase ultima età, sia questa per lo meno (e per uno schermitore principalmente) anni 70; l'Opera fu pubblicata nel 1536, dunque l'Autore nacque nel 1466. Dando la stessa età, e per la identicità di ragioni, al suo Maestro de Luca; dunque costui nacque nel 1396, e fiorì nel 1420 al più tardi.
     4. Secondo Danet ( v. il capo 2. della 2. parte pag. 28 e segg. ) l'Opera di Cavalacabo di Bologna era la più antica che aveva potuto trovare « Achille Marozzo ( scrive il citato Marcelli ) Bolognese stampò il suo libro nell'anno 1536 e scrisse così dottamente che meritò fosse ristampato poi nel 1568, e nella seconda impressione fu abbellita di belle figure in rame, quando prima fu stampato con figure di legno lo che importa diffusione. » Dunque Cavalcabo esser dovea Autore più Antico del Marozzo in ordine di date delle pubblicazioni delle loro opere, e per parità di ragioni delle altre opere Italiane, sul perchè le stesse si trovano di date posteriori a quelle del Marozzo.
     5. Lo stesso Danet (ibid) non trova nei due autori corrispondenza di sorta nelle azioni e le loro nomenclature? Dunque per conseguenza immediata esservi doveano in Bologna die scuole; cioè, quella di Cavalcabo esistita, e l'altra del Marozzo esistente. Dico esistente poichè lo stesso Danet si rapporta ai principii esistenti in Italia, ed insegnati dal Grassi nel 1570, e dal Napolitano Fabrizio nel 1573, e per ragion di diffusione in quella del Marozzo.
     6. Il Morsicato nel capitolo V della sua Opera nel dare le notizie delle opere di scherma dice: « di aver pescato dal profondo pelago dell'antichità la cognizione degli infrascritti Maestri peritissimi schermitori » e termina col cenchiudere [sic]: « Inansi ai nominati tempi, suppongo che siano corsi i manuscritti, mentre non vi era allora la stampa.
     7. Ora il supposto dall'Autore posto in correlazione col predicato dal Danet relativamente all'Opera del Cavalcabo, porta logicamente a conchiudere, che l'Opera di costui esser dovea manuscritta come a tutte le altre opere pubblicate prima della invenzione della stampa, cioè prima del 1400.

OSSERVAZIONI

     I.ª--Se nell'antecedente Capo fu dimostrato a priori, cioè scientificamente, ed a posteriori, cioè storicamente, la superiorità dell'arme Romana per ragion di costruzione e di relativo maneggio; se il Macchiavelli, in fatto del venire alle mani, chiama di grande momento ogni cosa minima, che dirsene poi della spada e della scherma del medio Evo alla quale, in linea di progresso, alla guardia della spada vi si aggiunse in seguito la Coccia facente da Scudo, e quindi col formare due armi in una, relativamente al gladius hispanus, venne ad avvantaggiarsi e nel suo gioco, e nella sua portata? (6)
     II.ª Rosaroll al § 42 dell'Opera di cui in nota (6), intestato Che i Romani volendo combattere colla spada vi adattarono l'ordine dice:
     « Perchè i Romani dovevano combattere colla spada e colla lancia corta, così essi ricercarono l'ordine di battaglia adattato alle loro armi, il quale nel poco fondo lo rinvennero; quindi è ch'erano su tre righe in battaglia, e ciascun uomo occupava tre piedi di fronte, come una riga dall'altra aveva parimente la distanza di tre piedi; e ciò per potersi maneggiare colla spada e collo scudo. Siccome poi la di loro scherma insegnavale a tirare i colpi colle lanciate di compasso, cioè ora portando un piede in avanti ed ora l'altro: così essi potevano sortire dalla riga portandosi in avanti tre piedi, ed indi rimettersi nella riga, e perciò avevano un ordine che prendeva forza dall'agilità di ciascun individuo che l'ordine istesso componeva; e volendo combattere colla spada, vi adattarono l'ordine competente ».
     Volendosi l'idea adequata della ragion crescente in linea di transizione e di perfezionamento delle due Armi e relative Scherme: eccola dalla pag. 23 e 24 della mia Opera ove si legge l'appresso.


(6) Rosaroll al § 185 della sua scienza della tattica (Napoli 1814) intestato--Cosa sia io giuoco delle Armi--dice:
     « Quel che la facoltà delle molle motrici dell'uomo dee fare per dirigere, ed agire colle armi, sian di offesa, o di difesa, si chiama giuoco delle armi. Sicchè per lo giuoco dell'arma bisogna tanto spazio, quanto importa il corpo dell'uomo modificato nella diversa e varia posizione, che dee prendere per giuocare l'arme suddetta e di più quanto importa il volume dell'arme medesima. Il grado di celerità che l'arme è adattata ad imprimere per offendere, si chiama la portata dell'arma. Sicchè l'arma in vigore della sua portata, si rende atta a produrre l'effetto richiesto di offesa e di difesa per un dato spazio; e quindi con somma attenzione questi principii del giuoco dell'armi debbonsi aver presenti nell'adattarvi gli ordini ».

QUADRO PRIMO

SPADA E SCHERMA NAPOLITANA E ROMANA
NICostruzione della spada
NAPOLITANA ROMANA
1.° Munita di vetti trasversali resta saldissima in mano, e senza che ne venghi impedito il celere maneggio della stessa (V. il § 109.) 1.° Senza vetti trasversali resta debole in mano, non potendosi impugnare, se non se come un bastone s'impugna alloraquando maneggiasi di punta.
2.° Armata di coccia, che fa da scudo, e colla punta ad un tempo offendendo, forma due armi in una. V. il § 107. 2.° Mancante di coccia, per difesa vi supplisce lo scudo, il quale è un'arme separata.
3.° La serie delle azioni di offesa eseguita al punto, che la spada nemica sta per colpire, forma l'altra serie delle azioni di difesa. V. i §§ 87-88-130.) Quindi più semplicità e brevità di apprendimento. 3.° Le offese recandosi colla spada, e le difese collo scudo, rendono complicate le azioni, ed il loro apprendimento più lungo, e più difficoltoso, come da se stesso si dimostra.
NIIGuardia del corpo, nel maneggio della
SPADA NAPOLITANA SPADA E SCUDO ROMANO
1.° I muscoli, ch'entrano in azione, non hanno bisogno d'impiegare altra forza, se non se quella necessaria a mantenere la sola massa del corpo, e la stazione del dato atteggiamento, ciò che importa consumo di poca forza muscolare. (V. i §§ 24-115.) 1.° La spada leggiera assai più che lo scudo, e situata poco indietro, e lo scudo molto in avanti del corpo, non fanno generare che disquilibrio, al quale disquilibrio si aggiunge il peso che si genera dallo inclinamento, anche in avanti, del tronco e delle armi difensive. Quindi per mantenersi la stazione vi abbisogna applicazione di molta forza muscolare.
2.° Presentasi sempre il menomo [sic] bersaglio, epperò oltre al poco spazio da difendersi, si resta coperto sotto alla guardia (V. la nota 5 a pag. 13 i §§ 103, 165 con la nota 2 in fine.) 2.° Benchè lo scudo copri il corpo, pure nel vibrarsi le stoccate, dovendosi dallo stesso eseguire un mezzo cerchio, facendo da centro di moto il piede sinistro e da intervallo il destro scoprir dessi il lato sinistro.
NIIIMetodo d'insegnamento
NAPOLITANO ROMANO
Il maestro facendo da nemico e da nemico mobile, può eseguire le azioni, siano esse di offesa siano di difesa; lo scolare quindi passando dalla lezione all'assalto, il nemico non cambia che di nome; nel primo caso essendolo il maestro, e nel secondo uno schermitore qualunque. (V. il capo 6. del lib. III.) A singulis tyronibus singuli pali defigebantur in terram; ita ut nutare non possint, et sex pedibus eminerent. Contra illum palum, tamquam contra adversarium tyro cum crate illa et clava velut cum gladio se exercebat et scuto: un nunc quasi caput aut faciem peteret, nunc lateribus minaretur, interdum contenderet poplites, et crura succideret, assultaret, insiliret, et quasi praesentem adversarium, sic palum omni impetu, omni bellandi arte tentaret.--Veget. op. cit. lib. 1. c. 9.

     Era questo il metodo col quale i Romani insegnavano a schermire; metodo che non permetteva allo apprendista di eseguire che le sole azioni di offesa, e neppure tutte nè bene, poichè ve ne sono di quelle che esiggono il nemico in movimento come i raddoppi, § 43, le azioni di tempo, § 98, ec.; ed intanto il palo era immobile. E per la stessa ragione le difese non potevano nè insegnarsi, nè eseguirsi col metodo anzidetto; quindi dal Palo all'assalto si passava come da una cosa ad un'altra (V. il § 133.)

     In quanto poi alle altre proprietà della scherma romana, comuni colla nostra spadancia, vedi il quadro seguente.

     2. Il Gladius Hispanus col corrispondente maneggio passò nel medio Evo e sempre in ragion progressiva? Dunque il Marcelli negli scrittori italiani non poteva trovare l'arme e la scherma delle altre nazioni.
     Finalmente in ordine al Gladius Hispanus Romano, passato nel medio evo Italiano ed in istato di progresso, il Tasso ci presenta nella sua Gerusalemme un argomento ad hominem, sia relativamente al pregio in cui era tenuto, sia relativamente al suo maneggio.

Pregio

     Tasso volendo mostrarsi emolo

« Di quel Savio Gentil che tutto seppe »
nella specie, volle far mostra di valenzia schermistica, perchè epoca Cavalleresca:
« Trattiamo il ferro pur noi Cavalieri
« Quest'Arte è nostra....(7)
chè se altrimenti, si avrebbe veduti frustrati i suffragi e dei Cavalieri e degli ammiratori loro, per lo che, di conseguenza, la antiche Opere di scherma si vedono dedicate a Personaggi Sovrani, e per lo meno di altissimo Rango.
(7) Gerus, C. 2, St. 51,
     « La vita Cavalleresca ( dice Vincenzo Gioberti ) è sommamente bella, sia perchè in essa la libertà individuale è sciolta da ogni legge positiva ed estrinsica, e ha il perfetto dominio di se medesima, e perchè l'individuo per coraggio e virtù d'animo, forza di muscoli e maestria d'armi sul comune degli uomini si eleva e grandeggia ».
     Del primato morale e Civile degli Italiani, part. 11. pag. 585, 2. Ediz. 1. Bruselle 1845.

Maneggio

     Sù i particolari del maneggio del Gladius Hispanus di punta anzichè di taglio, si veda la mia seconda lettera al Cittadino Carlo Ardizzone ( Catania 24 Maggio 1861 ). Quì ad esuberanza, e sempre in ribadimento del mio assunto, aggiungo, che il Poeta i colpi di Arte e di effetto maggiore, li fa vibrare di punta. Di fatti:
     La guerriera Gildippe.

« D'un Mandritto Artaserse, Argeo di Punta
« L'uno attera stordito, e l'altro uccide » (20-34).
Rinaldo uccide Gernando con una stoccata, cioè con un colpo di punta.
« Ne cessò mai finchè nel seno immersa
« Gli ebbe una volta e due la fera Spada (5, 31) »
Il Soldano a Latin
« Gli aprì l'usbergo, e poi lo scudo aperse
« Cui sette volte un duro cuojo aggira,
« E 'l ferro ne le viscere gli immerse:
« Il misero Latin signozza e spira (9, 38)
Tancredi contro Clorinda:
« Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
« Che vi si immerge e il sangue avido beve (12. 64) »
Raimondo:
« Vede l'usurpator del nobil regno,
« Che fra'primi combatte, e gli si avventa:
« E 'l fere in fronte, e nel medesimo segno
« Tocca e ritocca, e 'l suo colpir non lenta;
« Onde il Re cade (20 80) ».
Ad Adrasto;
« Rinaldo lui sù 'l fianco in guisa offende,
« Che vana vi saria l'arte di Apollo:
« Cade l'uom smisurato, il Rege invitto
« E n'è l'onore ad un sol colpo ascritto (20. 103) »
Contro Tisaferno:
« Tosto Rinaldo si drizza ed erge,
« E vibra il ferro, e rotto il grosso usbergo
« Gli apre le coste, e l'aspra punta immerge
« In mezzo 'l cor dove la vita ha albergo
« Tanto oltre va, che piaga doppia asperge
« Quinci al Pagano, 'l petto, e quindi il tergo:
« E largamente a l'anima fugace
« Più d'una via nel suo partir si face 20. 120 »
Ed a proposito di questa ferita, è debito del mio officio il dire e dimostrare, non esser poesia ma scienza, l'effetto conficcatorio ( mi si permetta la coniazione di questa frase in grazia della lucidazione dell'idea ) di tale ferita, addimostrante il pregio dinamico del Gladius Hispanus Romano, passato nel medio Evo, attesa la forte resistenza delle armi difensive da rompere ed indi penetrare, cioè ferire.
     La spada spagnuola aveva mucronem validum et ictum potentem et utroque parte (ved. a pag. 7).
     E' questo quel tanto, che ce ne dice Polibio. La scienza però vi aggiunge, che la punta per esser valida, cioè conficcante, ed i tagli potenti, cioè troncanti, la lama per necessità di mezzo esser dovea non solo acuminata, e larga poi per ragion di massa, ma inflessibile altresì per ragion di forza conficcante, e però acutezza e larghezza si vede, sì in pittura ce in iscultura, nell'arme Romana, domentre poi la inflessibilità in arte rigidezza, ce la fa conoscere la balistica. Eccolo dall'apposito Capo VI. intestato -- Della possanza della stoccata, -- che si legge nella parte III.ª della Scienza della Scherma del Rosaroll, così scritto: « § 463--Prima di finire il presente trattato giudichiamo non esser inutile l'esaminare quanta sia la possanza di una stoccata ben vibrata; e ciò a disinganno di chi credesse poter eludere l'azione medesima col munirsi di qualcuna delle solite giubbe, che credonsi impenetrabili a qualunque stoccata. »
     « § 464--Noi supporremo che la forza dello schermitore non sia maggiore di quella che vale a sostenere un peso di 33 libre col suo pugno, ma tenendo il braccio disteso orizzontalmente; supporremo inoltre che quando vibra la stoccata percorra col pugno uno spazio di 24 pollici ossia 2 piedi in 1/3 di minuto secondo, ciocchè è il più ordinario. Onde la forza della sua mano verrà espressa da 33 × ( 2 / (1/3 × 1") ) == 198 / 1" == 1 × (198 / 1"), cioè ella è eguale a quella che compete ad una libra di peso che si muove percorrendo 198 piedi per ogni minuto secondo, ossia a quella che compete ad una palla d'un oncia di peso, la quale si muove percorrendo 12 volte 190 piedi per secondo, vale a dire 2376 piedi per secondo. Questa forza dunque equivale in intensità due più di due o tre volte quella, con cui è cacciata una palla di un'oncia dal fucile caricato di buona carica. Vero è che la modificazione della massa sulla velocità può alterare a qualche riguardo l'effetto di una stessa forza; ma l'intensità però della forza medesima non viene punto alterata per tale modificazione.
     La forza del pugno viene evidentemente comunicata alla punta della spada, e la punta stessa andrebbe con tutta quella forza ad incontrare il corpo che vi si presenta contro, se la spada fosse perfettamente rigida. Data anche alla spada medesima una certa flessibilità, la forza con cui la punta andrà ad incontrare il corpo postovi innanzi, sarà sempre di una non ordinaria grandezza. Riflettasi inoltre che la spada rappresenta un vero cuneo, e perciò quand'essa va per ispezzare un corpo, la forza sarà capace di equilibrare una resistenza, che sarà tanto maggiore della forza medesima, quant'è l'altezza del cuneo maggiore della sua testa, ossia quant'è la lunghezza della spada maggiore della larghezza della lama considerata alla coccia.
     Perciò quando la sua lunghezza uguagliasse 50 volte la larghezza presso la coccia, e la lama fosse inflessibile, chiamando R la resistenza capace di equilibrare la stoccata, si avrebbe la proporzione 1 : 50 :: (2736 / 1") × 1 onc: R. Onde R. == (118800 / 1") × 1 onc.
     « Se la resistenza dunque non sarà di questa grandezza, che in vero dee sembrare alquanto prodigiosa, la stoccata avrà necessariamente il suo effetto. Se anche si desse la flessibilità alla spada, e tale che valesse a ridurre l'effetto della stoccata alla metà o ad un terzo soltanto, potrà nulla di meno una forza ordinaria renderne vana l'azione? Non si richiederà sempre a tale uopo una forza di una grandezza, che fa meraviglia e sorpresa? Da quanto abbiamo qui esposto ciascuno può facilmente raccogliere quanto sarebbe imprudente l'affidarsi a qualche riparo, e lusingarsi ch'esso solo valer debba a salvare lo schermitore da una stoccata, senza cercare di evitarle altrimenti. Può pure vedersi quanto importi che i fioretti, i quali adopransi nelle scuole di scherma, sieno molto pieghevoli, affinchè i loro colpi non possano recare gran male; poichè un fioretto alquanto rigido come sarebbe la smarra potrebbe portar pure, malgrado il bottone, un pregiudizio di molta conseguenza a chi ne ricevesse una ben vibrata stoccata, e segno anche di fargli recare sinanco la morte; e quantunque i maestri di scherma abbiano per riparo del petto quella specie di cuscino detto pure petto nondimeno si sono veduti alcuni di essi dover succumbere, ed esser vittima della troppa violenza, e minore misura combinate insieme, con cui i loro scolari tiravano le stoccate. »
     Ed ecco come la Scienza ci fa vedere la rigidezza o inflessibilità del Gladius Hispanus e del Brandastocco del medio Evo, il quale dovea vincere maggiori resistenza nelle feree armature che vi si opponevano.
     Lo che era a dimostrarsi.

CAPO III

Spada Italiana moderna

     Standosi al principio del non sunt multiplicanda entia sine necessitate, sull'impreso argomento mi rimetto a quanto se ne raccoglie dai documenti in appoggio al presente scritto, ed immediatamente poi alla seconda lettera diretta al Cittadino Carlo Ardizzone.
     Ed in ribadimento aggiungo le relative parole del Rosaroll, che si leggono al § 53 della sua Scienza della Tattica ( Napoli 1814 ) «.....e quelle ( le armi offensive ) perfezionate per quanto la spada napolitana è al di sopra dell'antica spada Legionaria Romana (27) ».
     « (27) Leggete la Scienza della Scherma, ed ivi vedrete quanto la matematica abbia perfezionata la Veseva Spada, e quanto essa sia al di sopra della Romana », che era appunto il loro Gladius Hispanus.

SEZIONE II.

MATERNITÀ DELLA SCHERMA ITALIANA DEL MEDIO EVO SULLE SCHERME EUROPEE.

Premesse.

     Premesse 1.ª--Il frontespizio dell'Opera del Marcelli stà così scritto:
     « Regole della Scherma insegnate da Lelio e Titta Marcelli, scritte da Francesco Antonio Marcelli, figlio e nipote, e Maestro di Scherma in Roma, dedicata alla S. R. M. di Cristina Alessandra Regina di Svezia (Roma 1686) ».
     Appresso al frontispizio vi è alligato il ritratto dell'Autore con un'aureola di ritratti a mezzo busto, intestato -- Serie di maestri di scherma della casa Marcelli. I ritratti sono sei, l'ultimo di essi, in ordine ascensivo, è Teodoro Marcelli morto nel 1500--Dunque in ordine di data la scuola Marcelli fioriva in Roma per lo meno nella mettà [sic] del 1400--Vediamola in ordine di merito.
     Nell'Autore a chi legge ( parte seconda ) scrisse:
     « Gradisci o Cortese Lettore il mio buono affetto nel servirti; credi per certo, che quel che sentirai da me nel presente e nel passato discorso, non lo sentirai da verun altro Maestro, nè troverai alcuno, che possa insegnarti Regole di coteste, o più perfette, e più praticate. Elleno sono un tesoro che non altrove lo troverai, se non che nell'Antica Accademia de'Marcelli, schola così cospicua, e Madre di tanti Eroi, che ha dato saggio di se medesima per tutto il mondo, facendo comparire in tante accademie tanti suoi degnissimi Allievi. Maestri dei più virtuosi, che sin da secoli a dietro ha vantato questa professione ».
     Premessa 2.--All'epoca ascendente ella Seconda Romana antica va appiccata quella del Maestro di Teodoro Marcelli, il quale esser dovea Romano o di scuola Romana, nella quale avea fiorito l'Autore antichissimo Patenostier, come lo abbiamo dal Donet, di cui nel capo seguente pag. 29.
     Premessa 3.-- Alla pagina 19 della seconda lettera da me diretta al Cittadino Carlo Ardizzone ( docum. di n. 4 ), trascrissi il § 387 della Scienza della Scherma del Rosaroll, che terminava:
     « Non è meraviglia che in fatto di scherma noi siamo più esatti degli stranieri: l'Italia trattava già le armi quando gli altri popoli dormivano il sonno degl'ignoranza ».
         Con queste promesse:
     Dunque la scuola Marcelli esser dovea in Roma la scuola Italiana dominante niente meno che assai prima del 1400, se vorrebesi [sic] dare il giusto valore numerico alle parole: antica accademia, a quelle da secoli a dietro, alla esistenza del Maestro Teodoro Marcelli, ed all'Opera del Paternostier ( per quest'ultimo si veda alla pag. 29. )
     Con questa conchiusione passo a dimostrare la Maternità della scuola Romana sulle altre scuole Europee, e primo della

CAPO I

Maternità della Scuola Romana sulla Scuola Spagnuola

     Serve da antecedente la conoscenza delle date delle antiche Opere spagnuole di scherma, ricavate dalle Opere del Morsicato e del Marcelli.
     Morsicato--Il primo ch'io, trovo havere scritto di questa lodevole professione, è Gairme Ponz. di Perpignano di Majorca, il quale impresse il suo libro l'anno del Signore 1474 che fu sommamente stimato; »
     « Poi fu Pietro della Torre, di Nazione Spagnuola che fiorì parimenti nello stesso tempo, ritrovando stampato il suo libro nel medesimo anno 1474 ».
     « Il Commendatore Geronimo Sancez de Carranza Sivigliano, che scrisse con molta erudizione nel 1582; e dietro a lui il Commendatore D. Luigi Pacheco di Naruaez che scrisse molto dottamente nel 1600, il suo libro intitolato Grandezza della Spada, e fu Maestro Maggiore della Maestà Cattolica Invittissima del Re N. S. Filippo Quarto di buona memoria, e più si trovano altri due libri del medesimo Autore uno intitolato Inganno e Disinganno della destrezza della spada, stampato nell'anno 1536. et un'altro domandato, Modo facil y nuevo para esaminarse lo maestros en la destrezza de las armas, en l'anno 1643 »,
     Marcelli--Rapporta le stesse Opere; più quella di Michele Perez Spagnuolo portante la data del 1680
         Con questo antecedente.
     Lo stesso Morsicato al capitolo XIV intestato -- Del grado di Maestro, e sua qualità -- nella specie in cui si versa, tra le altre cose scrive: «....... et havendo tutte queste condizioni, ancora è di bisogno, che sia perfetto giocatore tanto di spada sola, quanto di altri armi, e che abbia giocato con diverse nazioni, siccome ho procurato E FATTO PER UTIL MIO in Italia et in Spagna, cioè con giocatori Spagnuoli, Francesi e Romani; e di queste Nazioni la SCOLA ROMANA è la prima di tutte le scole, e da questa gli Spagnuoli han formato il loro gioco con poca differenza dell'Italiano, perchè in altro non differiscono se non nella pianta dei piedi che stanno uniti, e poi nelle regole della spada sola che essi adoperano con più delicatezza, stante che tengono il corpo alto e li ginocchi distesi, et il braccio lungo, il qual forma l'angolo retto, e nel giocare la detta spada così minutamente, che nelle cavazioni non si vedono; et anco nel tirar le coltellate le fanno con più brevità di circolo, per onde l'Italiani stanno più larghi di pianta, e tengono il ginocchio sinistro piegato; et questo gioco fa confondere alcuni poveri Maestri poco prattici [sic] di questo mestiero, non sapendo, che il gioco Spagnuolo, et il gioco Italiano tutto è un medesimo gioco; onde alcuni si hanno ingannato in alcuni libri stampati in lingua Spagnuola, e fra gli altri il Commendatore Sances de Carranza nella medesima lingua spagnuola, dove intendono alcuni che fosse stato il primo di questa Scienza, ma il buon Naruaez stampando dopo il Carranza, scoprì la verità della nostra Scherma Italiana, per onde fece un volume il quale intitolò -- Las grandezas des las Espadas -- dedicandola al Monarca delle Spagne Filippo III. La quale fu un'Opera tanto sublime ed eccellente, che è degna di lode immortale. Sempre si è visto che l'uomo tiene qualche contradizione de' suoi emoli, bisogna saper fingere e con prudenza rispondere. Quindi gli invidiosi contradissero a Naruaez che aveva rubato l'opera del Carranza, e postala nel suo libro; per onde uno domandato Luigi Mendez de Carnona impresse un libro intitolato--Enganno y Desenganno de la destrezza de las armas, emprimido y Matrid en l'Empruenta del Reyno en l'anno 1625: Citando il detto Naruaez a fog. 51, 53 e 54 et in altri fogli ancora, ove apportando tutti gli AUTORI ITALIANI de' quali lui si avea servito nella sua Opera intitolata--De las grandezas de las Espadas, tutto per fare a vedere che non avea insegnato nè rubato cosa nessuna da Carranza, et così il gioco Spagnolo è PIGLIATO dall'Italiano per quello et quanto Naruaez ci mostra CHIARAMENTE nel libro Enganno y Disinganno. Come ancora ho VISTO nella Spagna che il gioco loro, et il nostro è un medesimo gioco, con differenza di alcuni vocaboli, e del linguaggio; e così ancora il gioco Spagnuolo, Francese, Italiano o di altra Nazione che sia, tutti discendono dalla SCUOLA ROMANA, la quale è la vera scuola dello Schermire, e MADRE di tutte le scienze.»
     Al VERO del superiore brano del Capitolo del Morsicato Pallavicini, in ribadimento, van fatte le appresso

OSSERVAZIONI

     1.ª--Il Morsicato sul proposito di una quartiata colla mano di quarta insegnata dagli Autori Antichi, dice, ma il Palermitano Matteo Galici mio Maestro, insegnava a fare la quartiata con la mano di terza Cap. 3. fig. 16. pag. 60.
     Al Capo 1. della 2. Parte, relativamente alla scuola del Morsicato si legge « Per i tipi di Pietro Ferri, Roma 1725, fu pubblicata l'Opera di Nicola Terracusa e Ventura, intitolata--La vera scherma Napolitana rinnovata etc. Ivi alla pag. 8, sul particolare della perfezione della scuola napolitana da esso Autore fondata in Palermo, si legge: « Ed allora si estinse il nome, tanto celebre in Sicilia, del Morsicato »
     Or dalla correlazione di questi due brani: Dunque la scuola del Galici continuata nel Morsicato, suo discepolo era una scuola Madre, e di conseguenza quando la pospone alla scuola Romana questa esser dovea tale di come la PREDICAVA.
     2.ª Dall'Opera del Morsicato abbiamo, che lo stesso conosceva la scherma Spagnuola non solo, ma la Francese, e la Alemanna, e che conosceva la Spagnuola specialmente a priori ed a posteriori. Conosceva la scherma Spagnuola a priori per averne alla mano gli autori citandoli, e spesso, cum die et consule, come suol dirsi, in appoggio dei suoi assunti: ed eccone un esempio:
     Al capitolo XXXI della figura XII scrive:
     « La differenza di queste positure è che l'uno sta di terza guardia in angolo retto, e l'altro stà di quarto d'angolo trasversale, la quale gli Maestri Spagnuoli la domandano Puerta d'erro, la quale l'adoprano bene e se ne prevalgono assai.... e questa è la vera regola, come insegnano molti autori di questa professione, Gioachino Maynero nella terza parte a fog. 43 (Jacques Descars francese et Joachino Maynero Alemanno stamparono ambidue nel 1568. Così Marcelli al capo 1. del lib. 1.), Pietro della Torre fog. 53 (Spagnuolo;) Carranza della linea orrizontale parte 1. (id), e così gli altri Maestri antichi hanno lasciato per iscritto cioè, etc. »
     La conosceva a posteriori per essersi recato in Ispagna e altrove AD HOCl, cioè per suo utile, giocando cogli schermitori dei suddetti paesi. Quindi è a presumersi Giudice competente nei giudizi che dà, e che li dà, con piena cognizione di causa.
     3.ª--Che la imputazione di plagio di Luigi Mendez de Carmona, importa, che quel che costui predica del plagiato Naruaez dev'essere predicato dal plagiato Carranza, sul perchè il primo cita cum die et consule, di avere attinto nelle opere degli Italiani, ed arroge che il Morsicato conosceva l'opera di Carranza, appunto perchè la cita egualmente cum die et consule, come anco ad ogni occasione gli altri autori spagnuoli lo che per forza logica importa esplicita conferma di quanto egli disse sul conto del Carranza, ed implicita poi sù quello degli altri autori spagnuoli che scrissero prima di lui sin dal 1474, perciò appunto per avere attinto al fonte Italiano, altrimenti non avrebbe detto in senso generico e positivo la procedenza della scherma Spagnuola dalla Italiana, et QUIDEM dalla Romana.
     Al quale conto di esso Carranza, è da aggiungersi quanto si legge nella Biografia universale antica e moderna degli uomini illustri, Venezia 1822, cioè:
     « Carranza Girolamo nato a Siviglia scrisse intorno alla arte degli armi, principalmente della spada, sia per l'assalto, sia per la difesa. Sembra che il primo fosse a ridurre in pratica la teoria pubblicata da un certo Giovanni Pons da Perpignano. L'opera su ch'era ricercata, ha per titolo, De la filosofia de las armas, de su destrezza de l'aggressione es defension christiana, S. Lucar 1569 e ristampato nel 1582 con la forma medesima. Dal che, in ribadimento dello implicito giudizio del Morsicato: dunque il Carranza fu plagiario del Pons; ma la materia plagiata era italiana; dunque il Pons plagiò le opere Italiane.
     4.ª--Dato per vero, come lo è, il pronunziato del Rosaroll, cioè: che l'Italia trattava già la spada quando gli altri popoli ancora non erano risvegliati, ma dormivano il sonno dell'ignoranza ( V. la lettera seconda al Cittadino Carlo Ardizzone, pag. 19 ) docu. di n. 4 ed il capo II.° di questa prima parte, e che la Scherma Spagnuola procede dalla Italiana et quidem dalla Romana, la quale fioriva prima assai del 1474, tutto ciò vero essendo, non risolvonsi in conseguenza immediata le parole del Morsicato. « e così il giuoco Spagnuolo è pigliato dall'Italiano...come ancora ho visto nella Spagna etc?--Lo che era a dimostrarsi.

CAPO II

Maternità della Scherma Italiana, sulla Francese

     Montaigne, che nacque nel 1533, scrisse:
     « Nous allons apprendre en Italie à escrimer et l' exerçons aux despens de nos vies, avant que de la savoir.
     (Essays, vol. 2, ch. 27 pag. 427. Ediz. di Londra 1724.)

     Il sig. Danet che tanto bene conosceva la sua arte anche dalla parte storica, nella sua Opera, L'art des armes (*), sul particolare delle origini delle stoccate, la comincia ab ovo, cioè da quando l'arte della Scherma rientrò in Francia; sul particolare così scrive.
     Dans un Traité de Cavalcabo, Bolognois, et dans un autre de Patenostier de Rome, qui sont le plus anciens qui je aie pu trouver, les coups d'armes avoiente des noms par les quels on ne pourroit les distinguer aujourd'hui. Mais du temps de Henri de Saint-Didier dont j'aie parlé dans mon Traité, pages 144 e 145, comme du primier fondateur de l'Art des armes en France en 1573, sous le regne de Charles IX, les coups s'appelloient Main Drette, Renverse Fendante, Estocade, Imbroncade, (nomi Italiani, cioè Mandritto, Riverso, Fendente, Stoccata, seu colpo dritto, Imbroccada (colpo dritto di seconda), s'est ains[i] que le signeur Fabrice, Napoletain, les distingue et les decline, en discutant avec Sain-Didier, »
     « Les mêmes principes de S. Didier étoient enseignés en italie en 1570, comme on peut voir dans un livre in 4. qui a pour titre. Ragione di adoprarsi sicuramente l'arme sì da offesa come di difesa, con un trattato dell' inganno et commodo di esercitarsi sa se stesso per acquistare forza, giudizio e prestezza. Di Giacomo Grassi da Modena. »
     « Art des armes, tom. 2, Refutation, pag. 30 e 31 ».


(*) « Art des Armes, ou la manière la plus certaine etc. Par M. Danet, Ecuyer, Sindic-Garde des Ordres de la Compagnie des Maìtres en fait d'armes des Acadèmies du Roi en la Ville et fauxbourgs de Paris.
     Paris 1766--Avec approbation et privilege du Roi ».

OSSERVAZIONI

     1.ª--L'Autore citando l'Opera di Cavalcabo la cita non per nome; ma per Patria ( in mezzo a due virgole ) e così di Paternostier, come egualmente di Fabrizio (Napolitain):
     Dunque per forza d'induzione, Fabrizio esser dovea Maestro di Scherma Napolitano, come lo era Cavalcabo di Bologna e Paternostier di Roma.
     2.ª I principii Schermistici introdotti in Francia da Saint-Didier nel 1573, erano professate in Italia nel 1570? Dunque anche per ragion di date, la Scherma Francese è filiale della Italiana,
     Lo scrisse Danet nel tom. 1. parte 2. capo XIV, pag.43 e 44 scrisse:
     « Question--Pourriez vous me dire. monsieur en quel temps, l'exercice de l'épée a recomancèe a s'introduir en France avec des regles? ».
     « Reponce -- Il y avoit deja beaucoup des gens destinés à l'istruction de la Noblesse sous Henri II, mais ce ne fut que sous Charles IX que l'art de faire des armes acquit des regles; et Henri de Saint-Didier, Gentilhomme Provençal, fu le primier que dedia au Roi en 1573, le traitè avec des figures gravèes sur bois, touchant les secrets du primier livre de l'Epée seule Mere des armes alors en usage qui etoient Dague, Cappe, Targue, Bouclier, Rondelle, l'épé [sic] a deux mains, et le deux épées. Quoique cette homme ne connut encore que trois coups sans alongement ( sbracciamento, della stoccata ), main drette, renverse, estoc ( qui se multiplient en six endroits du corps humain), il fut néanmoins reputè comme le primier homme invincible et le primier qui eût trouvée les vrais moyens d'adextrer la noblesse et suppòts de Mars, et les Poets de ce temps s'espresserent de celebrer ses talents par des Epitres et des sonnets dont voici des fragmens.
     Tra i diversi di questi frammenti, per brevità, se ne trascrive una quartina Mr. Vaulusien.

« Combien mérites-tu d'honneur ( o Saint-Didier. )
« Pour avoir inventëe e mis en usage.
« L'Art qui etoit sans Art jugù'a ce present'age.
« Que sous le nom du Roi tu nous fais publier».
De queste trascrizioni si può benissimo ritenere in fatto:
     1. Che in Francia, prima di Saint-Didier la Scherma era un'Arte senz' Arte cioè empirica pura e semplice;
     2. Che lo stesso autore apprese la Scherma Arte in Italia, e precisamente dal Napolitano Fabrizio, il quale la introdusse in Francia unitamente a tutte le armi da presso ivi conosciute ed enumerate da Achille Marozzo che scrisse anni 34 prima (si veda la seconda lettera da me scritta al Cittadino Carlo Ardizzone, pag. 16 Catania 21 Maggio 1861).

CAPO III.

Maternità della Scherma Italiana sulle altre Europee

     « Gran simulacro dell'Arte e dell'uso della Scherma di Ridolfo Capoferro da Cagli, Maestro della Eccelsa Nazione Alemanna, nell'inclita Città di Siena stampato ivi nel 1610, ed in Bologna di nuovo ristampato per Giuseppe Longo, 1652 ».

OSSERVAZIONE

     L'Autore era Italiano, la sua scuola era aperta nell'Inclita Citta di Siena, era Maestro della Nazione Alemanna? Dunque gli scolari Alemanni dovevano schermire all'Italiana, lo che logicamente importa, Maternità di questa scuola Alemanna--Io possiedo la seconda edizione dell'opera del Capoferro.
     Francesco Alfieri Maestro d'Arme dell'Illustrissima Accademia Delia in Padova, nel suo trattato dello Spadone, Padova per Sebastiano Sardi 1653. Al capitolo primo dopo aver accennato all'antico schermire della nazione Italiana, al cap. 2. dice tra gli altri:
     « Questo nobile esercizio ( dello Spadone ) è molto frequentato nella mia scuola da' signori Italiani, Polacchi, Francesi et Alemanni, e da altri riguardevoli soggetti di diverse Nazioni, e ciò fanno etc. »

OSSERVAZIONE

     Da questo fatto si può benissimo dedurre, che la scuola Italiana dello Alfieri andava diffusa in Europa dai suoi scolari esteri.
     Tutto il che, undequaquae, importa Maternità della Scuola Italiana sulle estere scuole Europee.
     Lo che era a provarsi.

SEZIONE III.

SULLA ISTITUZIONE DEI MAESTRI AUTENTICI

     Il Marozzo al libro secondo, capitolo 144 intestato==Esercizio scrisse:
     « Avendo considerato di quanta importanza sia a sapere li nomi di queste guardie, le quali le ho composte in questo libro chiaramente in iscrittura et in pittura, l'ho fatto per lo amore ch'io porto à gli armigeri Cavalieri, che si dilettano d' intendere, l' arte d' armi compiutamente, et perchè a me pare, che molti che insegnano ad altri errano fortemente à non darli ad intendere il modo di passeggiare et del' esaminare in tutte le guardie di una in una, di nome in nome, di passo in passo, mi son deliberato durare questa poca di fatica, perciochè questo da altro non procede, se non che al presente ci son pochi maestri, che insegnano tale virtù, overo [sic] Arte perchè loro di poca scienza dotati, perciochè più che pratica insegnano che per altro, e di questo son certo perchè io so che molti si mettono ad insegnare persuadendosi di sapere et non sanno: e questo avviene perchè più non ci sono, come già soleano esser nel tempo ANTICO li Maestri Autenticati, che se prima quelli non erano dagli altri maestri privilegiati con le sue licenze, non poteano fare scholari, che ora ognuno fa il Maestro, et fa scolari, et a questo non si è posta cura da niuno ».
     Giovanni delle Agocchie Bolognese della stessa scuola del Marozzo, nel proemio alla sua Opera intestata -- Dell'Arte della Scrimia -- Bologna 1572; tra gli altri alla pag. 1. scrisse:
     « Fu stimata sempre lodevol cosa il giovare et far beneficio altrui. Il che da me considerato, è stato è stato cagione ch'io mi son risoluto di ridurre in breve Trattato, quanto et di scienza et di pratica dell'arte dello schermire ho per molti anni potuto imparare et sperimentare. Ne questo mio proponimento mi ha potuto ritrarre, il vedere che da molti eccelenti uomini intorno a queta materia sia stato diffusamente scritto: si perchè questi tali hanno taciuto alcune cose, et forsi [sic] delle più importanti da sapersi; sì ancora, perchè essendo quest' arte difficile da descriversi in modo che sia bene intesa, si viene trattandola di nuovo ogn'ora più ad illustrare ».
     L'Autore tenendo fermo al suo pronunziato, è l' unico degli Autori che non cita, non dimostra con figure, e che fa ancora conoscere i particolari delle cose taciute e più importanti a sapersi, una delle quali era il particolarizzare sù quanto disse il Marozzo in ordine alla creazione dei Maestri di Scherma Autenticati. Eccolo.
     L'opera è scritta in forma di dialogo tra l' autore ed il suo scolare che chiama Lepido. Nel primo dialogo (libro 1.) dopo di aver discorso delle parti che si ricercano nel buono schermitore, passa a dimostrare che la teorica, e la pratica, sono fondamentali delle Arti, e perciò ancora della Scherma, a questo modo ragionando:
     « Giovanni--Horamai siamo tanto avanti che non voglio restare di dirvi tutta l' opinione mia intorno a questo. Sappiate adunque che siccome tutte le arti liberali consistono in theoretica et in prattica, così ancor questa dev'essere considerata. La teorica dell'arte dello schermo insegna con ragione i modi del difendersi e dell' offendere il nimico. La pratica è quella, che si acquista dalla consuetudine dell'operare, cioè con lungo uso, et esercizio continuo. Ma alcuni maestri di quest' arte a mal fine l'indirizzano: perciocchè non sapendo che la theorica, et la pratica siano diverse; come prima posseggono un poco di prattica, si mettono ad insegnare: il che solo procede, perchè è andata in oblivione quell'antica usanza della CREAZIONE DEI MAESTRI. Et sappiate, che da NON MOLTO tempo indietro, si come dovendosi inviare alcuno all'eccellente grado del dottorato, prima se ne faceva con diligente esaminare il saggio, et poi come è giudicato sufficiente, se gli dava il privilegio, cosi ancora nei maestri di schermire si osservava: imperò che prima si esaminavano quelli, che ad altri volevano insegnare se essi sapevano la teorica dello schermo, e tutte l' altre cose ad essa necessarie, et poi gli mettevano uno scolare a fronte facendo che tirasse MALE i colpi, et male si ponesse nelle guardie; et ciò per intendere, se colui conosceva in che cosa lo scolare peccasse. Dopo questo ne facevano saggio con diversi buoni scolari, coi quali com'egli fosse riuscito sufficiente; dagli altri maestri era privilegiato, et con le sue patenti poteva aprire scola, et questi tali erano Maestri Autentici: cosa veramente degna di dant'Arte! perchè per mettere non si dovrebbe che alcuno insegnasse quello di che a sufficienza istrutto non fosse ».
     « Lepido--Fanno gran male quelli per la cui colpa le buone usanze mancano ».
     « Giovanni--Questo è difetto del tempo che a lungo andare ogni cosa corrompe: et dei MAESTRI ANCORA, che lasciano ANNULLARE le ragioni de' lor privilegi ».
     Il citato Marcelli al lib. 1 cap. 2. ripete quanto, sul particolare han detto Marozzo e dell'Agocchie, aggiungendovi del suo: « e l'afferma Naruaez al lib. 1 de la Verdadera destrezza. che si usava al suo tempo (et al presente) in Madrid; et per certa tradizione sappiamo, che si costuma a tempi nostri in Francia ».
     Il Morsicato al Capitolo 7. intestato--In quante parti si divide la scherma -- sul particolare dei cattivi maestri dice tra gli altri:
     « E tutte queste ragioni si devono insegnare al curioso discepolo, ma quando il buon maestro le sa », e conchiude:
     « Dunque non si devono permettere, se non i bene istrutti ed esaminati da' Maestri Generali (come nelle Spagne si osserva) ed in Madrid il Maestro Generale risiede esaminatore degli Maestri d'armi; come anche in altri vi è il suo esaminatore degli maestri della scherma, e ciò pure si riferisce nella prima parte della Verdadera destrezza di D. Luigi Pacheco de Naruaez a foglio 25 ».

OSSERVAZIONI

     I. Se è stato dimostrato:
     Che l'Italia trattava già le armi quando gli altri popoli dormivano il sonno dell'ignoranza (pag. 24);
     La maternità della Scherma Italiana sulle Scherme Europee (pag. 23 a pag. 31);
     L'antico privileggio del Dottorato, Schermistico (pag. 31 a pag. 34).
     Se tutto ciò è stato dimostrato, conchiusa la maternità della scherma Italiana, per ragion dei connessi, non si potrebbe passare alla conchiusione della maternità del suo dottorato, nei termini e nel senso del Marcelli e del Morsicato?
     II.--Relativamente all'esame dei Maestri di Scherma Autenticati, il Marozzo si tenne su i generali? L'Agocchie, di conseguenza al suo pronunziato riempì la lacuna lasciata dal primo.
     Ecco la ragion sufficiente dei particolari dell' esame.
     III.--Esistevano Maestri di scherma autenticati? Per necessità di mezzo dovevano esistere i maestri autenticanti, e questi con attribuzioni permissive e negative le quali, per altra necessità di mezzo, esser doveano emanazioni sta nella loro esistenza ut sic.

OSSERVAZIONE IV.

Antecedenti

     a) Alle pagine 64 e 65 della mia opera, sul particolare della influenza della scherma sull' eloquenza, e storicamente e filologicamente dimostrai, che « volendosi chiarire ( parole che ivi si leggono ) e render sensibile tutte quelle nostre operazioni sieno [sic] corporee siano mentali, che contenzione importano difesa, primeggiamento, guerra cioè, non possiamo noi servirci che della sola scherma, per questo appunto perchè trattasi di identicità. E perciò..., ed il linguaggio forense non è costituito in gran parte se non di vocaboli dalla scherma derivati etc. ( se ne vedano i particolari nelle note in piede alle dette due pagine ).
     b) Alla pagina seconda trascrissi la nota (1) apposta in testa al libro III.. intestato--Lezione--Dalla detta nota abbiamo, che i Lanisti cioè i Maestri dei Gladiatori venivano appellati Doctores, ed alla pagina 9 abbiamo ancora, che i Maestri di Scherma delle Legioni Romane, venivano chiamati Campi-Doctores.
     c) Dalle Opere di scherma abbiamo, che la scuola Bolognese fioriva nell'epoca antica, come è stato dimostrato alla pag. 31 a 34.
     d) Dalla storia abbiamo, che Irnerio, Guarnieri o Warnieri, era Alemanno; che esercitava le arti liberali in Ravenna; che di seguito passò in Bologna ad insegnare il dritto che ivi al rinvenimento delle Pandette, domandò ed ottenne dal Re Lotario, di cui era Cancelliere, che le stesse fossero osservate e da esso lui spiegate, non solo, ma che gli fosse accordato il privilegio a poter conferire il grado di Dottore senza del quale [...]


Qui finisce per ora quest'edizione digitale, preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>.