ADOLFO TANQUEREY
Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

PARTE SECONDA
Le Tre Vie

LIBRO II
La via illuminativa
o lo stato delle anime proficienti


CAPITOLO III.

Le virtù teologali.

1167.   1° San Paolo parla delle tre virtù teologali, raggruppandole tutte e tre insieme come tre elementi essenziali della vita cristiana e facendone risaltare la superiorità sulle virtù morali 1167-1. Esorta quindi i Tessalonicesi a indossare l'usbergo della fede, e della carità, e l'elmo della speranza 1167-2, e loda in essi l'opera della fede, la sollecitudine della carità, e la costanza della speranza 1167-3. Al contario dei carismi che sono temporanei nella Chiesa, la fede, la speranza e la carità stabilmente rimangono 1167-4.

1168.   2° Il loro ufficio è di unirci a Dio per mezzo di Gesù Cristo e farci partecipare alla vita divina. Onde sono nello stesso tempo unificanti e trasformanti.

a) La fede ci unisce a Dio, verità infinita, facendoci entrare in comunione col pensiero divino, perchè ci fa conoscere Dio come si è rivelato egli stesso, e così ci prepara alla visione beatifica.

b) La speranza ci unisce a Dio, beatitudine suprema, facendocelo amare come bene per noi; per lei fermamente e sicuramente aspettiamo la felicità del cielo, come pure i mezzi necessari per giungervi; per lei ci prepariamo già al pieno possesso della beatitudine eterna.

c) La carità ci unisca a Dio, bontà infinita, facendocelo amare come infinitamente buono ed amabile in sè e formando tra lui e noi una santa amicizia che ci fa vivere fin d'ora della sua vita, perchè cominciamo ad amarlo come egli ama se stesso.

Questa virtù comprende sempre, sulla terra, le due altre virtù teologali, di cui è per così dire l'anima, la forma, la vita, tanto che la fede e la speranza sono imperfette, informi, morte, senza la carità. Onde la fede non è intiera, al dire di S. Paolo, se non quando si manifesta coll'amore e colle opere, "fides quæ per caritatem operatur1168-1; la speranza non è perfetta se non quando ci da una pregustazione della celeste felicità col possesso della grazia santificante e della carità.

ART. I. LA VIRTÙ DELLA FEDE 1169-1.

Tre cose ne esporremo:

I. Natura della fede.

Richiamiamo qui brevemente quanto abbiamo esposto nella nostra Teologia dogmatica e morale.

1169.   1° Significato nella Sacra Scrittura. La parola fede significa per lo più un'adesione dell'intelletto alla verità ma fondata sulla confidenza; del resto, per credere a qualcuno, bisogna pure aver fiducia in lui.

A) Nel Vecchio Testamento la fede è presentata come virtù essenziale, da cui dipende la salute o la rovina del popolo: "Credete in Yaweh vostro Dio e sarete salvi" 1169-2; "se non credete, sarete distrutti" 1169-3. Questa fede è assenso alla parola di Dio, ma accompagnato da confidenza, da abbandono e da amore.

B) Nel Nuovo Testamento, la fede è cosa talmente essenziale che credere vale professare il cristianesimo, e non credere vale non essere cristiani: "Qui crediderit et baptizatus fuerit salvus erit; qui vero non crediderit condemnabitur1169-4. La fede è l'accettazione del Vangelo predicato da Gesù Cristo e dagli Apostoli, onde suppone la predicazione: "fides ex auditu1169-5. Questa fede non è dunque nè un'intuizione del cuore, nè una visione diretta "videmus nunc per speculum, in ænigmate1169-6; è un'adesione alla testimonianza divina, adesione libera e illuminata, perchè da un lato l'uomo può ricusare di credere, e dall'altro non crede senza ragioni, senza l'intima convinzione che Dio ha rivelato 1169-7. Questa fede è accompagnata dalla speranza e si perfeziona con la carità: "fides quæ per caritatem operatur1169-8.

1170.   2° Definizione. La fede è una virtù teologale che inclina l'intelletto, sotto l'influsso della volontà e della grazia, a dare fermo assenso alle verità rivelate, fondandosi sull'autorità di Dio rivelante.

A) È quindi prima di tutto un atto dell'intelletto, perchè si tratta di conoscere una verità. Ma non essendo questa verità intrinsicamente evidente, la nostra adesione non può farsi senza l'influsso della volontà che ordina all'intelletto di studiare le ragioni di credere, e, quando queste sono convincenti, le comanda pure di darvi l'assenso. Trattandosi poi di un atto soprannaturale, vi deve intervenire la grazia, sia per illuminar l'intelletto, sia per aiutare la volontà. Onde la fede diventa un atto libero, soprannaturale e meritorio.

B) L'oggetto materiale della fede è il complesso delle verità rivelate, sia quelle che la ragione non può in nessun modo scoprire, sia quelle che può conoscere da sè ma che conosce anche meglio colla fede.

Tutte queste verità si concentrano intorno a Dio e a Gesù Cristo: a Dio, uno nella natura e trino nelle persone, nostro primo principio e nostro ultimo fine; a Gesù Cristo, nostro redentore e mediatore, che è Figlio eterno di Dio fatto uomo per salvarci; e quindi all'opera sua redentrice e a tutto ciò che vi si riferisce. Crediamo insomma ciò che un giorno vedremo chiaramente in paradiso: "Hæc est autem vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum et quem misisti Jesum Christum1170-1.

1171.   C) L'oggetto formale, o ciò che comunemente si dice motivo della fede, è l'autorità divina che ci si manifesta dalla rivelazione e ci comunica alcuni dei secreti [sic] di Dio. Onde la fede è virtù tutta soprannaturale nell'oggetto come nel motivo, che ci fa entrare in comunione col pensiero divino.

D) Spesso la verità rivelata ci viene autenticamente proposta dalla Chiesa, istituita da Gesù Cristo come interprete ufficiale della sua dottrina; questa verità si dice allora di fede cattolica; se non v'è definizione autentica della Chiesa, è semplicemente di fede divina.

E) Nulla è più fermo dell'adesione della fede: avendo piena fiducia nell'autorità divina assai più che nei nostri lumi, con tutta l'anima crediamo alla verità rivelata, il che facciamo con tanto maggior sicurezza in quanto che la grazia divina viene ad agevolare e fortificare il nostro assenso. Ecco perchè l'adesione della fede è più viva e più ferma dell'adesione alle verità razionali.

II. Efficacia santificatrice della virtù della fede.

1172.   È chiaro che la fede così spiegata deve avere una parte importante nella nostra santificazione: facendoci partecipare al pensiero divino, è il fondamento della vita soprannaturale, e ci unisce intimissimamente a Dio.

1173.   1° È il fondamento della nostra vita soprannaturale. Abbiamo detto che l'umiltà viene considerata come il fondamento delle virtù e abbiamo spiegato in che senso (n. 1138); ora la fede è il fondamento dell'umiltà, che, come si è detto, fu virtù ignota ai pagani, onde viene ad essere in modo anche più profondo il fondamento di tutte le virtù.

A farlo ben capire, non abbiamo che da commentar le parole del Concilio di Trento, il quale afferma che la fede è il principio, il fondamento, la radice della giustificazione e quindi della santificazione: "humanæ salutis initium, fundamentum et radix totius justificationis".

A) Ne è il principio: perchè è il mezzo misterioso adoprato da Dio per iniziarci alla sua vita e al modo con cui conosce se stesso; è da parte nostra la prima disposizione soprannaturale, senza cui non si può nè sperare nè amare; è, a così dire, la presa di possesso di Dio e delle cose divine. Per impossessarsi del soprannaturale e viverne, bisogna prima di tutto conoscerlo "nil volitum quin præcognitum"; ora noi lo conosciamo con la fede, luce novella aggiunta a quella della ragione, che ci fa penetrare in un mondo nuovo, il mondo soprannaturale. È come il telescopio che ci fa scoprire le cose lontane che non possiamo vedere ad occhio nudo; il paragone per altro è molto imperfetto, perchè il telescopio è strumento esterno, mentre la fede penetra nel più intimo del nostro intelletto aumentandone l'acume e il campo d'azione.

1174.   B) È anche in fondamento della vita spirituale: questa similitudine ci dice che la santità è come un edificio vastissimo ed altissimo, di cui la fede è il fondamento. Ora, in un edifizio, quanto più ampie e profonde sono le fondamenta tanto più può l'edifizio sorgere in altezza senza nulla perdere in solidità. Conviene quindi rassodar bene la fede delle persone pie, e principalmente dei seminaristi e dei sacerdoti, onde possa su questo incrollabile fondamento sorgere il tempio della cristiana perfezione.

C) È finalmente la radice della santità. Le radici vanno a cercare nel suolo i succhi necessari a nutrire e far crescere l'albero; così la fede, che affonda le radici nel più intimo dell'anima e vi si nutre delle divine verità, somministra alla perfezione dovizioso alimento. Le radici, quando sono profonde, danno pure sodezza all'albero che reggono; così l'anima, rassodata nella fede, resiste alle spirituali bufere. Nulla dunque di più importante, chi voglia giungere ad alta perfezione, quanto una fede profonda.

1175.   2° La fede ci unisce a Dio e ce ne fa partecipare il pensiero e la vita; è la conoscenza con cui Dio conosce se stesso parzialmente comunicata all'uomo: "per lei, dice il Gay, 1175-1 la luce di Dio diventa luce nostra; la sapienza sua sapienza nostra, la scienza sua scienza nostra, la mente sua mente nostra, la vita sua vita nostra".

Direttamente la fede unisce il nostro intelletto alla divina sapienza; ma non potendosi l'atto di fede fare senza l'intervento della volontà, anche questa ha la sua parte nei preziosi effetti che la fede produce nell'anima. Onde si può dire che la fede è fonte di luce per l'intelletto, è forza e consolazione per la volontà, è principio di meriti per l'anima tutta.

1176.   A) È luce che illumina l'intelletto e distingue il cristiano dal filosofo, come la ragione distingue l'uomo dall'animale. Vi è in noi una triplice conoscenza: la conoscenza sensitiva, che si ha con i sensi; la conoscenza razionale, che si acquista con l'intelletto; la conoscenza spirituale o soprannaturale, a cui si perviene colla fede. Quest'ultima conoscenza è di molto superiore alle altre due.

a) Allarga il campo delle nostre cognizioni su Dio e sulle cose divine: ben poco conosciamo colla ragione della natura di Dio e della sua vita intima; con la fede impariamo che è un Dio vivente, che da tutta l'eternità genera un figlio, e che dal mutuo amore del Padre e del Figlio scaturisce una terza persona, lo Spirito Santo; che il Figlio si fece uomo per salvarci e coloro che credono in lui diventano figli adottivi di Dio; che lo Spirito Santo viene ad abitare nelle anime nostre, a santificarle e dotarle di un organismo soprannaturale che ci abilita a fare atti deiformi e meritori. Ed è questa solo una parte delle rivelazioni fatteci.

b) Ci aiuta ad approfondire le verità già conosciute con la ragione. Quanto più precisa e più perfetta è infatti la morale evangelica paragonata colla morale naturale!

Si rilegga il Sermone del monte: Nostro Signore fin dal principio proclama francamente beati i poveri, i miti, i perseguitati; vuole dai discepoli che amino i nemici, preghino per loro e facciano loro del bene. La santità da lui predicata non è la santità legale od esteriore, ma una santità interiore, fondata sull'amor di Dio e sull'amor del prossimo per Dio. A stimolare il nostro ardore, ci propone l'ideale più perfetto: Dio e le sue perfezioni; e poichè Dio par lontano da noi, il Figlio di Dio discende dal cielo, si fa uomo, e, vivendo la nostra vita, ci offre un esempio concreto della vita perfetta che dobbiamo condurre sulla terra. A darci la forza e la costanza necessarie a tale impresa, non si contenta di camminare alla nostra testa, ma viene a vivere in noi con le sue grazie e le sue virtù. Non possiamo dunque addurre a scusa la nostra debolezza, perchè è egli stesso la forza nostra e la nostra luce.

1177.   B) Che la fede sia un principio di forza viene bellamente dimostrato dall'autore dell'Epistola agli Ebrei 1177-1.

La fede infatti ci dà convinzioni profonde che invigoriscono in modo singolare la volontà: a) Ci mostra quanto Dio ha fatto e continua a fare per noi, in che modo vive e opera nell'anima nostra per santificarla, come Gesù ci incorpora a sè e ci fa partecipare alla sua vita, n. 188-189; onde noi, con lo sguardo fisso sull'autore della nostra fede, il quale al gaudio e alla gloria preferì la croce e l'umiliazione, "proposito sibi gaudio, sustinuit crucem, confusione contemptâ1177-2, ci sentiamo animo a portar valorosamente la croce dietro a Gesù.

b) Ci mette continuamente dinanzi agli occhi la ricompensa eterna che sarà il frutto dei temporanei patimenti: "momentaneum et leve tribulationis nostræ æternum gloriæ pondus operatur in nobis1177-3; onde diciamo con S. Paolo: "Penso che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria ventura: non sunt condignæ passiones hujus temporis ad futuram gloriam1177-4; ci allietiamo anzi, come lui, in mezzo alle tribolazioni 1177-5, perchè ognuna di esse, pazientemente tollerata, ci frutterà un grado più alto nella visione e nell'amore di Dio.

c) Se sentiamo talora la nostra debolezza, la fede ci rammenta che, essendo Dio stesso la nostra forza e il nostro sostegno, nulla abbiamo da temere quand'anche il mondo e il demonio si alleassero contro di noi: "Et hæc est victoria quæ vincit mundum, fides nostra1177-6.

La qual cosa si vede nella mirabile trasformazione operata dallo Spirito Santo nell'anima degli Apostoli; armati ormai della forza di Dio, essi, che prima erano timidi e codardi, affrontano animosamente prove di ogni sorta, flagelli, prigionie, perfino la morte, lieti di soffrire pel nome di Gesù: "ibant gaudentes... quoniam digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati".

1178.   C) La fede è pure fonte di consolazione, non solo in mezzo alle tribolazioni e alle umiliazioni ma anche nelle dolorose perdite di parenti e di amici. Noi non siamo di quelli che si contristano senza speranza; sappiamo che la morte non è che un sonno, presto seguito dalla risurrezione, e che scambiamo una dimora provvisoria con una permanente città.

Ciò che specialmente ci consola è il domma della Comunione dei Santi: nell'attesa di riunirci a quelli che ci hanno lasciati, restiamo loro intimissimamente uniti in Cristo Gesù; preghiamo per abbreviarne il tempo della purificazione e affrettarne l'ingresso in paradiso; ed essi da parte loro, sicuri ormai della propria salvezza, pregano ardentemente perchè possiamo andare un giorno a raggiungerli nel cielo.

1179.   D) È finalmente fonte di numerosi meriti: a) l'atto stesso di fede è molto meritorio, perchè assoggetta alla divina autorità quanto vi è di meglio in noi, l'intelletto e la volontà. Fede tanto più meritoria in quanto che è oggi esposta a più numerosi assalti, e coloro che apertamente la professano vanno incontro, in certi paesi, a maggiori scherni e persecuzioni.

b) Ed è pur la fede che rende meritori gli altri nostri atti: essi infatti non possono essere tali senza un'intenzione soprannaturale e senza l'aiuto della grazia (nn. 126, 239); ora è la fede che, dirigendo l'anima verso Dio e Nostro Signore Gesù Cristo, ci abilita ad operare in tutte le cose con mire soprannaturali; è lei pure che, palesandoci l'impotenza nostra e l'onnipotenza divina, ci fa pregare con ardore per ottenere la grazia.

III. Pratica della virtù della fede.

1180.   Essendo la fede nello stesso tempo dono di Dio e libera adesione dell'anima, è chiaro che, per farvi progresso, bisogna appoggiarsi sulla preghiera e sui nostri sforzi. Sotto questa doppia efficacia, la fede diverrà più illuminata e più semplice, più ferma e più operosa.

Applicheremo questo principio ai vari gradi della vita spirituale.

1181.   1° Gl'incipienti si sforzeranno di rassodarsi nella fede.

A) Ringrazieranno con tutto il cuore Dio di questo gran dono, che è il fondamento di tutti gli altri, ripetendo le parole di S. Paolo: "Gratias Deo super inenarrabili dono ejus1181-1. E tanto più lo ringrazieranno al vedersi attorno gran numero di increduli. Pregheranno quindi per aver la grazia di conservare questo gran dono non ostante tutti i pericoli che li circondano; e penseranno pure a implorar l'aiuto di Dio per la conversione degl'infedeli, degli eretici e degli apostati.

1182.   B) Reciteranno con umile sottomissione e con ferma convinzione gli atti di fede, dicendo con gli Apostoli: "adauge nobis fidem1182-1. Ma alla preghiera uniranno lo studio e la lettura di libri atti a illuminare e rinvigorire la fede; oggi si legge molto, ma quanto pochi sono quelli, anche tra i cristiani intelligenti, che leggano libri seri di religione e di pietà! O non è questa un'aberrazione? Si vuol saper tutto fuorchè l'unico necessario.

1183.   C) Scanseranno tutto ciò che potrebbe inutilmente turbare la fede: a) vale a dire certe letture imprudenti, in cui sono assalite, derise o messe in dubbio le verità della fede.

La maggior parte dei libri che oggi si pubblicano, non solo fra i libri dottrinali ma anche fra i romanzi e le opere teatrali, contengono assalti ora aperti ora palliati contro la fede. Se non si sta attenti, si beve a poco a poco il veleno dell'incredulità, si perde almeno la verginità della fede, onde viene il momento che, scossa da esitazioni e da dubbi, la fede non sa più come difendersi. Bisogna rispettare su questo punto le savie prescrizioni della Chiesa che forma un indice di libri cattivi o pericolosi, e non disprezzarlo col pretesto che si è sufficientemente premuniti contro i pericoli. Veramente uno non lo è mai abbastanza: il Balmes, ingegno così profondo e così ben equilibrato, e che così abilmente difese la Chiesa, obbligato a leggere libri eretici per confutarli, diceva agli amici: 1183-1 "Voi sapete se i sentimenti e le dottrine cattoliche siano in me ben radicate; eppure non mi accade mai di adoperare un libro proibito, senza sentire poi il bisogno di ritemprarmi nella lettura della Bibbia, dell'Imitazione o di Luigi di Granata. Or che sarà di questa insensata gioventù che osa leggere di tutto senza preservativi e senza esperienza? Ne sono atterrito al solo pensarvi". Per lo stesso motivo dobbiamo, com'è chiaro, fuggire le conversazioni degli increduli o le loro conferenze.

b) Schivano pure quell'orgoglio intellettuale che vuole abbassar tutto al proprio livello e non accettare se non ciò che capisce. Rammentano che c'è sopra di noi uno Spirito infinitamente intelligente che vede ciò che la debole nostra ragione non può comprendere e che ci fa grand'onore a manifestarci il suo pensiero. Accertatici che abbia parlato, l'unico contegno ragionevole è di accogliere con riconoscenza questo supplemento di luce: se c'inchiniamo davanti a un uomo di genio che benevolmente ci comunichi alcune delle sue cognizioni, con quanta maggior confidenza non dobbiamo inchinarci davanti alla Sapienza infinita?

1184.   D) Quanto alle tentazioni contro la fede, bisogna distinguere tra quelle che sono vaghe e quelle che battono su un punto determinato.

a) Quando sono vaghe, come questa: Chi sa se saranno poi cose vere? bisogna scacciarle come si fa con le mosche importune.

1) Siamo in possesso della verità, i nostri titoli di proprietà sono in buona e debita forma; e questo ci basta. 2) Abbiamo del resto altre volte chiaramente veduto che la nostra fede si reggeva sopra sodi fondamenti; questo ci basta; non si può rimettere ogni giorno in dubbio ciò che è stato una volta sodamente provato; nelle cose della vita ordinaria non si bada a questi dubbi e a queste pazze idee che passano per la mente; si tira avanti e la certezza ritorna. 3) E poi altri, più intelligenti di me, credono queste verità e sono convinti del valore delle loro prove: io accetto il loro giudizio, che è assai più assennato di quello di certa gente che prende maligno diletto a rendersi singolare con lo scalzar dalla base tutti i fondamenti della certezza. A queste ragioni di buon senso si aggiunge la preghiera: "Credo, Domine, adjuva incredulitatem meam1184-1.

1185.   b) Se sono invece determinate e si riferiscono a punti particolari, si continua a credere fermamente, essendo in possesso della verità; ma uno si vale della prima occasione per chiarire la difficoltà, sia col proprio studio se si ha ingegno e i necessari documenti, sia consultando persone istruite che possano aiutarci a risolvere più facilmente il problema. Allo studio si associa la preghiera e la docilità alla leale investigazione, e ordinariamente non si tarda a trovare la soluzione.

Bisogna per altro ricordarsi che questa soluzione non farà sempre dileguare ogni difficoltà. Vi sono talora obiezioni storiche, critiche, esegetiche che non possono essere risolte se non dopo lunghi anni di studio. Si pensi allora che, quando una verità è provata da buoni e sodi argomenti, prudenza vuole che si continui ad aderirvi fino a che la piena luce possa dissipar tutte le nubi: la difficoltà non distrugge il valor delle prove, mostra soltanto la debolezza del nostro ingegno.

1186.   2° Le anime progredite praticano non solo la fede, ma lo spirito di fede o la vita di fede: "Justus autem ex fide vivit1186-1.

A) Leggono amorosamente il Santo Vangelo, liete di seguire a passo a passo Nostro Signore, di gustarne le massime, di ammirarne gli esempi per imitarli. Gesù comincia a diventar centro dei loro pensieri: lo cercano nelle letture e nei lavori, bramose di meglio conoscerlo per meglio amarlo.

1187.   B) Si avvezzano a guardare e giudicare tutto secondo la fede: cose, persone, eventi. 1) Vedono in tutte le opere divine la mano del Creatore e le sentono ripetere: "ipse fecit nos et non ipsi nos1187-1; Dio quindi ammirano dovunque. 2) Le persone che hanno attorno sono per loro come immagini di Dio, figli dello stesso Padre celeste, fratelli in Gesù Cristo. 3) Gli eventi, che per gl'increduli sono talora così oscuri, vengono da loro interpretati alla luce di quel gran principio che tutto è ordinato a vantaggio degli eletti, che i beni e i mali vengono distribuiti con la mira alla nostra santificazione e all'eterna nostra salute.

1188.   C) Ma si studiano specialmente di regolarsi in tutto secondo i principii della fede: 1) i giudizi sono fondati sulle massime del Vangelo e non su quelle del mondo; 2) le parole sono ispirate dallo spirito cristiano e non dallo spirito del mondo, perchè conformano le parole ai giudizi, trionfando così del rispetto umano; 3) le azioni si accostano quanto più è possibile a quelle di Nostro Signore, che volentieri riguardano come modello, onde evitano di lasciarsi trascinare dagli esempi dei mondani. Vivono insomma vita di fede.

1189.   D) In fine si sforzano di propagare intorno a sè la fede di cui sono animate: 1) con la preghiera, chiedendo a Dio che mandi operai apostolici ad evangelizzare gli infedeli e gli eretici: "Rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messem suam1189-1; 2) con gli esempi, praticando sì bene i doveri del proprio stato da indurre i testimoni della loro vita ad imitarli; 3) con le parole, confessando schiettamente e senza rispetto umano che trovano nella fede forze a fare il bene e consolazioni in mezzo alle pene; 4) con le opere, contribuendo con generose largizioni, con sacrifici e con l'opera all'istruzione e all'educazione morale e religiosa del prossimo.

3° I perfetti, coltivando i doni della scienza e dell'intelletto, perfezionano vie più la loro fede, come spiegheremo trattando della via unitiva.

ART. II. LA VIRTÙ DELLA SPERANZA.

Ne descriveremo:

I. Natura della speranza 1190-1.

1190.   1° Vari significati: A) Nell'ordine naturale la speranza indica due cose: una passione e un sentimento.

a) La speranza è infatti una delle undici passioni, n. 787; ed è allora un moto della sensibilità che tende a un bene sensibile assente, possibile a conseguire ma non senza difficoltà. b) È pure uno dei più nobili sentimenti del cuore umano che tende a un bene onesto assente, non ostante le difficoltà che ne ostacolano l'acquisto. Questo sentimento ha larga parte nella vita umana: è quello che sostiene l'uomo nelle imprese difficili, il contadino quando semina, il marinaio quando salpa per lontano viaggio, il mercante e l'industriale quando avviano un affare.

B) Ma vi è pure una speranza soprannaturale che sorregge il cristiano in mezzo alle difficoltà della eterna salvezza e della perfezione. Ha per oggetto tutte le verità rivelate che si riferiscono alla vita eterna e ai mezzi di pervenirvi; fondandosi sulla potenza e sulla bontà divina, possiede incrollabile fermezza.

1191.   2° Elementi essenziali. Analizzando questa virtù, vi scorgano tre elementi principali:

a) L'amore e il desiderio del bene soprannaturale, vale a dire di Dio, suprema nostra beatitudine.

Ecco la genesi di questo sentimento: il desiderio della felicità è universale; ora la fede ci mostra che Dio solo può costruir la nostra felicità; onde noi l'amiamo come fonte della nostra felicità. È amore interessato ma soprannaturale, perchè si volge a Dio conosciuto per fede. Essendo questo bene di difficile acquisto; onde, a trionfar di questo timore, interviene un secondo elemento: la fondata speranza di ottenerlo.

È chiaro che cosiffatta speranza non si fonda sulle nostre forze, che sono radicalmente insufficienti a conseguir questo bene, ma su Dio, sulla soccorrevole sua onnipotenza. Da lui aspettiamo tutte le grazie necessarie per acquistare la perfezione in questa vita e la salvezza nell'altra.

c) Ma la grazia richiede la nostra collaborazione: onde un terzo elemento: un certo slancio, uno sforzo serio di tendere a Dio e adoprare i mezzi di salute messi a nostra disposizione. Sforzi che devono essere tanto più energici e costanti quanto più alto è l'oggetto della nostra speranza.

1192.   3° Definizione. Da quanto abbiamo detto, la speranza si può definire: una virtù teologale che ci fa desiderar Dio come supremo nostro bene, e aspettare con ferma confidenza, fondata sulla bontà e onnipotenza divina, la beatitudine eterna e i mezzi di conseguirla.

A) L'oggetto primo ed essenziale della nostra speranza è Dio stesso in quanto beatitudine nostra, è Dio eternamente posseduto nella chiara visione beatifica e nel perfetto amore. Perchè, come dice Nostro Signore, la vita eterna è la conoscenza o la visione di Dio e di Gesù Cristo da lui inviato: "Hæc est vita æterna: ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum1192-1. Ma, non potendo noi conseguir quest'oggetto senza l'aiuto della grazia, la speranza abbraccia pure tutti gli aiuti soprannaturali necessari a schivare il peccato, a vincere le tentazioni, ad acquistare le cristiane virtù, ed anche i beni di ordine temporale in quanto siano utili o necessari alla nostra perfezione e all'eterna nostra salute.

1193.   B) Il motivo su cui si fonda la speranza, dipende dall'aspetto sotto cui si considera questa virtù: a) se, con Scoto, se ne mette in rilievo l'atto principale che è il desiderio o l'amor di Dio considerato come nostra felicità, il motivo sarà la sua bontà rispetto a noi; b) se si pensa, con S. Tommaso, che la speranza consiste essenzialmente nell'aspettazione di quel bene difficile a conseguire che è il possesso di Dio, il motivo sarà la soccorrevole onnipotenza di Dio che solleva le anime, le distacca dai beni della terra e le porta verso il cielo. Le promesse divine vengono solo a confermare la certezza di questo aiuto.

Si può dunque dire che il motivo adeguato è nello stesso tempo la bontà di Dio e la sua potenza.

II. Efficacia della speranza nella nostra santificazione.

La speranza contribuisce alla nostra santificazione in tre modi principali:

1194.   1° Ci unisce a Dio staccandoci dai beni della terra. Noi siamo attratti dai sensibili diletti, dalle soddisfazioni dell'orgoglio e dal fascino delle ricchezze, e poi dai naturali ma più puri diletti della mente e del cuore. Ora la speranza, fondata su una fede viva, ci mostra che tutti questi terreni godimenti mancano di due elementi essenziali alla felicità, la perfezione e la durata.

A) Nessuno di questi beni è abbastanza perfetto da appagarci: procuratici alcuni momenti di gaudio, ci cagionano presto sazietà e nausea. Il nostro cuore è così grande, ha aspirazioni così vaste, così alte, che non può contentarsi dei beni materiali, che sono puri mezzi per giungere a un fine più nobile. Neppure i beni naturali della mente e del cuore ci bastano: l'intelletto non si appaga che nella conoscenza della causa prima; e il cuore, che cerca un amico perfetto, non lo trova che in Dio: Dio solo è la pienezza dell'essere, pienezza di bellezza, di bontà, di potenza; Dio, che basta pienamente a sè, basta pure, com'è chiaro, alla nostra felicità. Tutto sta a poterlo ottenere; ed è appunto la speranza che ce lo mostra chino verso di noi per darsi tutto a noi; persuasici di queste verità, il cuore si distacca dai beni della terra per volgersi a lui, come il ferro si volge alla calamita.

1195.   B) Quand'anche i beni della terra ci appagassero appieno, sono beni effimeri che presto ci sfuggono. Cosa che noi ben sappiamo e che ce ne turba il godimento anche quando li possediamo: Dio invece sta in eterno, e la morte che ci separa da tutto non fa che unirci più perfettamente a lui; onde, non ostante l'orrore naturale che c'ispira, la guardiamo fiduciosamente in faccia quando si avvicina, in virtù della speranza che abbiamo di essere uniti per sempre a Colui che solo può renderci felici.

1196.   2° È pur la speranza quella che, associata all'umiltà, dà efficacia alle nostre preghiere ottenendoci tutte le grazie di cui abbiamo bisogno.

A) Come son tenere le premurose esortazioni della S. Scrittura alla confidenza in Dio! L'Ecclesiastico compendia in questi termini la dottrina dell'Antico Testamento: "Chi sperò mai nel Signore e rimase deluso? Chi l'invocò e fu da lui negletto? Dio è pur sempre pietoso e compassionevole: Scitote quia nullus speravit in Domino et confusus est. Quis enim permansit in mandatis ejus et derelictus est; aut quis invocavit eum et despexit illum? Quoniam pius et misericors est Deus, et remittet in die tribulationis peccata1196-1.

B) Ma specialmente nel Nuovo Testamento sfolgora l'efficacia della confidenza in Dio.

Nostro Signore opera i miracoli in favor di coloro che hanno fiducia in lui: si pensa al contegno tenuto col centurione; 1196-2 col paralitico che, non potendo avvicinare il Maestro, si fa calare dal tetto; 1196-3 coi ciechi di Gerico; 1196-4 con la Cananea 1196-5 che, respinta tre volte, non si stanca di ripetere l'umile preghiera; con la donna peccatrice; 1196-6 col lebbroso che torna indietro a ringraziar chi lo guarì. 1196-7 Ma poi come non aver confidenza quando Nostro Signore stesso autorevolmente ci afferma che tutto ciò che chiederemo al Padre in nome suo ci sarà concesso? "Amen, amen dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis1196-8. Ecco il segreto della nostra forza: quando preghiamo in nome di Gesù, vale a dire confidando nei suoi meriti e nelle sue soddisfazioni, il suo sangue perora più eloquentemente per noi che non le povere nostre preghiere.

C) Del resto nulla onora tanto Dio quanto la confidenza; perchè è un proclamarne la potenza e la bontà, onde Dio, che non si lascia vincere in generosità, risponde a questa confidenza con copiosa effusione di grazie. Conchiudiamo dunque col Concilio di Trento che dobbiamo tutti porre in Dio incrollabile confidenza: "In Dei auxilio firmissimam spem collocare et reponere omnes debent1196-9.

1197.   3° La speranza è finalmente principio di feconda operosità. a) Produce infatti santi desideri, specialmente il desiderio del cielo, il desiderio di posseder Dio. Ora il desiderio dà all'anima lo slancio, il movimento, l'ardore necessario a conseguire il bene bramato, e regge gli sforzi fino a tanto che ci sia dato di pervenire alla desiderata mèta.

b) Ci aumenta le energie con la promessa di una ricompensa che oltrepasserà di molto i nostri sforzi. Se le persone del mondo lavorano con tanto ardore per procacciarsi periture ricchezze, se gli atleti si condannano a così penosi esercizi d'allenamento, fanno sforzi disperati per guadagnare una corona corruttibile, quanto più non dobbiamo faticare e soffrire noi per una corona immortale? "Omnis autem qui in agone contendit ab omnibus se abstinet. Et illi quidem ut corruptibilem coronam accipiant, nos autem incorruptam1197-1.

1198.   c) Ci dà quel coraggio e quella resistenza che provengono dalla certezza della riuscita. Se nulla maggiormente disanima quanto il lottare senza speranza di vittoria, nulla invece infonde tanta forza quanto la sicurezza del trionfo. Ora tale certezza ci vien data dalla speranza. Deboli da soli, abbiamo potenti alleati: Dio, Gesù Cristo, la Vergine Santissima e i Santi (n. 188-189).

Ora se Dio è con noi, chi dunque sarà contro di noi? Si Deus pro nobis, quis contra nos 1198-1? Se Gesù, che vinse il mondo e il demonio, vive in noi e ci comunica la divina sua forza, non siamo forse sicuri di trionfar con lui? Se la Vergine immacolata, che schiacciò il serpente infernale, ci sostiene con la sua potente intercessione, non otterremo forse tutti gli aiuti desiderati? Se gli amici di Dio pregano per noi, tante suppliche non ci danno forse un'assoluta sicurezza? E se siamo sicuri della vittoria, indietreggeremo dinanzi ai pochi sforzi necessari a conquistar l'eterno possesso di Dio?

III. Pratica progressiva della speranza.

1199.   1° Principio generale. A progredire in questa virtù, bisogna renderla più salda nei fondamenti e più feconda nei risultati.

A) A renderla più salda, conviene meditar spesso sui motivi che ne sono il fondamento: la potenza di Dio, unita alla sua bontà e alle magnifiche promesse che ci ha fatte, n. 1193. Se occorresse qualche cosa di più per rinsaldar la nostra confidenza, basterebbe richiamare la parola di S. Paolo 1199-1: "Dio, che non risparmiò il proprio Figlio ma lo diede a morte per tutti noi, come non ci darà con lui anche ogni cosa? Chi accuserà gli eletti di Dio? È Dio che li giustifica! Chi li condannerà? Cristo Gesù è quegli che morì e che poi risuscitò ed è ora alla destra di Dio e intercede per noi!" Quindi da parte di Dio la speranza è assolutemente certa. Da parte nostra abbiamo però ragione di temere, perchè purtroppo non corrispondiamo nè sempre nè bene alla grazia di Dio. Onde ogni nostro sforzo deve mirare a rendere la nostra speranza più ferma rendendola più feconda.

1200.   B) A conseguir questo fine bisogna collaborare con Dio all'opera della nostra santificazione: "Dei enim sumus adjutores1200-1. Dio, largendoci la sua grazia, non vuole sostituire l'azione sua alla nostra, vuole semplicemente supplire alla nostra insufficienza. Dio è certamente causa prima e principale, ma non intende sopprimere la nostra attività, vuole anzi provocarla, stimolarla, renderla più efficace.

Quseto aveva ben compreso S. Paolo: "Per la grazia di Dio, egli diceva, sono quello che sono, e la grazia sua verso di me non riuscì vana, ma più di tutti io faticai: non io però, ma la grazia di Dio che è con me: Gratiâ Dei sum id quod sum, sed gratia ejus in me vacua non fuit; sed abundantius illis omnibus laboravi1200-2. Ed esortava gli altri a far ciò che faceva lui: "Adjuvantes autem exhortamur ne in vacuum gratiam Dei recipiatis1200-3; premurosa raccomandazione che rivolgeva specialmente al caro discepolo Timoteo: "Labora sicut bonus miles Christi Jesu1200-4; perchè doveva lavorare non solo alla santificazione propria ma anche all'altrui. Nè altrimenti parla S. Pietro, rammentando ai discepoli che sono certamente chiamati alla salute, ma che devono assicurar la loro vocazione coll'esercizio delle opere buone: "Quapropter fratres, magis satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis1200-5.

Bisogna dunque essere ben convinti che, nell'opera della nostra santificazione, tutto dipende da Dio; ma si deve pure operare come se tutto dipendesse da noi soli; Dio infatti non ci ricusa mai la sua grazia, onde in pratica non dobbiamo occuparci che dei nostri sforzi.

1201.   2° Applicazioni ai vari gradi della vita spirituale. È facile vedere in che modo l'esposto principio si applichi alle varie tappe della vita cristiana.

A) Gl'incipienti baderanno primieramente a scansare i due eccessi contrari alla speranza: la presunzione e la disperazione.

a) La presunzione consiste nell'aspettarsi da Dio il paradiso e le grazie necessarie per arrivarvi senza voler prendere i mezzi da lui prescritti. Talora si presume della divina bontà dicendo: Dio è così buono che non mi vorrà dannare e intanto se ne trascurano i comandamenti. È un dimenticare che, se Dio è buono è però anche giusto e santo, e che odia l'iniquità: "Iniquitatem odio habui1201-1. Altre volte si presume troppo delle proprie forze per superbia, cacciandosi in mezzo ai pericoli e alle occasioni di peccato; si dimentica in tal caso che chi si espone al pericolo, vi soccombe. Nostro Signore ci promette la vittoria ma a patto che sappiamo vigilare e pregare: "Vigilate et orate ut non intretis in tentetionem1201-2; S. Paolo, così fidente nella grazia di Dio, pure ci avverte che bisogna operare la nostra salvezza con timore e tremore: "Cum metu et tremore vestram salutem operamini1201-3.

b) Altri, al contrario, sono esposti allo scoraggiamento e talora alla disperazione. Spesso tentati e qualche volta vinti nella lotta o torturati dagli scrupoli, si disanimano, pensando di non poter riuscire a correggersi, e cominciano a disperare della propria salvezza. È disposizione pericolosa contro cui bisogna premunirsi; si ricordi quindi che S. Paolo, tentato egli pure e persuaso che da solo non avrebbe potuto resistere, s'abbandonava fiducioso nella grazia di Dio: "gratia Dei per Jesum Christum1201-4. Ad esempio dunque dell'Apostolo, preghiamo e saremo liberati.

1202.   B) Scansati questi scogli, resta a praticare il distacco dai beni terreni onde pensare spesso al paradiso e desiderarlo. Tanto vuole da noi S. Paolo: "Si consurrexistis cum Christo, quæ sursum sunt quærite, ubi Christus est in dexterâ Dei sedens, quæ sursum sunt sapite, non quæ super terram1202-1. Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo più cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta. Il cielo è la patria, la terra non è che un esilio; il cielo è il nostro fine e la vera nostra felicità, mentre la terra non può darci che effimeri diletti.

1203.   3° I proficienti praticano non solo la speranza ma la filiale confidenza in Dio, appoggiandosi su Gesù Cristo, divenuto centro della loro vita.

A) Incorporati a questo capo divino, aspettano con invincibile confidenza quel paradiso ove Gesù prepara loro un posto "quia vado parare vobis locum1203-1, e dove sono già in isperanza nella persona del Salvatore "spe enim salvi facti sumus1203-2. a) L'aspettano anche tra le avversità e le prove della vita, ripetendo col Salmista: "Non timebo mala, quoniam tu mecum es1203-3. Infatti Nostro Signore, che vive in loro, viene a confortarli con le parole dette già altra volta agli Apostoli: "Pax vobis, ego sum, nolite timere1203-4.

Se le molestie vengono da intrighi e da persecuzioni, richiamiamo alla mente ciò che S. Vincenzo de' Paoli diceva ai suoi: "Quand'anche tutta la terra ci si levasse contro per perderci, non avverrà se non ciò che piacerà al Signore, in cui abbiamo riposto la nostra speranza" 1203-5. Se subiscono perdite temporali, ripetono con lo stesso santo: "Tutto ciò che Dio fa, lo fa pel nostro meglio, onde dobbiamo sperare che questa perdita ci sarà giovevole, perchè viene da Dio" 1203-6. Se patiscono dolori fisici o morali, li considerano come benedizioni divine destinate a farci comprare il paradiso a prezzo di qualche passeggero dolore.

1204.   b) Sanno pure, con questa confidenza, sfuggire alla stretta dei diletti e dei mondani trionfi, che è ancor più pericolosa di quella del dolore. "Quando pare che la vita sorrida alle nostre terrene speranze, è cosa dura rigettar queste lusinghiere promesse che ci prendono dal lato debole; è cosa dura sottrarsi agli amplessi del piacere e dire alla felicità che ci si offre: "tu non mi potresti bastare" 1204-1. Ma il cristiano rammenta che i mondani diletti sono fallaci, che son fatti per soffocar lo slancio verso Dio; onde, a sfuggirne la stretta, si dà alla pratica di mortificazioni positive e soprattutto va a cercare in una più intima amicizia con Nostro Signore diletti più puri e più santificativi: "esse cum Jesu dulcis paradisus1204-2.

c) Se si sentono inquieti per il sentimento delle proprie miserie ed imperfezioni, meditano le parole di S. Vincenzo de' Paoli:

"Voi mi parlate delle vostre miserie. Ahimè! e chi non ne è pieno? Tutto sta nel conoscerle e nell'amarne l'abiezione, come fate voi, senza fermarvisi che per fissarvi il saldo fondamento della confidenza in Dio, perchè allora l'edifizio è fabbricato sulla roccia, per guisa che, al venir della tempesta, rimane fermo" 1204-3. Le nostre miserie infatti chiamano la misericordia di Dio quando noi la invochiamo con umiltà, e non fanno che metterci nella disposizione migliore per ricevere le grazie divine. S. Vincenzo aggiungeva che, quando Dio ha cominciato a fare del bene a una creatura, glielo continua sino alla fine, se essa non se ne rende troppo indegna. Quindi le misericordie passate sono un pegno delle future.

1205.   B) La speranza ci fa vivere abitualmente con lo spirito nel cielo e per il cielo. Secondo la bella preghiera che la Chiesa ci fa recitare il giorni dell'Ascensione, noi con lo spirito dobbiamo già abitare nel cielo: "ipsi quoque mente in cælestibus habitemus"; il che vuol dire che dobbiamo volgere il desiderio e il cuore: "ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia". Ed essendo le delizie della santa comunione un saggio della felicità del cielo, là andremo a cercare le vere consolazioni di cui il cuore ha bisogno.

1206.   C) Questo pensiero ci farà chiedere spesso con fidente preghiera il dono della perseveranza finale, che è il più prezioso di tutti i doni. È vero che non possiamo meritarlo, ma possiamo ottenerlo dalla divina misericordia; al che basta del resto ce ci uniamo alle preghiere onde la Chiesa ci fa chiedere la grazia d'una buona morte, per esempio l'Ave Maria, che recitiamo così spesso, ove imploriamo la protezione speciale della Madonna per l'ora della morte "et in hora mortis nostræ."

I perfetti praticano la confidenza in Dio col santo abbandono che descriveremo trattando della via unitiva.

ART. III. LA VIRTÙ DELLA CARITÀ 1207-1.

1207.   La virtù della carità rende soprannaturale e santifica il sentimento dell'amore, amore verso Dio, amore veri il prossimo. Fatte alcune osservazioni preliminari sull'amore, tratteremo:

Osservazioni preliminari.

1208.   1° L'amore in generale è un moto, una tendenza dell'anima verso il bene. Se il bene a cui tendiamo è sensibile e percepito dall'immaginazione come dilettevole, l'amore sarà anch'esso sensibile; se il bene è onesto e conosciuto dalla ragione come degno di stima, l'amore sarà razionale; se il bene è soprannaturale e percepito per mezzo della fede, l'amore sarà cristiano.

Come si vede, l'amore suppone la conoscenza, ma non sempre è a lei proporzionato, come altrove spiegheremo.

Nell'amore, quale che sia, si possono distinguere quattro elementi principali: 1) una certa simpatia per l'oggetto amato, che nasce dal vedere una proporzione o corrispondenza tra noi e lui: corrispondenza che non importa intiera somiglianza tra i due amici, ma una proporzione tale che l'uno è di compimento all'altro; 2) un moto o slancio dell'anima verso l'oggetto amato, per avvicinarsi a lui e goderne la presenza; 3) una certa unione o comunione delle menti e dei cuori per comunicarsi i beni che si possiedono; 4) un sentimento di gaudio, di piacere o di felicità che si prova nel possesso dell'oggetto amato.

1209.   L'amore cristiano è l'amore fatto soprannaturale nel principio, nel motivo, nell'oggetto.

a) È fatto soprannaturale nel principio con la virtù infusa della carità che risiede nella volontà: virtù che, mossa dalla grazia attuale, trasforma l'amore onesto elevandolo a grado superiore.

b) La fede ci porge allora un motivo soprannaturale per santificare i nostri affetti: dirigendoli primieramente verso Dio, in cui mostra il bene supremo, infinito, che solo risponde a tutte le legittime nostre aspirazione; e poi verso le creature, che ci presenta come riflesso delle divine perfezioni, tanto che amandole amiamo Dio stesso.

c) Onde anche l'oggetto del nostro amore diviene così soprannaturale: il Dio che amiamo non è il Dio astratto della ragione ma il Dio vivente della fede, il Padre che da tutta l'eternità genera un Figlio e che ci adotta per figli; il Figlio, uguale al Padre, che incarnandosi diventa nostro fratello; lo Spirito Santo, mutuo amore del Padre e del Figlio, che viene a effondere nelle anime nostre la divina carità. Le stesse creature non ci appaiono più nel loro essere naturale, ma quali ce le mostra la rivelazione; così gli uomini sono per noi figli di Dio, comune nostro Padre, fratelli in Gesù Cristo, tempii viventi dello Spirito Santo. Tutto è dunque soprannaturale nell'amore cristiano.

Secondo S. Tommaso 1209-1, la carità aggiunge all'amore l'idea di una certa perfezione che proviene da grande stima per l'oggetto amato. Quindi ogni carità è amore, ma non ogni amore è carità.

1210.   3° Si può definire la carità: una virtù teologale che ci fa amar Dio come egli ama sè, sopra ogni cosa, per se stesso, e il prossimo per amor di Dio.

Questa virtù ha dunque un doppio oggetto: Dio e il prossimo; due oggetti però che ne fanno un solo, perchè non amiamo le creature se non in quanto sono espressione e riflesso delle divine perfezioni; Dio quindi amiamo in loro; onde, come aggiunge S. Tommaso 1210-1, amiamo il prossimo perchè Dio è in lui o almeno perchè sia in lui. Ecco perchè la virtù della carità è una sola.

§ I. Dell'amor di Dio.

Ne esporremo:

I. La natura.

1211.   Primo oggetto della carità è Dio: essendo la pienezza dell'essere, della bellezza e della bontà, egli è infinitamente amabile. È Dio considerato in tutta l'infinita realtà delle sue perfezioni, non questo o quell'attributo divino in particolare. Del resto anche la considerazione di un attributo solo, come sarebbe la misericordia, ci conduce facilmente alla considerazione di tutte le divine perfezioni. Non è poi necessario conoscerle tutte distintamente; le anime semplici amano il signore quale ce lo porge la fede, senza analizzarne gli attributi.

Par chiarire la nozione dell'amor di Dio, spiegheremo il precetto che ce l'impone, il motivo su cui si fonda e i vari gradi con cui giungiamo al puro amore.

1212.   1° Il precetto. A) Espresso già nel Vecchio Testamento, venne rinnovato da Nostro Signore e da lui proclamato come compendio della Legge e dei Profeti: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente". Vale a dire che dobbiamo amar Dio sopra tutte le cose e con tutte le facoltà dell'anima.

Il che viene molto bene spiegato da S. Francesco di Sales 1212-1: "È l'amore che deve prevalere su tutti i nostri amori e regnare su tutte le nostre passioni; questo Dio richiede da noi: che tra tutti i nostri amori il suo sia il più cordiale, che signoreggi tutto il nostro cuore; il più affettuoso, che occupi tutta la nostra anima; il più generale, che adopri tutte le nostre facoltà; il più nobile, che riempia tutta la nostra mente; e il più fermo, che eserciti ogni nostra forza e vigore". E conchiude con un magnifico slancio d'amore: "Sono vostro, o Signore, e non devo essere che vostro; vostra è l'anima mia e non deve vivere che per voi; vostra è la mia volontà e non deve amare che per voi; vostro è il mio amore e non deve tendere che a voi. Io vi devo amare come primo mio principio, perchè sono da voi; vi devo amare come mio fine e mio riposo, perchè sono destinato a voi; vi devo amare più dell'essere mio, perchè il mio essere sussiste per voi; vi devo amare più di me stesso, perchè sono tutto per voi e in voi".

1213.   B) Il precetto della carità è dunque molto esteso: in sè non ha limiti, perchè la misura d'amar Dio è d'amarlo senza misura; onde ci obbliga a tendere continuamente alla perfezione, n. 353-361, e la nostra carità deve crescere sempre sino alla morte. Secondo la dottrina di S. Tommaso 1213-1, la perfezione della carità è comandata come fine, onde si deve volerla ottenere; ma, osserva il Gaetano, "appunto perchè è fine, basta, per non mancare al precetto, porsi in condizione da poter giungere un giorno a questa perfezione, fosse pur nell'eternità. Onde chiunque possiede, anche in minimo grado, la carità e cammina verso il cielo, è nella via della carità perfetta, perchè cammina verso quella patria dove questa carità sarà perfetta". E così si evita la trasgressione del precetto, la cui osservanza è necessaria alla salute.

Nondimeno le anime che mirano alla perfezione non si contentano del primo grado, ma salgono sempre più in alto, studiandosi d'amar Dio non solo con tutta l'anima ma anche con tutte le forze. Al che del resto ci porta il motivo della carità.

1214.   2° Il motivo della carità non è il bene che uno ha ricevuto o che aspetta da Dio, ma l'infinita perfezione di Dio, almeno come motivo sostanzialmente predominante. Altri motivi vi si possono quindi aggiungere: di timore salutare, di speranza, di riconoscenza, purchè il motivo indicato sia veramente predominante. Onde l'amor di sè, subordinato che sia all'amor di Dio, si concilia con la carità. Quando dunque i santi condannano si vivamente l'amor di sè o l'amor proprio, intendono dell'amor disordinato.

1215.   A) Ma non si può ammettere l'opinione del Bolgeni, il quale pretende che la sola carità possibile ed obbligatoria sia quella che ha per motivo la bontà di Dio verso di noi, perchè, egli dice, noi non possiamo amare se non ciò che percepiamo come conforme ai nostri bisogni e alle aspirazioni nostre. L'autore confuse ciò che è previa condizione col vero motivo della carità. È vero che l'amore suppone di per sè che l'oggetto amato sia corrispondente alla nostra natura e alle nostra aspirazioni, ma il motivo per cui l'amiamo, non è questa convenienza, sì l'infinita perfezione di Dio amata per se stessa.

Anche qui S. Francesco di Sales espone bene la retta dottrina 1215-1: "Se, per ipotesi impossibile, vi fosse una bontà infinita con cui non avessimo alcuna sorta di relazione nè potessimo con lei in modo alcuno comunicare, noi la stimeremmo certamente più di noi stessi, ma, propriamente parlando, non l'ameremmo, perchè l'amore mira all'unione; carità è amicizia e l'amicizia non può essere che reciproca, avendo per fondamento la comunicazione e per fine l'unione".

1216.   B) Si è fatta la questione se basti il motivo della riconoscenza per la carità perfetta. Qui bisogna distinguere: se la riconoscenza non va oltre il beneficio ricevuto e non s'inalza allo stesso benefattore, non basta come motivo di carità, perchè rimane interessata; ma se dall'amore del beneficio si passa all'amore del benefattore, amandolo per l'infinita sua bontà, questo motivo si confonde con quello della carità.

Infatti, la riconoscenza conduce agevolmente all'amor puro, perchè è sentimento nobilissimo; ond'è che la Scrittura e i Santi ci propongono spesso i benefici di Dio per eccitarci all'amor di carità. Così S. Giovanni, dopo aver detto che l'amor perfetto bandisce il timore, ci esorta ad amar Dio, "perchè Dio ci amò per il primo: quoniam Deus prior dilexit nos1216-1. Quante anime infatti impararono ad amar Dio col più puro amore, ripensando all'amore mostratoci da lui da tutta l'eternità e meditando sull'amor di Gesù per noi nella Passione e nell'Eucarestia?

Chi volesse un criterio per distinguere l'amor puro dall'amor interessato, si può dire che il primo consiste nell'amar Dio perchè è buono e nel voler del bene a lui; e il secondo consiste nel amar Dio in quanto è buono per noi e nel voler del bene a noi.

1217.   3° Rispetto ai gradi dell'amore, S. Bernardo ne distingue quattro 1217-1: 1) L'uomo prima ama sè per se stesso; perchè è carne e incapace di gustare altra cosa fuori di sè. 2) Poi, sentendo la propria insufficienza, comincia a cercar Dio con la fede e ad amarlo come aiuto necessario; in questo secondo grado ama Dio non ancora per Dio ma per se stesso. 3) Ma presto, a forza di coltivare e di frequentar Dio come aiuto necessario, vede a poco a poco quanto dolce è Dio e comincia ad amar Dio per Dio. 4) Infine l'ultimo grado, a cui ben pochi pervengono sulla terra, è di amar sè unicamente per Dio, e quindi amar Dio esclusivamente per Dio.

Lasciando da parte il primo grado, che non è se non amor proprio, restano tre gradi di amor di Dio, che corrispondono ai tre gradi di perfezione già da noi esposti, nn. 340; 624 e 626.

II. Efficacia santificatrice dell'amor di Dio.

1218.   1° La carità è in sè la più eccellente e quindi la più santificante delle virtù; l'abbiamo già provato dimostrando che costituisce l'essenza stessa della perfezione, che comprende tutte le virtù e loro conferisce speciale perfezione, facendone convergere gli atti verso Dio amato sopra ogni cosa (n. 310-319).

È quello che in lirici accenti dichiara S. Paolo: 1218-1 "Se nelle lingue degli uomini io parli e degli angeli, ma non ho la carità, riesco bronzo risonante o timpano fragoroso. E se ho profezia e sappia i misteri tutti e tutto lo scibile, e se ho tutta la fede così da trasportar montagne, ma non ho la carità, niente sono. E se in cibo io dispensi tutte le mie sostanze, e se abbandono il mio corpo ad essere arso, ma non ho carità, non mi val nulla.

La carità è paziente, è benigna; la carità non invidia; la carità non si vanta, non si gonfia, non è ambiziosa, non cerca il suo, non s'irrita, non imputa il male, non gioisce dell'ingiustizia ma congioisce con la verità: tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non viene mai meno... Restano dunque la fede, la speranza, la carità: queste tre. Maggiore però di tutte la carità".

1219.   La carità infatti è più unificante e trasformante della altre virtù:

a) L'anima intiera ella unisce a Dio con tutte le sue facoltà: la mente, con la stima e col frequente pensiero di Dio; la volontà, con la sottomissione perfetta alla divina volontà; il cuore, subordinando tutti gli affetti all'amor di Dio; le forze, mettendole tutte a servizio di Dio e delle anime.

b) Unendo l'anima intieramente a Dio, la trasforma: l'amore ci fa uscire da noi stessi, ci eleva fino a Dio, ci induce ad imitarlo e a ritrarre in noi le divine sue perfezioni; si brama infatti somigliare alla persona amata, perchè è stimata come modello, e con l'assomigliarle di più si vuole entrare più addentro nella sua intimità.

1220.   2° Negli effetti, la carità contribuisce molto efficacemente alla nostra santificazione.

a) Forma tra l'anima nostra e Dio una certa simpatia o connaturalità che ci fa meglio capire e gustare Dio e le cose divine; la mutua simpatia è quella per cui gli amici s'intendono, s'indovinano e si uniscono sempre più intimamente. Molte anime ignoranti, ma accese d'amor di Dio, gustano e praticano meglio dei sapienti le grandi verità cristiane: è effetto della carità.

1221.   B) Centuplica le forze per il bene, comunicandoci indomabile vigore a superar gli ostacoli e indurci ai più esimii atti di virtù; perchè "l'amore è forte come la morte, fortis est ut mors dilectio1221-1. Che intrepida vigoria non dà alla madre l'amore pel suo bambino!

Nessuno forse descrisse meglio dell'autore dell'Imitazione i mirabili effetti dell'amor di Dio: 1221-2 allevia i dolori e i pesi: "nam onus sine onere portat et omne amarum dulce ac sapidum efficit"; ci inalza a Dio, perchè è nato da Dio: "quia amor ex Deo natus est, nec potest nisi in Deo quiescere"; c'impenna l'ali per volar lietamente agli atti più perfetti e al dono totale di noi: "amans volat, currit et lætatur... dat omnia pro omnibus"; ci stimola quindi a grandi cose facendoci mirare al più perfetto: "amor Jesu nobilis ad magna operanda impellit, et ad desideranda semper perfectiora excitat"; vigila continuamente, non si lagna delle fatiche nè si lascia turbar dal timore; ma, come fiamma vivace, si spinge sempre più in alto e, superando ogni difficoltà, va oltre securo: "amor vigilat... fatigatus non lassatur, territus non conturbatur, sed sicut vivax flamma... sursum erumpit secureque pertransit".

1222.   c) Produce pure gaudio grande e allargamento di cuore: è infatti il possesso iniziale del Sommo Bene, inchoatio vitæ æternæ in nobis; possesso che empie l'anima di gaudio: "dans vera cordis gaudia1222-1.

Quindi, riprende l'Imitazione, nulla è più dolce, nulla è più giocondo, nulla è migliore nè in cielo nè in terra: "Nihil dulcius est amore... nihil jucundius, nihil plenius nec melius in cælo et in terrâ". La causa principale di tal gaudio sta in questo, che cominciamo a prendere più viva coscienza della presenza di Gesù e della presenza di Dio in noi: "Esse cum Jesu dulcis paradisus 1222-2... Te siquidem præsente, jucunda sunt omnia, te autem absente fastidiunt cuncta"  1222-3.

1223.   d) A questo gaudio tien dietro una pace profonda: quando si è persuasi che Dio è in noi e che esercita su noi opera e sollecitudine paterna, uno gli si abbandona con dolce confidenza sicuramente affidandogli la cura di tutti i suoi interessi, onde gode pace e serenità perfetta: "Tu facis cor tranquillum et pacem magnam lætitiamque festivam1223-1. Ora non v'è disposizione più favorevole al progresso spirituale come la pace interiore: in silentio et quiete proficit anima devota.

Quindi, da qualunque lato si consideri la carità, in sè o negli effetti, è la più santificante di tutte le virtù; è veramente il vincolo della perfezione. Vediamo ora come si pratica.

III. La pratica progressiva dell'amor di Dio.

1224.   Principio generale. Essendo l'amore dono di sè, il nostro amore per Dio sarà tanto più perfetto quanto più perfettamente ci daremo a lui, senza riserva e senza ripresa: ex totâ animâ, ex toto corde, ex totis viribus. E poichè sulla terra uno non può darsi senza sacrificarsi, il nostro amore sarà tanto più perfetto quanto più generosamente praticheremo lo spirito di sacrifizio per amor di Dio (n. 321).

1225.   1° Gl'incipienti praticano l'amor di Dio sforzandosi di schivare il peccato, massime il peccato mortale e le sue cause.

a) Praticano quindi l'amor penitente, amaramente deplorando di avere offeso Dio e di avergli rubata la gloria (n. 743-745).

Quest'amore produce due effetti: 1) ci separa vieppiù dal peccato e dalle creature a cui il diletto ci aveva attaccati; 2) ci reconcilia e ci unisce a Dio, non solo rimovendo il peccato che è il grande ostacolo all'unione divina, ma mettendoci in cuore questi sentimenti di contrizione e di umiltà che sono già un principio d'amore, e che, sotto l'azione della grazia, si trasformano talora in amore perfetto. "Perchè, come dice S. Francesco di Sales, l'amore imperfetto desidera Dio e lo invoca, la penitenza lo cerca e lo trova, l'amore perfetto lo tiene e lo stringe". In ogni caso i peccati ci sono rimessi tanto più intieramente quando [sic] più intenso è l'amore.

1226.   b) Praticano pure il primo grado dell'amore di conformità alla divina volontà, osservando i comandamenti di Dio e quelli della Chiesa, e sopportando valorosamente le prove che la Provvidenza loro manda per aiutarli a purificarsi (n. 747.)

c) E presto il loro amore diventa riconoscente. Vedendo che, non ostante i loro peccati, Dio continua a colmarli di benefici, e che, appena si pentono, largisce così liberale perdono, glie ne esprimono sincera e viva riconoscenza, ne lodano la bontà e si sforzano di trar maggior profitto dalle sue grazie. È nobile sentimento, è ottima preparazione al puro amore: ci è facile inalzarci dal beneficio ricevuto all'amor del benefattore e desiderare che la sua bontà sia riconosciuta e lodata per tutta la terra: e siamo così all'amore di carità.

1227.   2° I proficienti praticano l'amor di compiacenza, di benevolenza, di conformità alla volontà di Dio, onde giungono all'amore di amicizia.

A) L'amor di compiacenza 1227-1 nasce dalla fede e dalla riflessione. a) Per fede sappiamo e con la meditazione ci convinciamo che Dio è la pienezza dell'essere e della perfezione, della sapienza, della potenza, della bontà. Ora, per poco che siamo ben disposti, non possiamo non compiacerci di questa perfezione infinita; godiamo di vedere che il nostro Dio è così ricco in tutti i beni, ci sentiamo più lieti del piacere di Dio che del nostro, e questa allegrezza manifestiamo con atti di ammirazione, di approvazione e di congratulazione.

b) Attiriamo così in noi le perfezioni della divinità: Dio diventa il nostro Dio; ci alimentiamo delle sue perfezioni, della sua bontà, della sua dolcezza, della sua vita divina perchè il cuore si nutre delle cose in cui si diletta; onde ci arricchiamo delle divine perfezioni che l'amore rende nostre compiacendovisi.

1228.   c) Ma, attirando in noi le divine perfezioni, vi attiriamo anche Dio e ci diamo intieramente a lui, come spiega molto bene S. Francesco di Sales: 1228-1

"Col santo amore di compiacenza noi godiamo dei beni che sono in Dio come se fossero nostri; ma, essendo le perfezioni divine più forti del nostro spirito, entrando in lui, a loro volta lo possedono; onde noi diciamo solo che Dio è nostro per ragione di questa compiacenza, ma anche che noi siamo suoi". Perciò l'anima nel sacro suo silenzio assiduamente grida: "Mi basta che Dio sia Dio, che la sua bontà sia infinita, che la sua perfezione sia immensa; poco m'importa che io muoia o che io viva, perchè il caro mio Diletto vive eternamente di una vita tutta trionfante... Basta all'anima amante che colui che ama più di se stessa sia ricolmo di beni eterni, perchè ella vive più in Dio che ama che nel corpo che anima".

1229.   d) Quest'amore si trasforma in compassione e condoglianza quando contempla Gesù paziente. L'anima devota, vedendo quell'abisso di tristezze e di angoscie in cui questo divino amante è immerso, non può non partecipare il santamente amoroso dolore. È ciò che attirò su S. Francesco d'Assisi le stimate e su S. Caterina da Siena le piaghe del Salvatore, poichè la compiacenza cagiona la compassione e la compassione produce ferita simile a quella dell'oggetto amato.

1230.   B) Dall'amore di compiacenza nasce l'amore di benevolenza, vale a dire un desiderio ardente di glorificare e far glorificare la persona amata. Il che si può praticare in due modi rispetto a Dio.

a) Rispetto alla sua perfezione interna, non lo possiamo praticare che in modo ipotetico, dicendo per esempio: O mio Dio, se, per ipotesi impossibile, io potessi procurarvi qualche bene, lo vorrei desiderare a costo anche della mia stessa vita. Se, essendo quello che siete, voi poteste ricevere qualche aumento di bene, io ve lo desidererei con tutto il cuore.

1231.   b) Ma rispetto alla sua gloria esterna, desideriamo in modo assoluto di accrescerla in noi e negli altri; e quindi di conoscere meglio e meglio amarlo noi, per farlo conoscere meglio e meglio amare dagli altri. Onde poi quest'amore non sia puramente speculativo, c'industriamo di studiare distintamente le bellezze e le perfezioni divine, per lodarle e farle benedire, sacrificandovi studi ed occupazioni più geniali.

Pieni allora di stima e di ammirazione per Dio, desideriamo che il santo suo nome sia benedetto, esaltato, lodato, onorato, adorato per tutta la terra. Ed essendo incapaci di farlo perfettamente da noi, invitiamo tutte le creature a lodare e benedire il Creatore: Benedicite omnia opera Domini Domino; 1231-1 saliamo in ispirito in cielo per unirci ai cori degli Angeli e dei Santi e cantar con loro: "Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dominus"... Ci uniamo pure alla SS. Vergine, che, inalzata sopra gli Angeli, rende più lode a Dio che tutte le creature, e ripetiamo con lei: Magnificat anima mea Dominum. Ma ci uniamo soprattutto al Verbo Incarnato, il grande Religioso del Padre, che, essendo Dio e uomo, offre alla SS. Trinità lodi infinite.

Finalmente ci uniamo a Dio stesso, vale a dire alle tre divine persone che mutuamente si lodano e si applaudono. "E allora esclamiamo: Gloria al padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Onde poi si sappia che non è la gloria essenziale ed eterna ch'egli ha in sè, per sè e da sè, aggiungiamo: Come era nel principio, ora e sempre... quasi che il nostro augurio volesse dire: Sia Dio sempre glorificato della gloria che aveva prima della creazione nell'infinita sua eternità ed eterna infinità" 1231-2.

Specialmente i Religiosi e i Sacerdoti si sentono obbligati, in virtù dei voti o del sacerdozio, a promuovere così la gloria di Dio: divorati dal desiderio di glorificarlo, non cessano, anche in mezzo alle occupazioni, di benedirlo e lodarlo; e nel ministero hanno una sola ambizione, quella di estendere il regno di Dio e fare eternamente lodare Colui che amano come unica loro eredità.

1232.   C) L'amor di benevolenza si manifesta con l'amore di conformità: per ampliare in profondità il regno di Dio, non v'è nulla di più efficace che il farne la santa volontà: fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra. L'amore infatti è prima di tutto unione e fusione di due volontà in una sola: unum velle, unum nolle; ora essendo la volontà di Dio la sola buona e sapiente, è chiaro che dobbiamo esser noi a conformare la volontà nostra alla sua: "non mea voluntas, sed tua fiat1232-1.

Questa conformità comprende, come abbiamo esposto, n. 480-492, l'obbedienza ai comandamenti, ai consigli, alle ispirazioni della grazia; e l'umile, affettuosa sottomissione agli eventi provvidenziali, lieti o tristi che siano, ai cattivi successi, alle umiliazioni, alle prove di ogni specie, che ci sono inviate solo per la santificazione nostra e per la gloria di Dio. Tale conformità produce a sua volta la santa indifferenza per tutto ciò che non è di servizio di Dio: persuasi che Dio è tutto e che la creatura è nulla, noi non vogliamo che Dio e la sua gloria, restando con la volontà indifferenti a tutto il resto. Non è stoica insensibilità, perchè continuiamo a sentire inclinazione alle cose che ci dilettano, ma è indifferenza di stima e di volontà. Non è neppure la noncuranza dei Quietisti, perchè non siamo indifferenti alla nostra eterna salute, desiderandola ardentemente, ma desiderandola in conformità alla divina volontà.

Questo santo abbandono cagiona una pace profonda: si sa che nulla ci accadrà che non sia utile alla nostra santificazione: "diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum1232-2, ond'è che si abbracciano lietemente le prove e le croci per amor del divin Crocifisso e per meglio assomigliarlo.

Quindi la perfetta conformità alla volontà di Dio, dice Bossuet, 1232-3 "fa che ci adattiamo volentieri alla gioia come al dolore, secondo che piace a Colui che conosce ciò che ci torna bene. Ci fa trovar riposo non nel piacere nostro ma in quello di Dio, pregandolo di fare a suo grado e disporre sempre di noi come meglio gli talenta".

1233.   D) Cotesta conformità ci conduce all'amicizia con Dio. L'amicizia include, oltre alla benevolenza, la reciprocità o il mutuo darsi degli amici l'uno all'altro. Il che si avvera nella carità.

È una vera amicizia, dice S. Francesco di Sales 1233-1 "perchè è reciproca, avendo Dio da tutta l'eternità amato ogni cuore che nel tempo amò, ama e amerà lui; è mutuamente dichiarata e riconosciuta, atteso che Dio non può ignorare l'amore che abbiamo per lui, dandocelo egli stesso, e neppur noi non possiamo ignorare quello che egli ha per noi, avendolo egli tanto pubblicato,... e finalmente siamo in perpetua comunicazione con lui, che ci parla continuamente al cuore con ispirazioni, attrattive e sante mozioni". Ed aggiunge: "Quest'amicizia non è amicizia semplice, ma amicizia di predilezione con cui facciamo scelta di Dio per amarlo di particolare amore".

1234.   Tale amicizia consiste nel dono che Dio fa di sè a noi e in quello che noi facciamo della nostra persona a lui. Vediamo dunque che cos'è l'amor di Dio per noi, per intendere quale dev'essere l'amor nostro per lui.

a) L'amor suo per noi è: 1) eterno: "in caritate perpetuâ dilexi te1234-1; 2) disinteressato, perchè, bastando pienamente a sè, Dio non ci ama che per farci del bene; 3) generoso: perchè si dà intieramente, venendo egli stesso ad abitare amichevolmente nell'anima nostra, n. 92-97; 4) preveniente, perchè non solo ci ama per il primo, ma sollecita e mendica il nostro amore, come se avesse bisogno di noi: "Le mie delizie sono di stare coi figli degli uomini,... figlio mio, dammi il tuo cuore: deliciæ meæ esse cum filiis hominum... præbe, fili, cor tuum mihi1234-2. Chi avrebbe mai potuto immaginare tanta delicatezza di sentimenti!

1235.   b) Dobbiamo quindi corrispondere a così fatto amore col più perfetto amore possibile: "sic nos amantem quis non redamaret"?

1) Amore che sarà ognor progressivo: non avendo potuto amar Dio da tutta l'eternità, nè potendolo mai amare quanto si merita, dobbiamo almeno amarlo ogni giorno più, non ponendo limite alcuno al nostro affetto per lui, non ricusandogli alcuno dei sacrifizi che ci chiede, e cercando sempre di tornargli graditi: "quæ placita sunt ei facio semper1235-1. 2) Sarà generoso: esprimendosi non solo in pii affetti, in frequenti orazioni giaculatorie, in atti semplicissimi d'amore: Vi amo con tutto il cuore; ma anche con le opere e soprattutto col dono totale di noi. Bisogna che Dio sia il centro del nostro essere: del nostro intelletto con voli frequenti a lui; della nostra volontà, con l'umile sottomissione ai minimi suoi desideri; della nostra sensibilità, non lasciando correre il cuore ad affetti che siano d'ostacolo all'amor di Dio; di tutte le nostre azioni, sforzandoci di farle per piacere a lui. 3) Sarà disinteressato: ameremo lui assai più che i doni suoi; onde l'ameremo nelle aridità come nelle consolazioni, ripetendogli spesso che vogliamo amarlo e amarlo per se stesso. Ci studieremo così, nonostante la nostra impotenza, di corrispondere alla sua amicizia.

§ II. Della carità verso il prossimo.

Esposta la natura di questa virtù e l'efficacia santificatrice, indicheremo il modo di praticarla.

I. Natura della carità fraterna.

1236.   Anche la carità fraterna è, come abbiamo detto, una virtù teologale, purchè nel prossimo si ami Dio, o in altre parole si ami il prossimo per Dio. Se amassimo il prossimo unicamente per lui o per i servizi che ci può prestare, non sarebbe carità.

A) Dio dunque bisogna vedere nel prossimo. Vi si manifesta con i doni naturali, che sono una partecipazione dell'essere suo e dei suoi attributi; e coi doni soprannaturali, che sono una partecipazione della sua natura e della sua vita, n. 445. Essendo la carità virtù soprannaturale, son queste soprannaturali qualità quelle che dobbiamo guardare come motivo della nostra carità; se quindi consideriamo anche le sue qualità naturali, dobbiamo farlo con l'occhio della fede, in quanto sono dalla grazia rese soprannaturali.

1237.   B) A cogliere meglio il vero motivo della carità fraterna, possiamo analizzarlo, considerando gli uomini nelle loro relazioni con Dio; allora ci appariranno come figli di Dio, membri di Gesù Cristo, coeredi dello stesso regno celeste, (n. 93, 142-149).

Anche se non sono in istato di grazia o non hanno la fede, resta sempre che sono chiamati a possedere questi doni soprannaturali, ed è nostro dovere di contribuire, almeno con la preghiera e con l'esempio, alla loro conversione. Quale potente motivo per farceli amare come fratelli e quanto piccola cosa è il diverso modo di vedere che ci separa da loro di fronte a tutto ciò che ci unisce!

II. Efficacia santificatrice della carità fraterna.

1238.   1° Non essendo l'amore soprannaturale del prossimo che un modo di amar Dio, bisognerebbe ripetere qui quanto già dicemmo sui mirabili effetti dell'amor di Dio.

Ci basti citare qualche testo di S. Giovanni: "Chi ama il suo fratello sta nella luce e non vi è in lui ragione di caduta. Ma chi odia il suo fratello è nelle tenebre" 1238-1. Ora lo stare nella luce, nello stile di S. Giovanni, vale stare in Dio, fonte di ogni luce, ed essere nelle tenebre vale essere nello stato di peccato. E prosegue: "Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perchè amiamo i fratelli... Chiunque odia il proprio fratello è omicida" 1238-2. E conchiude così: "Carissimi, amiamoci l'un l'altro: perchè la carità è da Dio, e chi ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perchè Dio è carità... Se ci amiamo l'un l'altro, Dio abita in noi, e la carità di lui è in noi perfetta... Dio è amore; e chi sta nell'amore sta in Dio e Dio è in lui... Se uno dice: io amo Dio e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo comandamento abbiamo da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello" 1238-3. Non si può più esplicitamente affermare che amare il prossimo è amar Dio e godere di tutti i privilegi annessi all'amor di Dio.

1239.   2° D'altra parte Gesù ci dice che considera come fatto a sè ogni servizio reso al minimo dei suoi: "Amen dico vobis, quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis, mihi fecistis1239-1. Ora è evidente che Gesù non si lascia vincere in generosità e che rende centuplicato, con ogni sorta di grazie, il minimo servizio che gli si rende nella persona dei suoi fratelli.

Quanto consolante è questo pensiero per coloro che praticano la carità fraterna e fanno l'elemosina corporale o spirituale al prossimo! e molto più ancora per coloro che la vita intiera consacrano alle opere di carità o all'apostolato! Costoro rendono ad ogni istante servizio a Gesù nella persona dei fratelli; e quindi ad ogni istante pure Gesù ne lavora l'anima per ornarla e santificarla.

III. Pratica della carità fraterna.

1240.   Il principio che ci deve costantemente guidare è di veder Dio o Gesù nel prossimo 1240-1: "in omnibus Christus"; e di rendere così la nostra carità più soprannaturale nei motivi e nei mezzi, più universale nell'estensione, più generosa e più attiva nell'esercizio.

1241.   1° Gl'incipienti mirano principalmente a schivare i difetti contrari alla carità e praticarne gli atti di precetto.

A) Schivano quindi attentamente per non contristare Gesù e il prossimo:

a) I giudizi temerari, le maldicenze e le calunnie contrarie alla giustizia e alla carità, n. 1043; b) le antipatie naturali, che, se acconsentite, sono spesso causa di mancanze di carità; c) le parole aspre, canzonatorie, sprezzanti, atte solo a generare o ad acuire inimicizie; ed anche le spiritosità sul conto del prossimo che causano spesso cocenti ferite; d) le contese e le dispute aspre e superbe in cui ognuno vuol far trionfare il proprio parere e umiliare il prossimo; e) le rivalità, le discordie, le false relazioni, fonte di screzi e dissensioni tra i membri della grande famiglia cristiana.

1242.   A star lontano da tutte queste colpe così contrarie alla carità, nulla è più efficace della meditazione di quelle parole che S. Paolo rivolgeva ai primi cristiani: "Vi scongiuro dunque, io prigioniero pel Signore, a procedere in modo degno della vocazione a cui foste chiamati... sopportandovi gli uni gli altri in carità, solleciti di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace. Un sol corpo e un solo Spirito, come anche foste chiamati a una sola speranza della vocazione vostra... Un solo Dio e Padre di tutti. Saldi nella verità e nella carità, continuiamo a crescere per ogni verso in colui che è il capo, Cristo" 1242-1... Ed aggiunge: "Se vi è dunque qualche consolazione in Cristo, se qualche conforto nella carità... rendete perfetto il mio gaudio: abbiate un solo pensiero, un solo amore, una sola anima, un solo sentimento. Non fate nulla per spirito di parte nè per vana gloria; ma con umiltà l'uno reputi l'altro dappiù di sè, mirando ognuno non ai propri interessi ma agli altrui" 1242-2.

Chi non si sente commosso a queste suppliche dell'Apostolo? Dimentico delle catene che l'opprimono, non pensa che a reprimere le discordie che turbavano la comunità cristiana, rammentando che, avendo tanti vincoli che li uniscono, bisogna lasciar da parte tutto ciò che li divide. Dopo venti secoli di cristianesimo, questo premuroso invito non è pur sempre opportuno per noi tutti?

1243.   Vi è poi un male che bisogna ad ogni costo evitare, lo scandalo, vale a dire tutto ciò che probabilmente potrebbe indurre altri al peccato. Ed è ciò tanto vero che bisogna diligentemente astenersi anche da quello che, indifferente o permesso in sè, può per le circostanze diventare altrui occasione di peccato. È il principio che S. Paolo inculca a proposito delle carni offerte agli idoli: l'idolo essendo un nulla, quelle carni in sè non sono proibite; ma poichè molti cristiani sono convinti del contrario, l'Apostolo vuole che i più istruiti tengano conto degli scrupoli dei fratelli: perchè altrimenti "il debole, il fratello per cui morì Cristo, verrebbe a perdersi per la tua scienza. Onde, peccando contro i fratelli con scandalizzarne la debole coscienza, pecchereste contro Cristo. Se quindi un cibo scandalizza il mio fratello, io, per non scandalizzarlo, non mangerò carne in eterno" 1243-1.

Parole che anche oggidì dovrebbero essere ben meditate. Vi sono cristiani e cristiane che si fanno lecite [illecite?] letture, spettacoli, balli più o meno indecenti, col pretesto che non ne ricevono danno. Si potrebbe mettere in dubbio questa loro asserzione, perchè molti, ahime! che parlano a questo modo, sono spesso nell'illusione. Ma, in ogni caso, perchè non pensare allo scandalo che ne viene alle persone di servizio, e al pubblico che ne toglie pretesto di abbandonarsi, con maggior pericolo, a divertimenti anche più pericolosi?

1244.   B) Gl'incipienti non solo fuggono queste colpe ma praticano anche ciò che è comandato, massime la sopportazione del prossimo e il perdono delle ingiurie.

a) Sopportano il prossimo, non ostante i suoi difetti.

Non abbiamo anche noi i nostri che il prossimo deve pur sopportare? E poi è facile che esageriamo questi difetti, specialmente se si tratta di persona antipatica. Dovremmo invece attenuarli, pensando che non spetta a noi a notare la pagliuzza nell'occhio del vicino, quando abbiamo forse una trave nel nostro. In cambio dunque di condannare i difetti altrui, esaminiamoci se non ne abbiamo noi di simili e forse di più gravi; e pensiamo prima di tutto a correggerci: medice, cura te ipsum.

1245.   b) Altro dovere è quello di perdonare le ingiurie e riconciliarsi coi nemici, con coloro dai quali abbiamo ricevuto o ai quali abbiamo fatto qualche dispiacere. Così urgente è cotesto dovere che Nostro Signore non esita a dire: "Se, mentre stai per far l'offerta all'altare, ti viene in mente che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia l'offerta avanti all'altare e va prima a riconciliarti col fratello" 1245-1.

Perchè, secondo l'osservazione di Bossuet, 1245-2 "il primo dono che si deve offrire a Dio è un cuore puro da ogni freddezza e da ogni inimicizia col fratello". Aggiunge che non bisogna neppure aspettare il giorno della comunione, ma mettere in pratica ciò che dice S. Paolo: "Non tramonti il sole sulla vostra collera"; perchè "le tenebre ci aumentano il cruccio; la collera ci tornerebbe in mente svegliandoci e diverrebbe più acre". Non stiamo dunque a pensare se il nostro avversario abbia forse più torti di noi e se non tocchi quindi a lui a muoversi per il primo: dissipiamo alla prima occasione ogni malinteso con una franca spiegazione. Se il nostro nemico ci presenta per primo le scuse, affrettiamoci a perdonare: "perchè, se voi perdonate agli uomini le offese loro, il vostro Padre celeste perdonerà pure a voi; ma se voi non predonate loro, il Padre celeste non perdonerà neppure a voi i vostri peccati" 1245-3. È giusto: perchè chiediamo a Dio di rimettere a noi le offese nostre come noi le rimettiamo a coloro che offesero noi.

1246.   2° I proficienti si sforzano d'attirare in sè le così caritatevoli disposizioni del Cuore di Gesù.

A) Memori che il precetto della carità è il precetto suo e che la sua osservanza dev'essere il distintivo dei cristiani: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l'un l'altro, come io ho amato voi: ut diligatis invicem sicut dilexi vos1246-1.

È comandamento nuovo, dice Bossuet, 1246-2 perchè Gesù Cristo vi aggiunge questa importante circostanza, di amarci gli uni gli altri come egli amò noi. Ora egli ci prevenne col suo amore, quando noi non pensavamo a lui; si mosse per il primo verso di noi; non si aliena da noi per le nostre infedeltà e per le nostre ingratitudini; ci ama per farci santi, per renderci felici, senza interesse, non avendo bisogno di noi nè dei nostri servizi". La carità sarà il distintivo dei cristiani: "da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" 1246-3.

1247.   B) Onde i proficienti si studiano di imitare gli esempi del Salvatore.

a) La sua è carità preveniente: ci amò per il primo, quando noi eravamo suoi nemici, "cum adhuc peccatores essemus1247-1; venne a noi, che eravamo peccatori, persuaso che gli infermi abbisognano del medico; la sua grazia preveniente va a cercare la Samaritana, la donna peccatrice, il buon ladrone per convertirli: A prevernire e guarire le nostre pene ci volge quel tenero invito: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò: venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos1247-2.

Queste divine cortesie dobbiamo imitare, movendi incontro ai fratelli per conoscere le miserie e alleviarle, come fanno quelli che visitano i poveri per soccorrerne i bisogni; e i peccatori per ricondurli a poco a poco alla pratica della virtù senza lasciarsi disanimare dalle prime loro resistenze.

1248.   b) La sua fu carità compassionevole. Vedendo che il popolo che l'aveva seguito nel deserto stava per soffrire la fame, moltiplica pani e pesci per nutrirlo; ma specialmente al vedere le anime prive di alimento spirituale, s'impietosisce della loro sorte e vuole che si chiedano a Dio operai apostolici a lavorare nella messe: "rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messem suam1248-1. Lasciando per un momento le novantanove pecorelle fedeli, corre dietro a quella che s'era smarrita e, caricandosela sulle spalle, la riconduce all'ovile. Appena un peccatore dà segno di pentimento, s'affretta a perdonarlo. Pieno di compassione per i deboli e gl'infermi, li guarisce in gran numero, e spesso rende nello stesso tempo la salute dell'anima, perdonandone i peccati.

Ad esempio di Nostro Signore, dobbiamo aver grande compassione per tutti gli sventurati, soccorrendoli secondo che le sostanze ce lo permettono, ed esaurite che siano, facciamo almeno l'elemosina di un po' di tempo, di una buona parola, di una cortesia. Non ci ributtino i difetti dei poveri; aggiungiamo anzi all'elemosina corporale qualche buon consiglio, che tosto o tardi porterà buon frutto.

1249.   c) La sua fu carità generosa: acconsente per amor nostro a penare, a soffrire, a morire: dilexit nos et tradidit semetipsum pro nobis1249-1.

Dobbiamo quindi essere pronti a rendere servizio ai fratelli anche a costo di penosi sacrifici, pronti a curarli nelle malattie, anche ributtanti, e a far per loro sacrifici pecuniari. E sarà carità cordiale e simpatica: perchè il modo di dare vale più ancora di ciò che si dà. Sarà intelligente, dando ai poveri non solo un tozzo di pane ma, se è possibile, anche i mezzi per campare onestamente la vita. Sarà apostolica, facendo del bene alle anime colla preghiera e coll'esempio, e talvolta, ma con prudenza, con savi consigli. Zelo cosiffatto si richiede soprattutto dai sacerdoti, dai religiosi e da tutti i migliori cristiani; memori sempre "che chi farà che un peccatore si converta dal suo traviamento, salverà l'anima di lui dalla morte e coprirà la moltitudine dei peccati" 1249-2.

1250.   3° I perfetti amano il prossimo sino all'immolazione di sè: "Avendo Gesù dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dar la vita pei fratelli" 1250-1.

a) È ciò che fanno gli operai apostolici: non versano il sangue pei fratelli, ma danno la vita a goccia a goccia, lavorando senza tregua per le anime, immolandosi nella preghiera, nello studio, nelle ricreazioni stesse, lasciandosi divorare, come soleva dire il P. Chevrier, espressione che è in sostanza la traduzione della parola di S. Paolo: "Io volentierissimo darò e sopraddarò me stesso per le anime vostre: quand'anche più singolarmente amandovi, dovessi esser meno da voi amato" 1250-2.

1251.   b) Fu questa l'idea che mosse santi sacerdoti a fare il voto di servitù rispetto alle anime; obbligandosi così a considerare il prossimo come un superiore che ha diritto di esigere servizi, e a soddisfarne tutti i legittimi desideri.

c) Questa carità si manifesta pure con una santa premura di prevenire i minimi desideri del prossimo e rendergli tutti i servizi possibili; talvolta anche con la cordiale accettazione d'un servizio offerto, essendo infatti questo il mezzo di render lieto chi l'offre.

d) Si manifesta finalmente con un specialissimo amore ai nemici, che vengono allora considerati come esecutori delle divine vendette sopra di noi, venerandoli come tali, pregando in modo particolare per loro e beneficandoli in ogni occasione, secondo il consiglio di Nostro Signore: "Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; e pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano" 1251-1. Così assomigliamo a Colui che fa splendere il suo sole tanto sui buoni come sui cattivi.

§ III. Il Sacro Cuore di Gesù modello e fonte di carità 1252-1.

1252.   1° Osservazioni preliminari. A conclusione di quanto abbiamo detto sulla carità, non possiamo far di meglio che invitare i lettori a cercare nel Sacro Cuore di Gesù la fonte e il modello della carità perfetta; nelle litanie approvate ufficialmente dalla Chiesa, noi l'invochiamo infatti come ardente fornace di carità, e pienezza di bontà e d'amore: "fornax ardens caritatis... bonitate et amore plenum".

Vi sono infatti nella devozione al Sacro Cuore di Gesù due elementi essenziali: un elemento sensibile, il cuore di carne ipostaticamente unito alla persona del Verbo; e un elemento spirituale simboleggiato dal cuore materiale, l'amore del Verbo Incarnato per Dio e per gli uomini. Questi due elementi non ne fanno che uno solo come sono una cosa sola il segno e la cosa significata. Ora l'amore significato dal Cuore di Gesù è certamente l'amore umano, ma anche l'amor divino, perchè in Gesù le operazioni divine e le umane sono unite e indissolubili. È l'amor suo per gli uomini: "Ecco quel Cuore che tanto amò gli uomini"; ma è pure l'amor suo per Dio, perchè, come abbiamo dimostrato, la carità verso gli uomini deriva dalla carità verso Dio, da questa traendo il suo vero motivo.

Possiamo quindi considerare il Cuore di Gesù come il più perfetto modello dell'amor verso Dio e dell'amore verso il prossimo, e anche come modello di tutte le virtù, perchè la carità le contiene e le perfeziona tutte. Avendoci nel corso della vita mortale meritata la grazia d'imitarne le virtù, Gesù è pure la causa meritoria e la fonte delle grazie che ci fanno amar Dio e i fratelli e praticare tutte le altre virtù 1252-2.

1253.   2° Il Cuore di Gesù fonte e modello dell'amore verso Dio. L'amore è il dono totale di sè; quanto non è quindi perfetto l'amore di Gesù per il Padre! Fin dal primo istante dell'Incarnazione, si offre e si dà come vittima per riparare la gloria di Dio oltraggiata dai nostri peccati.

Rinnova l'offerta nella natività e nella presentazione al Tempio. Nella vita nascosta, mostra l'amore per Dio obbedendo a Maria e a Giuseppe, in cui vede i rappresentanti della divina autorità; e chi ci potrebbe dire gli atti di puro amore che dalla casetta di Nazaret s'innalzavano continuamente all'adorabile Trinità? Nel corso della vita pubblica, non cerca che il beneplacito e la gloria del Padre: "Quæ placita sunt ei facio semper 1253-1... Ego honorifico Patrem1253-2; nell'ultima Cena può affermare di aver glorificato il Padre in tutta la vita: "Ego te clarificavi super terram"; e il domani portava il dono di sè sino all'immolazione del Calvario: "factus obediens usque ad mortem, mortem autem Crucis". Chi potrà mai numerare gli interni atti d'amore che incessantemente gli sgorgava dal Cuore, onde l'intiera sua vita fu un continuo atto di carità perfetta?

1254.   Ma soprattutto chi potrebbe esprimere la perfezione di tal amore?

"È, dice S. G. Eudes, 1254-1 amore degno d'un tal Padre e d'un tal Figlio; è amore che pareggia perfettissimamente le ineffabili perfezioni del prediletto suo oggetto; è un Figlio infinitamente amante che ama un Padre infinitamente amabile; è un Dio che ama un Dio... In una parola, il divin Cuore di Gesù, considerato secondo la sua divinità o secondo la sua umanità, è infinitamente più infiammato d'amore per il Padre e l'ama in ogni momento infinitamente più che non possano amarlo insieme tutti i cuori degli Angeli e dei Santi in tutta l'eternità".

Ora quest'amore noi possiamo farlo nostro unendoci al Sacro Cuore di Gesù e offrirlo al Padre, dicendo con S. G. Eudes: "O mio Salvatore, io mi do a Voi per unirmi all'amore eterno, immenso ed infinito che portate a vostro Padre. O Padre adorabile, io vi offro tutto l'amore eterno, immenso, infinito del vostro Figlio Gesù come amore che mi appartiene... Io vi amo come vi ama il vostro Figlio".

1255.   3° Il Cuore di Gesù fonte di amore per gli uomini. Abbiamo detto, n. 1247, quanto Gesù li amò sulla terra; ci resta da spiegare come continua ad amarli ora che è in cielo.

a) È l'amore che lo induce a santificarci coi sacramenti: i sacramenti infatti sono, come dice S. Giovanni Eudes 1255-1, "tante fonti inesauribili di grazia e di santità che hanno la loro sorgente nell'oceano immenso del Sacro Cuore del nostro Salvatore; e tutte le grazie che ne procedono sono come tante fiamme di questa divina fornace".

1256.   b) Nell'Eucaristia poi ci dà il massimo segno di amore.

1) Da venti secoli Gesù è notte e giorno con noi, come un padre che non può lasciare i figli, come un amico che trova le sue delizie nello stare con gli amici, come un medico che sta costantemente al capezzale dei suoi ammalati. 2) E vi è sempre operoso, adorando, lodando, glorificando il Padre per noi; ringraziandolo continuamente di tutti i beni che continuamente ci largisce, amandolo per noi, offrendo i suoi meriti e le sue sodisfazioni per riparare i nostri peccati, e assiduamente chiedendo nuove grazie per noi "semper vivens ad interpellandum pro nobis". 1256-1 3) Rinnova sempre sull'altare il sacrifizio del Calvario, lo fa un milione di volte al giorni, dovunque è un sacerdote per consacrare, e lo fa per amor nostro, per applicare a ognuno di noi i frutti del suo sacrifizio, n. 271-273; e non pago d'immolarsi, si dà tutto intiero a ogni comunicante per farlo partecipe delle sue grazie, delle sue disposizioni e delle sue virtù, n. 277-281.

Ora questo Cuore divino vivamente desidera di comunicarci i suoi sentimenti di carità: "Il divino mio cuore, diceva Gesù a S. Margherita Maria, è così appassionato d'amore per gli uomini, e per te in particolare, che, non potendo più contenere in sè le fiamme del'ardente sua carità, è costretto a diffonderle per mezzo tuo, e a manifestarsi loro per arricchirli dei preziosi suoi tesori" 1256-2. E fu allora che Gesù le chiese il cuore per unirlo al suo e mettervi una scintilla del suo amore. Ciò che fece in modo miracolosa per la santa, lo fa in modo ordinario per noi nella santa comunione, e ogni volta che uniamo il nostro cuore al suo; perchè venne sulla terra e portare il fuoco sacro della carità e null'altro maggiormente brama che accenderlo nei nostri cuori: "ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur?1256-3

1257.   Il Cuore di Gesù fonte e modello di tutte le virtù. Nella S. Scrittura il cuore indica spesso tutti i sentimenti interni dell'uomo in opposizione agli atti esterni: "L'uomo non vede se non ciò che apparisce al di fuori, ma Dio vede il cuore: Homo videt ea quæ parent, Deus autem intuetur cor1257-1. Quindi il cuore di Gesù simboleggia non solo l'amore ma tutti i sentimenti interni dell'anima sua. Tale fu l'aspetto sotto cui considerarono la devozione al Sacro Cuore i grandi mistici del Medio Evo, e dopo di loro S. Giov. Eudes. Lo stesso fece S. Margherita Maria; è vero che insiste principalmente, e con ragione, sull'amore di cui questo divin Cuore è ripieno. Ma nei vari suoi scritti, ci mostra questo Cuore come modello di tutte le virtù; e il Padre de la Colombière, suo confessore e suo interprete, ne compendia il pensiero in un atto di consacrazione che si trova alla fine del Ritiri spirituali 1257-2.

"Quest'offerta si fa per onorare questo Cuore divino, sede di tutte le virtù, fonte di tutte le benedizioni e rifugio di tutte le anime sante. Le principali virtù che si intende di onorare in lui sono: primieramente, l'amore ardentissimo a Dio Padre, unito a un profondissimo rispetto e alla più grande umiltà che fosse mai; in secondo luogo, la infinita pazienza nelle tribolazioni, il sommo dolore per i peccati di cui si era caricato, la confidenza per le nostre miserie, e, non ostante tutti questi affetti, la calma inalterabile causata da conformità così perfetta alla volontà di Dio, da non poter essere turbata da alcun evento".

Del resto, derivandi tutte le virtù dalla carità e trovando in lei l'ultima loro perfezione, n. 318-319, il Cuore di Gesù, che è fonte e modello della divina carità, lo è pure di tutte le virtù.

1258.   Con ciò la devozione al Sacro Cuore s'accosta alla devozione alla Vita Interiore di Gesù esposta dall'Olier e praticata a S.-Sulpizio. Questa vita interiore, egli dice, consiste "in queste disposizioni e interni sentimenti rispetto a tutte le cose: per esempio, nella sua religione verso Dio, nel suo amore verso il prossimo, nel suo annientamento verso se stesso, nel suo orrore rispetto al peccato, e nella sua condanna rispetto al mondo e alle sue massime.1258-1

Ora queste disposizioni si trovano nel Sacro Cuore di Gesù, e là si devono attingere. Quindi a una pia persona che si ritirava volentieri nel Cuore di Gesù, l'Olier scriveva: "Inabissatevi mille volte il giorno nell'amabile suo Cuore a cui vi sentite così potentemente attratta... È la parte scelta il Cuore del Figlio di Dio; è la pietra preziosa dello scrigno di Gesù; è il tesoro di Dio stesso in cui versa tutti i suoi doni e comunica tutte le sue grazie... In questo sacro Cuore e in quest'adorabile Interiore si operarono primieramente tutti i misteri... Arguite da ciò a quale grandezza vi chiami Nostro Signore aprendovi il suo Cuore, e quanto profitto dovete trarre da questa grazia che è una delle più grandi che abbiate ottenuta nella vostra vita. Le creature non vi traggano mai da questo luogo di delizie, e rimanetevi inabissata per il tempo e per l'eternità con tutte le sante spose di Gesù" 1258-2. Altrove aggiunge 1258-3: "Che cuore il Cuore di Gesù! Che oceano d'amore vi si raccoglie e ribocca su tutta la terra! O feconda e inesausta sorgente d'ogni amore! O profondo e inesauribile sorgente d'ogni religione! O centro divino di tutti i cuori!... O Gesù, permettete che io vi adori nel vostro interno, che io adori l'anima vostra benedetta, che io adori il Vostro Cuore che ho visto ancora questa mattina. Vorrei descriverlo, ma non posso, tanto è incantevole. L'ho visto come un cielo tutto pieno di luce, d'amore, di riconoscenza e di lode. Esaltava Dio e ne esprimeva le grandezze e le magnificenze". Per l'Olier, l'Interno di Gesù è una cosa sola col sacro suo Cuore; è il centro di tutte le sue disposizioni e delle sue virtù, è il santuario dell'amore e della religione, in cui Dio è glorificato e dove le anime fervorose si ritirano volentieri.

1259.   Conclusione. Affinchè la devozione al Sacro Cuore produca questi santi effetti, deve consistere in due atti essenziali: amore e riparazione.

1° L'amore è il primo e il principale di questi doveri, secondo Sta Margherita Maria come pure secondo S. Giovanni Eudes.

Rendendo conto al P. Croiset della seconda grande apparizione, l'Alacoque gli scrive 1259-1: "Mi fece vedere che il gran desiderio da lui sentito di esere amato dagli uomini e di ritrarli dalla via della perdizione, gli aveva fatto concepire il disegno di manifestare il suo Cuore agli uomini con tutti i tesori d'amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e di salute, affinchè quelli che volessero rendergli e procurargli tutto l'onore, l'amore e la gloria che fosse in loro potere, ei li potesse arrichire con copiosa profusione dei divini tesori del Cuore di Dio che ne è la sorgente". E in una lettera a Suor de la Barge, conclude così: "Amiamo dunque quest'unico amore delle anime nostre, perchè egli ci amò per il primo e ci ama ancora con tanto ardore, che ne arde continuamente nel SS. Sacramento. Basta amare questo Santo dei Santi per diventar santi. Chi dunque c'impedirà di esserlo, avendo noi cuori per amare e corpi per patire...? Non c'è che il suo puro amore che ci faccia fare tutto ciò che gli piace; non c'è che questo perfetto amore che ce lo faccia fare come a lui piace: e non ci può essere che questo amore perfetto che ci faccia fare ogni cosa quando a lui piace" 1259-2.

1260.   2° Il secondo di questi atti è la riparazione; perchè l'amore di Gesù è oltraggiato dalle ingratitudini degli uomini, come Nostro Signore stesso dichiara nella terza grande apparizione:

"Ecco quel Cuore che tanto amò gli uomini e che nulla risparmiò sino a esaurirsi e consumarsi per dimostrar loro il suo amore; e, per ricompensa, io non ricevo dalla maggior parte di loro che ingratitudine per le irriverenze e i sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che hanno per me in questo sacramento d'amore". E le chiede quindi di riparare queste ingratitudini col fervor del suo amore: "Figlia mia, io vengo nel cuore che t'ho dato, affinchè tu col tuo ardore ripari le ingiurie che ho ricevute dai cuori tiepidi e codardi che mi disonorano nel Santo Sacramento".

1261.   Questo due atti grandemente contribuiranno a santificarci: l'amore, unendoci intimamente al sacro Cuore di Gesù, ci farà partecipare alle sue virtù e ci darà il coraggio di praticarle, non ostante tutte le difficoltà; la riparazione, associandoci ai patimenti di Gesù, stimolerà vie più il nostro fervore e ci indurrà a sopportar coraggiosamente per amore tutte le prove che si degnerà mandarci.

Così intesa, la devozione al Sacro Cuore non avrà nulla di sdolcinato, nulla di effeminato; sarà lo spirito stesso del cristianesimo, un felice misto d'amore e di sacrificio, accompagnato dalla pratica progressiva delle virtù morali e teologali. Sarà come una sintesi della via illuminativa e un'ottima iniziazione alla via unitiva.


1167-1 P. Prat, La Théologie de S. Paul, t. II, p. 401-402 (La Teologia di S. Paolo, Salesiana, Torino).

1167-2 I Thess., V, 8.

1167-3 I Thess., I, 3.

1167-4 I Cor., XIII, 13.

1168-1 Galat., V, 6.

1169-1 S. Agostino, Enchiridion de Fide, Spe et Caritate; S. Tommaso, IIª IIæ, q. I-XVI; Giov. di S. Tommaso, De fide; Suarez, De fide; J. de Lugo, De virtute fidei divinæ; Salmanticenses, De fide; Scaramelli, Direttorio ascetico, t. IV, art. I; Card. Billot, De virtutibus infusis, th. IX-XXIV; Banivel, La foi et l'acte de foi; Hugon, La lumière e la foi; Mgr Gay, Vita e virtù, t. I, tr. III; C. de Smedt, Notre vie surnat., t. I, p. 170-271; Mgr d'Hulst, Carême 1892; P. Janvier, Quaresimale, 1911-1912 (Marietti, Torino); P. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, t. I, c. XIV-XV; S. Harent, Dic. de Théol., al vocabolo Foi.

1169-2 II Paral., XX, 20.

1169-3 Isa., VII, 9.

1169-4 Marc., XVI, 16.

1169-5 Rom., X, 17.

1169-6 I Cor., XIII, 12.

1169-7 Phil., III, 8-10.; I Petr., III, 15.

1169-8 Gal., V, 6.

1170-1 Joan., XVII, 3.

1175-1 De la vie et des vertus... t. I, p. 150.

1177-1 Hebr., XI.

1177-2 Hebr., XII, 2.

1177-3 II Cor., IV, 17.

1177-4 Rom., VIII, 18.

1177-5 Rom., V, 3-5.

1177-6 I Joan., V.

1181-1 II Cor., IX, 15.

1182-1 Luc., XVII, 5.

1183-1 A. de Blanche-Raffin, Balmès, p. 44.

1184-1 Marc., IX, 23.

1186-1 Rom., I, 17.

1187-1 Ps. XCIX, 3.

1189-1 Matth., IX, 38.

1190-1 S. Tommaso, IIª IIæ, q. XVII-XXII, e i suoi Commentatori, specialmente il Cajetano e Giov. di S. Tommaso; Suarez, De Spe; S. Fr. di Sales, Teotimo, l. II, c. XV, XVII; Scaramelli, op. cit., art. II; Card. Billot, op. cit, th. XXV-XXX; Mgr Gay, t. I, tr. V; C. de Smedt, op. cit., t. I, p. 272-364; Mgr d'Hulst, Quaresimale 1892; P. Janvier, Quaresimale 1913 (Marietti, Torino).

1192-1 Joan., XVII, 3.

1196-1 Eccli., II, 11-12.

1196-2 Matth., VIII, 10-13.

1196-3 Matth., IX, 2.

1196-4 Matth., IX, 29.

1196-5 Matth., XV, 28.

1196-6 Luc., VII, 50.

1196-7 Luc., XVII, 19.

1196-8 Joan., XVI, 23.

1196-9 Trident., sess. VI, c. 13.

1197-1 I Cor., IX, 25.

1198-1 Rom., VIII, 31.

1199-1 Rom., VIII, 32-44.

1200-1 I Cor., III, 9.

1200-2 I Cor., XV, 10; Phil., III, 13, 14.

1200-3 II Cor., VI, 1.

1200-4 II Tim., II, 3.

1200-5 II Petr., I, 10.

1201-1 Ps. CXVIII, 163.

1201-2 Marc., XIV, 38.

1201-3 Phil., II, 12.

1201-4 Rom., VII, 24-25.

1202-1 Col. III, 1-2.

1203-1 Joan., XIV, 2.

1203-2 Rom., VIII, 24.

1203-3 Ps., XXII, 4.

1203-4 Luc., XXIV, 36.

1203-5 Maynard, Virtù e dottrina etc., p. 10.

1203-6 Idibem.

1204-1 Mgr d'Hulst, Quaresimale 1892, (Marietti, Torino).

1204-2 De Imitat., l. II, c. 8.

1204-3 Maynard, Virtù e dottrina etc.

1207-1 S. Bernardo, De diligendo Deo; S. Tommaso IIª IIæ, q. 23-44; Salmanticenses, tr. XIX; De caritate theologica; S. Fr. di Sales, Teotimo; Massoulié, Tr. de l'amour de Dieu; Scaramelli, op. cit., art. III; Card. Billot, op. cit., th. XXXI-XXXV; Mgr Gay, op. cit., t. II, tr. XII; C. de Smedt, op. cit., t. I, p. 365-493; Mgr d'Hulst, Quaresimale, 1892; P. Janvier, Quaresimale, 1915 e 1916 (Marietti, Torino); P. Garrigou-Lagrange, Perfect. chrét., t. I, ch. III.

1209-1 S. Tommaso, Sum. Theol., IIª IIæ, q. 27, a. 2.

1210-1 "Sic enim proximus caritate diligitur, quia in eo Deus est vel ut in eo Deus sit" (qq. disp, de Caritate, a. 4.)

1212-1 Il Teotimo o Trattato dell'amor di Dio, l. X, c. VI, X (Salesiana, Torino).

1213-1 Sum. Theol., IIª IIæ, q. 184, a. 3; Comment. del Gaetano su questo articolo; Cardin. Mercier, La vita interiore, (Fiorentina, Firenza); P. Garrigou-Lagrange, Perfect. chrét., t. I, p. 217-227.

1215-1 Il Teotimo o Trattato dell'amor di Dio, l. X, c. X (Salesiana, Torino).

1216-1 I Joan., IV, 19.

1217-1 De diligendo Deo, c. XV; epist. XI, n. 8.

1218-1 I Cor., XIII, 1-13. Cfr. Prat, op. cit., t. II, p. 404-408.

1221-1 Cant., VIII, 6.

1221-2 Imitazione, l. III, c. V.

1222-1 Inno della festa del SS. Nome di Gesù.

1222-2 Imitazione, l. II, c. VIII.

1222-3 Imit., l. III, c. XXXIV.

1223-1 Imit., l. III, c. XXXI.

1227-1 S. Fr. di Sales, Il Teotimo, l. V, c. I-V.

1228-1 Il Teotimo o Trattato dell'amor di Dio, l. V, c. I-V (Salesiana, Torino).

1231-1 Dan., III, 57.

1231-2 S. Fr. di Sales, Il Teotimo o Trattato ecc., l. V, c. XII, (Salesiana, Torino).

1232-1 Luc., XXII, 42.

1232-2 Rom., VIII, 28.

1232-3 Elévations, Sett. XIIIª, elev. 7ª.

1233-1 Il Teotimo o Trattato dell'amor di Dio, l. II, c. XXII (Salesiana, Torino).

1234-1 Jerem., XXXI, 3.

1234-2 Prov., VIII, 31; XXIII, 26.

1235-1 Joan., VIII, 29.

1238-1 I Joan., II, 10-11.

1238-2 I Joan., III, 14-15.

1238-3 Joan., IV, 7, 8, 12, 16, 20, 21.

1239-1 Matth., XXV, 40.

1240-1 È bene spiegato da S. Giov. Eudes in «La vita e il regno di Gesù ecc., P. 2ª, § 35,» (Marietti, Torino): «Guardate il prossimo in Dio e Dio nel prossimo: ossia guardatelo come uscito dal cuore e dalla bontà di Dio, come partecipazione di Dio, come creato per ritornare in Dio, per essere collocato nel seno di Dio, per glorificarlo eternamente, e in cui Dio sarà di fatti eternamente glorificato o con la misericordia o con la giustizia.»

1242-1 Ephes., IV, 1-16.

1242-2 Phil., II, 1-4.

1243-1 Cor., VIII, 13.

1245-1 Matth., V, 23-24.

1245-2 Medit., XIV° giorno.

1245-3 Matth., VI, 14-15.

1246-1 Joan., XIII, 34.

1246-2 Meditazioni, La Cena, P. Iª, 75° giorno.

1246-3 Joan., XIII, 35.

1247-1 Rom., V, 8.

1247-2 Matth., XI, 28.

1248-1 Matth., IX, 38.

1249-1 Ephes., V, 2.

1249-2 S. Jac., V, 20.

1250-1 I Joan., III, 16.

1250-2 II Cor., XII, 15.

1251-1 Matth., V, 44.

1252-1 S. G. Eudes, Le cœur admirable de la T. S. Mère de Dieu, l. IV, e l. XII; Croiset, La devozione al S. Cuore; S. M.-Maria Alacoque, Opere, ed. Gauthey; P. De Gallifet, Excellence de la dévotion au S. Cœur; Dalgairns, Devozione al S. Cuore; Manning, Le Glorie del Sacro Cuore; J. B. Terrien, La dévotion au S. Cœur; P. Le Doré, Les Sacrés Cœurs et le V. J. Eudes; Le Sacré Cœur; Bainvel, La devozione al S. Cuore, dottrina e storia; (Libreria Vita e Pensiero, Milano); L. Garriguet, Le Sacré Cœur, exposé historique et dogmatique.

1252-2 In questa breve esposizione, senza insistere sulle differenze accessorie tra la devozione insegnata da S. G. Eudes e quella di Paray-le-Monial, ci studiamo di conciliare ciò che vi è di comune in queste due forme d'una medesima devozione.

1253-1 Joan., VIII, 29.

1253-2 Joan., VIII, 49.

1254-1 Le Cœur admirable, l. XII, c. II.

1255-1 Ibid., c. VII. Non facciamo qui quasi altro che compendiarne il pensiero.

1256-1 Hebr., VII, 25.

1256-2 Nella prima delle grandi rivelazioni, 1673.

1256-3 Luc., XII, 49.

1257-1 I Reg., XVI, 7.

1257-2 Œuvres complètes, Grenoble, 1901, VI, p. 124.

1258-1 Catéch. chrétien, P. 1ª, lez. 1ª.

1258-2 Lettres, t. II, lettera 426.

1258-3 Esprit de M. Olier, t. I, 186-187, 193.

1259-1 Lettres inédites, IV, p. 142.

1259-2 Lettre CVIII, t. II, p. 227.


Quest'edizione digitale preparata da Martin Guy <martinwguy@gmail.com>.
Ultima revisione: 1 febbraio 2006.